Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”.
(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)
Dire che la magistratura è «politicizzata» (e che le sue sentenze sono «politiche») è un atto potenzialmente sovversivo, soprattutto se nel dirlo non si ha in mano uno straccio di prova e se l'accusa viene mossa da chi – per importanza di ruolo o possedimenti mediatici – ha la possibilità di rivolgersi ad un pubblico assai vasto, quasi totale. Essa infatti mette in dubbio l’imparzialità di chi applica la legge, e tenta di infondere nei cittadini un pericoloso senso di insicurezza – e quindi d’ingiustizia – nei confronti di una delle due colonne portanti dello Stato. Chi diffida fa presto a ribellarsi, sia a livello etico-morale (non riconosce più l’autorità giustiziante della magistratura) sia a livello realmente storico (vedasi la scena finale de “Il Caimano” di Moretti).
Ma rispondere ad un tale fenomeno (sociologico? Ideologico? Addirittura antropologico?) con una sentenza che vieta questo tipo di critica – come ha fatto ieri la Cassazione – è un gesto inutile e controproducente (oltre che intimidatorio e illiberale: come si comporterebbe ad esempio un cronista che, prove alla mano, dovesse denunciare una sentenza veramente politicizzata?). Inutile perché non serve dirle le cose, basta pensarle ed agire di conseguenza, e l’Italia è un Paese che sempre di più diffida della magistratura e sempre meno teme la legge – cercando piuttosto di aggirarla in ogni modo (anche quello parlamentare): ed è qui, in primis, che bisognerebbe lavorare. Controproducente perché se c’è una parte politica che in passato ha criticato la magistratura in modi a volte addirittura rocamboleschi e insensati, gli si è data oggi la possibilità di porre una critica seria e motivata.
Forse la scelta inibitoria della Cassazione è una reazione a denti digrignati ai cinque anni di sberle e intimidazioni appena passati – reazione comprensibile peraltro, ma non giustificabile. O forse, come mi ha fatto notare tempo fa un collega di discussioni, la magistratura conserva ancora qualche atteggiamento da casta, tanto che ogni anno giudiziario viene aperto ancora oggi con gli ermellini addosso, gli scettri in mano e i potenti (coi prelati) in prima fila. Difficile dire cosa ci sia realmente dietro (forse entrambe le cose in un misto di risentimento e vendetta). Certamente, anche per questo fatto, urge una seria riforma.
PS: Calciopoli. Sembra essere tutto finito, almeno per quanto riguarda la parte "grossa". Ed è finito tutto all'italiana, gattopardescamente per dirlo con la letteratura. "Il Gattopardo" l'ha citato pure Guido Rossi, lui che è il capo di tutto, in quest'intervista a Repubblica di qualche giorno fa. Oliviero Beha, in questo articolo, gli ha risposto con qualche domanda: lui, Guido Rossi, è il capo di tutto. Appunto.
"vedo la grande alleanza tra la mano sinistra e la destra
il potere è la rosa ma l'uomo è la ginestra"
Da che canzone è tratta?
Ruini parla. E tra le tante cose che dice invita a non appoggiare con il proprio voto quei partiti le cui scelte in ambito civile (Pacs, famiglia, eutanasia) sono contrarie al cattolicesimo. I leader delle due coalizioni Romano Prodi e Silvio Berlusconi – i cui programmi affrontano quelle questioni in alcuni casi in modo opposto – applaudono entrambi all’intervento, sottolineando il fatto che le parole di Ruini non sono un’indicazione di voto. Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.
(Pier Paolo Pasolini, da "Poesia in forma di Rosa", Garzanti, 1961-64)
Non so precisamente chi abbia vinto il confronto di ieri sera. Da non esperto in materia quale sono, potrei dire che se l’intento era quello di convincere quel trenta per cento di indecisi determinanti per l’esito del voto, ha vinto – ai punti – Prodi. Dire «va tutto bene, siamo i migliori, è la sinistra che ribalta la realtà» mentre in realtà c’è gente che in Italia che fa la fame (metodo Berlusconi) non mi pare la tattica migliore per convincere degli indecisi appartenenti probabilmente anche a quelle fasce che faticano ad arrivare alla fine del mese. Meglio, ma non di molto, dire realisticamente «l’Italia va male perché loro hanno sbagliato» e poi aggiungere in tono convincente «ma con noi andrà meglio e tornerà la felicità» (metodo Prodi) – anche se poi a crederci che andrà davvero meglio ce ne vuole, eh.
Non so precisamente chi ha vinto, dicevo. Ma so precisamente chi ha perso. Hanno perso i giornalisti. No, non Clemente Gèi che è uno zerbino. Parlo di quelli che erano lì a fare i giornalisti davvero: Marcello Sorgi (editorialista de La Stampa) e Roberto Napoletano (direttore de Il Messaggero). Che dopo la performance di ieri sera chiameremo in coppia Abbacchio & Dormitina.
Ora, io capisco che è il momento è instabile, il futuro incerto e le cordate sempre pronte a farti scodare da dove vieni e con chi andavi. Capisco anche che su uno dei due carri, al momento della vittoria, bisognerà se non salire almeno starci dietro. Però se quelle di ieri sera erano domande, non mi venite a dire che Abbacchio & Dormitina sono giornalisti.
Alcuni giorni fa parlai brevemente su questo blog di come l’informazione, soprattutto sotto elezioni, debba fare da strumento critico e di controllo della politica. Ecco, Abbacchio & Dormitina ieri sera hanno fatto l’esatto contrario: hanno dormito, hanno aperto semmai un mezzo occhio ogni tanto, ma oltre a quello niente. E’ vero che una delle regole del confronto (quella del dover rivolgere la stessa domanda ai candidati) astutamente preservava entrambi – e in particolare uno dei due – da domande troppo personali, e quindi scomode (ad esempio una domanda tipo «Come mai ha candidato nelle sue liste dei condannati per reati fiscali e mafiosi?» non poteva essere fatta, perché Prodi è al riparo anche se non del tutto dalla cosa); ma è anche vero che non si è sentita una domanda che fosse una su PACS, laicismo, riforma della giustizia, candidati impresentabili o presunti tali (neofascisti da una parte, Caruso dall’altra), leggi ad personam (perché le avete fatte? Le abolirete?), CPT (lo sapete che ci sono denunce di organizzazioni per i diritti umani che definiscono i CPT lager? Li terrete comunque in futuro? Li migliorerete?), G8 di Genova, scontri di sabato, Niger Gate, Storace Gate, rapimento di Abu Omar. Ovvero su tutte le possibili faccende legate ai diritti dei cittadini in una democrazia, siano essi italiani, stranieri, eterosessuali, omosessuali o quant’altro.
Quello dei diritti (negati o violati) insieme al problema del lavoro e del costo della vita sono state le due più grosse magagne che il Governo che sta per finire ha –
indecentemente – affrontato. Ma mentre di lavoro, conti pubblici e costo della vita si è parlato – ma con domande sempre timide, scontate, sonnacchiose (mancava ad esempio una domanda su Parmalat: è colpa anche della politica? La depenalizzazione del falso in bilancio ci è utile dopo quel crac? La abolirete?) – di diritti quasi neanche l’ombra. La domanda di Sorgi-Abbacchio sulle quote rosa è stato un esempio di come la coppia non abbia veramente controllato, ma finto. Quante donne porteranno al governo i due leader in caso di vittoria? Ma che importa! Alla gente, e alle donne soprattutto, interessa sapere perché non avete fatto le quote rosa nell’ultima legislatura e nelle passate!
Abbacchio & Dormitina ieri sera hanno fatto da spalla ai due candidati, non da manganello. E mentre loro ronfavano, anche le coscienze degli italiani velocemente aprivano le mandibole per nuovi, sonnolentissimi, sbadigli. Se vogliamo che qualcosa davvero cambi ben oltre gli orribili anni di Berlusconi che sono stati la metastasi di un sistema già moralmente corrotto, dobbiamo pretendere dal giornalismo serietà, attenzione e voglia di cercare la verità. Mica abbacchi, mica dormitine.
PS: certo è che deve essere proprio una bella botta circondarsi per cinque anni di gente che ti fa da tappezzeria o quasi ogni qualvolta arrivi in tv e poi in uno dei momenti più decisivi per il tuo futuro politico farsi fregare da… un cronometro. Berlusconi quei due minuti e trenta se li ricorderà per tutta la vita. Ieri sera gli mettevano ansia – ci possono fare una personale con tutti i fogli su cui ha disegnato quadratini, cifrette, righe ecc… – non gli facevano dire nient’altro che «ribaltamento della sinistra» e dati che nessuno già ora si ricorda – oltre, ovviamente, a qualche solenne cazzata tipo: Mediaset non si è arricchita con lui al potere oppure pochi gli immigrati in fila alle poste per il permesso. E poi sbagliare la telecamera al momento dell’appello finale e lasciarlo andare così, senza conclusione, tirando fuori uno di quei sorrisi che se avesse potuto sarebbe stata una bestemmia (il primo della serata, peraltro). Silvio, ma che ti succede? E’ il cronometro che proprio ti sembra illiberale e comunista o ormai hai capito tutto e all’orizzonte ormai vedi solamente il buio?
Cari resistenti e/o terroristi iraqeni,
se mai vi capiterà di essere in un periodo di magra alla voce “uomini da mandare al macello imbottiti di esplosivo” non contate su quegli italiani. Quali? Quelli che alcuni giorni fa manifestavano per le vie di Roma urlando «dieci, cento, mille Nassiriya». E’ facile declamare stronzate in un Paese tutto sommato libero, non occupato militarmente e non più sottoposto ad un regime politico dittatoriale da parecchi anni. Un po’ più difficile metterle in pratica: vi assicuro che, se mai chiedeste aiuto a questo Paese per la vostra (discutibile) causa, quei signori saranno gli ultimi a partire; e se mai partiranno, saranno i primi che dovrete rincorrere per richiamarli al dovere per cui sono partiti. Quindi pensateci prima di fare certi appelli, potrebbero non convenirvi.
Qui da noi il gesto più estremo che si fa è rubare o la fiaccola olimpica o i libri dai supermercati. Fiaccole e libri? Sì, da noi si mangia tutti i giorni, non c’è bisogno di rubare cibo. Da noi si rubano le fiaccole per contrastare le multinazionali (non mi venite a dire che non sapete che anche il petrolio che rubano a voi occupandovi il territorio serve per accendere le fiaccole olimpiche, eh) e certi tipi di libri perché costoro che li rubano ritengono che rubandoli e poi distribuendoli gratuitamente fuori dal supermercato sia un modo per educare il popolo. Dite che è un gesto borghese? Certamente, e non è mica solo il gesto ad essere borghese. Questi l’essere borghesi ce lo hanno nel sangue, e nel culo scaldato da papà.
Non crederete ancora che ci sia in giro qualcuno che voglia morire per la rivoluzione, vero? Va beh Allah, ma da noi in Italia Allah o Aqquah è sempre un po’ la stessa cosa.
Un saluto,
L.B.
Cari sportivi (tutti esclusi i calciatori),
se ritenete quella di ieri la solita domenica calciocentrica, magari potenziata dal dramma di uno del calciatore più in vista nel nostro Paese, vi sbagliate di grosso. Quella di ieri non è stata la solita domenica capace di oscurare tutti gli altri sport domenicali e con gli strascichi di polemiche che da una domenica portano all’altra anche tutti gli sport che domenicali non sono. Quella di ieri è stata una domenica rivelatrice, direi quasi epifanica, e voi avete rischiato grosso. Con il dramma del Pupone nazionale, con il brivido che ha percorso tutti i calciofili italiani nel pensare alla loro Nazionale alla conquista del suolo germanico senza il primo tra gli eroi, con l’immagine di un’onesta gamba spaccata nel bel mezzo di una “disciplina” che tutto ormai è diventato fuorché sport (circo? carrozzone? agenzia matrimoniale? manicomio?) a qualcuno dei calciofili è venuto il sospetto che il calcio sia ancora uno sport. Uno sport come quasi tutti i vostri: con allenamenti durissimi, ritiri intensi, addirittura con infortuni dolorosi che giustificano le cadute a terra. Uno sport fatto perfino da uno sportivo che dimenticata la velina e il pupino (a casa), le barzellette e gli sputi (in campo, fuori, ovunque), si ricorda per un momento che anche la sua attività è fatica e, udite udite, dolore. Fatica e dolore come le vostre di voi fondisti, di voi scalatori, di voi velisti, di voi marciatori e via dicendo.
Siete stati fortunati però, perché dopo un attimo di lucidità di massa un giornalista illuminato e contrario a questa eccessiva sportività del calcio ha posto la questione fondamentale: ma nel calcio ci si fa anche male? E allora via alla discussione sugli interventi troppo duri, sugli arbitri che non tutelano gli attaccanti, sulle ossa troppo poco resistenti. Sarà così fino a domenica prossima e i calciofili, l’unica razza che si fa chiamare con il nome di una cosa che ormai non ricorda più (il calcio), continueranno ad adorare questa enorme, invadente orgia. Se il virus di sportivazione del calcio si fosse diffuso, per voi non ci sarebbe stato più scampo. Vi immaginate a combattere per la visibilità con uno sport vero e proprio e non con una pantomima che fortunatamente prima o poi crollerà come ogni sistema che non fa altro che riciclare (sordidamente) sé stesso? Ringraziate la sorte, avete avuto un culo che neanche Galeazzi…
Un saluto,
L.B.
PS: come potete vedere sotto, questo post viene iscritto in una nuova categoria: satira. Insomma ho provato a fare satira. Al di là del fatto che oggi in Italia siamo un po' tutti satirici e un po' tutti studiosi di satira (e ognuno ha la sua definizione del genere), spero vi regali almeno un sorriso e qualche pulviscolo di riflessione.
Sono assolutamente favorevole alle dimissioni del ministro Calderoli. Ho qualche dubbio che queste sarebbero avvenute, e così celermente, se non fossimo stati a pochi passi da una consultazione elettorale, ma sta di fatto che ci sono state. Sono favorevole e, per quel può valere, mi gratifica che un personaggio simile non ci rappresenti più. Ma non credo che il motivo valido delle sue dimissioni sia ciò che ha fatto. Se è vero che il nostro occidentale passato annovera tra i suoi contributi quello dell’Illuminismo, e se è vero che uno dei più grossi lasciti di esso fu l’aver separato blasfemia e reato e ammansito il potere temporale della religione (qualunque essa sia, seppur con esiti ancora oggi non del tutto compiuti), è vero anche che il ministro Calderoli, l’uomo Calderoli, nell’aver indossato quella maglietta non ha nessuna reale colpa, nessuno fino ad ora gli ha contestato alcun reato, ed ha tutto il diritto di prendersi gioco di chiunque e qualsiasi cosa (sarà quel chiunque o qualsiasi cosa semmai a chiedere conto alla Giustizia dei suoi gesti, se ne sentirà la necessità). Questo è sempre bene ricordarlo, perché in Italia, comunque sia, vige la libertà di espressione, che è fluire di pensieri senza ostacoli ed esprimere cosa si pensa senza censure anche quando il pensiero aggredisce, deride, offende. Tornando sul discorso che feci alcuni giorni fa sull’inutilità delle religioni – e che probabilmente sarà il tema del mio articolo per il prossimo numero di Dedalus, dedicato alla società liquida di baumaniana definizione – vorrei postarvi di seguito un’amaca di Michele Serra sull’argomento (l’amaca per chi non lo sapesse è la brevissima rubrica che ogni giorno l’ex direttore di Cuore tiene su la Repubblica, un breve momento satirico-riflessivo a volte avvincente, a volte meno). E’ un intervento che risale a parecchi giorni fa, ma ha una sua “universalità”, e riprende un punto di vista di cui anche io avrei voluto trattare dopo lo sfogo-riflessione sulla perdita del sacro delle tre religioni abramitiche. Siccome l’ha già fatto lui, è inutile che mi inventi parole diverse dalle sue per esprimere un concetto pressoché identico. Eccola.
“Si discute ovunque, con giusta preoccupazione, come evitare di offendere le fedi altrui. E come difendere la propria. Ma negli infiniti dibattiti e nei dotti elzeviri, fatica a riconoscersi il povero senza-dio, colui che non si colloca entro alcuna chiesa, colui che nelle varie confessioni, pur rispettandone e magari ammirandone storia e cultura, vede soltanto il gran travaglio degli uomini, e non la traccia di una verità rivelata. Il senza-dio non è mai nominato, non è previsto dai vari protocolli di comportamento e di tutela, non ha stendardi dietro i quali fare crocchio o corteo e tanto meno ha simboli da bruciare. Non è nei telegiornali, non è nelle vignette, non ha ambasciata da barricare o da assaltare. È completamente sommerso e cancellato dalle varie ondate, più o meno furenti, più o meno tolleranti, di difensori e di offensori delle fedi, e nei dibattiti televisivi non gli si concede nemmeno lo strapuntino di solito riservato al caso umano, al candidato pittoresco, al matto di turno.
Indemoniati e indiati traboccano da ogni angolo del mondo, scaricandosi addosso quell'odio religioso che, illusoriamente, i moderni credevano di aver sopito grazie a quella divinità molto esitante, e troppo discreta, che è la dea Ragione. Gli atei prevedano per tempo il loro futuro da reietti, già preannunciato dalla implicita censura di Istituzioni, Autorità e Intellighenzia. Si preparino alle catacombe”.
Può fare qualcosa il cittadino qualunque per arrestare o almeno mitigare il (fallimentare) superomismo catodico di Berlusconi, l’ansia da dichiarazione di Pecoraro Scanio, i rutti xenofobi di Borghezio, l’inconsistenza morale dei Fassino, Casini, D’Alema, Fini, Maroni e compagnia? In poche parole possiamo fare qualcosa noi per evitare di essere coinvolti nell’isteria quasi collettiva che sembra aver ammorbato la classe politica italiani negli ultimi anni (e in particolare nelle ultime settimane) lasciando del tutto in disparte i tanti problemi, le soluzioni e soprattutto le idee?
Io credo di sì. Se una cosa possiamo fare è coltivare un pensiero, un pensiero sulle cose. Un pensiero sulle cose non è un’idea (un’idea si fa presto ad averla: si prende un giornale, si impara a memoria cosa dice il maggior editorialista sul fatto del giorno e si ha l’idea) e sulle cose non vuol dire su tutto (essere tuttologi è facilissimo, soprattutto in tempi di indigestione informativa: c’è una opinione intelligente e di buon senso su ogni cosa al giorno d’oggi). Coltivare ed avere un pensiero sulle cose è possedere un’interpretazione complessa della realtà, che alla realtà guarda e con essa si confronta (mutando quando è il caso); è avere un occhiale proprio, serio, strutturato, attraverso cui filtrare ciò che succede, un occhiale che sarà proprio solo se nascerà da sé stessi, dalle esperienze e letture fatte, che saranno necessariamente tantissime e sempre in crescita – perché quando si inizia a coltivare un pensiero si comprende da subito quanto esso non sia mai abbastanza complesso per affrontare il mondo: coltivare un pensiero è tutt’altro che cosa facile, immediata, non faticosa.
Io credo che solo facendosi ognuno di noi, con fatica e dedizione, piccoli filosofi della politica (cioè coloro che prima interpretano e poi risolvono i problemi della polis) si possa riuscire a migliorare anche di poco l’Italia e oltre. Credo sia questo l’unico gesto di responsabilità che possiamo fare per alzare il livello di ogni aspetto di questo nostro sistema di influenze e meccanismi che chiamiamo vivere insieme o, in modo più nobile, politica. Che è cosa profondamente diversa dal petulare dei partiti: è appunto pensiero sulle cose, pensare per fare davvero politica.
PS: come già segnalato nell’ottimo blog dell’amico Daniele, c’è qualcuno che ogni tanto cerca nella blogosfera il proprio nome e quando è il caso di intimidire qualcuno che lo ha criticato, querela. Sto parlando di Gigi Moncalvo, ex direttore de La Padania e oggi conduttore sul secondo canale del talk politico Confronti, che ha querelato Anna Setari e Nick “colpevoli” di aver criticato alcuni aspetti quantomeno singolari del programma da lui condotto (trovate qui e qui i due motivi di querela: giudicate voi se ce n’era bisogno).
Qui da discanto piena ed enorme solidarietà ai due e una piccola annotazione che in un Paese davvero democratico non andrebbe nemmeno fatta: la querela è un’arma di difesa e non di offesa o addirittura intimidazione. State attenti: di gente che vuole metter la mordacchia è piena la contrada.
Ora, dopo l’ennesima magagna creata dall’Islam (moderato o estremista che sia); dopo tutti i sanguinosi conflitti e le privazioni di diritti che Cristianesimo, Ebraismo ed Islamismo oggi come nel passato hanno generato; dopo le centinaia di milioni di sensi di colpa, di mancate realizzazioni di desideri, di vite troncate nello spirito la cui origine è nelle tre religioni abramitiche oggi esistenti e nelle loro diverse interpretazioni o crismi, dovreste spiegarmi a che servono, quale senso buono hanno questi culti; quanto bene hanno realmente fatto all’umanità e quanto male; cosa ci sia di davvero lodevole in essi. Spiegatemi qual è l’utilità di queste credenze che sono venute a patti con il potere, la civiltà, l’educazione e via via nella loro storia si sono sempre più concentrate sulla creazione di un’etica – quando bastano quattro persone attorno ad un tavolo per generare un’etica – ed hanno rinunciato a tutto quello che è Altro dalla razionalità umana: l’irrazionale, il buio atavico della ragione e dello spirito, il non-senso esistenziale e la sua fine altrettanto insensata. In una parola: il Sacro. Spiegatemi a che servono religioni talmente mondane che di fronte ad uno tsunami parlano di cellule staminali, che di fronte alla malattia schiamazzano il proprio diritto insindacabile ad essere rispettate, che di fronte alla pazzia, all’omicidio, al suicidio decidono banalmente cosa è Bene e cosa è Male – come se lo potessero davvero comprendere un pazzo, un omicida, un suicida cosa è Bene o Male. Spiegatemelo perché non lo so capire, e soprattutto perché si è fatta pesante e del tutto inutile l'eredità che queste religioni – ma è giusto definirle tali? – giorno dopo giorno, da anni e per anni ancora, ci lasciano e ci lasceranno. A noi: in definitiva soli.
PS: per quanto riguarda la questione vignette, qui la si pensa come Voltaire: «Non condivido il tuo pensiero ma farò di tutto perchè tu possa esprimerlo liberamente». E poi, casomai, se ne discute.
La lettura di questi giorni è stata "Candido" di Voltaire. Mi mancava, non solo letterariamente, e ringrazio chi me lo ha regalato per aver suturato questa mancanza.
Non mi metterò a dissertare sull'opera: non potrei che dire, magari neanche troppo bene, cose già dette. Mi limito a segnalarvi la bontà dell'edizione Oscar Mondadori, tradotta e introdotta ottimamente, e a riportare qui sotto un passo da uno dei capitoli più belli ed intensi, il ventesimo, dove l'ottimista Candido incontra il manicheo e pessimista Martino. Ed è un frammento di discorso che, solitario, mi tengo tante volte.
“«Ma voi» disse al dotto «signor Martino, che ve ne pare? Qual è l’idea vostra sul male fisico e morale?» «Signore» rispose Martino «i miei preti mi hanno incolpato d’essere sonciniano, ma nel fatto è vero che sono manicheo.» «Volete ingannarmi» disse Candido «maniche al mondo non ce n’è più.» «Ci sono io» disse Martino «non so che farci, ma non posso passarla diversamente.» «Dovete avere il diavolo in corpo» disse Candido. «S’immischia tanto nelle faccende di questo mondo, che potrebbe ben essere in corpo a me» disse Martino «come in ogni altro luogo; ma vi confesso, dando un’occhiata a questo globo, o per meglio dire a questo globulo, che ritengo che Dio l’ha abbandonato a qualche essere malefico, eccezion fatta sempre per Eldorado. Non vidi mai città che non desiderasse la rovina della città vicina, non famiglia che non volesse lo sterminio di qualche altra famiglia. Dovunque sia, i deboli esecrano i potenti davanti ai quali strisciano, mentre i potenti li trattano come greggi delle quali si vende lana e carne. Un milione d’assassini irreggimentati, scorrendo da un capo all’altro d’Europa, esercitano l’omicidio e il latrocinio disciplinatamente e per guadagnarsi il pane, perché non hanno più onesto mestiere; e nelle città apparentemente favorite dalla pace, dove le arti sono in fiore, gli uomini sono divorati da invidie, e cure, e inquietudini, maggiori dei flagelli a cui è soggetta una città assediata. I dolori segreti sono anche più crudeli delle pubbliche miserie. In una parola, tante n’ho viste e provate, che sono maniche.»
«Eppure c’è del buono» replicava Candido. «Può darsi» diceva Martino «ma io non lo conosco.»”
(da Candido di Voltaire, Oscar Mondadori, traduzione di Riccardo Bacchelli)
Non so quanti di voi conoscano il pensiero di Massimo Fini. Io ho avuto l'occasione di avvicinarmici e di leggere tre dei suoi libri (che vi consiglio: "Elogio alla guerra", "Il vizio oscuro dell'occidente", "Sudditi", tutti editi da Marsilio) per un'intervista che gli feci alcuni mesi fa per Dedalus (eccola). Il pensiero di Fini è tutt'altro che sistematico e specifico, insomma ha poco a che fare con i metodi dei "normali" filosofi, ma contiene spunti interessanti per un'interpretazione davvero diversa, e facilmente accessibile a tutti, del nostro tempo. Proprio ultimamente, lui un po' distante dalle tecnologia, ha deciso di aprire un sito (www.massimofini.it) per ampiare lo spettro d'azione delle sue idee e dare il via al movimento anti-modernista "Movimento Zero". Avrei potuto mettere di seguito l'intervista che gli feci insieme ad altri due colleghi, ma sarebbe stata troppo lunga e quindi, per l'utente medio "mordi e fuggi" dei blog, poco invitante. Posto invece un'intervista recente che Fini ha recentemente rilasciato (pronti a rabbrividire?) al quotidiano La Padania. La riprendo proprio dal sito che ho linkato sopra, che non riporta però l'autore del pezzo (se qualcuno sa chi è, sarà mia premura aggiungerlo).
Massimo Fini, questa volta voliamo alto: parliamo di ideologie, o almeno di idee. O meglio: della loro triste mancanza. Quando un quotidiano comunista e colto come Il manifesto spiega che “Diego Della Valle è il nostro bomber” (ossia: mister Tod’s è la punta di lancia della sinistra) c’è da preoccuparsi...
«La mancanza di idee non è un’esclusiva nostrana. Liberalismo e marxismo sono entrambi figli della rivoluzione industriale, sono cioè vecchi di due secoli, in un periodo in cui la storia ha corso come mai prima. Pensano di essere il top della modernità: il che è anche vero solo se consideriamo la modernità assai invecchiata. Ecco: la modernità non è affatto moderna, così destra e sinistra - che sono due facce della stessa medaglia che è la rivoluzione industriale - col tempo hanno finito col confondersi l’una con l’altra. In Italia questo è assolutamente esplicito. A rileggere Il manifesto dei conservatori di Giuseppe Prezzolini si rimane di stucco».
Avevamo già accennato in passato al tema: la sinistra che fa la destra, e viceversa.
«Nel libro sono indicate le caratteristiche del conservatore e dell’uomo di sinistra: ebbene, i ruoli sono ormai ribaltati, i valori sono confusi, alcuni hanno “cambiato schieramento”. Come introduzione al Il manifesto di Prezzolini è riportato un distico di Piero Gobetti: “Un partito conservatore poteva compiere in Italia una funzione moderna indirettamente liberale in quanto facesse sentire la dignità del rispetto alla legge, [...] l'esigenza di difendere scrupolosamente la sicurezza pubblica, e l'efficacia del culto delle tradizioni per fondare nel Paese una coesione morale”. Poi Prezzolini traccia il profilo di chi è conservatore e chi di sinistra. Caratteristiche del conservatore: morale come principio fondamentale della condotta, pessimismo, libro come strumento culturale. Di sinistra sono invece l’economia come norma generale dell’esistenza, il mutare rapidamente e radicalmente, la televisione invece che il libro. Insomma, che dire: tutto è ribaltato. Oggi, tanto per capirci, l’uomo di destra ha preso il business centro dell’esistenza, in perfetta linea con Carlo Marx che considerava sovrastruttura tutto ciò che non era economia».
Dicevi che il venir meno dei criteri destra-sinistra è particolarmente evidente in Italia...
«È però una tendenza che vale per tutte le democrazie».
Infatti. Penso agli Stati Uniti: la differenza tra democratici e repubblicani è infinitesimale.
«Io, dall’Italia, non riesco sostanzialmente a coglierla. Ma intanto negli Usa esistono 35 milioni di poveri che non hanno alcuna rappresentanza politica. Il dato strutturale è: destra e sinistra sono categorie vecchie, che hanno perso col tempo la loro consistenza e qualsiasi ragion d’essere. Questo comporta una confusione di valori e disvalori che, scendendo per li rami, arriva fino alle vicende di questi giorni, alle scalate bancarie».
Non ci sono più ideologie né idee, rimangono solo gli interessi.
«L’ideologia è un sistema di valori coerenti. Quando scompare, la realtà si confonde. Di notte tutte le vacche sono nere».
Destra e sinistra sono categorie che necessitano di essere aggiornate o sono proprio da buttare?
«Sono superate anche se non sono ancora del tutto obsolete. Io faccio sempre un esempio: siamo su un treno che procede a velocità pazzesca, 800 all’ora, anche chi viaggia in prima classe su comode poltrone viene comunque sballottato, giacché una delle imprese di questo sistema è quella di far star male anche chi sta bene. Comunque: oltre a quelli di prima classe, c’è chi è in seconda, chi sugli strapuntini, chi nei corridoi, chi nei cessi, chi mezzo fuori dal finestrino e chi finisce proprio giù dalla scarpata. Dare una migliore e più equa sistemazione ai viaggiatori ha ancora una senso e a questo pensano destra e sinistra, con le loro “ricette”. Ma i problemi di fondo sono altri: dove sta andando il treno? I viaggiatori e i macchinisti hanno possibilità di determinarne la marcia, oppure il convoglio procede per conto suo, come sembra? E poi: due secoli e mezzo fa abbiamo preso il treno giusto? Destra e sinistra non solo non danno risposta a questi quesiti: si rifiutano persino di prenderli in considerazione, perché mettere in discussione il treno, ossia la modernità, significherebbe dover forse recidere le loro stesse radici. Per questa ragione non possono ovviare a un malessere profondo, che non ha niente a che vedere con certi discorsi del tipo: “Bisogna modernizzare il Paese”. No, non bisogna modernizzarlo: bisogna s-modernizzarlo».
Sono crollate le ideologie, ma sembrano mancare anche quei cervelli che possano prefigurare un futuro, o perlomeno spiegare il presente. È questa una causa o un effetto della generale “mancanza di senso”?
«È più conseguenza che causa. Indubbiamente, ed è un dato di fatto, non c’è oggi un pensiero che pensi la modernità, non c’è una filosofia che “riempia” la politica come è sempre stato, da Platone e Aristotele, fino alla prima metà del Novecento. Oggi in Occidente manca il pensiero tout court».
Manca un pensiero che spieghi la modernità, oppure che la superi?
«Più semplicemente, un pensiero che pensi la modernità».
E manca, in Italia, una qualsiasi politica culturale. Fa specie che il premier non stimoli una qualsiasi politica culturale anche solo attraverso la grande casa editrice di sua proprietà, la Mondadori.
«Qualche tentativo culturale - magari rozzo, ma ci ha provato - l’ha fatto la Lega. A sinistra si continua a marcire e marciare su quel che resta del marxismo. Ma la povertà culturale di Forza Italia è disarmante. Berlusconi cita Paolo di Tarso come filosofo greco, parla di “Romolo e Remolo” facendo ridere un bambino di sei anni, figlio di una mia amica. Questa di destra - ossia Forza Italia, ma anche An - è una classe dirigente totalmente distante dalla cultura. Guardiamo Alleanza Nazionale: ha fatto fuori tutti i suoi pochi uomini con uno di spessore, da Domenico Fisichella a Gennaro Malgeri, così come un attore pensante come Luca Barbareschi. Siamo lontanissimi da! qualunque minima elaborazione».
È curioso che questo avvenga mentre certo non mancano gli strumenti per superare la tradizionale egemonia culturale della sinistra. In questi cinque anni la Cdl ha potuto disporre di giornali e televisioni, più o meno di proprietà del premier.
«È quanto ribattevo anch’io, negli incontri durante i quali gli esponenti di quei partiti sostenevano che non avevano gli spazi necessari. “Ma come - rispondevo - Avete in mano buona parte dell’industria culturale, non potete più tirar fuori un argomento di questo genere”. Gli strumenti culturali ci sarebbero, ma non vengono per nulla utilizzati. La destra non è nemmeno stata capace di copiare quanto ha fatto il Pci, che investì sulla cultura ottenendo moltissimi vantaggi: perché magari la cosa non porta voti nell’immediato, ma serve parecchio nel lungo periodo».
Non per una questione di par condicio... Ma mi sembra che anche nello schieramento contrapposto, oggi, ci sia un grande vuoto. La sinistra avrebbe dovuto ripensare se stessa all’indomani del 1989; non mi pare che l’abbia fatto.
«Non so se ci abbiano provato - non pare nemmeno a me - ma era un’operazione difficile. Nel momento in cui la sinistra ha accettato il libero mercato, ha negato la propria natura. Infatti oggi su quasi tutte le questioni economiche le differenze tra i due schieramenti sono minime. E poiché in questo sistema l’economia è fondamentale, destra e sinistra che non si differenziano su questo punto sono sovrapponibili nell’essenziale».
È una sinistra che non ha più alcun senso?
«Già, è una sinistra che non ha più alcun senso, così come non lo ha la destra. La prima è morta con la caduta del marxismo, ma questo determina anche la fine del capitalismo, poiché l’uno sorreggeva l’altro come le arcate di un ponte. Anche il capitalismo non ha più punti d’appoggio, crolla se non altro per eccesso di slancio. Devo dire che gli americani non hanno elaborato nulla dopo l’11 settembre, non hanno rallentato, invece di frenare hanno ulteriormente accelerato senza fermarsi a riflettere: strano, perché George W. Bush è una scimmia travestita, ma qualche valido pensatore gli Usa ce l’hanno».
Quale sarebbe dovuta essere la riflessione?
«Avrebbero dovuto capire che il conseguimento della loro meta corrisponderà con la fine loro, e di tutto sistema occidentale. Le Torri gemelle erano un simbolo per eccellenza, i greci avrebbero detto che non si dovevano sfidare gli dei in quel modo... Andava recuperato il senso del limite, per esempio. Invece l’hanno perso ulteriormente. Ma in fondo è la conseguenza politica di un problema concettuale».
In che senso?
«Hanno perso il contraltare sovietico, hanno mano libera e accelerano la presa di possesso del mondo. Presto l’avranno tutto in mano. Ma il nostro sistema economico è basato sulle crescite esponenziali; nel momento in cui non sarà più capace di espandersi per raggiunti limiti fisici, crollerà fragorosamente su se stesso. Io credo che qualcuno lo sappia, tra i padroni del vapore; ma penso che siano tutti nello stato d’animo del tipo après moi le déluge (ossia: dopo di me il diluvio, frase pronunciata secondo la tradizione da Luigi XV, ndr). Se avessero cultura potrebbero dire, con Oscar Wilde: “Cosa hanno fatto i posteri per noi?”. Solo che stiamo andando a tal velocità che diventiamo posteri di noi stessi».
Secondo te, quale intellettuale italiano avrebbe potuto ben raccontare la nostra realtà? Pasolini?
«Pasolini aveva avuto molte intuizioni in questo senso. Mi viene in mente un suo discorso, quello celeberrimo delle lucciole: “Io darei l’intera Montedison per una lucciola”. Pasolini fu uno strano intellettuale: collocato a sinistra, era in sostanza un anti-modernista. Da qui, e anche dalla sua omosessualità, le sue mille difficoltà col Pci, dove pure alla fine rimase perché, come dicevo, i comunisti sono sempre stati molto attenti a far propri gli intellettuali più interessanti».
A spese della Dc...
«...che peraltro aveva operato una scelta importante, aveva infatti messo le mani sulla televisione impostandovi una politica culturale molto, molto valida. Poi la riforma ha spazzato via tutto».
Intellettuali di riferimento, una tv degna: mancano davvero, al nostro Paese.
«Teniamo però conto che l’intellettuale di riferimento, umanista, onnicomprensivo, il maître à penser, è scomparso ovunque. Pensiamo a cinquant’anni fa: in Germania c’erano Thomas Mann ed Hermann Hesse, in Francia Jean-Paul Sartre e Albert Camus, in Inghilterra Bertrand Russel, Benedetto Croce o Arturo Carlo Jemolo e poi Pasolini, che è stato l’ultimo in ordine di tempo. Questo tipo di intellettuale scompare anche perché cresce la specializzazione, ossia avviene quel che accade anche in medicina: un medico sa curare in modo meraviglioso il dito mignolo, ma non si accorge del complesso del paziente. È il dramma della cultura occidentale: con la razionalizzazione e la settorializzazione, ha perso la visione d’insieme. Cura la singola patologia, ma non il corpo malato».
Se questo è il quadro, il futuro è poco incoraggiante.
«Direi di sì. Prima c’è stata la morte di Dio, sostituito dalle ideologie, che hanno comunque dato speranza a milioni di uomini, hanno regalato loro una carica valoriale. Poi noi abbiamo perso anche quelle; nello stesso tempo ci troviamo però di fronte un mondo islamico che è stracarico di valori, talmente da diventare spesso liberticida. Da noi, per contro, ormai non esiste più alcun valore che venga considerato meritevole del sacrificio della vita. Il nostro obiettivo profondo è quello di cambiare una Punto con una Bmw. Non si può vivere di queste cose, non si vive di solo pane».
Parli di un mondo islamico “stracarico di valori”. Tu assegni alla parola valori un significato necessariamente positivo? Te lo chiedo perché non credo che tutti i “valori” del mondo islamico siano da elogiare...
«Voglio spiegarmi bene. Credo che i valori non esistano: poiché non c’è un Assoluto cui fare riferimento, non si può fare una gerarchia tra ciò che è bene e ciò che è male. Detto questo, i valori sono le illusioni, le credenze, i sogni degli uomini, senza i quali un individuo non può vivere, né una società stare insieme. Serve sempre un quantum di illusioni condivise. È cosa per pochi vivere un’esistenza senza valori. In genere anche chi ha una posizione come la mia vive come se i valori davvero esistessero».
Per esemplificare ulteriormente: la ricchezza di valori nel mondo islamico porta ai kamikaze; la mancanza di valori in Occidente porta a Giovanni Consorte.
«L’esempio funziona. Insieme a un radicalismo del senso (che porta ad azioni liberticide), esiste anche un radicalismo del non-senso, nel quale noi siamo implicati fino in fondo».
Tu preferisci il primo.
«Certamente. Ti racconterò un episodio. Sono stato in Iran, l’ultima volta, nei giorni di Salman Rushdie; vi ho trascorso un paio di settimane, ho visto una realtà dura, da dopoguerra, con polizia ovunque, controlli, valori forti e contraddittori. Quando ho preso l’aereo per tornare, ero contento di r! ituffarmi nell’Occidente, in Italia, nel cosiddetto mondo libero. Come ho messo piede a Fiumicino, sono stato accolto dalle novità su Gigi Sabani e, come ultimo esempio di intelligenza, Gino Paoli che a sessant’anni cantava ancora: “Che cosa ne farò della mia libertà”. Mi è subito venuta voglia di tornare a Teheran. Come ho scritto: più dell’orrore, mi fa orrore il nulla».
Dopo una serie di vicissitudini legate al rinnovo completo della grafica e all’iscrizione in tribunale delle testata, è uscito finalmente il nuovo numero di Dedalus.
Dedalus è una rivista nata circa tre anni fa dall’esigenza di proporre in questo Paese un tipo giornalismo che sembra giorno dopo giorno sempre più scomparire. Un giornalismo di approfondimento, di indagine sul pensiero e sulle dinamiche della realtà, non inficiato da parentele politiche o ideologiche. In una parola la redazione di Dedalus cerca di scrivere in modo libero, convinta che la libertà – insieme all’intelligenza – oltre che essere un valore sia anche un metodo.
Ogni numero della rivista affronta monograficamente un argomento su una lunghezza che può variare dalle venti alle sessanta pagine. Articoli d’opinione, inchieste, interviste, vignette sono le fondamenta di ogni uscita. Negli ultimi numeri abbiamo affrontato argomenti come la satira, la democrazia, le logiche di potenza (ovvero perché si fanno le guerre) e intervistato personaggi quali Daniele Luttazzi, Massimo Fini e Giorgio Rumi (potete trovare qualcosa di ciò che fino ad oggi abbiamo prodotto all’indirizzo ww.dedalus-web.net).
Il tema del nuovo numero di Dedalus – titolo di copertina “Ora et labora” con l’et cancellato in modo che la frase si legga “Ora labora” – è il lavoro, affrontato a livello esistenziale, pratico (quindi cercando di sgusciarne i problemi: dalle morti bianche al precariato) e sociologico; ed una lunga satira dal titolo “Questa italia” sui maggiori problemi che secondo noi affliggono questo Paese.
Chi fosse interessato a ricevere a casa una copia del nuovo numero di Dedalus non deve fare altro che contattarmi (lucabarachetti@hotmail.com) segnalandomi l’indirizzo a cui spedire la rivista. Dedalus è gratuito – normalmente viene distribuito gratis nelle Università, librerie e luoghi di cultura vari di Bergamo, provincia e dintorni – e se vi piacerà potrete abbonarvi. L’abbonamento a quattro numeri di una lunghezza variante tra le venti e le sessanta pagine (il nuovo numero è di sessanta pagine e mai meno di quaranta dovrebbero essere i prossimi), spese di spedizione comprese, è di 10 euro. Insomma costa veramente poco (e difatti la redazione non ci guadagna nulla: basta fare due calcoli per intuirlo).
Per farvi capire meglio il taglio del tutto, e i presupposti da cui nasce e si sviluppa questo numero di Dedalus sul lavoro, vi riporto qui sotto l’editoriale. Buona lettura.
Chi non lavora non fa l’amore
In questo numero parliamo di lavoro. Non siamo certo noi a scoprire che il lavoro è il motore della nostra società, l’elemento basilare su cui si fonda questo Paese e in generale la sopravvivenza, soprattutto economica, di tutto l’occidente geograficamente e politicamente inteso (sia esso una nazione o un singolo individuo). Data però l’importanza e il peso anche solo temporale che l’attività lavorativa ha nelle nostre vite è impossibile non dare al lavoro una forte importanza sociale e ancora di più esistenziale.
Il lavoro oggi, strettamente collegato al mercato e al consumo, è l’elemento unificante dei vari ceti – che quasi tutti lavorano, quando ad esempio almeno fino alla Rivoluzione Francese re e regine non “lavoravano” con le stesse modalità e la stessa scansione temporale dei sudditi – ma allo stesso tempo elemento di distinzione e successo – alcuni lavori rendono famose le persone che li praticano; altri le degradano; altri ancora, i cosiddetti «ultimi» o «esclusi», non lo praticano affatto. Lungo quest’ultima via il lavoro diventa anche paradigma morale, tanto che è facile percepire quotidianamente la diffidenza della gente verso quelle persone che «non hanno voglia di lavorare» o che con la loro presenza rischiano di occupare il posto di lavoro appartenente ad altri: i «perditempo», gli immigrati che «vengono qui da noi a rubarci il lavoro» e addirittura chi, in pieno diritto costituzionale, sciopera («Chi non lavora non fa l’amore» cantavano Adriano Celentano e Claudia Mori: non è un caso che lo facessero, un tantino reazionariamente, in pieno sessantotto).
Per quanto riguarda invece gli aspetti esistenziali il lavoro, che occupa per la maggior parte delle persone cinque giorni alla settimana per sette-dieci ore al giorno su ventiquattro, può far sentire chi lo pratica «realizzato», «soddisfatto»; o al contrario, quando non c’è o quando c’è ma non piace e lo si subisce, può far sentire «insoddisfatto», «frustrato», «depresso». C’è chi dice «il lavoro è la mia vita» e chi dice «il lavoro è la mia rovina». Il lavoro insomma può rendere «felici» o «tristi», o almeno così sembra.
Fondamentale da sempre sotto l’aspetto economico, divenuto fondamentale per quanto riguarda la socialità, l’esistenza e addirittura la morale, è difficile allora negare che oggi il lavoro domini la nostra vita, ne influenzi fortemente ogni aspetto anche quando esso non è in atto – il “tempo libero” nasce inevitabilmente da un tempo “non-libero” che, guarda caso, è il lavoro. Il lavoro in poche parole ci ha invaso. O meglio: con diversi gradi di consapevolezza e volontà da esso ci siamo fatti invadere. E se la regola dei monaci benedettini era “ora et labora”, la rivoluzione industriale, le esigenze di profitto di teorie economiche diverse (marxismo e liberismo) ma basate sullo stesso primo principio (appunto il lavoro) hanno cancellato la congiunzione “et” – che in qualche modo tentava di regolare e armonizzare il tempo dello spirito con quello dell’azione – rendendo quella regola un monito di ben altra specie ed esito: “ora labora”, «ora lavora!». Se vuoi essere «qualcuno», se vuoi essere «felice», se vuoi essere «buono».
Ma è davvero così? In questo numero a riguardo vi lasciamo qualche riflessione, insieme alle analisi di alcuni importanti problemi da cui è attanagliato il mondo del lavoro. Chiedendovi se prima di risolvere problemi che generano infelicità e disagio – e che in definitiva vanno comunque risolti – valga davvero la pena sottoporsi in modo così assoluto a questa sottile ma pesantissima schiavitù.
Su questo numero troverete anche una sorta di dossier dal titolo “Questa italia”. Abbiamo provato per una volta a fare satira – satira che, lo ricordiamo, non deve necessariamente fare ridere – su quelli che secondo noi sono i problemi principali di questo Paese. Perché, scusate il sillogismo un po’ furbo, se è vero che l’Italia è fondata sul lavoro e il lavoro ha dei problemi, allora l’Italia è fondata su parecchi problemi (che purtroppo vanno anche al di là del mondo lavorativo). Questa satira l’abbiamo fatta in nome di Pier Paolo Pisolini, consapevoli di non essergli per nulla degni eredi ma vogliosi di essere, come era lui, assolutamente liberi da vincoli di partito. Buona lettura.
Luca Barachetti
Di Benedetto XVI si è detto e si dice tutt'oggi moltissimo. Una delle qualità più sottolineate dai promotori del tuo pontificato è quella di essere un Papa dalle enormi conoscenze teologiche e capacità intellettuali. Qualche dubbio in proposito al sottoscritto viene, soprattutto quando il perspicace Ratzinger se ne viene fuori con frasi simili: «La libertà religiosa è ben lontana dall'essere ovunque effettivamente assicurata. In alcuni casi essa è negata per motivi religiosi o ideologici; altre volte, pur riconosciuta sulla carta, viene ostacolata nei fatti dal potere politico, oppure, in maniera più subdola, dal predominio culturale dell'agnosticismo e del relativismo» (Angelus di domenica scorsa). Mi è assolutamente chiaro come la religione o l'ideologia ostacolino la libertà religiosa (l'unilateralismo religioso di certe nazioni islamiche, l'ateismo sovietico) e anche come riesca a farlo il potere politico (la Cina). Quello che proprio non riesco a comprendere è come il relativismo possa ostacolare la libertà religiosa. In soldoni: non riesco a trovare un esempio, in quelle nazioni (occidentali) che per la Chiesa sono vittime del relativismo, per cui esista una sola legge che non permette ad un cattolico di professare la propria fede e di vivere secondo il proprio credo. Ad eccezione della legge francese "sul velo", che comunque è un caso isolato e mira a colpire l'Islam più che il Cristianesimo (non si è sentita infatti notizia di un alunno sospeso per aver portato un crocefisso) altro davvero non trovo. Ratzinger, o chi per lui, dovrebbero spiegarci come - subdolamente - il mostro del relativismo inguaia la libertà di culto dei seguaci di Cristo. Io non capisco: a me un'uscita del genere continua a sembrare una mezza boiata.
PS: l'altro ieri avevo scritto che i valsusini, se conveniva, sarebbero stati fermati con ogni mezzo possibile. Non ci voleva molto acume per intuirlo. Stanotte è successo e a quanto riporta Repubblica i feriti civili sono una ventina, sei le forze dell'ordine. Secondo No TAV due civili sono gravi; un comunicato firmato "No Tav Valle di Susa" dice che la polizia ha «manganellato anche pensionati, donne, giornalisti. Alcuni assessori comunali con fascia sono stati presi a calci e la fascia strappata». Lunardi: «Mi auguro che si mettano il cuore in pace tutti perchè tanto l'opera si fa, i cantieri sono aperti». E ti credo: la proprietaria della Rocksoil, designata per progettare la galleria dalla parte francese è sua moglie.
Non amo l'Islam: per nulla quello estremista (salafita o wahabita che sia); poco, ma con molta più simpatia, quello moderato. Con ciò non vuol dire che io non comprenda i perchè degli estremismi - e i perchè dei pochi estremismi ancora presenti nelle ali moderate - o desideri cancellare o vietare la libertà di culto a chiunque si professa musulmano - anzi: guardo con molto più disprezzo le burinate dei leghisti, perchè amo più la libertà dei divieti (e degli imbecilli). Mi sembra però che oggi l'Islam (e subito dopo il Cristianesimo) sia la peggior rappresentazione di quanto possano diventare negative - ed esistenzialmente inutili - le religioni, quando invece di occuparsi di indagare il mistero e la sacralità della vita e della morte (insomma di tutto ciò che è altro nel e dall'uomo) si impuntano su una serie di dogmi e leggine per regolare la vita sociale di un individuo in ogni suo aspetto. Credo insomma che una religione debba essere più metafisica che etica, anche perchè allo stesso tempo credo rozzamente che per generare un'etica basti sedersi intorno ad un tavolo e discutere.
Per questo l'Iran - che all'ingrosso potremmo definire un bell'impasto di estremismo religioso e fascismo politico malmascherato - oltre che preoccuparmi, mi fa parecchio ridere. Mi fanno ridere i deliri geografici e non di Ahmadinejad in nome di Allah; mi fa ridere la protesta, che avverrà mi pare oggi, di un gruppo di studenti suoi seguaci che si troverà in veglia di preghiera davanti all'ambasciata italiana a Teheran per commemorare la morte di Edoardo Agnelli ucciso a loro dire da un complotto sionista (ma vi rendete conto?). Mi fanno ridere tutti questi (insieme ai preti legiferatori, ai teo-con vecchi e nuovi) di una risata davvero disperata, perchè c'è davvero tanta cecità in chi usa dio solo per ordinare leggi e genocidi, per ordire trame e rivoluzioni; e intanto non vede non sente non indaga quanto possa essere senza speranza e piena di dolore altissimo e spalancato la vita di tutti noi, ogni giorno.
"Una stanchezza, violenta e smisurata di esistere..." (Fernando Pessoa)