“Ogni poeta vende i suoi guai migliori” ha detto una volta, molto onestamente, Alda Merini. Dico molto onestamente perché non c’è dubbio che la Merini sia una grande poetessa – a chi non la conosce consiglio la mini-antologia edita da Einaudi e curata da Maria Corti intitolata “Fiore di poesia 1951-1997” (236 pagine, 8,50 €) – ma è altrettanto vero che senza quei guai non sarebbe un personaggio così seguito e affascinante. Ho assistito a vari incontri, l’ultimo ieri sera, con lei presente dal vivo o in video e mai una volta mi è capitato che il pubblico – e lei compresa – parlasse principalmente non della sua biografia, ma delle sue poesie. Alla gente della Merini interessano i guai, la tragedia, e solo dopo – e come conseguenza di essi – le poesie. Eppure ella è una poetessa che dice tutto (anche e soprattutto della sua vita durissima) con la grande forza espressiva e cantabile dei suoi versi. Come mai allora la gente vuole la vita, gli aneddoti, i racconti? La poesia non basta? Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”.
(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)
Forse sarebbe meglio non nutrirle le speranze, forse sarebbe meglio dare sempre ragione ai dubbi che la realtà – i fatti – ti mettono davanti. E soprattutto tenere conto dei nomi delle persone, subodorarli, giocarli alla previsione – che quando è in negativo in Italia ci si azzecca, e spesso per difetto.
Esperimento. Prendete un foglio di carta e scriveteci sopra tre nomi di giornalisti italiani che considerate di alto livello e indipendenti rispetto a testate, partiti, lobbies ecc. Vi dico i miei tre: Gianantonio Stella, Massimo Fini e Marco Travaglio. Li avete scritti? Mi raccomando devono essere indipendenti, quindi Ferrara e Santoro non valgono, perché saranno pur bravi ma indipendenti proprio no. Ora che li avete scritti osservate i nomi per qualche secondo, poi all’istante immaginateli a dirigere il primo, il secondo e il terzo telegiornale della tv di Stato. Insomma: Stella al Tg1, Fini al Tg2, Travaglio al Tg3.
Possibile? No, no, e ancora no. Certe cose in Italia sono impossibili, pura fantascienza. A meno di repentini cambi di approccio al mestiere (insomma a meno che diventino degli inconvertibili baciapile), i tre nomi che ho fatto io e probabilmente anche quelli che avete fatto voi non hanno e non avranno mai nessuna possibilità di arrivare a dirigere uno dei tre tg nazionali – nonostante voi stessi, e non solo voi, li reputiate tra i migliori giornalisti del Paese. Il perché non ve lo ripeto per l’ennesima volta, qui se ne parla spesso. Pongo invece un’altra domanda: una classe politica – di destra ma in parte anche di sinistra (e lo stiamo vedendo nell’orribile balletto di questi giorni) – che così morbosamente vuole occupare l’informazione Rai, di fondo che problema ha con l’informazione? Insomma perché tutta sta cura? Gestione delle notizie, quindi consenso, quindi propaganda (che fatta attraverso gli organi d’informazione non è dittatura, ma gli strizza pesantemente l’occhio almeno a livello culturale)? Sicuramente. Ma anche paura: perché l’impressione è che il Parlamento italiano, nella mediocrità congenita dei Rizzo e degli Schifani, nello spirito cialtrone e arraffone e quasi indistintamente gattopardesco, abbia una fifa blu dell’informazione vera, quella che dovrebbe controllarlo, fargli le pulci e togliergli il mantello per vedere cosa c’è sotto. Quella che in poche parole è alla ricerca della Verità.
E allora pronti a controllare tutto. Che tanto c’è sempre un Mimun pronto, da direttore di tg, a fare l’addetto stampa di partito. Intanto Stella, Fini, Travaglio e i nomi che avete scritto voi sul vostro foglio di carta se ne rimangono in disparte, a fare un mestiere che ormai è da segnalare al WWF.
PS: dopo qualche giorno di discussione e di fandonie tipo «Non faremo una legge punitiva» (se una legge non punisse qualcuno sarebbe inutile) sul conflitto di interessi è calato di nuovo il silenzio. Sembra che se riparlerà l'anno prossimo. Tanto c'è tempo...
Luttazzi a parte, che considererei autore satirico (definizione del tutto vacante dato il poco studio di tutto ciò che è comicità e dintorni oggi in Italia), è Maurizio Milani attualmente il nostro miglior comico (con Gene Gnocchi direi: leggetevi il suo straordinario “Il mondo senza un filo di grasso” uscito per Bompiani qualche anno fa). Surreale di una surrealità urbana e malinconica, dotato poetica sempre riscontrabile in ogni battuta e proprio per questo assai feconda, Milani oltre ad essere uno dei pochi comici di area Zelig a non affidarsi a tormentoni ripetuti allo sfinimento è anche uno dei pochi a trovare una certa letterarietà in ciò che scrive. Fino ad oggi ha pubblicato sei libri (l’ultimo “L’uomo che pesava i cani” è uscito poche settimane fa per Kowalski). Io ne ho letti due: “In amore la donna vuole tribolare” (Kowalski, 186 pagine, 12 euro, 2005) e in questi giorni “La donna quando non capisce si innamora” (Kowalski, 188 pagine, 5 euro, 2003). Di seguito qualche breve stralcio dai due titoli. Avviso: non pensiate di ammazzarvi dalle risate. Milani non fa sbellicare, Milani lascia interdetti.
Architetti
Stavo lavando Caterina Zeta Jones, lei piangeva in quanto le avevo appena comunicato che era l’ultima volta. Poi doveva arrangiarsi da sola.
Lei voleva essere lavata da me ancora per cinque anni, infatti quando c’eravamo messi d’accordo per sei. Io dopo un anno ero già stufo, mi ero accordato per lavare Oliviero Toscani (a 500 mila euro).
Bill Gates me ne dava 600 mila, ma ormai ero già in parola.
Graffiti
Volevo digerire a tutti i costi davanti a uno di quelli che di notte imbrattano i muri a Milano.
Ne ho trovato uno intanto che dipingeva con la sua bomboletta, gli sono andato vicino e gli ho digerito nelle orecchie. Lui è rimasto perplesso. Gli ho detto: “Io non so se è arte o no, ma comunque costa molta fatica”.
Il graffitaro fa: “Ma lei dice ‘arte’ quella che sto facendo io o il verso del suino che ha fatto lei?”
Io: “Vedi tu, io ormai sono anziano e anche volendo non posso fidanzarmi”.
Lui si è offeso.
Cupido
Quando bevo mi fidanzo.
Sarà i ragionamenti che faccio, sarà che comincio a sudare, la donna s’innamora.
Time
Lavarsi, pesarsi, digerire con contegno.
Non resta altro tempo nella giornata.
Alcuni riescono anche a piangere.
Vergogna
Come lavoro faccio il ballerino hard sui tavoli al bar della stazione del mio paese.
Mi esibisco a torso nudo e con un paio di jeans strappati.
Alcune mattine al banco a bere il cappuccino c’è la mia professoressa di lettere delle scuole medie.
Chissà cosa pensa nel vedere un suo alunno che balla sui tavoli del bar della stazione.
Alcuni miei parenti mi dicono: “A fare quel lavoro lì non si sta qui in paese, ma si va alla stazione di Milano, Torino, Lugano, ecc., dove non ti conosce nessuno”.
Riposta: “Ma io voglio farmi compatire”:
Luogo comune
Tutte le ragazze che mi vengono insieme, dopo la prima volta che usciamo, mi lasciano.
Per forza, mi lascio fare tutto subito.
Loro pensano che sono un ragazzo facile e non mi vogliono come moroso serio.
Pari opportunità
Ieri sono andato a lavarmi in un campo.
Arrivato in auto, di fianco al campo ho tirato giù due taniche d’acqua da 20 litri e una mastella di plastica con dentro una spugna.
Sono andato in mezzo al campo e ho iniziato a lavarmi.
Tante ragazze passavano di lì e mi chiedevano il numero di telefono.
Una si è fermata e mi fa: Ti do 10.000 lire se ti fai dire PUTTANA”.
Io: “Accetto”.
Lei: “Uomo puttana”.
Mi ha dato le 10.000 lire tutte in moneta e se n’è andata.
Io ho pianto tutta la notte.
Green Peace
A me danno fastidio gli aironi.
Infatti prima ne vedevi uno ogni sei mesi nel girare in campagna in bicicletta… lui già a 500 metri di distanza sentiva il rumore dei pedali e volava via.
Da quando l’airone è venuto a sapere che lo stato lo protegge ti sfida, ti guarda, viene vicino a provocarti, cerca di farsi investire davanti a dei testimoni… in poche parole ti istiga.
L’airone sa che se gli spacchi una zampa prendi dieci anni di galera, per cui vuole mandarti nelle grane.
Vantarsi
A volte di sera in birreria conosco una ragazza e le chiedo: “Che lavoro fai?”.
Lei: “Estetista, e tu?”.
Io: “Spacco i protoni per Carlo Rubbia”.
Lei s’innamora duro.
Due cose sulle liberalizzazioni di Bersani, che sono un segnale speranzoso da questo governo dopo tanti fattacci di cui si è parlato qui nei giorni scorsi.
La prima: leggo delle proteste dei taxisti e mi vengono in mente due versi del buon Giovanni Lindo tratti dall’ultimo disco a marchio PGR: «anima dolce che stai tra i cottonfiock / metti i piedi per terra sentirai che elettroshock». Sarò generalizzante ed estremista, ma a me sembra che tutta questa gente che protesta per delle liberalizzazioni stia tra i cottonfiock: se accetti uno stile di vita basato interamente sul mercato e sul profitto – com’è il nostro e il loro, perché non ricordo movimenti di taxisti anticapitalisti o no-global – non puoi protestare quando qualcuno di quel sistema fa rispettare almeno le regole, appunto, del mercato (leggasi concorrenza). E’ un atteggiamento incoerente ed egoista, che denota pure una certa cecità sul dove e sul come si sta vivendo.
La seconda: per motivi, diciamo così, più umanistici e spirituali che strettamente economici sono piuttosto contrario ad un sistema dominato dal profitto, ma sono anche contento quando di questo sistema vengono fatte rispettare il più possibile le regole. Perché se è vero che un sistema è più dannoso di un altro – e il nostro lo è parecchio, ma questa è un’altra storia – è anche vero che fa ancora più danni quello stesso sistema dannoso non pienamente coerente con le proprie regole. Quello italiano fino ad oggi non lo è stato e non lo è ancora: l’Italia è da tempo un Paese congelato da vari monopoli, atrofizzato da enormi conflitti di interessi (quello di Berlusconi, il più grave ed evidente, ma non il solo) e impantanato in molteplici e striscianti collateralismi finanza-politica. Le liberalizzazioni di Bersani potrebbero essere una boccata d’aria, almeno per quanto riguarda i campi a cui si rivolgono. Speriamo reggano alle pressioni delle lobbies (che poi sono ancora quelle dei politici che a Roma le rappresentano), e speriamo soprattutto che siano solo la prima tappa di un percorso importante. Come qui spesso si insiste, ce n’è un’altra di tappa fondamentale che va sotto il nome di tv e comunicazione. Là non sarà solo questione di prezzi e concorrenza, ma soprattutto di pluralismo e libertà d’espressione. Gentiloni e compagnia, attendiamo segnali.
PS: Il Manifesto, giornale che avrò letto sì e no due volte, è in crisi economica profonda. Un giornale in meno, un giornale così, è una grave perdita anche per coloro che non lo tollerano proprio (chi insulterebbero altrimenti?). Se c'è qualcuno che vuole dare qualche soldino d'aiuto, qui il link. Per gli altri questo blog che sta col Manifesto.
La citazione morettiana «D’Alema, dì qualcosa di sinistra!» è invecchiata terribilmente. Mettetevi davanti ad uno specchio e, dopo queste prime settimane di legislatura del centro-sinistra, provate ad urlarla. Vi verrà da ridere: nessuno che possa dirsi minimamente intelligente riesce ad immaginare D’Alema intento anche solo a farfugliare qualcosa di sinistra. Al Massimo ormai ci credono solo gli sciocchi, i dalemiani e quelli di Forza Italia. Appunto nessuno che possa dirmi minimamente intelligente.
E allora che nome mettiamo al posto del baffetto «Mediaset è un bene degli italiani» a cui chiedere, tra lo speranzoso e il disilluso, un gesto che sia veramente e disperatamente di sinistra? Dai, fuori i nomi popolo della sinistra, sto tentando di aiutarvi. La Pollastrini? Nomi seri, mica le ministre senza portafoglio. Non ne trovate? Ok, proviamo allora con delle questioni in cui qualcuno ha fatto qualcosa di sinistra. Anche qui mica l’epidurale per tutte: questioni serie, problemi veri.
Le intercettazioni. No, qui nulla che si possa definire di sinistra. Ci sta l’ossimorico Mastella che si frega le mani pronto a metter la mordacchia a magistrati e giornalisti, e si capisce anche il perché visto che è presidente di un partito che farebbero prima ad imputare in toto. Peraltro: come si fa ad evitare che le conversazioni finiscano sui giornali senza ritegno? Aumentiamo le pene pecuniarie, ad esempio. E soprattutto: violate un po’ meno le leggi (voi che le fate), toglietevi tutti i privilegi parlamentari davanti alla Giustizia e rinsaldate leggi (tipo il falso in bilancio) che per come sono messe oggi lanciano un solo messaggio: l’Italia è una repubblica fondata sull’imbroglio. Tranquillo, te la caverai.
La guerra in Iraq. Ce ne andiamo ma «senza irritare l’amico americano», quando invece dovremmo andarcene sbattendo la porta, anche solo per lo schifo di Guantanamo, Abu Ghraib e Haditha e per un omicidio che la nostra magistratura ha definito lesivo per la politica di questo Paese – e se non bastasse, intanto rimpolpiamo in Afghanistan, abbiamo poca gente in giro. Niente neanche qui.
I CPT. Eh sì, ci sono ancora i CPT in Italia, non erano stati affidati in usufrutto a Berlusconi intanto che se ne stava al governo. Qualcuno se li ricorda ancora o dopo i due minuti di scalpore dell’inchiesta di Gatti se li sono dimenticati tutti? Il ministro Ferrero ci ha fatto una visitina qualche settimana fa, ma non s’è sentita l’unica cosa che un Paese civile dovrebbe dire: chiuderli. E alla svelta.
La tv. Va bene, ora rimaniamo sulla tv e non ci spostiamo di un centimetro. Qui, vista la recente esperienza passata qualcosa di sinistra avrebbero dovuto fare. Vediamo: di legge sul conflitto di interessi non si parla più, di legge sull’antitrust televisivo neanche, di delottizzazione della Rai ancor meno (e Biagi? E Luttazzi? E Fini? E Guzzanti? No, Santoro non lo cito, già è andato da Celentano, che vuole di più? Gli ha dato pure il microfono…). Però ieri hanno eletto l’ennesimo presidente con l’ennesima bega per le poltrone – si chiama Cappon, ma speriamo non sia un piccione – e ne hanno segato un altro – che si chiamava Perricone – perché non andava a genio a Berlusconi. Motivo? Quando era a capo della Sipra (l’agenzia pubblicitaria della tv di Stato) aveva rotto le palle al dominio di Mediaset.
A proposito di pubblicità: l’altro ieri è passato qua in Italia Murdoch, ha cenato con un po’ di politici e ha fatto due richieste. La prima: che nella prossima finanziaria non vengano finanziati più i decoder per il digitale terrestre del fratello dell’ex Presidente del Consiglio. La seconda: che possa avere anche lui un po’ di pubblicità. Avete capito bene: Rupert Murdoch, il superpresidente di Sky, quasi quattro milioni di abbonati in Italia, duecentotre milioni di dollari di fatturato, non riesce ad accedere alle risorse pubblicitarie italiane in modo significativo. Perché la pubblicità con la Gasparri se l’è presa quasi tutta una sola persona, indovinate chi. In Italia per quanto riguarda la tv non c’è mercato e non c’è concorrenza. E’ tutto congelato, fermo, imbalsamato sotto l’insegna di un duopolistico tengo famiglia. Si potrebbe ripartire da qui, da una efficace riforma delle tv e da un ministro (Gentiloni) che da deputato nella scorsa legislatura fece buone cose e che qualcosa sta già facendo, per cominciare a fare qualcosa di sinistra o almeno qualcosa di dignitoso. Ma la speranza, soprattutto per il resto, è flebile. Abbiamo votato un condominio, c’è poco da fare.
Una classe giornalistica sana, che volesse mantenersi tale, che volesse essere autonoma e soprattutto dare un’immagine di autonomia rispetto a qualsiasi Potere – essendo di esso non servile velina ma fiera sentinella – uno come Aldo Biscardi (che sano e autonomo ha dimostrato di non essere) lo caccerebbe dalla propria comunità alla svelta, e senza tante premure. Invece l’Aldo nazionale e il suo "Processo", degno del processo per i lecca-lecca che inflissero a Pinocchio, ce lo ritroveremo anche l’anno prossimo, non più a La 7 (dove l’hanno davvero cacciato e sostituito con un granduomo qual è Darwin Pastorin) ma a Italia 7 Gold. E di più: ce lo ritroveremo anche prima, perché lo stesso Biscardi delle telefonate a Moggi, del questo-lo-copriamo questo-lo-cazziamo di poche settimane indietro farà anche da opinionista alle puntate sui mondiali di “Diretta Stadio”, il programma calcistico della rete. Ai mondiali, poi, ci manderemo: un allenatore che se le indagini diranno non coinvolto fino al collo quantomeno d’immagine attualmente non proprio pulita, un calciatore-scommettitore e un capitano che «comunque è sempre andata così, lo sanno tutti, che ci volete fare?». Tutta gente a posto.
Intanto si continua ad indagare e presto arriveranno gli esiti delle indagini: ma non sentite anche voi nell’aria un leggero odore di restaurazione che aspetta solo una vittoria ai mondiali per diventare gas esilarante e fare pari e patta?
In quanto elettore di sinistra molto scettico, e in quanto elettore di sinistra che vorrebbe una legge sul conflitto d’interessi e sull’antitrust che renda veramente pluralista e democratico il mondo televisivo non solo privato – come del resto dovrebbe già essere seconda varie sentenze degli ultimi vent’anni – un’arricciatina di naso di fronte alla candidatura di Massimo D’Alema a Presidente della Repubblica me la do. Così, giusto per tenere sempre vivo e vegeto il beneficio del dubbio.
Non tanto perché D’Alema nel 1985 ha ricevuto venti milioni di finanziamenti illeciti per il PCI (in lire: rispetto ad altri poca cosa, e come sempre prescritta), e neanche perché è stato l’attore principale dell’inciucio salva-Berlusconi come di uno dei conflitti più laidi dal dopoguerra in poi (quella alla Serbia a fianco degli Stati Uniti: non a caso si dice che in questi giorni la CIA spinga, eccome se spinga). Mi arriccio il naso perché, anche se non lo dicono apertamente, tanti in Forza Italia ne appoggiano la candidatura. E se lo fanno loro, i dipendenti del partito-azienda, non è che poi quando magari a qualcuno dall’altra parte viene in mente davvero di «dimagrirle» queste benedette tv poi lui… vero che no?
A parte gli scherzi – che scherzi alla fine non sono – io due candidati ce li ho. Uno è l’ex Giudice e Presidente Costituzionale Gustavo Zagrebelsky; l’altra – partigiana, donna, a capo dell’inchiesta P2, e “nonostante” questo democristiana – è Tina Anselmi. Su questo blog stanno sostenendo la sua elezione che al momento appare alquanto impossibile (anche perchè la diretta interessata nelle ultime ore pare aver gentilmente declinato l'invito) ma non si sa mai, basta firmare e provarci.
Quello che posterò di seguito è la denuncia di censura fatta dal Mucchio Selvaggio, che si è visto negare la pubblicazione di una copertina su Silvio Berlusconi dal proprio distributore. Fermo restando che di censura si tratta (ed è grave che sia l’ultima di una lunga serie di “autocensure” degli ultimi anni: significa che il clima è pesante e non sono ammessi passi falsi), due cose mi stupiscono un po’ di questa storia.
La prima: non conosco il distributore del Mucchio (è Parrini, uno grosso nel settore) e non so quali siano i rapporti contrattuali e umani tra le due parti in causa, vista però la durezza della copertina – per qualcuno magari stupida ma di certo legittima – mi stupisce che la redazione del Mucchio non abbia in qualche modo previsto la cosa. Sarò pessimista ma mi viene da dire che siamo pur sempre in Italia, eh.
La seconda: quando per la prima volta ho visto la copertina a me ha fatto ridere, come mi fanno ridere le battute sboccate e le immagini grevi (perché tale è quell’immagine). Se però Stèfani e compagnia volevano in qualche modo fare qualcosa che fosse contro Berlusconi, hanno proprio sbagliato il bersaglio: una copertina così è un ottimo pretesto per far dire all’uomo della strada indeciso – che tante cose confonde e ancor di più banalizza – che la sinistra non fa altro che insultare Berlusconi. E' vero che una copertina non cambia le idee, però , anche se di poco, aiuta (e non contro Berlusconi). I sondaggi - per chi ci crede - dicono che il centro-sinistra è in vantaggio, ma almeno fino al 10 aprile è meglio andarci piano: sono elezioni troppo importanti, per sicurezza anche l'ultimo voto non va sprecato.
“La copertina del Mucchio Selvaggio di aprile “avrebbe” dovuto riportare un disegno di uno storico personaggio del fumetto italiano. Il "catzillo" è un fumetto underground, molto famoso negli anni Ottanta, che l'autore Gianfranco Grieco ha modificato per noi facendolo assomigliare a Berlusconi, ovviamente legato a un lungo articolo che mette in guardia sul votare “Forza Italia” alle prossime elezioni politiche.
Abbiamo usato il verbo “avrebbe” perché il distributore nazionale (Parrini) si è rifiutato di fare uscire il giornale in edicola. Non vuole correre il rischio di denuncie penali. Il giornale verrebbe comunque boicottato da molti distributori locali non di sinistra, il tipografo nicchia, la par conditio, rapporti con il potere etc etc. Insomma paura. Paura di ritorsioni legali, economiche e magari anche fisiche da parte del soggetto raffigurato nel disegno.
La redazione trova ciò un atto di censura inqualificabile. La satira è un diritto affermato dalla nostra Costituzione (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” - Art. 21). Se si va con la memoria indietro nel tempo a copertine, molto più feroci e provocanti, di giornali come il “Male”, “Frigidaire” o “Cuore” ci si rende conto di come è peggiorato il rapporto tra la stampa e il potere e di quanto la libertà di espressione sia sempre meno garantita.
La censura è sempre stata usata come strumento di repressione e negazione di valori e tematiche “scomode”.
La copertina “censurata” è scaricabile qui
Comitato di redazione del Mucchio Selvaggio”.
Potrei anche scriverla una recensione su “Il Caimano” di Nanni Moretti. Ma siccome di recensioni pre (!!) e post visione ne avrete lette già un centinaio, ve la risparmio e me la tengo per me.
Vi dico solo che a me il film è piaciuto molto. Mi è piaciuto perché dice la verità senza raccontarla appieno (chi sa, sa; chi non sa, non sa); perché fa respirare il tanfo più che dimostrarlo (ed è un putridume che rimane dentro e inquieta anche a schermo spento e per lungo ancora); perché fa ridere (Silvio Orlando), commuovere (ancora Silvio Orlando) e indignare (Nanni Moretti); perché nel finale non ipotizza ma svela il morbo che ha mandato in metastasi e frantumi quasi tutto; e perché di fondo sottende una delle verità e delle colpe più sordide di questo Paese: che nessuno o quasi un film su questo Berlusconi fino ad oggi l’ha fatto, che nessuno o quasi ha voluto trasformare la cronaca (rancida) in Storia, che non sono stati e non saranno gli ultimi Ustica, Porto Marghera, Piazza Fontana e via dicendo. Anche Berlusconi, lui il più esposto, il più famoso, ha rischiato e sta rischiando di diventare l’ennesimo mistero d’Italia. “Il Caimano” prova a fare in modo che non sia così. E lo fa benissimo. E’ il miglior Moretti, andatelo a vedere.
PS: venerdì avevo posto la questione sull'utilità del film. Rispondo: il film è utilissimo, basta che chi lo vede lo faccia ad occhi aperti. Ed io ascoltando gli immancabili pareri dei politici (anche a sinistra, quelli dello speriamo non ci si ritorca contro... la Verità) di occhi aperti ne vedo pochissimi. Mi auguro - vi auguro - che la gente sia un po' migliore.
Domattina sarò al Cinema Anteo di Milano per una delle proiezioni più dibattito del nuovo film di Nanni Moretti, “Il Caimano” (sarà presente lui stesso con Angelo Barbagallo). Siccome Moretti mi piace molto, e mi piace per tutti i motivi per cui a tanta gente non piace, attendo la visione del film con ansia, pur non avendo speranze estetiche particolari (non ho mai speranze estetiche particolari: piuttosto qualche sicurezza. Esempio: un disco di Fossati può non essere inspirato, ma difficilmente sarà brutto, perché Fossati – come dire – è capace).
Piuttosto, ora che è certo che il film è su e contro Berlusconi, mi circola in testa la solita domanda che mi accompagna ogni volta che sono di fronte ad un’opera d’arte manifestatamene contro qualcuno o qualcosa: riuscirà il film a convincere le persone pro Berlusconi a non votarlo, ammesso che queste vadano a vedere il film? Più profondamente: riuscirà il film ad avvertire dell’enorme pericolo democratico (ma anche e soprattutto morale, direi quasi etico) che stiamo correndo quella parte del popolo italiano che non vede il declino inesorabile del proprio Paese, le cui colpe non sono solo di Berlusconi e compagnia?
Io penso di no, perché una coscienza annichilita anche di fronte all’evidenza latita. Sta di fatto che questa domanda mi scatena sempre qualche dubbio sull’utilità di opere d’arte simili – utilità che può anche andare al di là dell’esito estetico dell’opera – e sono dubbi che di solito mi rimangono anche dopo l’aver fruito l’opera. Chissà che il buon Nanni questa volta mi smentisca.
PS: comunque Silvio Orlando è il migliore, anche quando faceva "Vicini di casa".
Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.
(Pier Paolo Pasolini, da "Poesia in forma di Rosa", Garzanti, 1961-64)
Non so precisamente chi abbia vinto il confronto di ieri sera. Da non esperto in materia quale sono, potrei dire che se l’intento era quello di convincere quel trenta per cento di indecisi determinanti per l’esito del voto, ha vinto – ai punti – Prodi. Dire «va tutto bene, siamo i migliori, è la sinistra che ribalta la realtà» mentre in realtà c’è gente che in Italia che fa la fame (metodo Berlusconi) non mi pare la tattica migliore per convincere degli indecisi appartenenti probabilmente anche a quelle fasce che faticano ad arrivare alla fine del mese. Meglio, ma non di molto, dire realisticamente «l’Italia va male perché loro hanno sbagliato» e poi aggiungere in tono convincente «ma con noi andrà meglio e tornerà la felicità» (metodo Prodi) – anche se poi a crederci che andrà davvero meglio ce ne vuole, eh.
Non so precisamente chi ha vinto, dicevo. Ma so precisamente chi ha perso. Hanno perso i giornalisti. No, non Clemente Gèi che è uno zerbino. Parlo di quelli che erano lì a fare i giornalisti davvero: Marcello Sorgi (editorialista de La Stampa) e Roberto Napoletano (direttore de Il Messaggero). Che dopo la performance di ieri sera chiameremo in coppia Abbacchio & Dormitina.
Ora, io capisco che è il momento è instabile, il futuro incerto e le cordate sempre pronte a farti scodare da dove vieni e con chi andavi. Capisco anche che su uno dei due carri, al momento della vittoria, bisognerà se non salire almeno starci dietro. Però se quelle di ieri sera erano domande, non mi venite a dire che Abbacchio & Dormitina sono giornalisti.
Alcuni giorni fa parlai brevemente su questo blog di come l’informazione, soprattutto sotto elezioni, debba fare da strumento critico e di controllo della politica. Ecco, Abbacchio & Dormitina ieri sera hanno fatto l’esatto contrario: hanno dormito, hanno aperto semmai un mezzo occhio ogni tanto, ma oltre a quello niente. E’ vero che una delle regole del confronto (quella del dover rivolgere la stessa domanda ai candidati) astutamente preservava entrambi – e in particolare uno dei due – da domande troppo personali, e quindi scomode (ad esempio una domanda tipo «Come mai ha candidato nelle sue liste dei condannati per reati fiscali e mafiosi?» non poteva essere fatta, perché Prodi è al riparo anche se non del tutto dalla cosa); ma è anche vero che non si è sentita una domanda che fosse una su PACS, laicismo, riforma della giustizia, candidati impresentabili o presunti tali (neofascisti da una parte, Caruso dall’altra), leggi ad personam (perché le avete fatte? Le abolirete?), CPT (lo sapete che ci sono denunce di organizzazioni per i diritti umani che definiscono i CPT lager? Li terrete comunque in futuro? Li migliorerete?), G8 di Genova, scontri di sabato, Niger Gate, Storace Gate, rapimento di Abu Omar. Ovvero su tutte le possibili faccende legate ai diritti dei cittadini in una democrazia, siano essi italiani, stranieri, eterosessuali, omosessuali o quant’altro.
Quello dei diritti (negati o violati) insieme al problema del lavoro e del costo della vita sono state le due più grosse magagne che il Governo che sta per finire ha –
indecentemente – affrontato. Ma mentre di lavoro, conti pubblici e costo della vita si è parlato – ma con domande sempre timide, scontate, sonnacchiose (mancava ad esempio una domanda su Parmalat: è colpa anche della politica? La depenalizzazione del falso in bilancio ci è utile dopo quel crac? La abolirete?) – di diritti quasi neanche l’ombra. La domanda di Sorgi-Abbacchio sulle quote rosa è stato un esempio di come la coppia non abbia veramente controllato, ma finto. Quante donne porteranno al governo i due leader in caso di vittoria? Ma che importa! Alla gente, e alle donne soprattutto, interessa sapere perché non avete fatto le quote rosa nell’ultima legislatura e nelle passate!
Abbacchio & Dormitina ieri sera hanno fatto da spalla ai due candidati, non da manganello. E mentre loro ronfavano, anche le coscienze degli italiani velocemente aprivano le mandibole per nuovi, sonnolentissimi, sbadigli. Se vogliamo che qualcosa davvero cambi ben oltre gli orribili anni di Berlusconi che sono stati la metastasi di un sistema già moralmente corrotto, dobbiamo pretendere dal giornalismo serietà, attenzione e voglia di cercare la verità. Mica abbacchi, mica dormitine.
PS: certo è che deve essere proprio una bella botta circondarsi per cinque anni di gente che ti fa da tappezzeria o quasi ogni qualvolta arrivi in tv e poi in uno dei momenti più decisivi per il tuo futuro politico farsi fregare da… un cronometro. Berlusconi quei due minuti e trenta se li ricorderà per tutta la vita. Ieri sera gli mettevano ansia – ci possono fare una personale con tutti i fogli su cui ha disegnato quadratini, cifrette, righe ecc… – non gli facevano dire nient’altro che «ribaltamento della sinistra» e dati che nessuno già ora si ricorda – oltre, ovviamente, a qualche solenne cazzata tipo: Mediaset non si è arricchita con lui al potere oppure pochi gli immigrati in fila alle poste per il permesso. E poi sbagliare la telecamera al momento dell’appello finale e lasciarlo andare così, senza conclusione, tirando fuori uno di quei sorrisi che se avesse potuto sarebbe stata una bestemmia (il primo della serata, peraltro). Silvio, ma che ti succede? E’ il cronometro che proprio ti sembra illiberale e comunista o ormai hai capito tutto e all’orizzonte ormai vedi solamente il buio?
Come ogni tanto capita qui su Discanto, eccovi alcune annotazioni:
è stata una mezza delusione alla fine “L’arcangelo”, il nuovo disco di Ivano Fossati. Non ne ho parlato fino ad oggi su questo blog perché ne ho parlato a lungo qui (andateci, e se vi va, leggete). La tournèe – le tournèe di Fossati sono sempre un po’ degli eventi – si svolgerà in tre parti: la prima nei prossimi mesi nei club; la seconda questa estate all’aperto e la terza d’autunno nei teatri. Aspettiamo le date e soprattutto i musicisti al seguito;
uscirà il 21 marzo, primo giorno di primavera, uno dei dischi da me più attesi per questa prima metà dell’anno. Sto parlando dell'esordio sulla lunga distanza dei Non Voglio Che Clara, intitolato “Perché per niente di più e niente di meno ti cambierei”. Sul sito di Aiuola ne trovate una gradevole anticipazione strumentale. I Non Voglio Che Clara pubblicarono due anni fa l’ep “Hotel Tivoli”: cantautorato confidenziale in bilico tra Tenco, Smith, Endrigo e Bacarach. Consigliatissimo (sta pure nella mia classifica dei 10 dischi del 2004).
sarà invece il 7 aprile la data di uscita del secondo lavoro dei Numero 6 “Dovessi mai svegliarmi”. Due anni fa un brano del primo disco “Iononsono” li catapultò addirittura dalle parti di Trl. Nel booklet del nuovo ci saranno disco interventi inediti di Marco Mancassola, Paolo Nori, Marco Missiroli, Valeria Parrella e di quel simpaticone di Gianluca Morozzi. Cliccando qui potete ascoltare il primo singolo “Verso casa”: riff di chitarra molto atmosferico e gradevoli geometrie elettroniche, quattro minuti e quarantatre di qualità;
per finire supplisco al mio silenzio sull’inguardabile Sanremo postando l’Amaca odierna di Michele Serra, che racconta benissimo quel tubante folk-singer da oratorio che è Povia:
“Le nostre adolescenze furono allietate dallo yè-yè, genere musicale leggerissimo e scemo ma molto allegro e danzerino. I juke-box facevano da contrappunto alle nuove piccole libertà dei teen-agers che limonavano sulla spiaggia. Scostumatezze semi-innocenti, libertinaggi da bagnasciuga, era l’addio di massa all’Italietta sessuofobia dei compagnucci della parrocchietta.
Non se se il neovincitore di Sanremo, Povia, riuscirà a segnare un’epoca (anche se epoca, sia per noi che per lui, è una parola grossa). Ma se mai lo facesse, propongo di battezzare il nuovo genere gné-gné, che è il contrario esatto dello yè-yè. Povia è il capofila dello gné-gné, e la sua canzone un capolavoro dello gné-gné: un lamentoso, imberbe perbenismo che invita le famiglie a restare unite, i genitori ad abbracciarsi, i tinelli a rinserrarsi in una santa alleanza coniugale. Ai miei tempi erano i genitori (poveri cristi) a vegliare inutilmente sulla fuggente moralità di noi figli, in una lotta impari con il testosterone e il rimmel. Adesso, come illustra Povia, sono i figli a rompere le balle ai genitori invitandoli a rinsaldare il talamo, con tanto di appello in eurovisione a “darsi un bacio”, perché “la famiglia è il bastione della società”. Chissà se papa Ratzinger, così severo con le derive pop della chiesa, è al corrente che una parodia della sua enciclica ha vinto il Festival. Faccia attenzione, in ogni modo, perché lo gné-gné rischia di sfondare tra i papa-boys, sfrattando il buon vecchio repertorio ciellino. Si stava meglio quando si stava peggio”.
Se c’è una cosa che manca nel programma dell’Unione è – ma pensa un po’ che strano – un progetto legislativo efficace sul sistema televisivo italiano. Dopo che a suo tempo nulla si fece per fermare il monopolio di Berlusconi con una legge sul conflitto di interessi e soprattutto con una antitrust, sembra che il centro-sinistra stia ancora una volta facendo finta di niente: lì dentro, non è ancora chiaro come (neanche Marco Travaglio e Peter Gomez riescono a spiegarlo completamente), c’è qualcuno che ci guadagna. Che siano soldi o altro, qualcuno sta facendo ancora accordi. Se non ci pensano loro, perché non sono dalla nostra parte, pensiamoci noi. Per quanto ci è possibile.
Già in “Viva Zapatero” Sabina Guzzanti e Travaglio auspicavano una riforma radicale del sistema radiotelevisivo italiano che ne impedisse ogni tentativo di lottizzazione (cosa che non ha sicuramente inventato Berlusconi, ma che Berlusconi ha del tutto fascistizzato). Oggi quell’idea è diventata una legge di iniziativa popolare sul modello di quelle già in vigore in Europa (Germania e Spagna soprattutto) che punta a «regolamentare la materia per assicurare il pluralismo, la libertà, l’obiettività, la correttezza e la imparzialità delle trasmissioni di reti pubbliche e private, sottraendo il servizio pubblico all’ingerenza dei partiti politici». Trovate tutti i dettagli su www.perunaltratv.it. Servono firme (cinquantamila) e comitati che le raccolgano: se vogliamo veramente iniziare a cambiare qualcosa in questo Paese cominciamo dall’avere una tv non controllata dalla politica ma che la politica la controlla; una televisione senza baciapile quali Mimun, Mazza, Marano, Ferrario, Del Noce e compagnia ma con professionisti che scalano i ranghi per merito; una televisione senza reti “di destra” e reti “di sinistra” ma solo con reti “di verità”. Mi raccomando.
PS: oggi, ancora su Repubblica, Giulio Ferroni ha risposto alla critica di Baricco di ieri (ecco la risposta). Baricco non sapeva che Ferroni ha recensito "Questa storia" sul numero di dicembre di Giudizio Universale. Ha preso una bella cantonata, ma rimane il fatto che la sua critica ai critici ha ragione da vendere.
Che il basso livello della politica odierna abbia paura di gente come Luttazzi e Guzzanti è un fatto a suo modo comprensibile (attenzione a non pensare che solo la destra li tema: non ricordo grandi clamori da sinistra ai tempi dei diktat bulgari). Ma arrivare al punto di temere uno come Antonio Cornacchione è una cosa triste e deprimente. Cari resistenti e/o terroristi iraqeni,
se mai vi capiterà di essere in un periodo di magra alla voce “uomini da mandare al macello imbottiti di esplosivo” non contate su quegli italiani. Quali? Quelli che alcuni giorni fa manifestavano per le vie di Roma urlando «dieci, cento, mille Nassiriya». E’ facile declamare stronzate in un Paese tutto sommato libero, non occupato militarmente e non più sottoposto ad un regime politico dittatoriale da parecchi anni. Un po’ più difficile metterle in pratica: vi assicuro che, se mai chiedeste aiuto a questo Paese per la vostra (discutibile) causa, quei signori saranno gli ultimi a partire; e se mai partiranno, saranno i primi che dovrete rincorrere per richiamarli al dovere per cui sono partiti. Quindi pensateci prima di fare certi appelli, potrebbero non convenirvi.
Qui da noi il gesto più estremo che si fa è rubare o la fiaccola olimpica o i libri dai supermercati. Fiaccole e libri? Sì, da noi si mangia tutti i giorni, non c’è bisogno di rubare cibo. Da noi si rubano le fiaccole per contrastare le multinazionali (non mi venite a dire che non sapete che anche il petrolio che rubano a voi occupandovi il territorio serve per accendere le fiaccole olimpiche, eh) e certi tipi di libri perché costoro che li rubano ritengono che rubandoli e poi distribuendoli gratuitamente fuori dal supermercato sia un modo per educare il popolo. Dite che è un gesto borghese? Certamente, e non è mica solo il gesto ad essere borghese. Questi l’essere borghesi ce lo hanno nel sangue, e nel culo scaldato da papà.
Non crederete ancora che ci sia in giro qualcuno che voglia morire per la rivoluzione, vero? Va beh Allah, ma da noi in Italia Allah o Aqquah è sempre un po’ la stessa cosa.
Un saluto,
L.B.
Cari sportivi (tutti esclusi i calciatori),
se ritenete quella di ieri la solita domenica calciocentrica, magari potenziata dal dramma di uno del calciatore più in vista nel nostro Paese, vi sbagliate di grosso. Quella di ieri non è stata la solita domenica capace di oscurare tutti gli altri sport domenicali e con gli strascichi di polemiche che da una domenica portano all’altra anche tutti gli sport che domenicali non sono. Quella di ieri è stata una domenica rivelatrice, direi quasi epifanica, e voi avete rischiato grosso. Con il dramma del Pupone nazionale, con il brivido che ha percorso tutti i calciofili italiani nel pensare alla loro Nazionale alla conquista del suolo germanico senza il primo tra gli eroi, con l’immagine di un’onesta gamba spaccata nel bel mezzo di una “disciplina” che tutto ormai è diventato fuorché sport (circo? carrozzone? agenzia matrimoniale? manicomio?) a qualcuno dei calciofili è venuto il sospetto che il calcio sia ancora uno sport. Uno sport come quasi tutti i vostri: con allenamenti durissimi, ritiri intensi, addirittura con infortuni dolorosi che giustificano le cadute a terra. Uno sport fatto perfino da uno sportivo che dimenticata la velina e il pupino (a casa), le barzellette e gli sputi (in campo, fuori, ovunque), si ricorda per un momento che anche la sua attività è fatica e, udite udite, dolore. Fatica e dolore come le vostre di voi fondisti, di voi scalatori, di voi velisti, di voi marciatori e via dicendo.
Siete stati fortunati però, perché dopo un attimo di lucidità di massa un giornalista illuminato e contrario a questa eccessiva sportività del calcio ha posto la questione fondamentale: ma nel calcio ci si fa anche male? E allora via alla discussione sugli interventi troppo duri, sugli arbitri che non tutelano gli attaccanti, sulle ossa troppo poco resistenti. Sarà così fino a domenica prossima e i calciofili, l’unica razza che si fa chiamare con il nome di una cosa che ormai non ricorda più (il calcio), continueranno ad adorare questa enorme, invadente orgia. Se il virus di sportivazione del calcio si fosse diffuso, per voi non ci sarebbe stato più scampo. Vi immaginate a combattere per la visibilità con uno sport vero e proprio e non con una pantomima che fortunatamente prima o poi crollerà come ogni sistema che non fa altro che riciclare (sordidamente) sé stesso? Ringraziate la sorte, avete avuto un culo che neanche Galeazzi…
Un saluto,
L.B.
PS: come potete vedere sotto, questo post viene iscritto in una nuova categoria: satira. Insomma ho provato a fare satira. Al di là del fatto che oggi in Italia siamo un po' tutti satirici e un po' tutti studiosi di satira (e ognuno ha la sua definizione del genere), spero vi regali almeno un sorriso e qualche pulviscolo di riflessione.
Può fare qualcosa il cittadino qualunque per arrestare o almeno mitigare il (fallimentare) superomismo catodico di Berlusconi, l’ansia da dichiarazione di Pecoraro Scanio, i rutti xenofobi di Borghezio, l’inconsistenza morale dei Fassino, Casini, D’Alema, Fini, Maroni e compagnia? In poche parole possiamo fare qualcosa noi per evitare di essere coinvolti nell’isteria quasi collettiva che sembra aver ammorbato la classe politica italiani negli ultimi anni (e in particolare nelle ultime settimane) lasciando del tutto in disparte i tanti problemi, le soluzioni e soprattutto le idee?
Io credo di sì. Se una cosa possiamo fare è coltivare un pensiero, un pensiero sulle cose. Un pensiero sulle cose non è un’idea (un’idea si fa presto ad averla: si prende un giornale, si impara a memoria cosa dice il maggior editorialista sul fatto del giorno e si ha l’idea) e sulle cose non vuol dire su tutto (essere tuttologi è facilissimo, soprattutto in tempi di indigestione informativa: c’è una opinione intelligente e di buon senso su ogni cosa al giorno d’oggi). Coltivare ed avere un pensiero sulle cose è possedere un’interpretazione complessa della realtà, che alla realtà guarda e con essa si confronta (mutando quando è il caso); è avere un occhiale proprio, serio, strutturato, attraverso cui filtrare ciò che succede, un occhiale che sarà proprio solo se nascerà da sé stessi, dalle esperienze e letture fatte, che saranno necessariamente tantissime e sempre in crescita – perché quando si inizia a coltivare un pensiero si comprende da subito quanto esso non sia mai abbastanza complesso per affrontare il mondo: coltivare un pensiero è tutt’altro che cosa facile, immediata, non faticosa.
Io credo che solo facendosi ognuno di noi, con fatica e dedizione, piccoli filosofi della politica (cioè coloro che prima interpretano e poi risolvono i problemi della polis) si possa riuscire a migliorare anche di poco l’Italia e oltre. Credo sia questo l’unico gesto di responsabilità che possiamo fare per alzare il livello di ogni aspetto di questo nostro sistema di influenze e meccanismi che chiamiamo vivere insieme o, in modo più nobile, politica. Che è cosa profondamente diversa dal petulare dei partiti: è appunto pensiero sulle cose, pensare per fare davvero politica.
PS: come già segnalato nell’ottimo blog dell’amico Daniele, c’è qualcuno che ogni tanto cerca nella blogosfera il proprio nome e quando è il caso di intimidire qualcuno che lo ha criticato, querela. Sto parlando di Gigi Moncalvo, ex direttore de La Padania e oggi conduttore sul secondo canale del talk politico Confronti, che ha querelato Anna Setari e Nick “colpevoli” di aver criticato alcuni aspetti quantomeno singolari del programma da lui condotto (trovate qui e qui i due motivi di querela: giudicate voi se ce n’era bisogno).
Qui da discanto piena ed enorme solidarietà ai due e una piccola annotazione che in un Paese davvero democratico non andrebbe nemmeno fatta: la querela è un’arma di difesa e non di offesa o addirittura intimidazione. State attenti: di gente che vuole metter la mordacchia è piena la contrada.
Non so quanti di voi conoscano il pensiero di Massimo Fini. Io ho avuto l'occasione di avvicinarmici e di leggere tre dei suoi libri (che vi consiglio: "Elogio alla guerra", "Il vizio oscuro dell'occidente", "Sudditi", tutti editi da Marsilio) per un'intervista che gli feci alcuni mesi fa per Dedalus (eccola). Il pensiero di Fini è tutt'altro che sistematico e specifico, insomma ha poco a che fare con i metodi dei "normali" filosofi, ma contiene spunti interessanti per un'interpretazione davvero diversa, e facilmente accessibile a tutti, del nostro tempo. Proprio ultimamente, lui un po' distante dalle tecnologia, ha deciso di aprire un sito (www.massimofini.it) per ampiare lo spettro d'azione delle sue idee e dare il via al movimento anti-modernista "Movimento Zero". Avrei potuto mettere di seguito l'intervista che gli feci insieme ad altri due colleghi, ma sarebbe stata troppo lunga e quindi, per l'utente medio "mordi e fuggi" dei blog, poco invitante. Posto invece un'intervista recente che Fini ha recentemente rilasciato (pronti a rabbrividire?) al quotidiano La Padania. La riprendo proprio dal sito che ho linkato sopra, che non riporta però l'autore del pezzo (se qualcuno sa chi è, sarà mia premura aggiungerlo).
Massimo Fini, questa volta voliamo alto: parliamo di ideologie, o almeno di idee. O meglio: della loro triste mancanza. Quando un quotidiano comunista e colto come Il manifesto spiega che “Diego Della Valle è il nostro bomber” (ossia: mister Tod’s è la punta di lancia della sinistra) c’è da preoccuparsi...
«La mancanza di idee non è un’esclusiva nostrana. Liberalismo e marxismo sono entrambi figli della rivoluzione industriale, sono cioè vecchi di due secoli, in un periodo in cui la storia ha corso come mai prima. Pensano di essere il top della modernità: il che è anche vero solo se consideriamo la modernità assai invecchiata. Ecco: la modernità non è affatto moderna, così destra e sinistra - che sono due facce della stessa medaglia che è la rivoluzione industriale - col tempo hanno finito col confondersi l’una con l’altra. In Italia questo è assolutamente esplicito. A rileggere Il manifesto dei conservatori di Giuseppe Prezzolini si rimane di stucco».
Avevamo già accennato in passato al tema: la sinistra che fa la destra, e viceversa.
«Nel libro sono indicate le caratteristiche del conservatore e dell’uomo di sinistra: ebbene, i ruoli sono ormai ribaltati, i valori sono confusi, alcuni hanno “cambiato schieramento”. Come introduzione al Il manifesto di Prezzolini è riportato un distico di Piero Gobetti: “Un partito conservatore poteva compiere in Italia una funzione moderna indirettamente liberale in quanto facesse sentire la dignità del rispetto alla legge, [...] l'esigenza di difendere scrupolosamente la sicurezza pubblica, e l'efficacia del culto delle tradizioni per fondare nel Paese una coesione morale”. Poi Prezzolini traccia il profilo di chi è conservatore e chi di sinistra. Caratteristiche del conservatore: morale come principio fondamentale della condotta, pessimismo, libro come strumento culturale. Di sinistra sono invece l’economia come norma generale dell’esistenza, il mutare rapidamente e radicalmente, la televisione invece che il libro. Insomma, che dire: tutto è ribaltato. Oggi, tanto per capirci, l’uomo di destra ha preso il business centro dell’esistenza, in perfetta linea con Carlo Marx che considerava sovrastruttura tutto ciò che non era economia».
Dicevi che il venir meno dei criteri destra-sinistra è particolarmente evidente in Italia...
«È però una tendenza che vale per tutte le democrazie».
Infatti. Penso agli Stati Uniti: la differenza tra democratici e repubblicani è infinitesimale.
«Io, dall’Italia, non riesco sostanzialmente a coglierla. Ma intanto negli Usa esistono 35 milioni di poveri che non hanno alcuna rappresentanza politica. Il dato strutturale è: destra e sinistra sono categorie vecchie, che hanno perso col tempo la loro consistenza e qualsiasi ragion d’essere. Questo comporta una confusione di valori e disvalori che, scendendo per li rami, arriva fino alle vicende di questi giorni, alle scalate bancarie».
Non ci sono più ideologie né idee, rimangono solo gli interessi.
«L’ideologia è un sistema di valori coerenti. Quando scompare, la realtà si confonde. Di notte tutte le vacche sono nere».
Destra e sinistra sono categorie che necessitano di essere aggiornate o sono proprio da buttare?
«Sono superate anche se non sono ancora del tutto obsolete. Io faccio sempre un esempio: siamo su un treno che procede a velocità pazzesca, 800 all’ora, anche chi viaggia in prima classe su comode poltrone viene comunque sballottato, giacché una delle imprese di questo sistema è quella di far star male anche chi sta bene. Comunque: oltre a quelli di prima classe, c’è chi è in seconda, chi sugli strapuntini, chi nei corridoi, chi nei cessi, chi mezzo fuori dal finestrino e chi finisce proprio giù dalla scarpata. Dare una migliore e più equa sistemazione ai viaggiatori ha ancora una senso e a questo pensano destra e sinistra, con le loro “ricette”. Ma i problemi di fondo sono altri: dove sta andando il treno? I viaggiatori e i macchinisti hanno possibilità di determinarne la marcia, oppure il convoglio procede per conto suo, come sembra? E poi: due secoli e mezzo fa abbiamo preso il treno giusto? Destra e sinistra non solo non danno risposta a questi quesiti: si rifiutano persino di prenderli in considerazione, perché mettere in discussione il treno, ossia la modernità, significherebbe dover forse recidere le loro stesse radici. Per questa ragione non possono ovviare a un malessere profondo, che non ha niente a che vedere con certi discorsi del tipo: “Bisogna modernizzare il Paese”. No, non bisogna modernizzarlo: bisogna s-modernizzarlo».
Sono crollate le ideologie, ma sembrano mancare anche quei cervelli che possano prefigurare un futuro, o perlomeno spiegare il presente. È questa una causa o un effetto della generale “mancanza di senso”?
«È più conseguenza che causa. Indubbiamente, ed è un dato di fatto, non c’è oggi un pensiero che pensi la modernità, non c’è una filosofia che “riempia” la politica come è sempre stato, da Platone e Aristotele, fino alla prima metà del Novecento. Oggi in Occidente manca il pensiero tout court».
Manca un pensiero che spieghi la modernità, oppure che la superi?
«Più semplicemente, un pensiero che pensi la modernità».
E manca, in Italia, una qualsiasi politica culturale. Fa specie che il premier non stimoli una qualsiasi politica culturale anche solo attraverso la grande casa editrice di sua proprietà, la Mondadori.
«Qualche tentativo culturale - magari rozzo, ma ci ha provato - l’ha fatto la Lega. A sinistra si continua a marcire e marciare su quel che resta del marxismo. Ma la povertà culturale di Forza Italia è disarmante. Berlusconi cita Paolo di Tarso come filosofo greco, parla di “Romolo e Remolo” facendo ridere un bambino di sei anni, figlio di una mia amica. Questa di destra - ossia Forza Italia, ma anche An - è una classe dirigente totalmente distante dalla cultura. Guardiamo Alleanza Nazionale: ha fatto fuori tutti i suoi pochi uomini con uno di spessore, da Domenico Fisichella a Gennaro Malgeri, così come un attore pensante come Luca Barbareschi. Siamo lontanissimi da! qualunque minima elaborazione».
È curioso che questo avvenga mentre certo non mancano gli strumenti per superare la tradizionale egemonia culturale della sinistra. In questi cinque anni la Cdl ha potuto disporre di giornali e televisioni, più o meno di proprietà del premier.
«È quanto ribattevo anch’io, negli incontri durante i quali gli esponenti di quei partiti sostenevano che non avevano gli spazi necessari. “Ma come - rispondevo - Avete in mano buona parte dell’industria culturale, non potete più tirar fuori un argomento di questo genere”. Gli strumenti culturali ci sarebbero, ma non vengono per nulla utilizzati. La destra non è nemmeno stata capace di copiare quanto ha fatto il Pci, che investì sulla cultura ottenendo moltissimi vantaggi: perché magari la cosa non porta voti nell’immediato, ma serve parecchio nel lungo periodo».
Non per una questione di par condicio... Ma mi sembra che anche nello schieramento contrapposto, oggi, ci sia un grande vuoto. La sinistra avrebbe dovuto ripensare se stessa all’indomani del 1989; non mi pare che l’abbia fatto.
«Non so se ci abbiano provato - non pare nemmeno a me - ma era un’operazione difficile. Nel momento in cui la sinistra ha accettato il libero mercato, ha negato la propria natura. Infatti oggi su quasi tutte le questioni economiche le differenze tra i due schieramenti sono minime. E poiché in questo sistema l’economia è fondamentale, destra e sinistra che non si differenziano su questo punto sono sovrapponibili nell’essenziale».
È una sinistra che non ha più alcun senso?
«Già, è una sinistra che non ha più alcun senso, così come non lo ha la destra. La prima è morta con la caduta del marxismo, ma questo determina anche la fine del capitalismo, poiché l’uno sorreggeva l’altro come le arcate di un ponte. Anche il capitalismo non ha più punti d’appoggio, crolla se non altro per eccesso di slancio. Devo dire che gli americani non hanno elaborato nulla dopo l’11 settembre, non hanno rallentato, invece di frenare hanno ulteriormente accelerato senza fermarsi a riflettere: strano, perché George W. Bush è una scimmia travestita, ma qualche valido pensatore gli Usa ce l’hanno».
Quale sarebbe dovuta essere la riflessione?
«Avrebbero dovuto capire che il conseguimento della loro meta corrisponderà con la fine loro, e di tutto sistema occidentale. Le Torri gemelle erano un simbolo per eccellenza, i greci avrebbero detto che non si dovevano sfidare gli dei in quel modo... Andava recuperato il senso del limite, per esempio. Invece l’hanno perso ulteriormente. Ma in fondo è la conseguenza politica di un problema concettuale».
In che senso?
«Hanno perso il contraltare sovietico, hanno mano libera e accelerano la presa di possesso del mondo. Presto l’avranno tutto in mano. Ma il nostro sistema economico è basato sulle crescite esponenziali; nel momento in cui non sarà più capace di espandersi per raggiunti limiti fisici, crollerà fragorosamente su se stesso. Io credo che qualcuno lo sappia, tra i padroni del vapore; ma penso che siano tutti nello stato d’animo del tipo après moi le déluge (ossia: dopo di me il diluvio, frase pronunciata secondo la tradizione da Luigi XV, ndr). Se avessero cultura potrebbero dire, con Oscar Wilde: “Cosa hanno fatto i posteri per noi?”. Solo che stiamo andando a tal velocità che diventiamo posteri di noi stessi».
Secondo te, quale intellettuale italiano avrebbe potuto ben raccontare la nostra realtà? Pasolini?
«Pasolini aveva avuto molte intuizioni in questo senso. Mi viene in mente un suo discorso, quello celeberrimo delle lucciole: “Io darei l’intera Montedison per una lucciola”. Pasolini fu uno strano intellettuale: collocato a sinistra, era in sostanza un anti-modernista. Da qui, e anche dalla sua omosessualità, le sue mille difficoltà col Pci, dove pure alla fine rimase perché, come dicevo, i comunisti sono sempre stati molto attenti a far propri gli intellettuali più interessanti».
A spese della Dc...
«...che peraltro aveva operato una scelta importante, aveva infatti messo le mani sulla televisione impostandovi una politica culturale molto, molto valida. Poi la riforma ha spazzato via tutto».
Intellettuali di riferimento, una tv degna: mancano davvero, al nostro Paese.
«Teniamo però conto che l’intellettuale di riferimento, umanista, onnicomprensivo, il maître à penser, è scomparso ovunque. Pensiamo a cinquant’anni fa: in Germania c’erano Thomas Mann ed Hermann Hesse, in Francia Jean-Paul Sartre e Albert Camus, in Inghilterra Bertrand Russel, Benedetto Croce o Arturo Carlo Jemolo e poi Pasolini, che è stato l’ultimo in ordine di tempo. Questo tipo di intellettuale scompare anche perché cresce la specializzazione, ossia avviene quel che accade anche in medicina: un medico sa curare in modo meraviglioso il dito mignolo, ma non si accorge del complesso del paziente. È il dramma della cultura occidentale: con la razionalizzazione e la settorializzazione, ha perso la visione d’insieme. Cura la singola patologia, ma non il corpo malato».
Se questo è il quadro, il futuro è poco incoraggiante.
«Direi di sì. Prima c’è stata la morte di Dio, sostituito dalle ideologie, che hanno comunque dato speranza a milioni di uomini, hanno regalato loro una carica valoriale. Poi noi abbiamo perso anche quelle; nello stesso tempo ci troviamo però di fronte un mondo islamico che è stracarico di valori, talmente da diventare spesso liberticida. Da noi, per contro, ormai non esiste più alcun valore che venga considerato meritevole del sacrificio della vita. Il nostro obiettivo profondo è quello di cambiare una Punto con una Bmw. Non si può vivere di queste cose, non si vive di solo pane».
Parli di un mondo islamico “stracarico di valori”. Tu assegni alla parola valori un significato necessariamente positivo? Te lo chiedo perché non credo che tutti i “valori” del mondo islamico siano da elogiare...
«Voglio spiegarmi bene. Credo che i valori non esistano: poiché non c’è un Assoluto cui fare riferimento, non si può fare una gerarchia tra ciò che è bene e ciò che è male. Detto questo, i valori sono le illusioni, le credenze, i sogni degli uomini, senza i quali un individuo non può vivere, né una società stare insieme. Serve sempre un quantum di illusioni condivise. È cosa per pochi vivere un’esistenza senza valori. In genere anche chi ha una posizione come la mia vive come se i valori davvero esistessero».
Per esemplificare ulteriormente: la ricchezza di valori nel mondo islamico porta ai kamikaze; la mancanza di valori in Occidente porta a Giovanni Consorte.
«L’esempio funziona. Insieme a un radicalismo del senso (che porta ad azioni liberticide), esiste anche un radicalismo del non-senso, nel quale noi siamo implicati fino in fondo».
Tu preferisci il primo.
«Certamente. Ti racconterò un episodio. Sono stato in Iran, l’ultima volta, nei giorni di Salman Rushdie; vi ho trascorso un paio di settimane, ho visto una realtà dura, da dopoguerra, con polizia ovunque, controlli, valori forti e contraddittori. Quando ho preso l’aereo per tornare, ero contento di r! ituffarmi nell’Occidente, in Italia, nel cosiddetto mondo libero. Come ho messo piede a Fiumicino, sono stato accolto dalle novità su Gigi Sabani e, come ultimo esempio di intelligenza, Gino Paoli che a sessant’anni cantava ancora: “Che cosa ne farò della mia libertà”. Mi è subito venuta voglia di tornare a Teheran. Come ho scritto: più dell’orrore, mi fa orrore il nulla».
Dopo una serie di vicissitudini legate al rinnovo completo della grafica e all’iscrizione in tribunale delle testata, è uscito finalmente il nuovo numero di Dedalus.
Dedalus è una rivista nata circa tre anni fa dall’esigenza di proporre in questo Paese un tipo giornalismo che sembra giorno dopo giorno sempre più scomparire. Un giornalismo di approfondimento, di indagine sul pensiero e sulle dinamiche della realtà, non inficiato da parentele politiche o ideologiche. In una parola la redazione di Dedalus cerca di scrivere in modo libero, convinta che la libertà – insieme all’intelligenza – oltre che essere un valore sia anche un metodo.
Ogni numero della rivista affronta monograficamente un argomento su una lunghezza che può variare dalle venti alle sessanta pagine. Articoli d’opinione, inchieste, interviste, vignette sono le fondamenta di ogni uscita. Negli ultimi numeri abbiamo affrontato argomenti come la satira, la democrazia, le logiche di potenza (ovvero perché si fanno le guerre) e intervistato personaggi quali Daniele Luttazzi, Massimo Fini e Giorgio Rumi (potete trovare qualcosa di ciò che fino ad oggi abbiamo prodotto all’indirizzo ww.dedalus-web.net).
Il tema del nuovo numero di Dedalus – titolo di copertina “Ora et labora” con l’et cancellato in modo che la frase si legga “Ora labora” – è il lavoro, affrontato a livello esistenziale, pratico (quindi cercando di sgusciarne i problemi: dalle morti bianche al precariato) e sociologico; ed una lunga satira dal titolo “Questa italia” sui maggiori problemi che secondo noi affliggono questo Paese.
Chi fosse interessato a ricevere a casa una copia del nuovo numero di Dedalus non deve fare altro che contattarmi (lucabarachetti@hotmail.com) segnalandomi l’indirizzo a cui spedire la rivista. Dedalus è gratuito – normalmente viene distribuito gratis nelle Università, librerie e luoghi di cultura vari di Bergamo, provincia e dintorni – e se vi piacerà potrete abbonarvi. L’abbonamento a quattro numeri di una lunghezza variante tra le venti e le sessanta pagine (il nuovo numero è di sessanta pagine e mai meno di quaranta dovrebbero essere i prossimi), spese di spedizione comprese, è di 10 euro. Insomma costa veramente poco (e difatti la redazione non ci guadagna nulla: basta fare due calcoli per intuirlo).
Per farvi capire meglio il taglio del tutto, e i presupposti da cui nasce e si sviluppa questo numero di Dedalus sul lavoro, vi riporto qui sotto l’editoriale. Buona lettura.
Chi non lavora non fa l’amore
In questo numero parliamo di lavoro. Non siamo certo noi a scoprire che il lavoro è il motore della nostra società, l’elemento basilare su cui si fonda questo Paese e in generale la sopravvivenza, soprattutto economica, di tutto l’occidente geograficamente e politicamente inteso (sia esso una nazione o un singolo individuo). Data però l’importanza e il peso anche solo temporale che l’attività lavorativa ha nelle nostre vite è impossibile non dare al lavoro una forte importanza sociale e ancora di più esistenziale.
Il lavoro oggi, strettamente collegato al mercato e al consumo, è l’elemento unificante dei vari ceti – che quasi tutti lavorano, quando ad esempio almeno fino alla Rivoluzione Francese re e regine non “lavoravano” con le stesse modalità e la stessa scansione temporale dei sudditi – ma allo stesso tempo elemento di distinzione e successo – alcuni lavori rendono famose le persone che li praticano; altri le degradano; altri ancora, i cosiddetti «ultimi» o «esclusi», non lo praticano affatto. Lungo quest’ultima via il lavoro diventa anche paradigma morale, tanto che è facile percepire quotidianamente la diffidenza della gente verso quelle persone che «non hanno voglia di lavorare» o che con la loro presenza rischiano di occupare il posto di lavoro appartenente ad altri: i «perditempo», gli immigrati che «vengono qui da noi a rubarci il lavoro» e addirittura chi, in pieno diritto costituzionale, sciopera («Chi non lavora non fa l’amore» cantavano Adriano Celentano e Claudia Mori: non è un caso che lo facessero, un tantino reazionariamente, in pieno sessantotto).
Per quanto riguarda invece gli aspetti esistenziali il lavoro, che occupa per la maggior parte delle persone cinque giorni alla settimana per sette-dieci ore al giorno su ventiquattro, può far sentire chi lo pratica «realizzato», «soddisfatto»; o al contrario, quando non c’è o quando c’è ma non piace e lo si subisce, può far sentire «insoddisfatto», «frustrato», «depresso». C’è chi dice «il lavoro è la mia vita» e chi dice «il lavoro è la mia rovina». Il lavoro insomma può rendere «felici» o «tristi», o almeno così sembra.
Fondamentale da sempre sotto l’aspetto economico, divenuto fondamentale per quanto riguarda la socialità, l’esistenza e addirittura la morale, è difficile allora negare che oggi il lavoro domini la nostra vita, ne influenzi fortemente ogni aspetto anche quando esso non è in atto – il “tempo libero” nasce inevitabilmente da un tempo “non-libero” che, guarda caso, è il lavoro. Il lavoro in poche parole ci ha invaso. O meglio: con diversi gradi di consapevolezza e volontà da esso ci siamo fatti invadere. E se la regola dei monaci benedettini era “ora et labora”, la rivoluzione industriale, le esigenze di profitto di teorie economiche diverse (marxismo e liberismo) ma basate sullo stesso primo principio (appunto il lavoro) hanno cancellato la congiunzione “et” – che in qualche modo tentava di regolare e armonizzare il tempo dello spirito con quello dell’azione – rendendo quella regola un monito di ben altra specie ed esito: “ora labora”, «ora lavora!». Se vuoi essere «qualcuno», se vuoi essere «felice», se vuoi essere «buono».
Ma è davvero così? In questo numero a riguardo vi lasciamo qualche riflessione, insieme alle analisi di alcuni importanti problemi da cui è attanagliato il mondo del lavoro. Chiedendovi se prima di risolvere problemi che generano infelicità e disagio – e che in definitiva vanno comunque risolti – valga davvero la pena sottoporsi in modo così assoluto a questa sottile ma pesantissima schiavitù.
Su questo numero troverete anche una sorta di dossier dal titolo “Questa italia”. Abbiamo provato per una volta a fare satira – satira che, lo ricordiamo, non deve necessariamente fare ridere – su quelli che secondo noi sono i problemi principali di questo Paese. Perché, scusate il sillogismo un po’ furbo, se è vero che l’Italia è fondata sul lavoro e il lavoro ha dei problemi, allora l’Italia è fondata su parecchi problemi (che purtroppo vanno anche al di là del mondo lavorativo). Questa satira l’abbiamo fatta in nome di Pier Paolo Pisolini, consapevoli di non essergli per nulla degni eredi ma vogliosi di essere, come era lui, assolutamente liberi da vincoli di partito. Buona lettura.
Luca Barachetti