28/09/2006, ore 10:17

Ogni poeta vende i suoi guai migliori” ha detto una volta, molto onestamente, Alda Merini. Dico molto onestamente perché non c’è dubbio che la Merini sia una grande poetessa – a chi non la conosce consiglio la mini-antologia edita da Einaudi e curata da Maria Corti intitolata “Fiore di poesia 1951-1997” (236 pagine, 8,50 €) – ma è altrettanto vero che senza quei guai non sarebbe un personaggio così seguito e affascinante. Ho assistito a vari incontri, l’ultimo ieri sera, con lei presente dal vivo o in video e mai una volta mi è capitato che il pubblico – e lei compresa – parlasse principalmente non della sua biografia, ma delle sue poesie. Alla gente della Merini interessano i guai, la tragedia, e solo dopo – e come conseguenza di essi – le poesie. Eppure ella è una poetessa che dice tutto (anche e soprattutto della sua vita durissima) con la grande forza espressiva e cantabile dei suoi versi. Come mai allora la gente vuole la vita, gli aneddoti, i racconti? La poesia non basta?
No, forse no, la poesia non basta. Abituati dalla televisione realitystica e dai talk-show confessione ad avere (o illudersi di avere) la vera Verità reale dei personaggi che abbiamo davanti, siamo arrivati ad un punto che non sappiamo più distinguere tra realtà e fiction, sia quando lo scarto è in negativo (vedi i reality-show), sia quando lo scarto è in positivo. Cioè nella letteratura e più in generale nell’arte che è, e può anche essere, fiction, invenzione, senza perdere un grammo della sua Verità umana. A suo tempo l’illeggibile Melissa P venne processata sia – perbenisticamente – per la presunta immoralità dei suoi costumi, sia perché secondo molti quelli raccontati in “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” non sarebbero stati fatti reali, realmente accaduti. Il pubblico, non solo quello catodico che presuntuosamente additiamo come rimbecillito ma anche quello (migliore?) che assiste ad un incontro con Alda Merini, vuole la Verità, al di là della poesia e della finzione. La pretende d’impatto, pornograficamente, e poco gli importa della mente che inventa, della fantasia che domina e svela qualcosa per tutti. Dante, Ariosto, Cervantes, Pessoa oggi li processeremmo tutti, a favore dei veri guai di Alda Merini. Che poi, chissà, magari per prendersi gioco di tutti noi e della nostra ansia di farsi gli affari degli altri, se li è inventati tutti quei guai, e hai voglia allora a saperlo cos’è successo davvero, oltre la poesia, oltre il cuore.
sciarade
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26/09/2006, ore 20:38

Ma davvero credete che il triangolo illegalmente spione Telecom-Polis d’Istinto-Sismi si fermi lì? Davvero pensate che sia solo una cosa a tre Tavaroli-Cipriani-Mancini e relativi scagnozzi e relativi giri di soldi (20 milioni usciti da Telecom in sei anni: e anche per Tronchetti Provera, come per Pollari ai tempi, vale la regola del complice o cretino)? A me pare che mentre si discute se bruciarle o no queste maledette intercettazioni a sbafo, mentre ci si indigna e allarma perché siamo tutti spiati, nessuno o quasi si ponga la domanda di fondo: ma chi sono i mandanti?
Un’operazione tanto estesa e trasversale (così almeno fino ad oggi appare) non la fai senza l’appoggio del Palazzo, soprattutto in Italia dove, dal calcio alla tv passando per le assunzioni pubbliche, non si muove foglia che il Palazzo non voglia.
Sveglia gente, il triangolo ha fatto il lavoro sporco, ma qualcuno l’ha ordinato, e ora si gode la gogna del triplice capro espiatorio. Arriveremo, almeno questa volta, ad una Verità certa, condivisa, non intorbidita né ritrattata? Mah. Già qualcuno dà qualche spintarella al tavolo per vedere quanta forza serva per ribaltarlo del tutto...
sciarade
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19/09/2006, ore 22:11

Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”
.

(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)

sciarade
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18/09/2006, ore 20:50

Forse sarebbe meglio non nutrirle le speranze, forse sarebbe meglio dare sempre ragione ai dubbi che la realtà – i fatti – ti mettono davanti. E soprattutto tenere conto dei nomi delle persone, subodorarli, giocarli alla previsione – che quando è in negativo in Italia ci si azzecca, e spesso per difetto.
Un nome italiano quello di Guido Rossi, un nome troppo normalmente italiano. Italiano, sia chiaro, non nel senso di discendenza etnica, né geografica, né storica, ma culturale, quasi antropologica. Mores si potrebbe dire: mores da cialtroni, mores da arraffoni e da imbambolati davanti a chi arraffa, questi sono i mores più italiani di noi italiani.
Guido Rossi diventa commissario speciale della FIGC, deve risanare il calcio torbido gradiente morale di un Paese devastato da un putridume morale onnipresente. Comincia volenteroso, nessuno o quasi gli dà veramente una mano, lascia un ct (in seguito vincente) su cui ci sarebbe molto da dire. Poi quelle sentenze esili, che a fare i poeti d’accatto potremmo definire dolci e sbilanciate (che un capro espiatorio, subito poi riabilitato in altre vesti, lava tutti e non lorda nessuno). Poi qualche dubbio anche su lui stesso, Guido Rossi, sulle sue scelte (perché, ad esempio invece di continuare a minacciare il commissariamento alla presidenza di Lega non ha commissariato e basta, duro e implacabile come dovrebbe essere chi deve picchiare sulle mani dei sudicioni che vogliono un futuro, in ogni senso, democristiano?). E infine il colpo di teatro epifanico: l’aggiunta di Telecom, sponsor del campionato di calcio e prossima ad una delle grandi del pallone (l’Inter) nonché azionista di maggioranza di una delle tv coinvolte nella giungla (da bonificare) dei diritti televisivi.
Nessun conflitto di interessi reale, è vero (Rossi non possiede ciò che dirige), ma una perdita di credibilità lampante, netta, quella sì. Eccola l’epifania di Guido Rossi l’Italiano. Troppi punti deboli ha la sua attuale posizione perché nessuno delle varie parti-sette della religione pallonara gli possa imputare, anche solo per illazione, qualcosa – d’altronde il gioco è sempre quello e alla svelta ci si abitua: se una parte è colpevole si butta in aria il tavolo e così lo diventano tutti, o nessuno. Troppa la leggerezza nel riposizionarsi ad un crocevia calcistico-finanziario che in un Paese basato sulla subalternità e la tresca è quantomeno normale, e quindi atipico.
Perché per una volta non una rivoluzione tanto necessaria quanto netta, efficace, pulita? Perché per una volta non una persona seria e credibile? Ci siamo fidati troppo di Guido Rossi, e non siamo stati mai abbastanza attenti al nome. Non contano oggi, in Italia, nell’anno 2006, le appartenenze politiche, quelle culturali, quelle sociali. Conta solo il nome. E se è un nome italiano, troppo italiano, c’è da stare attenti. E aspettarsi solo che i dubbi prima o poi diventino realtà.
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13/09/2006, ore 09:52

Esperimento. Prendete un foglio di carta e scriveteci sopra tre nomi di giornalisti italiani che considerate di alto livello e indipendenti rispetto a testate, partiti, lobbies ecc. Vi dico i miei tre: Gianantonio Stella, Massimo Fini e Marco Travaglio. Li avete scritti? Mi raccomando devono essere indipendenti, quindi Ferrara e Santoro non valgono, perché saranno pur bravi ma indipendenti proprio no. Ora che li avete scritti osservate i nomi per qualche secondo, poi all’istante immaginateli a dirigere il primo, il secondo e il terzo telegiornale della tv di Stato. Insomma: Stella al Tg1, Fini al Tg2, Travaglio al Tg3.
Possibile? No, no, e ancora no. Certe cose in Italia sono impossibili, pura fantascienza. A meno di repentini cambi di approccio al mestiere (insomma a meno che diventino degli inconvertibili baciapile), i tre nomi che ho fatto io e probabilmente anche quelli che avete fatto voi non hanno e non avranno mai nessuna possibilità di arrivare a dirigere uno dei tre tg nazionali – nonostante voi stessi, e non solo voi, li reputiate tra i migliori giornalisti del Paese. Il perché non ve lo ripeto per l’ennesima volta, qui se ne parla spesso. Pongo invece un’altra domanda: una classe politica – di destra ma in parte anche di sinistra (e lo stiamo vedendo nell’orribile balletto di questi giorni) – che così morbosamente vuole occupare l’informazione Rai, di fondo che problema ha con l’informazione? Insomma perché tutta sta cura? Gestione delle notizie, quindi consenso, quindi propaganda (che fatta attraverso gli organi d’informazione non è dittatura, ma gli strizza pesantemente l’occhio almeno a livello culturale)? Sicuramente. Ma anche paura: perché l’impressione è che il Parlamento italiano, nella mediocrità congenita dei Rizzo e degli Schifani, nello spirito cialtrone e arraffone e quasi indistintamente gattopardesco, abbia una fifa blu dell’informazione vera, quella che dovrebbe controllarlo, fargli le pulci e togliergli il mantello per vedere cosa c’è sotto. Quella che in poche parole è alla ricerca della Verità.
E allora pronti a controllare tutto. Che tanto c’è sempre un Mimun pronto, da direttore di tg, a fare l’addetto stampa di partito. Intanto Stella, Fini, Travaglio e i nomi che avete scritto voi sul vostro foglio di carta se ne rimangono in disparte, a fare un mestiere che ormai è da segnalare al WWF.

PS: dopo qualche giorno di discussione e di fandonie tipo «Non faremo una legge punitiva» (se una legge non punisse qualcuno sarebbe inutile) sul conflitto di interessi è calato di nuovo il silenzio. Sembra che se riparlerà l'anno prossimo. Tanto c'è tempo...

sciarade
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31/08/2006, ore 21:00

Dire che la magistratura è «politicizzata» (e che le sue sentenze sono «politiche») è un atto potenzialmente sovversivo, soprattutto se nel dirlo non si ha in mano uno straccio di prova e se l'accusa viene mossa da chi – per importanza di ruolo o possedimenti mediatici – ha la possibilità di rivolgersi ad un pubblico assai vasto, quasi totale. Essa infatti mette in dubbio l’imparzialità di chi applica la legge, e tenta di infondere nei cittadini un pericoloso senso di insicurezza – e quindi d’ingiustizia – nei confronti di una delle due colonne portanti dello Stato. Chi diffida fa presto a ribellarsi, sia a livello etico-morale (non riconosce più l’autorità giustiziante della magistratura) sia a livello realmente storico (vedasi la scena finale de “Il Caimano” di Moretti).
Ma rispondere ad un tale fenomeno (sociologico? Ideologico? Addirittura antropologico?) con una sentenza che vieta questo tipo di critica – come ha fatto ieri la Cassazione – è un gesto inutile e controproducente (oltre che intimidatorio e illiberale: come si comporterebbe ad esempio un cronista che, prove alla mano, dovesse denunciare una sentenza veramente politicizzata?). Inutile perché non serve dirle le cose, basta pensarle ed agire di conseguenza, e l’Italia è un Paese che sempre di più diffida della magistratura e sempre meno teme la legge – cercando piuttosto di aggirarla in ogni modo (anche quello parlamentare): ed è qui, in primis, che bisognerebbe lavorare. Controproducente perché se c’è una parte politica che in passato ha criticato la magistratura in modi a volte addirittura rocamboleschi e insensati, gli si è data oggi la possibilità di porre una critica seria e motivata.
Forse la scelta inibitoria della Cassazione è una reazione a denti digrignati ai cinque anni di sberle e intimidazioni appena passati – reazione comprensibile peraltro, ma non giustificabile. O forse, come mi ha fatto notare tempo fa un collega di discussioni, la magistratura conserva ancora qualche atteggiamento da casta, tanto che ogni anno giudiziario viene aperto ancora oggi con gli ermellini addosso, gli scettri in mano e i potenti (coi prelati) in prima fila. Difficile dire cosa ci sia realmente dietro (forse entrambe le cose in un misto di risentimento e vendetta). Certamente, anche per questo fatto, urge una seria riforma.

PS: Calciopoli. Sembra essere tutto finito, almeno per quanto riguarda la parte "grossa". Ed è finito tutto all'italiana, gattopardescamente per dirlo con la letteratura. "Il Gattopardo" l'ha citato pure Guido Rossi, lui che è il capo di tutto, in quest'intervista a Repubblica di qualche giorno fa. Oliviero Beha, in questo articolo, gli ha risposto con qualche domanda: lui, Guido Rossi, è il capo di tutto. Appunto. 


sciarade
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22/08/2006, ore 13:54

Interrompo il silenzio vacanziero assai fecondo di letture per proporvi, appunto, un frammento di lettura. E’ una poesia molto tenera e bella tratta dalla Postilla in versi delle “Lettere Luterane” di Pier Paolo Pasolini.

Papà, abbiamo visto l’Angelo del Diavolo
che zagajava come Innocenti Nunzio,
zagajava. «Ba, ba, bambini – fa –
svvvveglia! Che a-a-a-aspettate?

Dododovete fare sciopero! Dai!
Dodo-domani alle dodo-dodici dodo-dovete
incrociarelebraccia! Il Didi-Diavolo me l’ha ordinato
didi-di diverlo. B-basta con la tolleranza, mmmmannaggia!

B-basta con la p-permissività: voidovetepretendere
di
oooooo-obbedire come i vostri ppppp-papà!»
Papà, basta con l’Edonè, vogliamo

l’Agàpe, basta con le buone, vogliamo
le cattive… La bacchetta, papà, la bacchetta,
papà per piacere, almeno un po’, la bacchetta!

(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Einaudi,  206 pagine, 10,50 €)

sciarade
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02/08/2006, ore 19:57

Lo dissi anche l’anno scorso: citando i Perturbazione, «agosto è il mese più freddo dell’anno». Quest’anno si prospetta più freddo del solito, perché già luglio – il mese del primo inciucio governativo, della carneficina mediorientale, della libertà d’espressione che anche a sinistra sembra non piacere più, del calcio (contro)riformato senza riforma – qualche sonoro brivido lo ha dato. Buone vacanze a tutti. Discanto se ne va per qualche giorno. Non si sa quando tornerà, ma comunque tornerà.
sciarade
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31/07/2006, ore 14:54

Dopo tutti questi giorni di silenzio dovuti a vari motivi, vorrei parlarvi di indulto, ddl sulle intercettazioni, Abu Omar, Israele-Libano e di tutta la nausea che queste vicende mi hanno dato. Ma Discanto riprende vita – per poco, perché fra poco si va in vacanza… a casa – con le sue solite annotazioni. Questa volta non solo musicali. Via:

Tempo fa parlammo qui sopra della raccolta firme per il disegno di legge ad iniziativa popolare per delottizzare la Rai portato avanti tra gli altri da Sabina Guzzanti e Marco Travaglio. Purtroppo la raccolta firme non è andata a buon fine per qualche migliaio di voti ma il Ministro Gentiloni ha promesso di confrontarsi in futuro con il comitato promotore della raccolta, inoltre il disegno di legge verrà presentato in Parlamento da Tana Zulueta dei Verdi (alla Camera) e da Franca Rame dell’Italia dei Valori (al Senato). Qui tutti i dettagli della cosa.

Un disco importante da segnalare. E’ “Tras Os Montes”, il nuovo di Stefano Giaccone, ex leader (con Lalli) dei Franti e oggi autore di almeno due lavori impedibili (questo e il precedente da solista “Tutto quello che vediamo è qualcosaltro”). La mia recensione qui. Non perdetevelo – il disco, non la mia recensione.

Ho intervistato Cesare Basile. Di lui da queste parti si parla spesso, quindi se vi va leggete e basta.

Per finire: sono pure su Deviantart. Che egocentrico.

sciarade
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19/07/2006, ore 14:33

19 Luglio '92 
 



Il vento si dileguava in un girotondo di foglie,
l'asfalto era una lama di sole, lucido come un presagio nero
era l'ora del riposo, invero..
La città si truccava allo specchio, chi brindava alla gioventù,
chi senza saperlo era già vecchio, chi guardava alla tv
la tavola di Ginevra e del Re Artù..
Io e la mia compagna più cara lisciavamo il pelo alla storia
Giocandoci a dadi la memoria.
Io e la mia ammirevole amica, sul carro della nostalgia
Trionfale come la vita, beffarda come la vita..
Tobia il canarino giallo sopravvissuto ai nubifragi, come migliaia di disperati
celebrava il ritorno dei Re Magi
sulla terrazza assolata, tu dormi Panormo amata
Altri cercavano l'oro per nascondere la paura,
chi sapeva attendeva in silenzio il botto dell'ultima congiura
e dell'ultima ora.. ..l'ultima avventura
poi d'improvviso una nube, come un lampo di finestrino,
esplose in un rombo di tuono e furono bucce di mattino.
Noi non conosciamo l'Italia e non vogliamo più vedere
la lunga coda di paglia gli schiavi del potere.
I messaggeri dell'indignazione arrivarono quasi subito
a cavallo delle cineprese per non sporcarsi i pantaloni
invocando nomi e cognomi, cognomi e nomi.
Passò qualche cane a pisciare sui resti delle macerie,
le signore della televisione andarono in fretta dal parrucchiere
ad aggiustarsi il grugno e le rughe del sedere.
E sbocciarono fiori tristi sui prati muti della speranza,
vennero frotte di turisti a cercare la morte in vacanza.
Quel giorno scomparvero in tanti sulle ali della rivolta
Quel giorno volaron le rondini per l'ultima volta.
Io e la mia compagna più cara cercavamo nell'ombra il cammino
che conduce dove regna il silenzio, il gioco della vita e del destino.


sciarade
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15/07/2006, ore 15:01

Neanche comincerò a disquisire se le pene inflitte dalla CAF per lo scandalo sul calcio siano eque rispetto ai misfatti commessi. Dipende molto dai punti di vista, da cosa ci si aspetta dalla giustizia sportiva e pure da cosa dice il cuore, che magari batte per qualcuna di quelle quattro squadre coinvolte o per qualcuna delle più acerrime avversarie di esse – il calcio, si sa, ha un qualcosa di fanatico come le religioni e le grandi ideologie, lo abbiamo visto anche negli ultimi giorni. Quello che però è certo è che se questo processo doveva essere anche il primo passo per riformare a fondo l’enstablishment del pallone, questo processo ha fallito, non ha colpito i bersagli come doveva ma ne ha lasciati addirittura alcuni a suo posto o quasi, pronti in un Paese dalla memoria scarsa com’è il nostro a rioccupare e a riviolare le leggi in futuro. A questo proposito due nomi, senza star qui ad inoltrarci in calcoli matematici o ipotesi di risultato (speriamo solo sul campo) dei prossimi campionati, sono sotto gli occhi di tutti.
Uno è Franco Carraro, presidente di quella Federazione Italiana Giuoco Calcio sotto la cui ala – a volte protettiva, a volte volutamente cieca – negli ultimi anni si sono svolti i più laidi mestieri, dal doping ai passaporti falsi, dalle squadre salvate spalmando i bilanci e sorvolando false fidejussioni alla rete di controllo degli arbitri – che della FIGC ha coinvolto dirigenti, direttori di gara, designatori e dirigenti di squadre. Carraro ha preso quattro anni e sei mesi e nessuno per lui ha minimamente parlato di radiazione. Lui che già c’era nel ’76 come presidente di Lega e nel ’90 come organizzatore dei Mondiali nostrani, lui che da banchiere negli ultimi tempi ha contato i soldi per Cesare Geronzi – il banchiere di tutti – e tenuto nel cassetto per mesi i dossier da cui è nato tutto il patatrac non sarà difficile immaginarselo ancora in corsa per chissà quale carica nel mondo sportivo fra poco meno di cinque anni – non a caso, poco prima dello scoppio dello scandalo, si parlava di lui o in alternativa di Giraudo per gli Europei del 2012.
L’altro è Adriano Galliani, che fra un anno esatto si ritroverà ancora in sella al Milan (a meno di sorprese inaspettate, in serie A) forte di un potere che non è solo calcistico ma anche televisivo e politico. Potrà tranquillamente ricominciare a tessere la tela, molto probabilmente agevolato dall’assenza di quell’altra superpotenza arraffona che è stata la Juventus (che solo un exploit potrà evitarle due anni di B), e potrà anche riprendere a imbastire quell’enorme e assurdo conflitto di interessi calcistico-televisivo di cui è stato angosciosamente protagonista negli ultimi anni – sempre che non gli si dia la possibilità di farlo anche prima, magari per vie traverse, o sempre che l’attuale governo non risolva finalmente i vari conflitti d’interessi televisivo-politico-sportivi-finanziari di questa benedetta Italia.
L’aver lasciato sopravvivere calcisticamente parlando due individui come questi è la prima testimonianza del fallimento della sentenza di Ruperto come prima rivoluzione nel calcio corrotto. Le richieste del giudice accusatore Palazzi sembravano al sottoscritto piuttosto centrate, a parte già allora per il Milan. Ruperto, oltre ad aver diminuito le pene per tutti ma non in modo equo (la Fiorentina ne esce quasi come la Juventus), quella scarsa attenzione nei confronti della squadra rossonera l’ha ulteriormente aumentata. E ha lasciato la possibilità di sopravvivere anche ad altri personaggi di minor fama ma non di minor colpa (ad esempio l’arbitro De Santis). Non sono segni buoni, soprattutto perché tra appello e TAR l’aria che si respira è quella tipicamente italiana: ulteriori saldi. Tranquilli che ve la caverete, anche questa volta.  
sciarade
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07/07/2006, ore 13:16

A questo punto, dopo che la deprecabile vicenda del sequestro illegale da parte della CIA di Abu Omar con la collaborazione di alcuni membri del nostro servizio segreto ha finalmente invaso le aperture dei tg e le prime pagine dei giornali – meglio tardi che mai si potrebbe dire, ma un giornalismo sano e vigile non dovrebbe conoscere ne' il tardi ne' il mai, bensì il subito – il governo Prodi si trova dinanzi ad una importante prova di onestà nei confronti dei cittadini. La prova riguarda il capo del nostro servizio segreto, quel Niccolò Pollari che durante la scorsa legislatura ha fatto sì che alcuni membri della sua organizzazione, od ex ancora in contatto con essa, fossero coinvolti in gran parte degli scandali che hanno animato la vita politico-finanziaria degli ultimi cinque anni. In ordine di apparizione sui giornali cito i più importanti: Telekom Serbia, intercettazioni Telecom, Niger Gate, falso attentato contro l’ambasciata italiana a Beirut e per ultimo il sequestro di Abu Omar (potete leggere un breve ma efficace riassunto della vicenda in questo articolo di Giuseppe D’Avanzo, uno che su queste cose ha fatto bene il suo mestiere, e difatti il Sismi negli ultimi mesi lo stava spiando). Pollari ha sempre detto di non saperne nulla, ma un capo di un servizio segreto che non sa nulla dei misfatti della sua organizzazione o è un incompetente o sta mentendo (e così il governo che gli stava sopra: i vari Letta e Pisanu ignoranti di tutto e pure loro al bivio tra inettitudine e malafede). Il governo Prodi ha l’occasione per dare una sana ripulita ai nostri servizi segreti, siano essi composti da mezzi rintronati o da perfetti fuorilegge. Speriamo lo faccia: se approfondite un po’ le quattro a cinque vicende qui elencate probabilmente vi sentirete un po’ meno al sicuro. E vivere in un Paese in cui ci si sente poco sicuri – anche a causa dei servizi segreti – non è un bel vivere, e nemmeno un vivere civile.
sciarade
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03/07/2006, ore 20:09

Due cose sulle liberalizzazioni di Bersani, che sono un segnale speranzoso da questo governo dopo tanti fattacci di cui si è parlato qui nei giorni scorsi.
La prima: leggo delle proteste dei taxisti e mi vengono in mente due versi del buon Giovanni Lindo tratti dall’ultimo disco a marchio PGR: «anima dolce che stai tra i cottonfiock / metti i piedi per terra sentirai che elettroshock». Sarò generalizzante ed estremista, ma a me sembra che tutta questa gente che protesta per delle liberalizzazioni stia tra i cottonfiock: se accetti uno stile di vita basato interamente sul mercato e sul profitto – com’è il nostro e il loro, perché non ricordo movimenti di taxisti anticapitalisti o no-global – non puoi protestare quando qualcuno di quel sistema fa rispettare almeno le regole, appunto, del mercato (leggasi concorrenza). E’ un atteggiamento incoerente ed egoista, che denota pure una certa cecità sul dove e sul come si sta vivendo.
La seconda: per motivi, diciamo così, più umanistici e spirituali che strettamente economici sono piuttosto contrario ad un sistema dominato dal profitto, ma sono anche contento quando di questo sistema vengono fatte rispettare il più possibile le regole. Perché se è vero che un sistema è più dannoso di un altro – e il nostro lo è parecchio, ma questa è un’altra storia – è anche vero che fa ancora più danni quello stesso sistema dannoso non pienamente coerente con le proprie regole. Quello italiano fino ad oggi non lo è stato e non lo è ancora: l’Italia è da tempo un Paese congelato da vari monopoli, atrofizzato da enormi conflitti di interessi (quello di Berlusconi, il più grave ed evidente, ma non il solo) e impantanato in molteplici e striscianti collateralismi finanza-politica. Le liberalizzazioni di Bersani potrebbero essere una boccata d’aria, almeno per quanto riguarda i campi a cui si rivolgono. Speriamo reggano alle pressioni delle lobbies (che poi sono ancora quelle dei politici che a Roma le rappresentano), e speriamo soprattutto che siano solo la prima tappa di un percorso importante. Come qui spesso si insiste, ce n’è un’altra di tappa fondamentale che va sotto il nome di tv e comunicazione. Là non sarà solo questione di prezzi e concorrenza, ma soprattutto di pluralismo e libertà d’espressione. Gentiloni e compagnia, attendiamo segnali.

PS: Il Manifesto, giornale che avrò letto sì e no due volte, è in crisi economica profonda. Un giornale in meno, un giornale così, è una grave perdita anche per coloro che non lo tollerano proprio (chi insulterebbero altrimenti?). Se c'è qualcuno che vuole dare qualche soldino d'aiuto, qui il link. Per gli altri questo blog che sta col Manifesto.

sciarade
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30/06/2006, ore 15:36

La sentenza della Corte Suprema americana sull’illegalità della prigione di Guantanamo e la conseguente risposta di Bush e compagnia ad essa rilasciano la stessa amarezza e lo stesso senso di (tragica) comicità che è proprio delle più grandi prese per il culo. Se la stessa cosa fosse successa in Iran saremmo qui tutti pronti con le armi lucidate. Ma riassumiamo: una parte di uno Stato, che qui chiameremo “esecutiva” (il governo Bush), un giorno decide di rinchiudere qualche centinaio di prigionieri fatti su territori esteri di due guerre mai dichiarate e dagli insondabili motivi in una base anch’essa situata su territorio estero, classificando queste persone con il nuovo nome di “combattenti nemici” – categoria non contemplata in nessuna delle convinzioni sui diritti dell’uomo e del prigionieri, quella di Ginevra in primis – e sottoponendoli ad un tribunale appositamente creato che sostituisce la normale Corte Marziale. Tutto questo senza garantire a questi prigionieri la possibilità di adottare un avvocato per difendersi, di accedere alle prove che ne determinino la reclusione – «sei in arresto!» «Perché?» «Non te lo dico» – e, neanche a sottolinearlo, di vivere una vita dignitosa e al riparo da soprusi e violenze.
Un’altra parte di questo stesso Stato, che chiameremo “giuridica” (la Corte Suprema), ad un certo punto, diciamo non troppo velocemente, decide che i modi e i metodi di detenzione adottati a Guantanamo dalla parte “esecutiva” vanno contro la Costituzione dello Stato e contro la convenzione di Ginevra che sempre lo Stato ha firmato, e quindi sentenzia che Guantanamo va chiusa perché illegale. La parte “esecutiva”, almeno fino ad oggi, risponde a pernacchie, dicendo in poche parole che illegale o no comunque con Guantanamo si andrà avanti così, perché tanto la Corte Suprema sarà pur suprema ma fino ad un certo punto e all’opinione pubblica americana le sue sentenze interessano tanto quanto il soccer, cioè zero.
Mandata in malora le leggi, mandati in malora quindi anche i diritti, in questo Stato imputridisce anche la democrazia, la stessa che questa entità apparentemente democratica esporta a destra e a manca a suon di bombe e manovrando governi. Forse sarebbe meglio cambiare esportatore, o cambiare l’export di democrazia con un import di buonsenso. O, meglio ancora, cominciare a dire a livello globale cosa è realmente Guantanamo: il risultato di uno Stato criminale, più pericoloso dei suoi stessi nemici perché ammantato di un’aurea democratica che purtroppo però è solo molto molto teorica. Smettiamola con la Grande Democrazia America. E' solo una grande coglionata, e pure criminale.
sciarade
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29/06/2006, ore 16:00

Non seguendo affatto la scena hip-hop nostrana ed estera – gli unici dischi del genere che ho in casa sono quelli di Frankie Hi Nrg e Caparezza, credo – ne so veramente poco del rifiorire dell’hip-hop italiano degli ultimi mesi e del gran battage pubblicitario fatto dalla case discografiche intorno ad esso (retorica della “vita da strada” compresa). Quindi so veramente poco anche di Fabri Fibra – per dire, non ho nemmeno sentito il suo ultimo singolo “Applausi per Fibra” perché non ascolto mai la radio. Non mi serve però di conoscere a fondo il genere ne di averne sentito gli ultimi frutti per dire che qualsiasi polemica mirata alla censura dei brani di Fabri Fibra come di chiunque altro è assurda, stupida, e anche un pochino volgare.
Costui è finito sui giornali recentemente per aver inserito nel suo ultimo disco un brano su Erika e Omar, azionando così gli sproloqui benpensanti dei più disparati personaggi (il Presidente del Tribunale Minorile di Milano, Livia Pomodoro; don Gino Rigoldi) che chiedevano al rapper un confronto sul tema e la censura del brano accusato. E, notizia di oggi, le proteste vengono pure dall’Arcigay, che chiede che Fibra non partecipi alla data del “Cornetto Free Music Festival” di domenica a Roma, perché un brano del suo disco precedente è manifestatamene omofobico. Ora, ho letto il testo del primo brano (quello su Erika e Omar) e più che un confronto – ma poi confrontarsi per cosa? Per insegnare ad un rapper in due ore massimo di colloquio che così non si fa? – sarebbe semplicemente meglio fare in modo che chiunque non possa dar fiato alla bocca per ogni amenità (notare che il brano non passa in radio, quindi Fibra non ha nemmeno strumentalizzato la vicenda) e impari invece che se non viene violata la legge ognuno può dire quello che vuole, anche cose sgradevoli, scorrette, immorali (che questa cosa non l’abbiano capita due persone che si occupano, seppur in circostante estreme, di educazione, mi fa un po’ ridere, peraltro). Circa il secondo brano – il cui testo non conosco – se è omofobico Fibra è un imbecille, ma non vuol dire che non possa fare il suo lavoro che, volenti o nolenti, è dire (magari bene, perché il brano su Omar è esteticamente orrendo) ciò che pensa. Se l’Arcigay pensa sia giusto censurarlo, non si lamenti poi quando è qualcun altro a voler censurare i – legittimissimi – cortei dell’Orgoglio Omosessuale. Prima di decidere da che parte stare, è fondamentale imparare il metodo. Quello che lascia anche all’Altro il diritto di essere tale e di esprimersi secondo il suo essere. Lezioncina da scuola primaria, è vero. Ma, come potete vedere, necessaria. E ho fatto anche la rima hip-hop.
sciarade
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categoria : musica, politica





27/06/2006, ore 20:45

A me Aldo Nove piace. O almeno, quel poco che ho letto di lui – “Superwoobinda” e il racconto nell’antologia dei Cannibali – mi è piaciuto molto. Lui è uno che ha saputo cavare l’anima, quella più deviata e inquietante, alla provincia produttiva italiana e ai suoi personaggi. Non avevo però mai letto fino a stasera nessun suo verso, così mi son messo a cercare nella rete qua e là e ho trovato su questo sito, i seguenti versi. Buona lettura.

Io se fossi un pannolino avrei bisogno della merda di un
Bambino per esistere
Perché la merce invenduta piange
E non capirei perché un bambino nella sua vita caga
Migliaia di pannolini ma non me
Che sono un pannolino normale come gli altri
Con il mio codice a barre normale
Sulla scatola.
E se fossi uno di quei cosi con la neve e con padre Pio
Penserei di essere meglio di un soprammobile di Giò
Pomodoro perché
Tutte le merci sono uguali di fronte a Dio
E starei male a essere messo in vendita
Alla stazione Centrale di Milano
In un angolino della vetrina del tabaccaio
Tra un cazzo finto e un portasigarette di plastica con lo
Stemma del Milan
Languendo
Per giornate deriso
Perché la merce invenduta piange.
Io conosco il dolore delle pile dei sacchi della spazzatura
Nascosti dietro le scope
Nel reparto casalinghi
Del supermercato, sacchi della spazzatura
Verdi un tempo imposti per la raccolta differenziata dal
Comune e adesso
Negletti e impolverati, decaduti
Plastica più sola di un'anima a marcire
(...)
Io conosco il dolore della "gelatina per dolci
Già detta colla di pesce" sommersa
Sa bustine di lieviti Bertolini e sacchetti di zucchero in Scaglie per le guarnizioni
Lo conosco e se io fossi lei mi chiederei perché
Sono "gelatina per dolci già detta colla di pesce"
E non, ad esempio, una fulgida appetitosa scatola
Di mezzo chilo di mezze penne Barilla,
di quelle che si vendono a migliaia
nei supermercati di tutto il mondo.
Io penserei questo tutto il giorno e continuerei a piangere
Perché la merce invenduta piange
E il suo dolore è tanto simile al nostro
Biologico stare sul mercato fino a che c'è domanda
Fino a che l'articolo che siamo non deperisce
Come un diplomato di 52 anni alla ricerca del primo lavoro
Come un corridore automobilistico amputato
Come una ragazza in Giappone
Che a 25 anni nessuno l'ha sposata
Sugli scaffali della vita raggelata miscela
Leone scaduta nel reparto
Caffè o sugo di cinghiale con l'etichettta scollata
Scatole di sale dietetico schiacciata

sciarade
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categoria : politica, letteratura





23/06/2006, ore 16:26

La citazione morettiana «D’Alema, dì qualcosa di sinistra!» è invecchiata terribilmente. Mettetevi davanti ad uno specchio e, dopo queste prime settimane di legislatura del centro-sinistra, provate ad urlarla. Vi verrà da ridere: nessuno che possa dirsi minimamente intelligente riesce ad immaginare D’Alema intento anche solo a farfugliare qualcosa di sinistra. Al Massimo ormai ci credono solo gli sciocchi, i dalemiani e quelli di Forza Italia. Appunto nessuno che possa dirmi minimamente intelligente.
E allora che nome mettiamo al posto del baffetto «Mediaset è un bene degli italiani» a cui chiedere, tra lo speranzoso e il disilluso, un gesto che sia veramente e disperatamente di sinistra? Dai, fuori i nomi popolo della sinistra, sto tentando di aiutarvi. La Pollastrini? Nomi seri, mica le ministre senza portafoglio. Non ne trovate? Ok, proviamo allora con delle questioni in cui qualcuno ha fatto qualcosa di sinistra. Anche qui mica l’epidurale per tutte: questioni serie, problemi veri.

Le intercettazioni. No, qui nulla che si possa definire di sinistra. Ci sta l’ossimorico Mastella che si frega le mani pronto a metter la mordacchia a magistrati e giornalisti, e si capisce anche il perché visto che è presidente di un partito che farebbero prima ad imputare in toto. Peraltro: come si fa ad evitare che le conversazioni finiscano sui giornali senza ritegno? Aumentiamo le pene pecuniarie, ad esempio. E soprattutto: violate un po’ meno le leggi (voi che le fate), toglietevi tutti i privilegi parlamentari davanti alla Giustizia e rinsaldate leggi (tipo il falso in bilancio) che per come sono messe oggi lanciano un solo messaggio: l’Italia è una repubblica fondata sull’imbroglio. Tranquillo, te la caverai.

La guerra in Iraq. Ce ne andiamo ma «senza irritare l’amico americano», quando invece dovremmo andarcene sbattendo la porta, anche solo per lo schifo di Guantanamo, Abu Ghraib e Haditha e per un omicidio che la nostra magistratura ha definito lesivo per la politica di questo Paese – e se non bastasse, intanto rimpolpiamo in Afghanistan, abbiamo poca gente in giro. Niente neanche qui.

I CPT. Eh sì, ci sono ancora i CPT in Italia, non erano stati affidati in usufrutto a Berlusconi intanto che se ne stava al governo. Qualcuno se li ricorda ancora o dopo i due minuti di scalpore dell’inchiesta di Gatti se li sono dimenticati tutti? Il ministro Ferrero ci ha fatto una visitina qualche settimana fa, ma non s’è sentita l’unica cosa che un Paese civile dovrebbe dire: chiuderli. E alla svelta.

La tv. Va bene, ora rimaniamo sulla tv e non ci spostiamo di un centimetro. Qui, vista la recente esperienza passata qualcosa di sinistra avrebbero dovuto fare. Vediamo: di legge sul conflitto di interessi non si parla più, di legge sull’antitrust televisivo neanche, di delottizzazione della Rai ancor meno (e Biagi? E Luttazzi? E Fini? E Guzzanti? No, Santoro non lo cito, già è andato da Celentano, che vuole di più? Gli ha dato pure il microfono…). Però ieri hanno eletto l’ennesimo presidente con l’ennesima bega per le poltrone – si chiama Cappon, ma speriamo non sia un piccione – e ne hanno segato un altro – che si chiamava Perricone – perché non andava a genio a Berlusconi. Motivo? Quando era a capo della Sipra (l’agenzia pubblicitaria della tv di Stato) aveva rotto le palle al dominio di Mediaset.

A proposito di pubblicità: l’altro ieri è passato qua in Italia Murdoch, ha cenato con un po’ di politici e ha fatto due richieste. La prima: che nella prossima finanziaria non vengano finanziati più i decoder per il digitale terrestre del fratello dell’ex Presidente del Consiglio. La seconda: che possa avere  anche lui un po’ di pubblicità. Avete capito bene: Rupert Murdoch, il superpresidente di Sky, quasi quattro milioni di abbonati in Italia, duecentotre milioni di dollari di fatturato, non riesce ad accedere alle risorse pubblicitarie italiane in modo significativo. Perché la pubblicità con la Gasparri se l’è presa quasi tutta una sola persona, indovinate chi. In Italia per quanto riguarda la tv non c’è mercato e non c’è concorrenza. E’ tutto congelato, fermo, imbalsamato sotto l’insegna di un duopolistico tengo famiglia. Si potrebbe ripartire da qui, da una efficace riforma delle tv e da un ministro (Gentiloni) che da deputato nella scorsa legislatura fece buone cose e che qualcosa sta già facendo, per cominciare a fare qualcosa di sinistra o almeno qualcosa di dignitoso. Ma la speranza, soprattutto per il resto, è flebile. Abbiamo votato un condominio, c’è poco da fare.

sciarade
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categoria : politica, televisione, satira





20/06/2006, ore 09:04

E’ piuttosto necessario farsi due o tre domande su come arginare il voyeurismo mediatico delle intercettazioni telefoniche che finiscono anonimamente sui giornali fagocitando tutto e tutti e corrompendo a volte il procedere stesso delle inchieste. Ma ricordiamoci che non siamo davanti ad un fenomeno di chissà quale origine. Che la vita privata di un personaggio famoso, sia politico o vip, finisca sbattuta in prima pagina a mo’ di sputtanamento – pressoché indistinto tra giornali di destra e giornali di sinistra – è una cosa abbastanza normale: siamo un Paese di parrucchiere, di lingue che battono incessantemente sul tamburo, più appassionate all’ultima scopata da prima pagina che all’ultimo laido imbroglio nazionale. Della vicenda di uno squallido settantenne che qualcuno si ostina a chiamare ancora re e della sua rete di ladri in doppiopetto e sproloqui da cloaca i più in futuro si ricorderanno il nome della soubrette-che-l’ha-data – come se in una tv che è l’esatto contrario del talento e della meritocrazia fosse l’unica ad averla data – e non che in questo scandalo è rimasto coinvolto per l’ennesima volta un importante uomo politico di un importante partito politico. E’ questo il problema più grave di questa nuova vicenda, come di quelle riguardanti Fazio, Fiorani, Consorte, Riccucci, Storace, Moggi e via discorrendo. Più delle intercettazioni, più delle copule fuori o dentro la Farnesina, la questione è che ogni volta che si scoperchia un pentolone e ci si trova dentro qualcosa di sporco, illegale, criminale, di riffa o di raffa ci sta pure un colletto bianco, almeno uno, a menare i traffici. La politica italiana è eternamente incriminata, incredibilmente amorale, definitivamente marcia. E noi non ne abbiamo memoria, e nemmeno indignazione. O forse, sotto sotto, ci va semplicemente bene così.
sciarade
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categoria : politica, calcio, televisione





19/06/2006, ore 19:24

Credevo di aver votato una coalizione di partiti, invece ho votato un condominio.
sciarade
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categoria : politica, satira





15/06/2006, ore 20:52

Faccio un piccolo e veloce strappo alla regola della non-comunicazione della mia vita privata su questo blog per dirvi una cosa che è sì privata ma ha il suo lato politico. Oggi, per la prima volta in vita mia, sono stato licenziato. Non vi dirò da chi e come mai – perché altrimenti lo strappo diventerebbe troppo grosso – ma vi dirò, anche attraverso L’amaca odierna di Michele Serra sull’addio di Filippo Callipo, di cosa ho avuto la conferma dopo questo mio primo licenziamento: siamo un Paese di irresponsabili, di persone senza dignità, onore e coraggio, solamente pronti a infilarlo nel di dietro a chiunque ci capiti appresso, sempre. Non solo quelli che comandano ai call-center, non solo quelli di destra, non solo quelli di Chiesa, non solo quelli di sinistra. No: tutti, o poco poco meno che tutti. Siamo davvero una repubblica fondata sull’Imbroglio.

«Se fossimo un Paese normale, la notizia che il presidente degli industriali calabresi intende fuggire dalla sua terra perché la giudica in mano alla mafia sarebbe su tutte le prime pagine, e aprirebbe i telegiornali. Un paese normale riterrebbe insopportabile che un quarto del suo territorio nazionale sia co-governato dalla malavita, con tanto di riscossione dei tributi ed economia parallela. Un Paese normale avrebbe già proclamato eroi nazionali e martiri della libertà gli imprenditori ammazzati per essersi rifiutati di pagare il pizzo, e i loro nomi ci sarebbero familiari come quelli dei calciatori e dei cantanti.
Ma non siamo un Paese normale. Diamo per assodato, per scontato, per ovvio il dominio indisturbato dei clan mafiosi, il parassitismo ripugnante di migliaia di persone che vivono a scrocco taglieggiando gli onesti che lavorano, la schifosa cultura familista e omertosa che impesta il nostro povero Meridione e lo rende servo dei padrini criminali, e vassallo dei politici collusi. Bisognerebbe proprio che su qualche municipio sventolasse la bandiera mafiosa perché gli italiani si accorgessero che il Sud la sua secessione l’ha già fatta
».

PS: i due massimi quotidiani italiani hanno avviato la campagna di convincimento globale sulla necessità di rimanere ancora in Afghanistan (a fare danni), di cui questo quasi inguardabile centro-sinistra al governo (perchè così brutto? ne parlerò) sembra essere il primo baluardo. Quanto sia globale la campagna, vista la pochezza dell’utenza italiana nei confronti della carta stampata, non è prevedibile. Ma resta il fatto che ci sono fortunatamente anche altri punti di vista sulla questione.

sciarade
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categoria : politica





13/06/2006, ore 19:49

Dice Massimo Fini che i neri di origine africana sono persone fiere e vitali, poi finisco ad Oxford e si fottono tutto. Diventano macchine da guerra tipo Condoleeza Rice. Ho avuto all’incirca lo stesso pensiero ieri sera mentre vedevo Italia-Ghana. Se non fosse stato per il colore della pelle e per quelle quattro conoscenze di geografia che posseggo – e che riescono a farmi associare ad ogni stato il proprio continente di appartenenza – non avrei mai detto che i calciatori scesi in campo ieri sera con la maglia del Ghana erano africani. I calciatori africani, almeno fino a una decina di anni fa, mostravano in campo un temperamento del tutto diverso: avevano vitalità e correttezza; erano pieni di gioia di correre e segnare; architettavano azioni di gioco esuberanti e funamboliche che una certa ingenuità tattica non impediva di dichiarare cosa era per loro il calcio prima di tutto: un gioco vivo, emozionante e pacifico, da disputare con fatica e slancio. Insomma una passione, l’unica.
Invece gli undici ghanesi di ieri sera mi sono sembrati tali e quali ai più tipici ed annoiati calciatori europei: tignosi e narcisi dal primo all’ultimo minuto nei loro agghindi e pose da star, scialbi dopo il primo gol subito e rabbiosi fino alla violenza gratuita sul secondo (i due pestoni a Totti e Iaquinta), incapaci di una qualsiasi azione che avesse il sano e spensierato agonismo di un fiero africano alle prese con il pallone.
Che la maggior parte di questi giochi da tempo in Europa forse non è un caso. Il pallone occidentale avrà dato loro fama e successo ma a me sembra che abbia chiesto l’anima in cambio. Non l’anima di ognuno, che continuerà io spero a coltivare sogni ed emozioni, ma l’anima africana. Quello spirito libero e vitale che conservava del calcio ciò che originariamente è: un gioco da vivere intensamente, una bella storia che tutti almeno una volta abbiamo voluto vivere, un sogno che faceva sognare e gioire anche chi dal bordo del campo stava semplicemente a guardare. I calciatori del Ghana scesi in campo ieri sera sono africani solo per la geografia, ma per il resto purtroppo paiono uguali ai loro colleghi europei: calciatori disanimati, senza epicità e romanticismo, protagonisti di un gioco che anch’esso purtroppo sembra smarrire sempre di più ogni immaginario e sentimento. 
sciarade
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categoria : politica, calcio





06/06/2006, ore 13:25

C’è una sola forma di resistenza alle nostre vite sempre più incerte, in bilico dentro una realtà tanto asettica quanto giunglesca come lo è il call-center in cui lavora Martino Bux, protagonista di “Vita precaria e amore eterno” (Mondatori Strade Blu, 217 pagine, 15 €) di Mario Desiati. E’ l’amore. Eterno, totalizzante, panico, vissuto all’interno di un’incessante catena di riferimenti e ricordi quando lei, Toni, è lontana e non si sa quando tornerà.
Si potrebbe chiudere qui, sviscerando solo un poco un titolo che tutto spiega, il resoconto di questo secondo libro di Desiati, storia quantomai contemporanea di un quasi trentenne emigrato con la famiglia da una Sicilia da fame e infame che arriva nella Capitale e si ritrova a lavorare in un call-center. Ma Martino Bux non è solo un personaggio e la storia che Desiati racconta non è solo una denuncia: “Vita precaria e amore eterno” è la parabola quasi perfetta di una realtà crudele e contraddittoria, che alimenta le persone di di-speranze e frustrazioni e le induce inevitabilmente ad odiare. «C’è in Italia questa psicosi che qualche arabo se ne vada in giro con una bella chilata di tritolo su per il culo e si faccia sbudellare in nome di Allah, Osama Bin Laden e compagnia turbante. Nessuno sospetta che lo stesso desiderio di questi arabi scoppianti sia molto vicino all’odio di Poldo e del sottoscritto. Tutti stanno attenti con gli occhi ben spalancati quando uno di questi tipi con la barba lunga mette piede dentro la metro. Ma nessuno sa che Poldo e io, senza soldi e inseguiti dai creditori, le bollette non pagate, i supermercati svaligiati, ci immoleremo contro i nostri nemici».
Martino, ragazzo qualunquista e un poco razzista, è il paradigma del moderno uomo qualunque, di colui che pronto per spiccare il volo verso il proprio sogno si accorge invece di trovarsi incatenato a terra. E allora urla, strepita, aggredisce, si aggrappa all’unica stella che gli rimane, un amore che alla fine si svelerà per ciò che inevitabilmente è: una patologia, un amore d’odio macerante e inarrestabile. La scrittura lineare e slanciata di Desiati – che risente in positivo delle passate esperienze poetiche, regalando alcune pagine memorabili per pathos (i ricordi di Toni) e commozione (la visita ai genitori) – dà al libro la forza di uno sfogo che è sfogo generazione. Una generazione che qui narra il suo disperato “ecco come stiamo”. Ma senza verità, senza certezze, senza un qualcosa di eterno che non sia un appassionato e folle sentimento.
sciarade
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categoria : politica, letteratura





01/06/2006, ore 10:59

Una classe giornalistica sana, che volesse mantenersi tale, che volesse essere autonoma e soprattutto dare un’immagine di autonomia rispetto a qualsiasi Potere – essendo di esso non servile velina ma fiera sentinella – uno come Aldo Biscardi (che sano e autonomo ha dimostrato di non essere) lo caccerebbe dalla propria comunità alla svelta, e senza tante premure. Invece l’Aldo nazionale e il suo "Processo", degno del processo per i lecca-lecca che inflissero a Pinocchio, ce lo ritroveremo anche l’anno prossimo, non più a La 7 (dove l’hanno davvero cacciato e sostituito con un granduomo qual è Darwin Pastorin) ma a Italia 7 Gold. E di più: ce lo ritroveremo anche prima, perché lo stesso Biscardi delle telefonate a Moggi, del questo-lo-copriamo questo-lo-cazziamo di poche settimane indietro farà anche da opinionista alle puntate sui mondiali di “Diretta Stadio”, il programma calcistico della rete. Ai mondiali, poi, ci manderemo: un allenatore che se le indagini diranno non coinvolto fino al collo quantomeno d’immagine attualmente non proprio pulita, un calciatore-scommettitore e un capitano che «comunque è sempre andata così, lo sanno tutti, che ci volete fare?». Tutta gente a posto.
Intanto si continua ad indagare e presto arriveranno gli esiti delle indagini: ma non sentite anche voi nell’aria un leggero odore di restaurazione che aspetta solo una vittoria ai mondiali per diventare gas esilarante e fare pari e patta?

sciarade
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categoria : politica, calcio, televisione





30/05/2006, ore 12:56

A più di tre mesi dal numero sul lavoro, è uscito in questi giorni il nuovo Dedalus. Tema, o per meglio dire macro-tema: l’uomo postmoderno. Ideologia, famiglia, religione, Galimberti (lungamente intervistato da me), Bauman, Vattimo le coordinate. Chi ne volesse ricevere a casa gratis una copia come prova non deve fare altro che contattarmi via e-mail.
sciarade
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categoria : politica, letteratura, religione, televisione, mie iniziative





29/05/2006, ore 20:25

Negli ultimi giorni il nuovo ministro della Sanità Livia Turco ha detto di voler garantire gratuitamente a tutte le donne partorienti l’epidurale. Il motivo, a suo dire, è che in Italia il numero di parti cesarei è molto maggiore rispetto alle statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Non so se ciò sia vero e se l’epidurale sia veramente la risposta migliore all’abuso di cesarei. Ma mi inquieta molto l’idea che il parto venga totalmente privato del dolore. La sofferenza fa parte in tutto e per tutto del parto, che in primis per la donna è anche violazione, e fornisce ad esso la prima essenziale direzione di senso che il generare ha in sé: si dà vita ad un figlio che – inevitabilmente – soffrirà e farà soffrire. Senza questo lato di patimento, che fa parte esso stesso di quell’amore che spinge a generare ed in quanto tale è passione (che, appunto, si patisce), mi chiedo se un parto con l’epidurale sia ancora la stessa esperienza sentimentale e conoscitiva – ma anche pedagogica e psicologica – di uno portato a termine senza, o non diventi al contrario un vacuum indebolito nel suo senso più profondo, tanto definitivamente sopraffatto dalla tecnica quanto inutile alla donna per comprendere cosa sia l’esperienza di continuare la vita, che è poi anche continuare il dolore che in essa esiste.
La questione insomma non è religiosa e neanche ideologica: si tratta solamente, come in questioni simili a questa (aborto, fecondazione), di comprendere di fronte alle infinite possibilità date dalla tecnica di migliorare e migliorarsi la vita quale sia il limite. Quel limite oltre in quale ogni nostra azione perde il proprio senso.
sciarade
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categoria : politica, religione





24/05/2006, ore 20:55

Come già in molti hanno detto, viene davvero difficile pensare che l’unico colpevole dell’obbrobrio calcistico italiano sia Luciano Moggi e il suo entourage e che altri nomi importanti di quel mondo – non un Della Valle “qualunque” – siano del tutto innocenti. Ad esempio viene da chiedersi se in tutto il periodo da intercettato Moggi non abbia mai fatto una chiamata che fosse una ad Adriano Galliani presidente della Lega Calcio (i due club sono amici) oppure se davvero l’altra delle tre grandi forze del calcio italiano – l’Inter – sia del tutto linda. Sul Milan non so dirvi molto – a parte che Galliani dovrebbe dimettersi, perché era anche suo il compito di governare il gregge, e poi Lippi dovrebbe seguirlo smettendo di fare lo sbruffone – ma sull’Inter sì. Seppur in modo parecchio losco, loro alla triade compra-arbitri del calcio italiano hanno provato a reagire: leggetevi questo articolo di Giuseppe d’Avanzo da Repubblica di ieri. I nomi non sono nuovi ma la faccenda si allarga, e lo schifo pure.
sciarade
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categoria : politica, calcio





17/05/2006, ore 12:36

Sono juventino, uno juventino disappassionato del gioco del calcio e del suo circo da almeno tre o quattro anni, dopo una primissima adolescenza passata a pensare e parlare sempre e solo di pallone. Non vi voglio dire che ad un certo punto della mia fino ad ora breve vita ho deciso di allontanarmi dal calcio perchè io avevo capito tutto. Non sarebbe vero, e se lo fosse avrei qui ed ora le mie belle responsabilità. Ma è certo che chi ha guardato negli ultimi anni al calcio con un occhio che non fosse idolatra, che non subisse il fumo oppiaceo del dio pallone che ogni domenica ha richiesto i suoi laidi sacrifici di giustizia, dignità, chiarezza e sportività, non può guardare quello che sta succedendo in questi giorni con stupore. Con ribrezzo sì, ma con stupore è più difficile. Non lo si sapeva con certezza che era tutto così come si sta scoprendo in questi giorni, ma lo si ipotizzava, in qualche modo lo si subodorava: troppe le stranezze, le coincidenze, troppi gli altri affaracci in parte diversi da quest’ultimo (doping, passaporti falsi, scommesse) ma non per i protagonisti coinvolti.
E ora che tutto si sta svelando così com’è stato – una lordura meschina, clientelare, mafiosa – ci viene da dire una sola cosa: era così come temevamo. Sì era proprio così, e come sostiene Oliviero Beha (uno di quegli onesti giornalisti sportivi, ma non solo, di cui il calcio avrebbe sempre bisogno) in questo e quest’altro articolo, non resta che sperare e tenere la testa alta perchè tutto – come fu per Tangentopoli – non venga mandato ancora una volta in malora, gettato nell’oblio e nella confusione più alienante buttando in aria il tavolo. Non è giustizialismo il nostro, di noi indignati e da tempo disillusi, è volere semplicemente giustizia. E se in quel mondo tutti sapevano (e quindi incontrovertibilmente partecipavano), quei tutti non dovranno farla franca. Ma dovranno pagare. Per una volta, almeno.
sciarade
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16/05/2006, ore 10:48

C’è uno scorpione sulla copertina del nuovo libro di Massimo Fini ed è fin troppo facile dire come il suo pensiero – qui riassunto a mo’ di dizionario filosofico, intrecciando spunti autobiografici, sintesi concettuali riprese dai lavori precedenti e nuove istanze – punga. “Il Ribelle”, ovvero una condizione esistenziale, sociale, in ultima soluzione politica (ma a-partitica), identificata in figure storiche (Che Guevara: «per noi che fummo anarchici e libertari nella nostra giovinezza […] il Che è un mito che non rinneghiamo») e delineata passo dopo passo, argomento dopo argomento, in reazione ad un sistema schizofrenico che non riesce a reggere ne’ la salute economica dei suoi aderenti (se non a prezzo della fame di altri) ne’ la loro felicità.
E’ un moralista Fini, un ricercatore della (perduta) dignità dell’uomo, un nichilista lucidamente innamorato della vita che da essa si prende tutto e fino in fondo. Aggredisce e accarezza, provoca («Ong. Sono più pericolose degli Omg») e analizza, forte di una razionalità che è base ma non fine del suo pensiero e di tanti anni di letture ed esperienze (impedibili i racconti disincantati ma allo stesso tempo affascinati di alcune esperienze africane). “Il Ribelle” (Marsilio, 295 pagine, 17 €) è sicuramente il suo libro più completo e organizzato – la divisione vocabolaristica gli permette di risultare maggiormente sistematico, anche se parecchio frammentario – ideale per chi non lo conosce e gratificante per chi già l’ha seguito nelle opere precedenti, dalle quali si differenzia anche per una maggiore apertura autobiografica che però non ricade mai in uno sterile autobiografismo.
Che ormai abbia detto tutto quello che doveva dire Massimo Fini? Sì, l’impressione è quella. Ma non è un’impressione sconfortante. Se c’è qualcosa che manca dopo aver terminato e completato il cammino del suo pensiero non è sicuramente uno spunto di rivolta e indignazione (di cui “Il Ribelle” è pieno e pulsante) ma una concreta possibilità di azione. E’ questa, alla fine, l’unica cosa da fare.
sciarade
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12/05/2006, ore 15:59

Ora che la sentenza su Vanna Marchi e Stefania Nobile è stata proclamata ed è stata fatta in questo modo giustizia, propongo un disegno di legge per introdurre in Italia un nuovo reato. Il reato che voglio introdurre è il reato di imbecillità: chi compie o subisce azioni dimostrando con esse di possedere un elevato grado di imbecillità va in qualche modo sanzionato. Ad esempio chi ha dato vagonate di soldi a quelle due per farsi dire quali numeri del Lotto sarebbero usciti va punito. E anche severamente. Perché va bene l’ingenuità, va bene la disperazione, va bene le enormi capacità seduttive della coppia, va bene anche le minacce, ma come si fa a credere ad una come Vanna Marchi? E soprattutto: come si fa a credere che qualcuno possa intuire quali numeri verranno estratti da un sacchetto se le palline sono tutte uguali e le probabilità le stesse? (e di conseguenza: a che livello è la cultura scientifica dei cittadini di questo Paese?). Non si può, a meno che non si viva da imbecilli. E l’imbecillità – se non altro per una questione fondamentale: la dignità – va punita, perché se esistono malfattori è anche perché in alcuni casi esistono imbecilli che li lasciano praticare. E a quanto sembra non sono pochi.
sciarade
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08/05/2006, ore 20:34

Ebbene sì, dovete sapere che anche io a volte vengo chiamato nelle librerie per fare delle presentazioni di dischi. Non nelle Feltrinelli però, e nemmeno nelle Fnac: non sono (e forse non sarò mai) così importante e neaanche, come dire, un pochino subalterno (volte più che incontri sembrano apologie…). Vengo chiamato di solito in un piccola e ottima libreria di Bergamo che si chiama Libreria Fabula (approposito: se siete di Bergamo, andateci).
Il primo incontro che ho “condotto” è stato più di un anno fa con Pippo Pollina. Pippo – ora parte lo spot, ma è gratis e vi ho avvisato – è una persona stupenda, molto umile e corretta. Per dire: pochi giorni dopo l’incontro semistroncai qui il suo ultimo disco (che continuo a trovare un po' povero, mentre "Versi per la libertà" è imperdibile) e non mi ha mai tolto il saluto: altri lo avrebbere fatto, lui è un signore. E oltre ad essere una persona stupenda è uno dei pochi veri, veraci cantori civili che sono rimasti in Italia. Nelle sue canzoni niente slogan, che farebbero molto audience alla Feste de l’Unità, e niente parole a caso, ma impegno serio, sentito, frutto di una vita dalle tantissime esperienze e, io credo, dalle tantissime emozioni (prima redattore de “I Siciliani” di Pippo Fava, che venne ucciso dalla mafia, e fondatore dei primi Agricantus; poi in giro per anni e anni da busker in Europa e infine stabilitosi fisso in Germania dove ha molto più successo che da noi, e canta pure in Italia)
In questi giorni Pollina è in tour in Italia con un recital di reading-canzoni molto intenso e riuscito, dove oltre a raccontare una vita di scrittura in musica racconta la sua vita e quella delle sue letture. Con lui il chitarrista Enzo Sutera e l’attrice/cantante Serena Bandoli, entrambi bravissimi. Se non conoscete  ancora canzoni come “Leo” (dedicata a Leo Ferrè) o “Il giorno del falco” (che in tutto e per tutto è  l’epigrafe sentimentale dell’undici settembre cileno) vi siete persi un pezzo di cantautorato italiano che il pubblico di casa nostra non ha ancora premiato come deve. Eccovi le prossime date:

10/5 - Rovigo, Teatro Duomo
11/5 - San Giovanni Lupatoto(Vr), Teatro Astra
13/5 - Orvieto (Tr), Sala del Carmine
14/5 - Porto S.Elpidio (Ap), Limonaia di Villa Baruchello
17/5 - Sanremo, Teatro del Casinò (concerto e incontro con Giovanni Impastato, proiezione del documentario su Peppino Impastato)
18/5 - Sasso Marconi, Teatro Comunale G.Marconi (incontro su Peppino Impastato)
19/5 - Riva del Garda (Tn), Sala Polivalente D.Chiesa (concerto e incontro con Giovanni Impastato, proiezione del documentario su Peppino Impastato)
26/5 -  Asti, Diavolo Rosso
28/5 - Concei (Tn), Centro Culturale a Locca di Concei

PS: dimenticavo: il cognome si pronuncia Pòllina, non Pollìna.  

sciarade
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categoria : musica, politica