“Ogni poeta vende i suoi guai migliori” ha detto una volta, molto onestamente, Alda Merini. Dico molto onestamente perché non c’è dubbio che la Merini sia una grande poetessa – a chi non la conosce consiglio la mini-antologia edita da Einaudi e curata da Maria Corti intitolata “Fiore di poesia 1951-1997” (236 pagine, 8,50 €) – ma è altrettanto vero che senza quei guai non sarebbe un personaggio così seguito e affascinante. Ho assistito a vari incontri, l’ultimo ieri sera, con lei presente dal vivo o in video e mai una volta mi è capitato che il pubblico – e lei compresa – parlasse principalmente non della sua biografia, ma delle sue poesie. Alla gente della Merini interessano i guai, la tragedia, e solo dopo – e come conseguenza di essi – le poesie. Eppure ella è una poetessa che dice tutto (anche e soprattutto della sua vita durissima) con la grande forza espressiva e cantabile dei suoi versi. Come mai allora la gente vuole la vita, gli aneddoti, i racconti? La poesia non basta? Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”.
(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)
Forse sarebbe meglio non nutrirle le speranze, forse sarebbe meglio dare sempre ragione ai dubbi che la realtà – i fatti – ti mettono davanti. E soprattutto tenere conto dei nomi delle persone, subodorarli, giocarli alla previsione – che quando è in negativo in Italia ci si azzecca, e spesso per difetto.
Esperimento. Prendete un foglio di carta e scriveteci sopra tre nomi di giornalisti italiani che considerate di alto livello e indipendenti rispetto a testate, partiti, lobbies ecc. Vi dico i miei tre: Gianantonio Stella, Massimo Fini e Marco Travaglio. Li avete scritti? Mi raccomando devono essere indipendenti, quindi Ferrara e Santoro non valgono, perché saranno pur bravi ma indipendenti proprio no. Ora che li avete scritti osservate i nomi per qualche secondo, poi all’istante immaginateli a dirigere il primo, il secondo e il terzo telegiornale della tv di Stato. Insomma: Stella al Tg1, Fini al Tg2, Travaglio al Tg3.
Possibile? No, no, e ancora no. Certe cose in Italia sono impossibili, pura fantascienza. A meno di repentini cambi di approccio al mestiere (insomma a meno che diventino degli inconvertibili baciapile), i tre nomi che ho fatto io e probabilmente anche quelli che avete fatto voi non hanno e non avranno mai nessuna possibilità di arrivare a dirigere uno dei tre tg nazionali – nonostante voi stessi, e non solo voi, li reputiate tra i migliori giornalisti del Paese. Il perché non ve lo ripeto per l’ennesima volta, qui se ne parla spesso. Pongo invece un’altra domanda: una classe politica – di destra ma in parte anche di sinistra (e lo stiamo vedendo nell’orribile balletto di questi giorni) – che così morbosamente vuole occupare l’informazione Rai, di fondo che problema ha con l’informazione? Insomma perché tutta sta cura? Gestione delle notizie, quindi consenso, quindi propaganda (che fatta attraverso gli organi d’informazione non è dittatura, ma gli strizza pesantemente l’occhio almeno a livello culturale)? Sicuramente. Ma anche paura: perché l’impressione è che il Parlamento italiano, nella mediocrità congenita dei Rizzo e degli Schifani, nello spirito cialtrone e arraffone e quasi indistintamente gattopardesco, abbia una fifa blu dell’informazione vera, quella che dovrebbe controllarlo, fargli le pulci e togliergli il mantello per vedere cosa c’è sotto. Quella che in poche parole è alla ricerca della Verità.
E allora pronti a controllare tutto. Che tanto c’è sempre un Mimun pronto, da direttore di tg, a fare l’addetto stampa di partito. Intanto Stella, Fini, Travaglio e i nomi che avete scritto voi sul vostro foglio di carta se ne rimangono in disparte, a fare un mestiere che ormai è da segnalare al WWF.
PS: dopo qualche giorno di discussione e di fandonie tipo «Non faremo una legge punitiva» (se una legge non punisse qualcuno sarebbe inutile) sul conflitto di interessi è calato di nuovo il silenzio. Sembra che se riparlerà l'anno prossimo. Tanto c'è tempo...
Dire che la magistratura è «politicizzata» (e che le sue sentenze sono «politiche») è un atto potenzialmente sovversivo, soprattutto se nel dirlo non si ha in mano uno straccio di prova e se l'accusa viene mossa da chi – per importanza di ruolo o possedimenti mediatici – ha la possibilità di rivolgersi ad un pubblico assai vasto, quasi totale. Essa infatti mette in dubbio l’imparzialità di chi applica la legge, e tenta di infondere nei cittadini un pericoloso senso di insicurezza – e quindi d’ingiustizia – nei confronti di una delle due colonne portanti dello Stato. Chi diffida fa presto a ribellarsi, sia a livello etico-morale (non riconosce più l’autorità giustiziante della magistratura) sia a livello realmente storico (vedasi la scena finale de “Il Caimano” di Moretti).
Ma rispondere ad un tale fenomeno (sociologico? Ideologico? Addirittura antropologico?) con una sentenza che vieta questo tipo di critica – come ha fatto ieri la Cassazione – è un gesto inutile e controproducente (oltre che intimidatorio e illiberale: come si comporterebbe ad esempio un cronista che, prove alla mano, dovesse denunciare una sentenza veramente politicizzata?). Inutile perché non serve dirle le cose, basta pensarle ed agire di conseguenza, e l’Italia è un Paese che sempre di più diffida della magistratura e sempre meno teme la legge – cercando piuttosto di aggirarla in ogni modo (anche quello parlamentare): ed è qui, in primis, che bisognerebbe lavorare. Controproducente perché se c’è una parte politica che in passato ha criticato la magistratura in modi a volte addirittura rocamboleschi e insensati, gli si è data oggi la possibilità di porre una critica seria e motivata.
Forse la scelta inibitoria della Cassazione è una reazione a denti digrignati ai cinque anni di sberle e intimidazioni appena passati – reazione comprensibile peraltro, ma non giustificabile. O forse, come mi ha fatto notare tempo fa un collega di discussioni, la magistratura conserva ancora qualche atteggiamento da casta, tanto che ogni anno giudiziario viene aperto ancora oggi con gli ermellini addosso, gli scettri in mano e i potenti (coi prelati) in prima fila. Difficile dire cosa ci sia realmente dietro (forse entrambe le cose in un misto di risentimento e vendetta). Certamente, anche per questo fatto, urge una seria riforma.
PS: Calciopoli. Sembra essere tutto finito, almeno per quanto riguarda la parte "grossa". Ed è finito tutto all'italiana, gattopardescamente per dirlo con la letteratura. "Il Gattopardo" l'ha citato pure Guido Rossi, lui che è il capo di tutto, in quest'intervista a Repubblica di qualche giorno fa. Oliviero Beha, in questo articolo, gli ha risposto con qualche domanda: lui, Guido Rossi, è il capo di tutto. Appunto.
Interrompo il silenzio vacanziero assai fecondo di letture per proporvi, appunto, un frammento di lettura. E’ una poesia molto tenera e bella tratta dalla Postilla in versi delle “Lettere Luterane” di Pier Paolo Pasolini.
Papà, abbiamo visto l’Angelo del Diavolo
che zagajava come Innocenti Nunzio,
zagajava. «Ba, ba, bambini – fa –
svvvveglia! Che a-a-a-aspettate?
Dododovete fare sciopero! Dai!
Dodo-domani alle dodo-dodici dodo-dovete
incrociarelebraccia! Il Didi-Diavolo me l’ha ordinato
didi-di diverlo. B-basta con la tolleranza, mmmmannaggia!
B-basta con la p-permissività: voidovetepretendere
di oooooo-obbedire come i vostri ppppp-papà!»
Papà, basta con l’Edonè, vogliamo
l’Agàpe, basta con le buone, vogliamo
le cattive… La bacchetta, papà, la bacchetta,
papà per piacere, almeno un po’, la bacchetta!
(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Einaudi, 206 pagine, 10,50 €)
Dopo tutti questi giorni di silenzio dovuti a vari motivi, vorrei parlarvi di indulto, ddl sulle intercettazioni, Abu Omar, Israele-Libano e di tutta la nausea che queste vicende mi hanno dato. Ma Discanto riprende vita – per poco, perché fra poco si va in vacanza… a casa – con le sue solite annotazioni. Questa volta non solo musicali. Via:
Tempo fa parlammo qui sopra della raccolta firme per il disegno di legge ad iniziativa popolare per delottizzare la Rai portato avanti tra gli altri da Sabina Guzzanti e Marco Travaglio. Purtroppo la raccolta firme non è andata a buon fine per qualche migliaio di voti ma il Ministro Gentiloni ha promesso di confrontarsi in futuro con il comitato promotore della raccolta, inoltre il disegno di legge verrà presentato in Parlamento da Tana Zulueta dei Verdi (alla Camera) e da Franca Rame dell’Italia dei Valori (al Senato). Qui tutti i dettagli della cosa.
Un disco importante da segnalare. E’ “Tras Os Montes”, il nuovo di Stefano Giaccone, ex leader (con Lalli) dei Franti e oggi autore di almeno due lavori impedibili (questo e il precedente da solista “Tutto quello che vediamo è qualcosaltro”). La mia recensione qui. Non perdetevelo – il disco, non la mia recensione.
Ho intervistato Cesare Basile. Di lui da queste parti si parla spesso, quindi se vi va leggete e basta.
Per finire: sono pure su Deviantart. Che egocentrico.
19 Luglio '92

Il vento si dileguava in un girotondo di foglie,
l'asfalto era una lama di sole, lucido come un presagio nero
era l'ora del riposo, invero..
La città si truccava allo specchio, chi brindava alla gioventù,
chi senza saperlo era già vecchio, chi guardava alla tv
la tavola di Ginevra e del Re Artù..
Io e la mia compagna più cara lisciavamo il pelo alla storia
Giocandoci a dadi la memoria.
Io e la mia ammirevole amica, sul carro della nostalgia
Trionfale come la vita, beffarda come la vita..
Tobia il canarino giallo sopravvissuto ai nubifragi, come migliaia di disperati
celebrava il ritorno dei Re Magi
sulla terrazza assolata, tu dormi Panormo amata
Altri cercavano l'oro per nascondere la paura,
chi sapeva attendeva in silenzio il botto dell'ultima congiura
e dell'ultima ora.. ..l'ultima avventura
poi d'improvviso una nube, come un lampo di finestrino,
esplose in un rombo di tuono e furono bucce di mattino.
Noi non conosciamo l'Italia e non vogliamo più vedere
la lunga coda di paglia gli schiavi del potere.
I messaggeri dell'indignazione arrivarono quasi subito
a cavallo delle cineprese per non sporcarsi i pantaloni
invocando nomi e cognomi, cognomi e nomi.
Passò qualche cane a pisciare sui resti delle macerie,
le signore della televisione andarono in fretta dal parrucchiere
ad aggiustarsi il grugno e le rughe del sedere.
E sbocciarono fiori tristi sui prati muti della speranza,
vennero frotte di turisti a cercare la morte in vacanza.
Quel giorno scomparvero in tanti sulle ali della rivolta
Quel giorno volaron le rondini per l'ultima volta.
Io e la mia compagna più cara cercavamo nell'ombra il cammino
che conduce dove regna il silenzio, il gioco della vita e del destino.
Due cose sulle liberalizzazioni di Bersani, che sono un segnale speranzoso da questo governo dopo tanti fattacci di cui si è parlato qui nei giorni scorsi.
La prima: leggo delle proteste dei taxisti e mi vengono in mente due versi del buon Giovanni Lindo tratti dall’ultimo disco a marchio PGR: «anima dolce che stai tra i cottonfiock / metti i piedi per terra sentirai che elettroshock». Sarò generalizzante ed estremista, ma a me sembra che tutta questa gente che protesta per delle liberalizzazioni stia tra i cottonfiock: se accetti uno stile di vita basato interamente sul mercato e sul profitto – com’è il nostro e il loro, perché non ricordo movimenti di taxisti anticapitalisti o no-global – non puoi protestare quando qualcuno di quel sistema fa rispettare almeno le regole, appunto, del mercato (leggasi concorrenza). E’ un atteggiamento incoerente ed egoista, che denota pure una certa cecità sul dove e sul come si sta vivendo.
La seconda: per motivi, diciamo così, più umanistici e spirituali che strettamente economici sono piuttosto contrario ad un sistema dominato dal profitto, ma sono anche contento quando di questo sistema vengono fatte rispettare il più possibile le regole. Perché se è vero che un sistema è più dannoso di un altro – e il nostro lo è parecchio, ma questa è un’altra storia – è anche vero che fa ancora più danni quello stesso sistema dannoso non pienamente coerente con le proprie regole. Quello italiano fino ad oggi non lo è stato e non lo è ancora: l’Italia è da tempo un Paese congelato da vari monopoli, atrofizzato da enormi conflitti di interessi (quello di Berlusconi, il più grave ed evidente, ma non il solo) e impantanato in molteplici e striscianti collateralismi finanza-politica. Le liberalizzazioni di Bersani potrebbero essere una boccata d’aria, almeno per quanto riguarda i campi a cui si rivolgono. Speriamo reggano alle pressioni delle lobbies (che poi sono ancora quelle dei politici che a Roma le rappresentano), e speriamo soprattutto che siano solo la prima tappa di un percorso importante. Come qui spesso si insiste, ce n’è un’altra di tappa fondamentale che va sotto il nome di tv e comunicazione. Là non sarà solo questione di prezzi e concorrenza, ma soprattutto di pluralismo e libertà d’espressione. Gentiloni e compagnia, attendiamo segnali.
PS: Il Manifesto, giornale che avrò letto sì e no due volte, è in crisi economica profonda. Un giornale in meno, un giornale così, è una grave perdita anche per coloro che non lo tollerano proprio (chi insulterebbero altrimenti?). Se c'è qualcuno che vuole dare qualche soldino d'aiuto, qui il link. Per gli altri questo blog che sta col Manifesto.
A me Aldo Nove piace. O almeno, quel poco che ho letto di lui – “Superwoobinda” e il racconto nell’antologia dei Cannibali – mi è piaciuto molto. Lui è uno che ha saputo cavare l’anima, quella più deviata e inquietante, alla provincia produttiva italiana e ai suoi personaggi. Non avevo però mai letto fino a stasera nessun suo verso, così mi son messo a cercare nella rete qua e là e ho trovato su questo sito, i seguenti versi. Buona lettura.
Io se fossi un pannolino avrei bisogno della merda di un
Bambino per esistere
Perché la merce invenduta piange
E non capirei perché un bambino nella sua vita caga
Migliaia di pannolini ma non me
Che sono un pannolino normale come gli altri
Con il mio codice a barre normale
Sulla scatola.
E se fossi uno di quei cosi con la neve e con padre Pio
Penserei di essere meglio di un soprammobile di Giò
Pomodoro perché
Tutte le merci sono uguali di fronte a Dio
E starei male a essere messo in vendita
Alla stazione Centrale di Milano
In un angolino della vetrina del tabaccaio
Tra un cazzo finto e un portasigarette di plastica con lo
Stemma del Milan
Languendo
Per giornate deriso
Perché la merce invenduta piange.
Io conosco il dolore delle pile dei sacchi della spazzatura
Nascosti dietro le scope
Nel reparto casalinghi
Del supermercato, sacchi della spazzatura
Verdi un tempo imposti per la raccolta differenziata dal
Comune e adesso
Negletti e impolverati, decaduti
Plastica più sola di un'anima a marcire
(...)
Io conosco il dolore della "gelatina per dolci
Già detta colla di pesce" sommersa
Sa bustine di lieviti Bertolini e sacchetti di zucchero in Scaglie per le guarnizioni
Lo conosco e se io fossi lei mi chiederei perché
Sono "gelatina per dolci già detta colla di pesce"
E non, ad esempio, una fulgida appetitosa scatola
Di mezzo chilo di mezze penne Barilla,
di quelle che si vendono a migliaia
nei supermercati di tutto il mondo.
Io penserei questo tutto il giorno e continuerei a piangere
Perché la merce invenduta piange
E il suo dolore è tanto simile al nostro
Biologico stare sul mercato fino a che c'è domanda
Fino a che l'articolo che siamo non deperisce
Come un diplomato di 52 anni alla ricerca del primo lavoro
Come un corridore automobilistico amputato
Come una ragazza in Giappone
Che a 25 anni nessuno l'ha sposata
Sugli scaffali della vita raggelata miscela
Leone scaduta nel reparto
Caffè o sugo di cinghiale con l'etichettta scollata
Scatole di sale dietetico schiacciata
La citazione morettiana «D’Alema, dì qualcosa di sinistra!» è invecchiata terribilmente. Mettetevi davanti ad uno specchio e, dopo queste prime settimane di legislatura del centro-sinistra, provate ad urlarla. Vi verrà da ridere: nessuno che possa dirsi minimamente intelligente riesce ad immaginare D’Alema intento anche solo a farfugliare qualcosa di sinistra. Al Massimo ormai ci credono solo gli sciocchi, i dalemiani e quelli di Forza Italia. Appunto nessuno che possa dirmi minimamente intelligente.
E allora che nome mettiamo al posto del baffetto «Mediaset è un bene degli italiani» a cui chiedere, tra lo speranzoso e il disilluso, un gesto che sia veramente e disperatamente di sinistra? Dai, fuori i nomi popolo della sinistra, sto tentando di aiutarvi. La Pollastrini? Nomi seri, mica le ministre senza portafoglio. Non ne trovate? Ok, proviamo allora con delle questioni in cui qualcuno ha fatto qualcosa di sinistra. Anche qui mica l’epidurale per tutte: questioni serie, problemi veri.
Le intercettazioni. No, qui nulla che si possa definire di sinistra. Ci sta l’ossimorico Mastella che si frega le mani pronto a metter la mordacchia a magistrati e giornalisti, e si capisce anche il perché visto che è presidente di un partito che farebbero prima ad imputare in toto. Peraltro: come si fa ad evitare che le conversazioni finiscano sui giornali senza ritegno? Aumentiamo le pene pecuniarie, ad esempio. E soprattutto: violate un po’ meno le leggi (voi che le fate), toglietevi tutti i privilegi parlamentari davanti alla Giustizia e rinsaldate leggi (tipo il falso in bilancio) che per come sono messe oggi lanciano un solo messaggio: l’Italia è una repubblica fondata sull’imbroglio. Tranquillo, te la caverai.
La guerra in Iraq. Ce ne andiamo ma «senza irritare l’amico americano», quando invece dovremmo andarcene sbattendo la porta, anche solo per lo schifo di Guantanamo, Abu Ghraib e Haditha e per un omicidio che la nostra magistratura ha definito lesivo per la politica di questo Paese – e se non bastasse, intanto rimpolpiamo in Afghanistan, abbiamo poca gente in giro. Niente neanche qui.
I CPT. Eh sì, ci sono ancora i CPT in Italia, non erano stati affidati in usufrutto a Berlusconi intanto che se ne stava al governo. Qualcuno se li ricorda ancora o dopo i due minuti di scalpore dell’inchiesta di Gatti se li sono dimenticati tutti? Il ministro Ferrero ci ha fatto una visitina qualche settimana fa, ma non s’è sentita l’unica cosa che un Paese civile dovrebbe dire: chiuderli. E alla svelta.
La tv. Va bene, ora rimaniamo sulla tv e non ci spostiamo di un centimetro. Qui, vista la recente esperienza passata qualcosa di sinistra avrebbero dovuto fare. Vediamo: di legge sul conflitto di interessi non si parla più, di legge sull’antitrust televisivo neanche, di delottizzazione della Rai ancor meno (e Biagi? E Luttazzi? E Fini? E Guzzanti? No, Santoro non lo cito, già è andato da Celentano, che vuole di più? Gli ha dato pure il microfono…). Però ieri hanno eletto l’ennesimo presidente con l’ennesima bega per le poltrone – si chiama Cappon, ma speriamo non sia un piccione – e ne hanno segato un altro – che si chiamava Perricone – perché non andava a genio a Berlusconi. Motivo? Quando era a capo della Sipra (l’agenzia pubblicitaria della tv di Stato) aveva rotto le palle al dominio di Mediaset.
A proposito di pubblicità: l’altro ieri è passato qua in Italia Murdoch, ha cenato con un po’ di politici e ha fatto due richieste. La prima: che nella prossima finanziaria non vengano finanziati più i decoder per il digitale terrestre del fratello dell’ex Presidente del Consiglio. La seconda: che possa avere anche lui un po’ di pubblicità. Avete capito bene: Rupert Murdoch, il superpresidente di Sky, quasi quattro milioni di abbonati in Italia, duecentotre milioni di dollari di fatturato, non riesce ad accedere alle risorse pubblicitarie italiane in modo significativo. Perché la pubblicità con la Gasparri se l’è presa quasi tutta una sola persona, indovinate chi. In Italia per quanto riguarda la tv non c’è mercato e non c’è concorrenza. E’ tutto congelato, fermo, imbalsamato sotto l’insegna di un duopolistico tengo famiglia. Si potrebbe ripartire da qui, da una efficace riforma delle tv e da un ministro (Gentiloni) che da deputato nella scorsa legislatura fece buone cose e che qualcosa sta già facendo, per cominciare a fare qualcosa di sinistra o almeno qualcosa di dignitoso. Ma la speranza, soprattutto per il resto, è flebile. Abbiamo votato un condominio, c’è poco da fare.
Faccio un piccolo e veloce strappo alla regola della non-comunicazione della mia vita privata su questo blog per dirvi una cosa che è sì privata ma ha il suo lato politico. Oggi, per la prima volta in vita mia, sono stato licenziato. Non vi dirò da chi e come mai – perché altrimenti lo strappo diventerebbe troppo grosso – ma vi dirò, anche attraverso L’amaca odierna di Michele Serra sull’addio di Filippo Callipo, di cosa ho avuto la conferma dopo questo mio primo licenziamento: siamo un Paese di irresponsabili, di persone senza dignità, onore e coraggio, solamente pronti a infilarlo nel di dietro a chiunque ci capiti appresso, sempre. Non solo quelli che comandano ai call-center, non solo quelli di destra, non solo quelli di Chiesa, non solo quelli di sinistra. No: tutti, o poco poco meno che tutti. Siamo davvero una repubblica fondata sull’Imbroglio.
«Se fossimo un Paese normale, la notizia che il presidente degli industriali calabresi intende fuggire dalla sua terra perché la giudica in mano alla mafia sarebbe su tutte le prime pagine, e aprirebbe i telegiornali. Un paese normale riterrebbe insopportabile che un quarto del suo territorio nazionale sia co-governato dalla malavita, con tanto di riscossione dei tributi ed economia parallela. Un Paese normale avrebbe già proclamato eroi nazionali e martiri della libertà gli imprenditori ammazzati per essersi rifiutati di pagare il pizzo, e i loro nomi ci sarebbero familiari come quelli dei calciatori e dei cantanti.
Ma non siamo un Paese normale. Diamo per assodato, per scontato, per ovvio il dominio indisturbato dei clan mafiosi, il parassitismo ripugnante di migliaia di persone che vivono a scrocco taglieggiando gli onesti che lavorano, la schifosa cultura familista e omertosa che impesta il nostro povero Meridione e lo rende servo dei padrini criminali, e vassallo dei politici collusi. Bisognerebbe proprio che su qualche municipio sventolasse la bandiera mafiosa perché gli italiani si accorgessero che il Sud la sua secessione l’ha già fatta».
PS: i due massimi quotidiani italiani hanno avviato la campagna di convincimento globale sulla necessità di rimanere ancora in Afghanistan (a fare danni), di cui questo quasi inguardabile centro-sinistra al governo (perchè così brutto? ne parlerò) sembra essere il primo baluardo. Quanto sia globale la campagna, vista la pochezza dell’utenza italiana nei confronti della carta stampata, non è prevedibile. Ma resta il fatto che ci sono fortunatamente anche altri punti di vista sulla questione.
C’è una sola forma di resistenza alle nostre vite sempre più incerte, in bilico dentro una realtà tanto asettica quanto giunglesca come lo è il call-center in cui lavora Martino Bux, protagonista di “Vita precaria e amore eterno” (Mondatori Strade Blu, 217 pagine, 15 €) di Mario Desiati. E’ l’amore. Eterno, totalizzante, panico, vissuto all’interno di un’incessante catena di riferimenti e ricordi quando lei, Toni, è lontana e non si sa quando tornerà.
Una classe giornalistica sana, che volesse mantenersi tale, che volesse essere autonoma e soprattutto dare un’immagine di autonomia rispetto a qualsiasi Potere – essendo di esso non servile velina ma fiera sentinella – uno come Aldo Biscardi (che sano e autonomo ha dimostrato di non essere) lo caccerebbe dalla propria comunità alla svelta, e senza tante premure. Invece l’Aldo nazionale e il suo "Processo", degno del processo per i lecca-lecca che inflissero a Pinocchio, ce lo ritroveremo anche l’anno prossimo, non più a La 7 (dove l’hanno davvero cacciato e sostituito con un granduomo qual è Darwin Pastorin) ma a Italia 7 Gold. E di più: ce lo ritroveremo anche prima, perché lo stesso Biscardi delle telefonate a Moggi, del questo-lo-copriamo questo-lo-cazziamo di poche settimane indietro farà anche da opinionista alle puntate sui mondiali di “Diretta Stadio”, il programma calcistico della rete. Ai mondiali, poi, ci manderemo: un allenatore che se le indagini diranno non coinvolto fino al collo quantomeno d’immagine attualmente non proprio pulita, un calciatore-scommettitore e un capitano che «comunque è sempre andata così, lo sanno tutti, che ci volete fare?». Tutta gente a posto.
Intanto si continua ad indagare e presto arriveranno gli esiti delle indagini: ma non sentite anche voi nell’aria un leggero odore di restaurazione che aspetta solo una vittoria ai mondiali per diventare gas esilarante e fare pari e patta?
Sono juventino, uno juventino disappassionato del gioco del calcio e del suo circo da almeno tre o quattro anni, dopo una primissima adolescenza passata a pensare e parlare sempre e solo di pallone. Non vi voglio dire che ad un certo punto della mia fino ad ora breve vita ho deciso di allontanarmi dal calcio perchè io avevo capito tutto. Non sarebbe vero, e se lo fosse avrei qui ed ora le mie belle responsabilità. Ma è certo che chi ha guardato negli ultimi anni al calcio con un occhio che non fosse idolatra, che non subisse il fumo oppiaceo del dio pallone che ogni domenica ha richiesto i suoi laidi sacrifici di giustizia, dignità, chiarezza e sportività, non può guardare quello che sta succedendo in questi giorni con stupore. Con ribrezzo sì, ma con stupore è più difficile. Non lo si sapeva con certezza che era tutto così come si sta scoprendo in questi giorni, ma lo si ipotizzava, in qualche modo lo si subodorava: troppe le stranezze, le coincidenze, troppi gli altri affaracci in parte diversi da quest’ultimo (doping, passaporti falsi, scommesse) ma non per i protagonisti coinvolti.
C’è uno scorpione sulla copertina del nuovo libro di Massimo Fini ed è fin troppo facile dire come il suo pensiero – qui riassunto a mo’ di dizionario filosofico, intrecciando spunti autobiografici, sintesi concettuali riprese dai lavori precedenti e nuove istanze – punga. “Il Ribelle”, ovvero una condizione esistenziale, sociale, in ultima soluzione politica (ma a-partitica), identificata in figure storiche (Che Guevara: «per noi che fummo anarchici e libertari nella nostra giovinezza […] il Che è un mito che non rinneghiamo») e delineata passo dopo passo, argomento dopo argomento, in reazione ad un sistema schizofrenico che non riesce a reggere ne’ la salute economica dei suoi aderenti (se non a prezzo della fame di altri) ne’ la loro felicità. Ebbene sì, dovete sapere che anche io a volte vengo chiamato nelle librerie per fare delle presentazioni di dischi. Non nelle Feltrinelli però, e nemmeno nelle Fnac: non sono (e forse non sarò mai) così importante e neaanche, come dire, un pochino subalterno (volte più che incontri sembrano apologie…). Vengo chiamato di solito in un piccola e ottima libreria di Bergamo che si chiama Libreria Fabula (approposito: se siete di Bergamo, andateci).
Il primo incontro che ho “condotto” è stato più di un anno fa con Pippo Pollina. Pippo – ora parte lo spot, ma è gratis e vi ho avvisato – è una persona stupenda, molto umile e corretta. Per dire: pochi giorni dopo l’incontro semistroncai qui il suo ultimo disco (che continuo a trovare un po' povero, mentre "Versi per la libertà" è imperdibile) e non mi ha mai tolto il saluto: altri lo avrebbere fatto, lui è un signore. E oltre ad essere una persona stupenda è uno dei pochi veri, veraci cantori civili che sono rimasti in Italia. Nelle sue canzoni niente slogan, che farebbero molto audience alla Feste de l’Unità, e niente parole a caso, ma impegno serio, sentito, frutto di una vita dalle tantissime esperienze e, io credo, dalle tantissime emozioni (prima redattore de “I Siciliani” di Pippo Fava, che venne ucciso dalla mafia, e fondatore dei primi Agricantus; poi in giro per anni e anni da busker in Europa e infine stabilitosi fisso in Germania dove ha molto più successo che da noi, e canta pure in Italia)
In questi giorni Pollina è in tour in Italia con un recital di reading-canzoni molto intenso e riuscito, dove oltre a raccontare una vita di scrittura in musica racconta la sua vita e quella delle sue letture. Con lui il chitarrista Enzo Sutera e l’attrice/cantante Serena Bandoli, entrambi bravissimi. Se non conoscete ancora canzoni come “Leo” (dedicata a Leo Ferrè) o “Il giorno del falco” (che in tutto e per tutto è l’epigrafe sentimentale dell’undici settembre cileno) vi siete persi un pezzo di cantautorato italiano che il pubblico di casa nostra non ha ancora premiato come deve. Eccovi le prossime date:
10/5 - Rovigo, Teatro Duomo
11/5 - San Giovanni Lupatoto(Vr), Teatro Astra
13/5 - Orvieto (Tr), Sala del Carmine
14/5 - Porto S.Elpidio (Ap), Limonaia di Villa Baruchello
17/5 - Sanremo, Teatro del Casinò (concerto e incontro con Giovanni Impastato, proiezione del documentario su Peppino Impastato)
18/5 - Sasso Marconi, Teatro Comunale G.Marconi (incontro su Peppino Impastato)
19/5 - Riva del Garda (Tn), Sala Polivalente D.Chiesa (concerto e incontro con Giovanni Impastato, proiezione del documentario su Peppino Impastato)
26/5 - Asti, Diavolo Rosso
28/5 - Concei (Tn), Centro Culturale a Locca di Concei
PS: dimenticavo: il cognome si pronuncia Pòllina, non Pollìna.