19/09/2006, ore 22:11

Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”
.

(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)

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02/08/2006, ore 19:57

Lo dissi anche l’anno scorso: citando i Perturbazione, «agosto è il mese più freddo dell’anno». Quest’anno si prospetta più freddo del solito, perché già luglio – il mese del primo inciucio governativo, della carneficina mediorientale, della libertà d’espressione che anche a sinistra sembra non piacere più, del calcio (contro)riformato senza riforma – qualche sonoro brivido lo ha dato. Buone vacanze a tutti. Discanto se ne va per qualche giorno. Non si sa quando tornerà, ma comunque tornerà.
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31/07/2006, ore 14:54

Dopo tutti questi giorni di silenzio dovuti a vari motivi, vorrei parlarvi di indulto, ddl sulle intercettazioni, Abu Omar, Israele-Libano e di tutta la nausea che queste vicende mi hanno dato. Ma Discanto riprende vita – per poco, perché fra poco si va in vacanza… a casa – con le sue solite annotazioni. Questa volta non solo musicali. Via:

Tempo fa parlammo qui sopra della raccolta firme per il disegno di legge ad iniziativa popolare per delottizzare la Rai portato avanti tra gli altri da Sabina Guzzanti e Marco Travaglio. Purtroppo la raccolta firme non è andata a buon fine per qualche migliaio di voti ma il Ministro Gentiloni ha promesso di confrontarsi in futuro con il comitato promotore della raccolta, inoltre il disegno di legge verrà presentato in Parlamento da Tana Zulueta dei Verdi (alla Camera) e da Franca Rame dell’Italia dei Valori (al Senato). Qui tutti i dettagli della cosa.

Un disco importante da segnalare. E’ “Tras Os Montes”, il nuovo di Stefano Giaccone, ex leader (con Lalli) dei Franti e oggi autore di almeno due lavori impedibili (questo e il precedente da solista “Tutto quello che vediamo è qualcosaltro”). La mia recensione qui. Non perdetevelo – il disco, non la mia recensione.

Ho intervistato Cesare Basile. Di lui da queste parti si parla spesso, quindi se vi va leggete e basta.

Per finire: sono pure su Deviantart. Che egocentrico.

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05/07/2006, ore 21:00

Era da un po’ un po’ di tempo che non si vedevano da queste parti, ma oggi sono tornate. Signori e signori le annotazioni di discanto (certo che annotazioni è il nome meno accattivante che potessi trovare eh…):

E’ uscito ormai da qualche settimana il nuovo lavoro di uno dei nomi storici del cantautorato italiano di casa nostra: Claudio Lolli. Il disco si chiama “La scoperta dell’America” e pur non essendo brutto ha un grosso e prevedibile difetto: è più che mai un disco da cantautore, già vecchio ancor prima di essere uscito. Qui una mia recensione.

Qualcuno si ricorderà dei Lythium, gruppo di rock autoriale che nel 2000 si presentò a Sanremo con il brano “Noël” e l’anno dopo pubblicò un disco. In seguito ad una (letale?) tournèe di supporto a Vasco si sciolsero, e il leader della formazione Stefano Piro intraprese una carriera solista. “Notturno Rozz” è il suo esordio: nulla di eccezionale, ma se vi piacciono Piazzolla, i La Crus, Cave e il Capossela più funereo potrebbe interessarvi, a voi.

Già da alcune settimane su MusicbOOm è disponibile in download gratuito un ep live di Fabrizio Coppola, cantautore salernitano fratello del veejay Massimo con all’attivo la pubblicazione di due dischi (“La superficie delle cose”, 2003 e “Una vita nuova”, 2005). Il “dischetto” è stato registrato lo scorso maggio alla Casa139 di Milano, se non conoscete nulla del suddetto avete un'occasione di scoprirlo qui.

Il livello della tv italiana è bassissimo, ma è anche vero che qui non abbiamo i geni che hanno in Giappone, guardate.

Per finire, il sottoscritto e un suo caro amico musicista stanno cercando nel bergamasco un batterista per un progetto il cui volantino di presentazione è il seguente:
Cerchiamo batterista di buona esperienza e con voglia di sperimentare nuove possibilità percussive (con oggetti di uso comune) per gruppo blues anteguerra voce recitante-chitarra-batteria. Influenze: Robert Johnson, Madrigali Magri, Black Heart Procession, Howe Gelb, Bachi da Pietra. No perditempo, sì musicisti motivati e curiosi. Per informazioni e contatti
lucabarachetti@hotmail.com”.
Per intanto vi dico questo, poi magari in futuro ne riparleremo. Sta di fatto che è una cosa tanto seria quanto difficile da realizzare. Chi è interessato non esiti a contattarmi, mi raccomando.

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30/05/2006, ore 12:56

A più di tre mesi dal numero sul lavoro, è uscito in questi giorni il nuovo Dedalus. Tema, o per meglio dire macro-tema: l’uomo postmoderno. Ideologia, famiglia, religione, Galimberti (lungamente intervistato da me), Bauman, Vattimo le coordinate. Chi ne volesse ricevere a casa gratis una copia come prova non deve fare altro che contattarmi via e-mail.
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01/01/2006, ore 14:50

Dopo una serie di vicissitudini legate al rinnovo completo della grafica e all’iscrizione in tribunale delle testata, è uscito finalmente il nuovo numero di Dedalus.
Dedalus è una rivista nata circa tre anni fa dall’esigenza di proporre in questo Paese un tipo giornalismo che sembra giorno dopo giorno sempre più scomparire. Un giornalismo di approfondimento, di indagine sul pensiero e sulle dinamiche della realtà, non inficiato da parentele politiche o ideologiche. In una parola la redazione di Dedalus cerca di scrivere in modo libero, convinta che la libertà – insieme all’intelligenza – oltre che essere un valore sia anche un metodo.
Ogni numero della rivista affronta monograficamente un argomento su una lunghezza che può variare dalle venti alle sessanta pagine. Articoli d’opinione, inchieste, interviste, vignette sono le fondamenta di ogni uscita. Negli ultimi numeri abbiamo affrontato argomenti come la satira, la democrazia, le logiche di potenza (ovvero perché si fanno le guerre) e intervistato personaggi quali Daniele Luttazzi, Massimo Fini e Giorgio Rumi (potete trovare qualcosa di ciò che fino ad oggi abbiamo prodotto all’indirizzo ww.dedalus-web.net).
Il tema del nuovo numero di Dedalus – titolo di copertina “Ora et labora” con l’et cancellato in modo che la frase si legga “Ora labora” – è il lavoro, affrontato a livello esistenziale, pratico (quindi cercando di sgusciarne i problemi: dalle morti bianche al precariato) e sociologico; ed una lunga satira dal titolo “Questa italia” sui maggiori problemi che secondo noi affliggono questo Paese.
Chi fosse interessato a ricevere a casa una copia del nuovo numero di Dedalus non deve fare altro che contattarmi (
lucabarachetti@hotmail.com) segnalandomi l’indirizzo a cui spedire la rivista. Dedalus è gratuito – normalmente viene distribuito gratis nelle Università, librerie e luoghi di cultura vari di Bergamo, provincia e dintorni – e se vi piacerà potrete abbonarvi. L’abbonamento a quattro numeri di una lunghezza variante tra le venti e le sessanta pagine (il nuovo numero è di sessanta pagine e mai meno di quaranta dovrebbero essere i prossimi), spese di spedizione comprese, è di 10 euro. Insomma costa veramente poco (e difatti la redazione non ci guadagna nulla: basta fare due calcoli per intuirlo).
Per farvi capire meglio il taglio del tutto, e i presupposti da cui nasce e si sviluppa questo numero di Dedalus sul lavoro, vi riporto qui sotto l’editoriale. Buona lettura.


Chi non lavora non fa l’amore
In questo numero parliamo di lavoro. Non siamo certo noi a scoprire che il lavoro è il motore della nostra società, l’elemento basilare su cui si fonda questo Paese e in generale la sopravvivenza, soprattutto economica, di tutto l’occidente geograficamente e politicamente inteso (sia esso una nazione o un singolo individuo). Data però l’importanza e il peso anche solo temporale che l’attività lavorativa ha nelle nostre vite è impossibile non dare al lavoro una forte importanza sociale e ancora di più esistenziale.
Il lavoro oggi, strettamente collegato al mercato e al consumo, è l’elemento unificante dei vari ceti – che quasi tutti lavorano, quando ad esempio almeno fino alla Rivoluzione Francese re e regine non “lavoravano” con le stesse modalità e la stessa scansione temporale dei sudditi – ma allo stesso tempo elemento di distinzione e successo – alcuni lavori rendono famose le persone che li praticano; altri le degradano; altri ancora, i cosiddetti «ultimi» o «esclusi», non lo praticano affatto. Lungo quest’ultima via il lavoro diventa anche paradigma morale, tanto che è facile percepire quotidianamente la diffidenza della gente verso quelle persone che «non hanno voglia di lavorare» o che con la loro presenza rischiano di occupare il posto di lavoro appartenente ad altri: i «perditempo», gli immigrati che «vengono qui da noi a rubarci il lavoro» e addirittura chi, in pieno diritto costituzionale, sciopera («Chi non lavora non fa l’amore» cantavano Adriano Celentano e Claudia Mori: non è un caso che lo facessero, un tantino reazionariamente, in pieno sessantotto).
Per quanto riguarda invece gli aspetti esistenziali il lavoro, che occupa per la maggior parte delle persone cinque giorni alla settimana per sette-dieci ore al giorno su ventiquattro, può far sentire chi lo pratica «realizzato», «soddisfatto»; o al contrario, quando non c’è o quando c’è ma non piace e lo si subisce, può far sentire «insoddisfatto», «frustrato», «depresso». C’è chi dice «il lavoro è la mia vita» e chi dice «il lavoro è la mia rovina». Il lavoro insomma può rendere «felici» o «tristi», o almeno così sembra.
Fondamentale da sempre sotto l’aspetto economico, divenuto fondamentale per quanto riguarda la socialità, l’esistenza e addirittura la morale, è difficile allora negare che oggi il lavoro domini la nostra vita, ne influenzi fortemente ogni aspetto anche quando esso non è in atto – il “tempo libero” nasce inevitabilmente da un tempo “non-libero” che, guarda caso, è il lavoro. Il lavoro in poche parole ci ha invaso. O meglio: con diversi gradi di consapevolezza e volontà da esso ci siamo fatti invadere. E se la regola dei monaci benedettini era “ora et labora”, la rivoluzione industriale, le esigenze di profitto di teorie economiche diverse (marxismo e liberismo) ma basate sullo stesso primo principio (appunto il lavoro) hanno cancellato la congiunzione “et” – che in qualche modo tentava di regolare e armonizzare il tempo dello spirito con quello dell’azione – rendendo quella regola un monito di ben altra specie ed esito: “ora labora”, «ora lavora!». Se vuoi essere «qualcuno», se vuoi essere «felice», se vuoi essere «buono».
Ma è davvero così? In questo numero a riguardo vi lasciamo qualche riflessione, insieme alle analisi di alcuni importanti problemi da cui è attanagliato il mondo del lavoro. Chiedendovi se prima di risolvere problemi che generano infelicità e disagio – e che in definitiva vanno comunque risolti – valga davvero la pena sottoporsi in modo così assoluto a questa sottile ma pesantissima schiavitù.

Su questo numero troverete anche una sorta di dossier dal titolo “Questa italia”. Abbiamo provato per una volta a fare satira – satira che, lo ricordiamo, non deve necessariamente fare ridere – su quelli che secondo noi sono i problemi principali di questo Paese. Perché, scusate il sillogismo un po’ furbo, se è vero che l’Italia è fondata sul lavoro e il lavoro ha dei problemi, allora l’Italia è fondata su parecchi problemi (che purtroppo vanno anche al di là del mondo lavorativo). Questa satira l’abbiamo fatta in nome di Pier Paolo Pisolini, consapevoli di non essergli per nulla degni eredi ma vogliosi di essere, come era lui, assolutamente liberi da vincoli di partito. Buona lettura.

Luca Barachetti

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30/10/2005, ore 09:41

Scade oggi, ed effettivamente come segnalazione è un po' ritardataria, il "Premio Miglior Sito" che MusicbOOm ha organizzato in occasione del Mei 2005. Si tratta di votare mandando una e-mail uno dei siti candidati (trovate le nominations, il regolamento e l'indirizzo a scui scrivere qui): il premio è un banner gratis per un mese sui siti di MusicbOOm, Audiocoop e Meiweb. Un banner vuol dire visibilità. E l'indie italiano di visibilità ne ha sempre molto bisogno.
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17/10/2005, ore 17:47

Poche parole oggi, quelle che bastano per due veloci annotazioni. La prima è che ho intervistato i Northpole, combo veneto che propone un cantautorato rock con ascendenze tanto dagli Smith quanto da Tenco (probabilmente risentirete parlare di loro nella lista dei dieci dischi italiani di quest'anno). Per arrivare all'intervista passate di qui. La seconda è che sull'onda del successo del blog di Beppe Grillo, Daniele Luttazzi ha aperto il suo, che dalle prime battute sembra parecchio intessante. Eccolo
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29/09/2005, ore 15:40

Riprendo dal blog dell'amico Hamilton questo invito di Luca Castelli del Mucchio Selvaggio a cui anche io nei prossimi giorni prenderò parte. Fatelo anche voi, se vi va, anche al di là della sezione musica Wikipedia italiana ha bisogno  e merita di crescere (ad esempio alla voce "pecore" non c'è ancora niente... hi hi).

"Dietro spinta di Eyesbomb, i lettori/collaboratori del Mucchio Selvaggio si sono scatenati per migliorare le pagine musicali di Wikipedia, la libera enciclopedia del Web. Sul forum del giornale c'è un thread dove vengono segnalati tutti i cambiamenti e le nuove pagine aperte. Conoscendo la sostanziale, travolgente e folle passione che agita i cuori di chi legge il Mucchio, posso solo ipotizzare che in poche settimane Wikipedia diventerà una vera e propria bibbia online dell'indie rock (altro che All Music! Altro che Scaruffi!). Io qui aggiungo solo due cose: a) Wikipedia non è un'enciclopedia rock. E' un'enciclopedia e basta. Quindi chiunque può aggiungervi qualcosa. Siete appassionati di cinema? Avete una laurea in ingegneria dei materiali? Seguite fedelmente le dottrine del feng shui? Sapete tutto sulle antiche civiltà mesopotamiche? Qualunque sia la vostra passione-professione-interesse, anche voi potete dare un piccolo apporto a Wikipedia. Senza impegni, senza obblighi. A volte bastano anche solo due minuti. Si legge una voce, si nota che manca qualcosa e la si aggiunge. E tutti ci guadagniamo qualcosa. b) Senza impegni e senza obblighi non vuol dire senza regole. Wikipedia non è Pitchfork o il New Yorker. Non è un sito di recensioni, ma un'enciclopedia. Prima di aggiungere o modificare qualcosa, prendetevi un minuto di tempo per leggere la sacra regola del punto di vista neutrale. Se un album musicale vi fa schifo, non potete scrivere che è una merda. E se un gruppo vi fa impazzire, non potete neanche definirla la più grande rockband del pianeta. Detto ciò, mettiamoci pure dentro un po' di sano campanilismo con tenui sfumature razziste. Con 110,100 articoli il Wikipedia italiano ha superato quello polacco, raggiungendo il quinto posto per numero di articoli. Per ovvie ragioni il Wikipedia in inglese è irraggiungibile (più di 700,000 voci!), ma mica ci vorremo far battere dai mangiapatate, dai mangiarane e dai mangiasushi, vero?"

sciarade
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24/08/2005, ore 18:40

Il prossimo numero di Dedalus sarà dedicato al tema del lavoro, nelle suoi più difformi aspetti (economici, esistenziali, culturali). Tra un'intervista a Savino Pezzotta, una (mia) inchiesta sulle morti da lavoro, una sul mondo dei ricercatori e tanto altro, la redazione ha deciso di dedicare un ampio spazio per un'analisi dei problemi del nostro Paese. Non la solita tiritera sugli enormi svarioni berlusconiani - su cui ormai solo chi è in malafede può far finta di niente - ma un profilo delle pecche del sistema italia, dei difetti che attanagliano le parti sociali, i ceti, le strutture e che, secondo noi, hanno portato ad una situazione economico-sociale anno dopo anno ormai quasi insostenibile, e a cui la disgrazia berlusconiana ha solo dato il colpo definitivo così come il futuro governo di centro-sinistra non saprà porre realmente rimedio. In quest'analisi mi sono occupato di dipendenti statali e leggi, o meglio del rapporto tra cultura - fascista - dipendenti statali e leggi. Ecco cosa ne è venuto fuori. Il pezzo è in parte ancora provvisorio, quindi mai come in questo caso i commenti e le critiche sono assai graditi.

Leggi fasciste

C’era una volta il regime fascista. In quanto dittatura si basava su una struttura tipicamente piramidale: il duce al di sopra di tutto e tutti e poi una rapida discesa di gerarchi, responsabili di istituzioni varie, capi di polizia e dell’esercito. Quindi poliziotti, soldati, magistrati, insegnanti, medici degli ospedali pubblici e professori universitari. Insomma lo stato fascista. Perché lo Stato, oggi come allora, non è formato solo dai politici, ma anche da tutti coloro che direttamente lavorano per lo esso. E dalle loro idee.
Ad un certo punto lo stato fascista venne decapitato dallo Resistenza e dagli Alleati – non ci interessa qui sapere chi ebbe maggiori meriti: quello che è certo e che furono quelle due entità ad abbatterlo. Sicuramente con il regime caddero il duce e i gerarchi. Poi, dopo duce e gerarchi, il referendum e l’attuale Costituzione sostituirono le leggi del regime: così venne la democrazia. Festa.
E gli altri? I poliziotti, i magistrati, gli insegnanti, i medici, i professori universitari? E le altre leggi, come ad esempio il Codice Penale? Degli altri non si è mai parlato molto. A scuola ci hanno dato della faccenda una versione, come dire, magica. O forse noi di fronte a tanta magia, per poca voglia di approfondire la questione, abbiamo spalancato la bocca e declamato il nostro più convincente oooooh! di stupore: il giorno prima l’Italia era fascista, il giorno dopo l’Italia è diventata democratica. Vera magia. Festa.
Certo il fascismo ha avuto un declino, ha perso consensi, ma non è caduto di morte naturale. Hanno dovuto decapitarlo – e c’è stato bisogno anche di un armistizio – e se hanno dovuto decapitarlo vuol dire che qualche fascista ancora c’era. Non si sa di preciso quanti tra la popolazione ma quelli che per lavoravano per lo Stato fascista, fascisti lo erano. Potremmo razionalmente escludere forse i medici, ma i magistrati, che applicavano le leggi fasciste, erano fascisti; i poliziotti, che manganellavano secondo le leggi fasciste, erano fascisti; gli insegnanti, che spiegavano agli alunni l’impurità della razza ebrea, erano fascisti; i professori universitari, che su quel pregiudizio di impurità scrivevano libri, erano fascisti. Visto che di esilii non ce ne furono, quale fu il destino di tutta questa gente?
A scuola, come già detto, su questo cambiamento non ci hanno detto molto. Perché il cambiamento non ci fu. Non ci fu nessun processo di rinnovo dell’apparato fascista dopo la caduta del regime. Ci sarà stato qualche licenziamento qua e là, qualche perdita di cariche. Ma nessuna rivoluzione capillare e programmatica, se non quella attuata dalla scelta della democrazia dopo il Referendum e dall’avvento della nuovo Costituzione.
Ma uno Stato non è fatto solo dalle alte cariche. E’ fatto anche dai suoi dipendenti e dalle loro idee. In poche parole un dipendente dello stato fascista, caduto il regime, continuava a lavorare al posto di prima e ad essere stipendiato dallo stato, questa volta, democratico. Gli squadristi vennero inglobati nella nuova polizia e nel nuovo esercito – sì, proprio quelli di cui oggi diciamo che “son tutti fascisti” – gli insegnanti continuarono ad insegnare, certamente senza poter delirare sulle differenze tra italiani ed ebrei ma con la stessa mentalità – le stesse idee – di prima. E così per tutti coloro che fino a quel momento avevano lavorato per il regime, e poi per quelli che li avrebbero sostituiti – dopo essere stati sottoposti da fascisti ad una selezione e ricevendo i loro insegnamenti (sempre fascisti) – e poi quelli dopo, e dopo ancora: così fino ad oggi, per 60 anni, il fascismo è un germe che ancora non è stato culturalmente debellato.
Non vogliamo dire che tutti i lavoratori statali siano fascisti, ma che la presunta rivoluzione democratica in atto dal 1946 in poi non ha fatto tutto il possibile per estirpare ogni possibile radice fascista dal proprio apparato e che oggi non c’è di che stupirsi se in certe situazioni abbiamo la sensazione di aver subito un atteggiamento «fascista». Del resto anche il Codice Civile è rimasto quello della dittatura e nessuno ha mai pensato di riscriverlo in toto dopo la Costituente. Ancora oggi se qualche legge del Codice va contro la Costituzione, e se si hanno ovviamente i soldi per fare ricorso, solo la Corte Costituzionale può modificarla. Se la legge però rimane nella maglie democratiche ma pur sempre interpretabili della Costituzione, allora si può venire condannati. Da una legge che è ancora inesorabilmente fascista.      

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