Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”.
(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)
Luttazzi a parte, che considererei autore satirico (definizione del tutto vacante dato il poco studio di tutto ciò che è comicità e dintorni oggi in Italia), è Maurizio Milani attualmente il nostro miglior comico (con Gene Gnocchi direi: leggetevi il suo straordinario “Il mondo senza un filo di grasso” uscito per Bompiani qualche anno fa). Surreale di una surrealità urbana e malinconica, dotato poetica sempre riscontrabile in ogni battuta e proprio per questo assai feconda, Milani oltre ad essere uno dei pochi comici di area Zelig a non affidarsi a tormentoni ripetuti allo sfinimento è anche uno dei pochi a trovare una certa letterarietà in ciò che scrive. Fino ad oggi ha pubblicato sei libri (l’ultimo “L’uomo che pesava i cani” è uscito poche settimane fa per Kowalski). Io ne ho letti due: “In amore la donna vuole tribolare” (Kowalski, 186 pagine, 12 euro, 2005) e in questi giorni “La donna quando non capisce si innamora” (Kowalski, 188 pagine, 5 euro, 2003). Di seguito qualche breve stralcio dai due titoli. Avviso: non pensiate di ammazzarvi dalle risate. Milani non fa sbellicare, Milani lascia interdetti.
Architetti
Stavo lavando Caterina Zeta Jones, lei piangeva in quanto le avevo appena comunicato che era l’ultima volta. Poi doveva arrangiarsi da sola.
Lei voleva essere lavata da me ancora per cinque anni, infatti quando c’eravamo messi d’accordo per sei. Io dopo un anno ero già stufo, mi ero accordato per lavare Oliviero Toscani (a 500 mila euro).
Bill Gates me ne dava 600 mila, ma ormai ero già in parola.
Graffiti
Volevo digerire a tutti i costi davanti a uno di quelli che di notte imbrattano i muri a Milano.
Ne ho trovato uno intanto che dipingeva con la sua bomboletta, gli sono andato vicino e gli ho digerito nelle orecchie. Lui è rimasto perplesso. Gli ho detto: “Io non so se è arte o no, ma comunque costa molta fatica”.
Il graffitaro fa: “Ma lei dice ‘arte’ quella che sto facendo io o il verso del suino che ha fatto lei?”
Io: “Vedi tu, io ormai sono anziano e anche volendo non posso fidanzarmi”.
Lui si è offeso.
Cupido
Quando bevo mi fidanzo.
Sarà i ragionamenti che faccio, sarà che comincio a sudare, la donna s’innamora.
Time
Lavarsi, pesarsi, digerire con contegno.
Non resta altro tempo nella giornata.
Alcuni riescono anche a piangere.
Vergogna
Come lavoro faccio il ballerino hard sui tavoli al bar della stazione del mio paese.
Mi esibisco a torso nudo e con un paio di jeans strappati.
Alcune mattine al banco a bere il cappuccino c’è la mia professoressa di lettere delle scuole medie.
Chissà cosa pensa nel vedere un suo alunno che balla sui tavoli del bar della stazione.
Alcuni miei parenti mi dicono: “A fare quel lavoro lì non si sta qui in paese, ma si va alla stazione di Milano, Torino, Lugano, ecc., dove non ti conosce nessuno”.
Riposta: “Ma io voglio farmi compatire”:
Luogo comune
Tutte le ragazze che mi vengono insieme, dopo la prima volta che usciamo, mi lasciano.
Per forza, mi lascio fare tutto subito.
Loro pensano che sono un ragazzo facile e non mi vogliono come moroso serio.
Pari opportunità
Ieri sono andato a lavarmi in un campo.
Arrivato in auto, di fianco al campo ho tirato giù due taniche d’acqua da 20 litri e una mastella di plastica con dentro una spugna.
Sono andato in mezzo al campo e ho iniziato a lavarmi.
Tante ragazze passavano di lì e mi chiedevano il numero di telefono.
Una si è fermata e mi fa: Ti do 10.000 lire se ti fai dire PUTTANA”.
Io: “Accetto”.
Lei: “Uomo puttana”.
Mi ha dato le 10.000 lire tutte in moneta e se n’è andata.
Io ho pianto tutta la notte.
Green Peace
A me danno fastidio gli aironi.
Infatti prima ne vedevi uno ogni sei mesi nel girare in campagna in bicicletta… lui già a 500 metri di distanza sentiva il rumore dei pedali e volava via.
Da quando l’airone è venuto a sapere che lo stato lo protegge ti sfida, ti guarda, viene vicino a provocarti, cerca di farsi investire davanti a dei testimoni… in poche parole ti istiga.
L’airone sa che se gli spacchi una zampa prendi dieci anni di galera, per cui vuole mandarti nelle grane.
Vantarsi
A volte di sera in birreria conosco una ragazza e le chiedo: “Che lavoro fai?”.
Lei: “Estetista, e tu?”.
Io: “Spacco i protoni per Carlo Rubbia”.
Lei s’innamora duro.
La citazione morettiana «D’Alema, dì qualcosa di sinistra!» è invecchiata terribilmente. Mettetevi davanti ad uno specchio e, dopo queste prime settimane di legislatura del centro-sinistra, provate ad urlarla. Vi verrà da ridere: nessuno che possa dirsi minimamente intelligente riesce ad immaginare D’Alema intento anche solo a farfugliare qualcosa di sinistra. Al Massimo ormai ci credono solo gli sciocchi, i dalemiani e quelli di Forza Italia. Appunto nessuno che possa dirmi minimamente intelligente.
E allora che nome mettiamo al posto del baffetto «Mediaset è un bene degli italiani» a cui chiedere, tra lo speranzoso e il disilluso, un gesto che sia veramente e disperatamente di sinistra? Dai, fuori i nomi popolo della sinistra, sto tentando di aiutarvi. La Pollastrini? Nomi seri, mica le ministre senza portafoglio. Non ne trovate? Ok, proviamo allora con delle questioni in cui qualcuno ha fatto qualcosa di sinistra. Anche qui mica l’epidurale per tutte: questioni serie, problemi veri.
Le intercettazioni. No, qui nulla che si possa definire di sinistra. Ci sta l’ossimorico Mastella che si frega le mani pronto a metter la mordacchia a magistrati e giornalisti, e si capisce anche il perché visto che è presidente di un partito che farebbero prima ad imputare in toto. Peraltro: come si fa ad evitare che le conversazioni finiscano sui giornali senza ritegno? Aumentiamo le pene pecuniarie, ad esempio. E soprattutto: violate un po’ meno le leggi (voi che le fate), toglietevi tutti i privilegi parlamentari davanti alla Giustizia e rinsaldate leggi (tipo il falso in bilancio) che per come sono messe oggi lanciano un solo messaggio: l’Italia è una repubblica fondata sull’imbroglio. Tranquillo, te la caverai.
La guerra in Iraq. Ce ne andiamo ma «senza irritare l’amico americano», quando invece dovremmo andarcene sbattendo la porta, anche solo per lo schifo di Guantanamo, Abu Ghraib e Haditha e per un omicidio che la nostra magistratura ha definito lesivo per la politica di questo Paese – e se non bastasse, intanto rimpolpiamo in Afghanistan, abbiamo poca gente in giro. Niente neanche qui.
I CPT. Eh sì, ci sono ancora i CPT in Italia, non erano stati affidati in usufrutto a Berlusconi intanto che se ne stava al governo. Qualcuno se li ricorda ancora o dopo i due minuti di scalpore dell’inchiesta di Gatti se li sono dimenticati tutti? Il ministro Ferrero ci ha fatto una visitina qualche settimana fa, ma non s’è sentita l’unica cosa che un Paese civile dovrebbe dire: chiuderli. E alla svelta.
La tv. Va bene, ora rimaniamo sulla tv e non ci spostiamo di un centimetro. Qui, vista la recente esperienza passata qualcosa di sinistra avrebbero dovuto fare. Vediamo: di legge sul conflitto di interessi non si parla più, di legge sull’antitrust televisivo neanche, di delottizzazione della Rai ancor meno (e Biagi? E Luttazzi? E Fini? E Guzzanti? No, Santoro non lo cito, già è andato da Celentano, che vuole di più? Gli ha dato pure il microfono…). Però ieri hanno eletto l’ennesimo presidente con l’ennesima bega per le poltrone – si chiama Cappon, ma speriamo non sia un piccione – e ne hanno segato un altro – che si chiamava Perricone – perché non andava a genio a Berlusconi. Motivo? Quando era a capo della Sipra (l’agenzia pubblicitaria della tv di Stato) aveva rotto le palle al dominio di Mediaset.
A proposito di pubblicità: l’altro ieri è passato qua in Italia Murdoch, ha cenato con un po’ di politici e ha fatto due richieste. La prima: che nella prossima finanziaria non vengano finanziati più i decoder per il digitale terrestre del fratello dell’ex Presidente del Consiglio. La seconda: che possa avere anche lui un po’ di pubblicità. Avete capito bene: Rupert Murdoch, il superpresidente di Sky, quasi quattro milioni di abbonati in Italia, duecentotre milioni di dollari di fatturato, non riesce ad accedere alle risorse pubblicitarie italiane in modo significativo. Perché la pubblicità con la Gasparri se l’è presa quasi tutta una sola persona, indovinate chi. In Italia per quanto riguarda la tv non c’è mercato e non c’è concorrenza. E’ tutto congelato, fermo, imbalsamato sotto l’insegna di un duopolistico tengo famiglia. Si potrebbe ripartire da qui, da una efficace riforma delle tv e da un ministro (Gentiloni) che da deputato nella scorsa legislatura fece buone cose e che qualcosa sta già facendo, per cominciare a fare qualcosa di sinistra o almeno qualcosa di dignitoso. Ma la speranza, soprattutto per il resto, è flebile. Abbiamo votato un condominio, c’è poco da fare.
Quello che posterò di seguito è la denuncia di censura fatta dal Mucchio Selvaggio, che si è visto negare la pubblicazione di una copertina su Silvio Berlusconi dal proprio distributore. Fermo restando che di censura si tratta (ed è grave che sia l’ultima di una lunga serie di “autocensure” degli ultimi anni: significa che il clima è pesante e non sono ammessi passi falsi), due cose mi stupiscono un po’ di questa storia.
La prima: non conosco il distributore del Mucchio (è Parrini, uno grosso nel settore) e non so quali siano i rapporti contrattuali e umani tra le due parti in causa, vista però la durezza della copertina – per qualcuno magari stupida ma di certo legittima – mi stupisce che la redazione del Mucchio non abbia in qualche modo previsto la cosa. Sarò pessimista ma mi viene da dire che siamo pur sempre in Italia, eh.
La seconda: quando per la prima volta ho visto la copertina a me ha fatto ridere, come mi fanno ridere le battute sboccate e le immagini grevi (perché tale è quell’immagine). Se però Stèfani e compagnia volevano in qualche modo fare qualcosa che fosse contro Berlusconi, hanno proprio sbagliato il bersaglio: una copertina così è un ottimo pretesto per far dire all’uomo della strada indeciso – che tante cose confonde e ancor di più banalizza – che la sinistra non fa altro che insultare Berlusconi. E' vero che una copertina non cambia le idee, però , anche se di poco, aiuta (e non contro Berlusconi). I sondaggi - per chi ci crede - dicono che il centro-sinistra è in vantaggio, ma almeno fino al 10 aprile è meglio andarci piano: sono elezioni troppo importanti, per sicurezza anche l'ultimo voto non va sprecato.
“La copertina del Mucchio Selvaggio di aprile “avrebbe” dovuto riportare un disegno di uno storico personaggio del fumetto italiano. Il "catzillo" è un fumetto underground, molto famoso negli anni Ottanta, che l'autore Gianfranco Grieco ha modificato per noi facendolo assomigliare a Berlusconi, ovviamente legato a un lungo articolo che mette in guardia sul votare “Forza Italia” alle prossime elezioni politiche.
Abbiamo usato il verbo “avrebbe” perché il distributore nazionale (Parrini) si è rifiutato di fare uscire il giornale in edicola. Non vuole correre il rischio di denuncie penali. Il giornale verrebbe comunque boicottato da molti distributori locali non di sinistra, il tipografo nicchia, la par conditio, rapporti con il potere etc etc. Insomma paura. Paura di ritorsioni legali, economiche e magari anche fisiche da parte del soggetto raffigurato nel disegno.
La redazione trova ciò un atto di censura inqualificabile. La satira è un diritto affermato dalla nostra Costituzione (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” - Art. 21). Se si va con la memoria indietro nel tempo a copertine, molto più feroci e provocanti, di giornali come il “Male”, “Frigidaire” o “Cuore” ci si rende conto di come è peggiorato il rapporto tra la stampa e il potere e di quanto la libertà di espressione sia sempre meno garantita.
La censura è sempre stata usata come strumento di repressione e negazione di valori e tematiche “scomode”.
La copertina “censurata” è scaricabile qui
Comitato di redazione del Mucchio Selvaggio”.
Non so precisamente chi abbia vinto il confronto di ieri sera. Da non esperto in materia quale sono, potrei dire che se l’intento era quello di convincere quel trenta per cento di indecisi determinanti per l’esito del voto, ha vinto – ai punti – Prodi. Dire «va tutto bene, siamo i migliori, è la sinistra che ribalta la realtà» mentre in realtà c’è gente che in Italia che fa la fame (metodo Berlusconi) non mi pare la tattica migliore per convincere degli indecisi appartenenti probabilmente anche a quelle fasce che faticano ad arrivare alla fine del mese. Meglio, ma non di molto, dire realisticamente «l’Italia va male perché loro hanno sbagliato» e poi aggiungere in tono convincente «ma con noi andrà meglio e tornerà la felicità» (metodo Prodi) – anche se poi a crederci che andrà davvero meglio ce ne vuole, eh.
Non so precisamente chi ha vinto, dicevo. Ma so precisamente chi ha perso. Hanno perso i giornalisti. No, non Clemente Gèi che è uno zerbino. Parlo di quelli che erano lì a fare i giornalisti davvero: Marcello Sorgi (editorialista de La Stampa) e Roberto Napoletano (direttore de Il Messaggero). Che dopo la performance di ieri sera chiameremo in coppia Abbacchio & Dormitina.
Ora, io capisco che è il momento è instabile, il futuro incerto e le cordate sempre pronte a farti scodare da dove vieni e con chi andavi. Capisco anche che su uno dei due carri, al momento della vittoria, bisognerà se non salire almeno starci dietro. Però se quelle di ieri sera erano domande, non mi venite a dire che Abbacchio & Dormitina sono giornalisti.
Alcuni giorni fa parlai brevemente su questo blog di come l’informazione, soprattutto sotto elezioni, debba fare da strumento critico e di controllo della politica. Ecco, Abbacchio & Dormitina ieri sera hanno fatto l’esatto contrario: hanno dormito, hanno aperto semmai un mezzo occhio ogni tanto, ma oltre a quello niente. E’ vero che una delle regole del confronto (quella del dover rivolgere la stessa domanda ai candidati) astutamente preservava entrambi – e in particolare uno dei due – da domande troppo personali, e quindi scomode (ad esempio una domanda tipo «Come mai ha candidato nelle sue liste dei condannati per reati fiscali e mafiosi?» non poteva essere fatta, perché Prodi è al riparo anche se non del tutto dalla cosa); ma è anche vero che non si è sentita una domanda che fosse una su PACS, laicismo, riforma della giustizia, candidati impresentabili o presunti tali (neofascisti da una parte, Caruso dall’altra), leggi ad personam (perché le avete fatte? Le abolirete?), CPT (lo sapete che ci sono denunce di organizzazioni per i diritti umani che definiscono i CPT lager? Li terrete comunque in futuro? Li migliorerete?), G8 di Genova, scontri di sabato, Niger Gate, Storace Gate, rapimento di Abu Omar. Ovvero su tutte le possibili faccende legate ai diritti dei cittadini in una democrazia, siano essi italiani, stranieri, eterosessuali, omosessuali o quant’altro.
Quello dei diritti (negati o violati) insieme al problema del lavoro e del costo della vita sono state le due più grosse magagne che il Governo che sta per finire ha –
indecentemente – affrontato. Ma mentre di lavoro, conti pubblici e costo della vita si è parlato – ma con domande sempre timide, scontate, sonnacchiose (mancava ad esempio una domanda su Parmalat: è colpa anche della politica? La depenalizzazione del falso in bilancio ci è utile dopo quel crac? La abolirete?) – di diritti quasi neanche l’ombra. La domanda di Sorgi-Abbacchio sulle quote rosa è stato un esempio di come la coppia non abbia veramente controllato, ma finto. Quante donne porteranno al governo i due leader in caso di vittoria? Ma che importa! Alla gente, e alle donne soprattutto, interessa sapere perché non avete fatto le quote rosa nell’ultima legislatura e nelle passate!
Abbacchio & Dormitina ieri sera hanno fatto da spalla ai due candidati, non da manganello. E mentre loro ronfavano, anche le coscienze degli italiani velocemente aprivano le mandibole per nuovi, sonnolentissimi, sbadigli. Se vogliamo che qualcosa davvero cambi ben oltre gli orribili anni di Berlusconi che sono stati la metastasi di un sistema già moralmente corrotto, dobbiamo pretendere dal giornalismo serietà, attenzione e voglia di cercare la verità. Mica abbacchi, mica dormitine.
PS: certo è che deve essere proprio una bella botta circondarsi per cinque anni di gente che ti fa da tappezzeria o quasi ogni qualvolta arrivi in tv e poi in uno dei momenti più decisivi per il tuo futuro politico farsi fregare da… un cronometro. Berlusconi quei due minuti e trenta se li ricorderà per tutta la vita. Ieri sera gli mettevano ansia – ci possono fare una personale con tutti i fogli su cui ha disegnato quadratini, cifrette, righe ecc… – non gli facevano dire nient’altro che «ribaltamento della sinistra» e dati che nessuno già ora si ricorda – oltre, ovviamente, a qualche solenne cazzata tipo: Mediaset non si è arricchita con lui al potere oppure pochi gli immigrati in fila alle poste per il permesso. E poi sbagliare la telecamera al momento dell’appello finale e lasciarlo andare così, senza conclusione, tirando fuori uno di quei sorrisi che se avesse potuto sarebbe stata una bestemmia (il primo della serata, peraltro). Silvio, ma che ti succede? E’ il cronometro che proprio ti sembra illiberale e comunista o ormai hai capito tutto e all’orizzonte ormai vedi solamente il buio?
Cari resistenti e/o terroristi iraqeni,
se mai vi capiterà di essere in un periodo di magra alla voce “uomini da mandare al macello imbottiti di esplosivo” non contate su quegli italiani. Quali? Quelli che alcuni giorni fa manifestavano per le vie di Roma urlando «dieci, cento, mille Nassiriya». E’ facile declamare stronzate in un Paese tutto sommato libero, non occupato militarmente e non più sottoposto ad un regime politico dittatoriale da parecchi anni. Un po’ più difficile metterle in pratica: vi assicuro che, se mai chiedeste aiuto a questo Paese per la vostra (discutibile) causa, quei signori saranno gli ultimi a partire; e se mai partiranno, saranno i primi che dovrete rincorrere per richiamarli al dovere per cui sono partiti. Quindi pensateci prima di fare certi appelli, potrebbero non convenirvi.
Qui da noi il gesto più estremo che si fa è rubare o la fiaccola olimpica o i libri dai supermercati. Fiaccole e libri? Sì, da noi si mangia tutti i giorni, non c’è bisogno di rubare cibo. Da noi si rubano le fiaccole per contrastare le multinazionali (non mi venite a dire che non sapete che anche il petrolio che rubano a voi occupandovi il territorio serve per accendere le fiaccole olimpiche, eh) e certi tipi di libri perché costoro che li rubano ritengono che rubandoli e poi distribuendoli gratuitamente fuori dal supermercato sia un modo per educare il popolo. Dite che è un gesto borghese? Certamente, e non è mica solo il gesto ad essere borghese. Questi l’essere borghesi ce lo hanno nel sangue, e nel culo scaldato da papà.
Non crederete ancora che ci sia in giro qualcuno che voglia morire per la rivoluzione, vero? Va beh Allah, ma da noi in Italia Allah o Aqquah è sempre un po’ la stessa cosa.
Un saluto,
L.B.
Cari sportivi (tutti esclusi i calciatori),
se ritenete quella di ieri la solita domenica calciocentrica, magari potenziata dal dramma di uno del calciatore più in vista nel nostro Paese, vi sbagliate di grosso. Quella di ieri non è stata la solita domenica capace di oscurare tutti gli altri sport domenicali e con gli strascichi di polemiche che da una domenica portano all’altra anche tutti gli sport che domenicali non sono. Quella di ieri è stata una domenica rivelatrice, direi quasi epifanica, e voi avete rischiato grosso. Con il dramma del Pupone nazionale, con il brivido che ha percorso tutti i calciofili italiani nel pensare alla loro Nazionale alla conquista del suolo germanico senza il primo tra gli eroi, con l’immagine di un’onesta gamba spaccata nel bel mezzo di una “disciplina” che tutto ormai è diventato fuorché sport (circo? carrozzone? agenzia matrimoniale? manicomio?) a qualcuno dei calciofili è venuto il sospetto che il calcio sia ancora uno sport. Uno sport come quasi tutti i vostri: con allenamenti durissimi, ritiri intensi, addirittura con infortuni dolorosi che giustificano le cadute a terra. Uno sport fatto perfino da uno sportivo che dimenticata la velina e il pupino (a casa), le barzellette e gli sputi (in campo, fuori, ovunque), si ricorda per un momento che anche la sua attività è fatica e, udite udite, dolore. Fatica e dolore come le vostre di voi fondisti, di voi scalatori, di voi velisti, di voi marciatori e via dicendo.
Siete stati fortunati però, perché dopo un attimo di lucidità di massa un giornalista illuminato e contrario a questa eccessiva sportività del calcio ha posto la questione fondamentale: ma nel calcio ci si fa anche male? E allora via alla discussione sugli interventi troppo duri, sugli arbitri che non tutelano gli attaccanti, sulle ossa troppo poco resistenti. Sarà così fino a domenica prossima e i calciofili, l’unica razza che si fa chiamare con il nome di una cosa che ormai non ricorda più (il calcio), continueranno ad adorare questa enorme, invadente orgia. Se il virus di sportivazione del calcio si fosse diffuso, per voi non ci sarebbe stato più scampo. Vi immaginate a combattere per la visibilità con uno sport vero e proprio e non con una pantomima che fortunatamente prima o poi crollerà come ogni sistema che non fa altro che riciclare (sordidamente) sé stesso? Ringraziate la sorte, avete avuto un culo che neanche Galeazzi…
Un saluto,
L.B.
PS: come potete vedere sotto, questo post viene iscritto in una nuova categoria: satira. Insomma ho provato a fare satira. Al di là del fatto che oggi in Italia siamo un po' tutti satirici e un po' tutti studiosi di satira (e ognuno ha la sua definizione del genere), spero vi regali almeno un sorriso e qualche pulviscolo di riflessione.