Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”.
(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)
Tre concerti alla Festa de l’Unità di Milano per il sottoscritto nel finesettimana.
Venerdì sera Radiodervish. Etno-pop spiritual-intimista parecchio debitore del Battiato di “Caffè de la Paix”, tre dischi all’attivo (di cui il primo “Lingua contro lingua” da ascoltare) e uno in uscita ad ottobre su Radiofandango. Ci si aspettava da parte loro il teatro canzone di “Amara terra mia”, spettacolo sull’immigrazione con l’attore Giuseppe Battiston integrato da pezzi di repertorio, inediti e due cover di Modugno (la canzone che dà il titolo a tutto e “Tu sì ‘na cosa grande”). Invece il concerto è stato prettamente antologico e piuttosto brutto: tastiere (spesso impresentabili) elargite a larghe mani, interpretazioni grossolane, clima festaiolo stile balera di Beirut con tanto di ancheggiamenti ammiccanti del cantante Nabil. Forse il Mazdapalace non era il luogo ideale per le loro tonalità e impauriti hanno tentato di “salvarsi” così. O forse dal vivo sono purtroppo proprio così. Comunque decisamente meglio su disco.
Sabato Pacifico e Avion Travel. Apre Pacifico, lo vedo per la terza volta e lo vedo bene, in crescita rispetto al primo live di febbraio (stroncato qui). La sua timidezza proverbiale di certo non lo aiuta di fronte al vasto pubblico del Mazdapalace, lui comunque fa quello che può: concentra ma non troppo i cinquanta minuti di esibizione sui brani di “Dolci frutti tropicali” (recensione, forse un po’ troppo di manica stretta, qui), butta lì qualche gag che verrebbe meglio in luoghi meno capienti, non accelera troppo i ritmi e un po’ ne risente. Ma arriva in fondo con dignità e sembra convincere il pubblico.
Di tutt’altra pasta invece il discorso sugli Avion Travel, che da un po’ di tempo a questa parte si presentano in quartetto (dopo che Mariolino Tronco e Peppe D’Argenzio sono passati all’Orchestra di Piazza Vittorio) e con il primo bassista della formazione Vittorio Remino (in sostituzione di Ferruccio Spinetti occupato dal progetto Musica Nuda con Petra Magoni). Una simile riduzione di organico induce inevitabilmente a cambiare gli arrangiamenti dei brani, che vengono proposti in una veste più asciutta dove le divagazioni jazz tipiche della formazione al completo vengono sostituite da un approccio rock elettro-acustico caratterizzato soprattutto dall’onnipresente chitarra di Mesolella (che, in gran serata, riempie i pezzi di oscurità blues e accenni western-morriconiani). Il resto lo fanno l’impagabile interpretazione teatrale di un Peppe Servillo in completo nero (l’unico sui palchi musicali per cui la parola teatrale abbia davvero un significato) e la sezione ritmica Ciaramella-Remino, tutta accelerazioni, sobbalzi e crescendo – quei crescendo di cui gli Avion sono maestri. Tanti i momenti di altissimo livello (“Canzone appassionata”, “Cosa sono le nuvole”, “Storia d’amore”) e pure qualche passaggio che va riverificato (“Sentimento”), ma c’era da aspettarselo. Peccato non ci sia stata traccia dei brani inediti appartenenti a quel prossimo disco prodotto da Paolo Conte che ormai sta diventando leggenda. Comunque imperdibili.
Domenica sera Mario Venuti. Buonissimo autore pop, sta portando in giro la sua migliore e più fortunata tournèe (sul palco sono in nove lui compreso, con tre fiati e percussionista brasileiro), che include alcuni dei brani appartenenti a quello che è fino ad oggi il suo miglior disco (recensito qui). Lo spettacolo, tra brit-pop ruffiano, funky e divagazioni latine, è coinvolgente e ritmato; qualche brano lascia il segno soprattutto grazie alla scrittura, qualche altro per una vitalità che oltre ad essere smaccatamente (ma non terribilmente) radio-friendly è anche abbastanza testosteronica – a tratti l’ex Denovo ancheggia alla Ricky Martin, ma dato il clima e il taglio delle canzoni non si fa disprezzare. Gradevole e in forma, ma nulla di più.
E così, dopo la pausa estiva, si torna a parlare di musica. E lo si fa con… Sufjan Stevens. Ancora lui, che dopo il secondo dei cinquantuno dischi sugli stati americani (che ha promesso di registrare da qui all’eternità) uscito l’anno scorso (“Come On Feel The Illinoise!”) torna con una raccolta di outtakes e versioni alternative di quel mezzo capolavoro. “The Avalanche: Outtakes and Extras from the Illinois Album” si intitola chilometricamente l’album, e chilometrici sono anche i titoli di alcune delle ventuno tracce, tutte almeno buone e un paio bellissime. Si parte con la title-track che è puro pop immaginifico-sognante in Sufjan style, poi tre versioni di “Chicago” (una acustica che sa il fatto suo e due altre più giocose ma con il solito contagio melodico), qualche sfrigolante sterzata spaziale (“Pluto”) e poi il capolavoro. No, non è “Saul Bellow” – comunque assai graziosa (e con un titolo personalmente fantastico) – è “Pittsfield”: sei minuti e cinquantuno di maestranze pop, che prima si crogiolano nella loro malinconia e poi vanno su su esplodendo tra brilluccichii di piatti, trombe e cori angelici. Stevens non sbaglia un colpo, ma se non lo conoscete non comunque partite da qui: questi sono solo “scarti”. Con le virgolette obbligatorie, però.
PS: il mio parlar di musica qui sopra negli ultimi mesi è un po’ scostante. Sia in quanto a periodicità, sia in quanto a dischi presi in esame. Nel senso che non sempre parlo di quelli di cui vado veramente matto come mi ero ripromesso alla nascita del blog. Ad esempio ho già mancato quello dei Willard Grant Conspiracy, e non so perché ma mi sa che mancherò pure quello dei Current 93 e di Carla Bozulich (dischi non facili da ascoltare ma che vi consiglio vivissimamente). Sarà che sto diventando un geloso snob?
Dopo tutti questi giorni di silenzio dovuti a vari motivi, vorrei parlarvi di indulto, ddl sulle intercettazioni, Abu Omar, Israele-Libano e di tutta la nausea che queste vicende mi hanno dato. Ma Discanto riprende vita – per poco, perché fra poco si va in vacanza… a casa – con le sue solite annotazioni. Questa volta non solo musicali. Via:
Tempo fa parlammo qui sopra della raccolta firme per il disegno di legge ad iniziativa popolare per delottizzare la Rai portato avanti tra gli altri da Sabina Guzzanti e Marco Travaglio. Purtroppo la raccolta firme non è andata a buon fine per qualche migliaio di voti ma il Ministro Gentiloni ha promesso di confrontarsi in futuro con il comitato promotore della raccolta, inoltre il disegno di legge verrà presentato in Parlamento da Tana Zulueta dei Verdi (alla Camera) e da Franca Rame dell’Italia dei Valori (al Senato). Qui tutti i dettagli della cosa.
Un disco importante da segnalare. E’ “Tras Os Montes”, il nuovo di Stefano Giaccone, ex leader (con Lalli) dei Franti e oggi autore di almeno due lavori impedibili (questo e il precedente da solista “Tutto quello che vediamo è qualcosaltro”). La mia recensione qui. Non perdetevelo – il disco, non la mia recensione.
Ho intervistato Cesare Basile. Di lui da queste parti si parla spesso, quindi se vi va leggete e basta.
Per finire: sono pure su Deviantart. Che egocentrico.
19 Luglio '92

Il vento si dileguava in un girotondo di foglie,
l'asfalto era una lama di sole, lucido come un presagio nero
era l'ora del riposo, invero..
La città si truccava allo specchio, chi brindava alla gioventù,
chi senza saperlo era già vecchio, chi guardava alla tv
la tavola di Ginevra e del Re Artù..
Io e la mia compagna più cara lisciavamo il pelo alla storia
Giocandoci a dadi la memoria.
Io e la mia ammirevole amica, sul carro della nostalgia
Trionfale come la vita, beffarda come la vita..
Tobia il canarino giallo sopravvissuto ai nubifragi, come migliaia di disperati
celebrava il ritorno dei Re Magi
sulla terrazza assolata, tu dormi Panormo amata
Altri cercavano l'oro per nascondere la paura,
chi sapeva attendeva in silenzio il botto dell'ultima congiura
e dell'ultima ora.. ..l'ultima avventura
poi d'improvviso una nube, come un lampo di finestrino,
esplose in un rombo di tuono e furono bucce di mattino.
Noi non conosciamo l'Italia e non vogliamo più vedere
la lunga coda di paglia gli schiavi del potere.
I messaggeri dell'indignazione arrivarono quasi subito
a cavallo delle cineprese per non sporcarsi i pantaloni
invocando nomi e cognomi, cognomi e nomi.
Passò qualche cane a pisciare sui resti delle macerie,
le signore della televisione andarono in fretta dal parrucchiere
ad aggiustarsi il grugno e le rughe del sedere.
E sbocciarono fiori tristi sui prati muti della speranza,
vennero frotte di turisti a cercare la morte in vacanza.
Quel giorno scomparvero in tanti sulle ali della rivolta
Quel giorno volaron le rondini per l'ultima volta.
Io e la mia compagna più cara cercavamo nell'ombra il cammino
che conduce dove regna il silenzio, il gioco della vita e del destino.
Thom Yorke usa l’elettronica come la chitarra. Non si cura che i suoni siano più o meno al passo coi tempi, ma mette beat e sample semplicemente a disposizione delle canzoni. E’ forse questa la chiave per valutare al meglio “The Eraser”, il primo disco solista del leader dei Radiohead – inutile dirlo: uno dei gruppi più importanti ed influenti degli ultimi quindici anni – che esce a tre anni di distanza dall’ultimo non eccezionale album della band inglese.
Dopo i cartoni animati, il trip-hop o giù di lì. “Peeping Tom” è il nuovo bolo ludico musicale di Mike Patton, uno che al sottoscritto regalò con il progetto Fantomas (quello appunto dei cartoni animati) uno dei più bei concerti dell’anno appena passato. Dico bolo perché l’ex Faith No More non sa più quale “sostanza musicale” ingurgitare per poi vomitarla secondo i propri ludici canoni estetici: “Peeping Tom”, ad esempio, guarda dalle parti del trip-hop o dell’avant pop più orecchiabile e ritmato ma lo fa alla maniera ormai tipica del tuo autore, tutto schizofrenie rumorose e urlacci improvvisi. Con tutti quegli ospiti, alcuni messi lì un po’ per far nome e basta (Massive Attack, Amon Tobin) altri per far nome e anche qualcosa di buono (Bebel Gilberto nell’ottima electro-bossa “Caipirinha”), la prospettiva è allettante – e difatti è uno dei dischi più attesi dell’anno – ma il risultato non poi così speciale. “Peeping Tom” si fa ascoltare con piacere, ti regala anche qualche mezza sorpresa (anche Norah Jones dice le parolacce, e in “Sucker” ce n’è la prova) ma alla fine scorre via un po’ così, senza clamori nonostante tutto il bendiddio messo sul piatto. Che sia, come dice qualcuno, una mossa più per raccattare qualche soldo, magari da Mtv, che un tentativo di rivoluzionare la musica post-novecentesca è possibile. Ma qui non diamo giudizi genere e non siamo a Forum e, alla fine, te la vedi la musica del buon Generale a sgomitare con l’ultima scoperta nu-metal? Io no, e a dirla tutta non so nemmeno se sia ancora vivo il nu-metal.
Era da un po’ un po’ di tempo che non si vedevano da queste parti, ma oggi sono tornate. Signori e signori le annotazioni di discanto (certo che annotazioni è il nome meno accattivante che potessi trovare eh…):
E’ uscito ormai da qualche settimana il nuovo lavoro di uno dei nomi storici del cantautorato italiano di casa nostra: Claudio Lolli. Il disco si chiama “La scoperta dell’America” e pur non essendo brutto ha un grosso e prevedibile difetto: è più che mai un disco da cantautore, già vecchio ancor prima di essere uscito. Qui una mia recensione.
Qualcuno si ricorderà dei Lythium, gruppo di rock autoriale che nel 2000 si presentò a Sanremo con il brano “Noël” e l’anno dopo pubblicò un disco. In seguito ad una (letale?) tournèe di supporto a Vasco si sciolsero, e il leader della formazione Stefano Piro intraprese una carriera solista. “Notturno Rozz” è il suo esordio: nulla di eccezionale, ma se vi piacciono Piazzolla, i La Crus, Cave e il Capossela più funereo potrebbe interessarvi, a voi.
Già da alcune settimane su MusicbOOm è disponibile in download gratuito un ep live di Fabrizio Coppola, cantautore salernitano fratello del veejay Massimo con all’attivo la pubblicazione di due dischi (“La superficie delle cose”, 2003 e “Una vita nuova”, 2005). Il “dischetto” è stato registrato lo scorso maggio alla Casa139 di Milano, se non conoscete nulla del suddetto avete un'occasione di scoprirlo qui.
Il livello della tv italiana è bassissimo, ma è anche vero che qui non abbiamo i geni che hanno in Giappone, guardate.
Per finire, il sottoscritto e un suo caro amico musicista stanno cercando nel bergamasco un batterista per un progetto il cui volantino di presentazione è il seguente:
“Cerchiamo batterista di buona esperienza e con voglia di sperimentare nuove possibilità percussive (con oggetti di uso comune) per gruppo blues anteguerra voce recitante-chitarra-batteria. Influenze: Robert Johnson, Madrigali Magri, Black Heart Procession, Howe Gelb, Bachi da Pietra. No perditempo, sì musicisti motivati e curiosi. Per informazioni e contatti lucabarachetti@hotmail.com”.
Per intanto vi dico questo, poi magari in futuro ne riparleremo. Sta di fatto che è una cosa tanto seria quanto difficile da realizzare. Chi è interessato non esiti a contattarmi, mi raccomando.
Che c’entrano Beirut, i Gulag e le orchestre? Se si è abituati a chiedersi il perché delle parole non sarà strano porsi questa domanda leggendo il titolo e la ragione sociale di questo disco d’esordio di Zach Condon, diciannovenne di Albuquerque. “Gulag Orkestar” assembla melanconie balcaniche e spruzzi cinematici alla Yann Tiersen (“Mount Wroclai”) ad un afflato nostalgico-decadentista stile Rufus Waintwright – ma anche stile Morrissey a dirla tutta. Pop da fanfara, valzer sognanti e lamentosi (capito ora il titolo?), elegie per cuori sensibili: insomma canzoni adatte ad animi romantici, alcune (tipo “Postcards from Italy”) davvero stupende. Ma ce n’è per tutti coloro che ne hanno abbastanza dei pasticci transnazionali di Bregovic o degli ultraretorici unza-unza del suo ex-amico/rivale Kusturica. Da tempo non si sentiva qualcosa di così avvincente alla voce folk balcanico. Da un americano poi… Chissà se alla fine ce lo ritroveremo tra i dieci dischi dell’anno.
Abbiamo bisogno di una versione femminile di Tom Waits? Una con quella stessa voce roca, benedetta dal fumo, dall’alcol e dalla rogna più nera e con la stessa torbida attitudine al blues più scaracchioso e swordfishtromboneggiante ma capace anche di addentrarsi in sontuose jazz-ballad da crepacuore? Si direbbe di no, fino a quando non si incontra una come Sandy Dillon. Che nel suo “Pull The Strings”, c’è poco da girarci intorno, se le suona e se le canta pari pari all’alcolico menestrello californiano. Ma se le suona e se le canta bene. Per una volta bando alle snobistiche ricerche di originalità e/o personalità – vi basti la title-track iniziale per farvi subito confondere: ma è lei o lui? – e spazio alle canzoni, che qui di buone, se non ottime, ce n’è.
Sapete cosa penso – superficialissimamente – di Bruce Springsteen? Che se c’è una musica buona per i camionisti in canottiera, quelli tutti motel, rutti e vieni-qui-bella-topa-che-te-lo-tronco-nel… quella è la sua. Sia chiaro: mi riferisco allo Springsteen epico ed elettrico, non a quello intimista e acustico di “The Ghost Of Tom Joad” – disco che mi piace davvero tanto: e qui si capisce quanto io sia lontano da un giudizio davvero serio sul buon vecchio Bruce. Sta di fatto però che “We Shall Overcome”, l’ultimo lavoro che rivisita il repertorio di Pete Seeger, a me piace davvero tanto. Non cambierà nulla o quasi nella carriera del suo autore, ma ammetterete che la combriccola di trombe e tromboni, violini, banjo e altri sgangherati ammennicoli che il Boss ha messo in piedi per registrarlo ha un che di profondamente ruspante e al contempo affascinante (e divertente, aggiungo). E poi come canta? Mica intonato e deciso come ha fatto ultimamente. No, buona la prima e via alla festa: blues, folk irlandese, cori che sanno di gospel, sudore. E’ proprio bello sto disco, mi fa battere i piedi e la mani. Chissà che ne diranno i camionisti…
Ebbene sì, dovete sapere che anche io a volte vengo chiamato nelle librerie per fare delle presentazioni di dischi. Non nelle Feltrinelli però, e nemmeno nelle Fnac: non sono (e forse non sarò mai) così importante e neaanche, come dire, un pochino subalterno (volte più che incontri sembrano apologie…). Vengo chiamato di solito in un piccola e ottima libreria di Bergamo che si chiama Libreria Fabula (approposito: se siete di Bergamo, andateci).
Il primo incontro che ho “condotto” è stato più di un anno fa con Pippo Pollina. Pippo – ora parte lo spot, ma è gratis e vi ho avvisato – è una persona stupenda, molto umile e corretta. Per dire: pochi giorni dopo l’incontro semistroncai qui il suo ultimo disco (che continuo a trovare un po' povero, mentre "Versi per la libertà" è imperdibile) e non mi ha mai tolto il saluto: altri lo avrebbere fatto, lui è un signore. E oltre ad essere una persona stupenda è uno dei pochi veri, veraci cantori civili che sono rimasti in Italia. Nelle sue canzoni niente slogan, che farebbero molto audience alla Feste de l’Unità, e niente parole a caso, ma impegno serio, sentito, frutto di una vita dalle tantissime esperienze e, io credo, dalle tantissime emozioni (prima redattore de “I Siciliani” di Pippo Fava, che venne ucciso dalla mafia, e fondatore dei primi Agricantus; poi in giro per anni e anni da busker in Europa e infine stabilitosi fisso in Germania dove ha molto più successo che da noi, e canta pure in Italia)
In questi giorni Pollina è in tour in Italia con un recital di reading-canzoni molto intenso e riuscito, dove oltre a raccontare una vita di scrittura in musica racconta la sua vita e quella delle sue letture. Con lui il chitarrista Enzo Sutera e l’attrice/cantante Serena Bandoli, entrambi bravissimi. Se non conoscete ancora canzoni come “Leo” (dedicata a Leo Ferrè) o “Il giorno del falco” (che in tutto e per tutto è l’epigrafe sentimentale dell’undici settembre cileno) vi siete persi un pezzo di cantautorato italiano che il pubblico di casa nostra non ha ancora premiato come deve. Eccovi le prossime date:
10/5 - Rovigo, Teatro Duomo
11/5 - San Giovanni Lupatoto(Vr), Teatro Astra
13/5 - Orvieto (Tr), Sala del Carmine
14/5 - Porto S.Elpidio (Ap), Limonaia di Villa Baruchello
17/5 - Sanremo, Teatro del Casinò (concerto e incontro con Giovanni Impastato, proiezione del documentario su Peppino Impastato)
18/5 - Sasso Marconi, Teatro Comunale G.Marconi (incontro su Peppino Impastato)
19/5 - Riva del Garda (Tn), Sala Polivalente D.Chiesa (concerto e incontro con Giovanni Impastato, proiezione del documentario su Peppino Impastato)
26/5 - Asti, Diavolo Rosso
28/5 - Concei (Tn), Centro Culturale a Locca di Concei
PS: dimenticavo: il cognome si pronuncia Pòllina, non Pollìna.
Due dischi piuttosto interessanti tra il 2003 e il 2004 ed ora un nuovo singolo per gli E 42, gruppo formato da alcuni dei componenti degli ormai da tempo disciolti Elettrojoyce. La canzone si intitola “Vuoi perderti?” e personalmente non mi fa impazzire. La trovate qui. Speriamo che il nuovo lavoro continui e migliori quanto di buono hanno fatto in passato.
Da alcune settimane MusicbOOm ha una sua trasmissione radio. Si intitola “bOOm Time” e va in onda ogni martedì sera negli spazi della web-radio Rec Radio (www.recradio.it). La conduzione è di Carlo Crudele e Luca D’Alessandro, i “capi” che a turno ogni settimana si alternano davanti al microfono. Se state navigando questa sera a partire dalle 20.30, non perdetevela.
Chi ha scoperto Umberto Palazzo & Il Santo Niente con “Il fiore dell’agave” uscito l’anno scorso per Black Candy avrà notato come sia quasi impossibile trovare, se non usati, i dischi vecchi del gruppo “La vita è facile” (1995) e “[‘sei na ru mo’no wa na ‘i]” (1997) – io possiedo originale e usato quest’ultimo grazie ad un fortunato regalo. La major che ne detiene i diritti non li vuole concedere per la ristampa e allora Palazzo, che è un santuomo, mette a disposizione il tutto in download gratuito sul suo blog. Se vi interessano, andate e scaricate.
Per finire due mie interviste recenti. A Peppe Barra, storico cantattore napoletano che ha pubblicato quest’anno un nuovo disco (qui) e a Federico Zampaglione, con cui ho tentato di riassumere, seppur in breve, dieci anni di Tiromancino (qui). Buona lettura.
Scesi dall'auto a toccare il mondo
come venuti dalle stelle
ci guardavamo attorno, senza fretta.
Colletti alzati delle giacche,
nella testa solo un richiamo,
rumore sordo di mare, un uragano.
Mi sorprendono gli occhi di tua madre,
mi trapassano, se ne vanno,
proprio mentre il ponte saltava in mille scintille...
Oggi sono vecchio e stanco,
è aprile e vento, ho più paura,
così sono venuto a chiederti, fammi questo piacere,
ti prego, questo piacere
Canta la mia canzone preferita,
ti prego, cantala,
cantala in questa mattina
appena appena impazzita,
cantala dove la mia mano potrà vedere,
cantala dove anche il mare si può riposare
Vedi, non potevo davvero,
non potevo di certo
guardare le altre luci brillare
senza provare a toccarle,
canta la mia canzone preferita,
ti prego, canta,
cantala in questa mattina
appena appena impazzita.
(Lalli, da Tempo di vento, 1998)
Mi dicono varie fonti che un live dei Mogwai può essere, a livello di massa sonora, un’esperienza molto forte. Staremo a vedere: domani sera sarà a Milano per sentirli.
Tra i dischi più attesi dell’anno in corso, almeno in ambito indie – oh come sarebbe migliore il mondo (musicale) se ogni volta non fossimo costretti a specificare categorie e sottoinsiemi come degli entomologi – il primo lavoro sulla lunga distanza dei Non Voglio Che Clara è quello che tutti si aspettavano: un bellissimo disco di canzoni. Fanno questo i quattro ragazzi veneti che due anni fa arricchirono l’Aiuola dell’indie-pop italico con quel piccolo gioiello che va sotto il nome di “Hotel Tivoli”: scrivono belle canzoni, ricche di versi da portarsi dietro per lungo tempo, rivestite di eleganze in bianco e nero come quelle canzoni Italiane (con la i maiuscola, più maiuscola che potete) che oggi Mina e la Vanoni non cantano più, che Endrigo, Bindi e Tenco più non possono scrivere (ma anche gli Smith in parte), che le orchestre sanremesi hanno del tutto disimparato a forza di bagattelle pop(ulistiche). Due concerti nel finesettimana per il sottoscritto.
Venerdì sera ero allo Zero Music Club per la mia prima esperienza con gli Ufomammut. Dico esperienza perché l’hard-stoner rock del trio ha tutte le carte in regola per essere definito tale, caratterizzato com’è da una presenza fisica del suono che insieme alle proiezioni video disegnate dal collettivo Malleus rendono il live una sequela di landscapes tellurici ed affascinanti. Più che al cuore e al cervello, gli Ufomammut mirano al torace e fanno centro: i primi minuti di show lasciano letteralmente senza fiato – le vibrazioni così potenziate, anche a causa delle esigue dimensioni del locale, danno un’improvvisa quanto straniante sensazione di soffocamento – e tutto il concerto scorre addosso segnando le orecchie e il cuore. La musica è materia e, se si vuole, anche di quella piuttosto densa. Ufomammut docet.
Sabato sera invece – per la serie «oh, come sono eclettico!» – via alle nenie dolci-amare di Pacifico, che all’Auditorium di Bergamo per “In Ascolto” porta le canzoni del suo ultimo buonissimo disco “Dolci frutti tropicali” (mia recensione qui). L’avevo già visto a febbraio il buon Gino e mi aveva lasciato un tantino perplesso (inducendomi a parlarne piuttosto male qui). Non mi ero sbagliato: le canzoni ci sono – e non sono poche, dopo soli tre dischi, quelle davvero belle – ma la voce manca quasi totalmente. Lui fa di tutto (gag divertentissime, bolle di sapone, umiltà a dosi industriali) per coprire la cosa ma alla lunga paga pegno. Peccato, da uno così – a sentirlo su disco – ti aspetteresti per il futuro chissà cosa. La serata è stata comunque divertente, soprattutto perché mi è venuta la passione delle foto e mi sono sbizzarrito (sono caritatevole, ve ne metto poche qui sotto).

"vedo la grande alleanza tra la mano sinistra e la destra
il potere è la rosa ma l'uomo è la ginestra"
Da che canzone è tratta?
Era uscito in autunno la prima parte del progetto “Neve Ridens” di Marco Parente, quella con la parola Ridens cancellata. Era un disco assai bello e sincero, ma la seconda parte, questa volta con la parola Neve cancellata, lo è ancora di più. Difficilissimo, anzi direi impossibile, che questo secondo lavoro, insieme a quello di Basile uscito a gennaio, non siano tra i miei dieci dischi italiani del 2006, e lo spero lo sia anche nei vostri. Ecco la mia recensione e, dal sito del collettivo Il Posto delle Fragole, il video del singolo primo singolo tratto dall’album.
Confesso che, provenendo io da una gioventù “tristemente” cantautorale, non avevo mai sentito prima di queste ultime settimane un album dei Flaming Lips. Ma questa mattina, al secondo ascolto, “At War With The Mystics” mi ha sedotto: via il pop, viva il pop cinematico, viva le guerre con i mistici! Da novello adepto quale sono, sarebbe stato un po’ disonesto recensirvelo qui, lascio la parola ad un collega entusiasta e ad un altro un po’ meno.
Invece voglio parlarvi io de Il rumore del fiore di carta, che con il post-rock cinematico e dai toni blues-umbratili di “Origami 62” tenta di percorrere una via (promettente) oltre i Massimo Volume, ma non solo (recensione qui).
Signori e signore, cosavoletedafratelformicolo?
Anche dopo il nuovo disco “Èlia” – che è uscito pochi giorni fa per il Manifesto dischi al solito prezzo onestissimo di dieci euro a tre anni dal precedente “All’improvviso, nella mia stanza” – continuo a pensare che il miglior lavoro composto fino ad oggi da Lalli (con o senza Pietro Salizzoni) sia “Tempo di vento”. Più lugubre, metropolitano e piovasco dei suoi posteriori, animato da uno spleen caveianamente rock che animava, scurendoli stupendamente, brani come “Mostar” e “Brigata Partigiana Alphaville” (forse il più bel pezzo italiano sulla Resistenza, insieme a “Guardali negli occhi” dei CSI), oppure come “Aria di Buenos Aires” e la traduzione in italiano di "Famous blue raincoat" di Cohen (una presenza in un certo senso ovvia, anche solo per la vocalità di Lalli), “Tempo di vento” era il disco che (ri)animava – per orizzonti sonori a approccio nella scrittura testuale – un panorama, quello della canzone d’autore al femminile, fino ad ora piuttosto deludente e povero di proposte davvero interessanti. Uscirà dopo l’estate il nuovo disco di Giorgio Canali e i suoi Rossofuoco. Lavoro attesissimo, se è vero che l’ultimo del chitarrista dei PGR è, almeno in Italia, uno dei più bei dischi di rock usciti negli ultimi sette-otto anni. Giusto ieri sera, saputa la notizia, l’ho rimesso su. E ad aspettarmi c’era quell’esplosione di amore indignato che sta qui sotto:
Questa è una canzone d’amore
questa è una canzone d’amore
costellata di sospiri e baci teneri, tenere parole
questa è una canzone d’amore
con le rime al posto giusto:
cuore, tremore, fuoco eterno, rosso inferno
sono una scimmia col telecomando
mi viene una gran voglia di prendermi a calci
‘ché tanto è inutile cambiare canale
e questa è una canzone d’amore
news e sorrisi inquietanti
leccaculo in poltrona o sciacalli d’assalto
che se poi crepano puoi solo gioire
ma questa è solo una canzone d’amore
e i faccia a faccia tra deficienti
che parlano senza un cazzo da dire
che gli altri, per pudore, dovrebbero solo tacere
questa è una canzone d’amore
è una canzone d’amore, amore proverbiale
amore da manuale, amore, amore, amore, amore
è una canzone d’amore, amore sperimentale
amore antisociale, amore, amore, amore, amore
eroici carabinieri
mandati a spremere bottiglie nei super- mercati
meglio lì che in piazza a farsi provocare
e questa è una canzone d’amore
epidemie terrificanti
nuovi contagi e vecchi mondi da cui star lontani
e noi qui in fila a farci rivaccinare
e questa è una canzone d’amore
è una canzone d’amore, amore interinale
amore assistenziale, amore, amore, amore, amore
è una canzone d’amore, amore terminale
amore funerale, amore, amore, amore, amore
e poi, il vento divino
in confezione convenienza “prendiduepaghiuno”
e non è strano che sia sempre lo stesso a pagare
e questa è una canzone d’amore
arruolati: trovi un mestiere
e io non ho nessuna
pregiudiziale
se sono io a decidere a chi sparare
e questa è una canzone d’amore
è una canzone d’amore, amore spirituale
amore, universale, amore, amore,amore, amore
è una canzone d’amore, amore orizzontale
amore anticlericale, amore, amore,
amore, amore
…l’inno dell’Udeur!!! (link)
Qualcuno l’ha già definito noise-rock centrista.