28/09/2006, ore 10:17

Ogni poeta vende i suoi guai migliori” ha detto una volta, molto onestamente, Alda Merini. Dico molto onestamente perché non c’è dubbio che la Merini sia una grande poetessa – a chi non la conosce consiglio la mini-antologia edita da Einaudi e curata da Maria Corti intitolata “Fiore di poesia 1951-1997” (236 pagine, 8,50 €) – ma è altrettanto vero che senza quei guai non sarebbe un personaggio così seguito e affascinante. Ho assistito a vari incontri, l’ultimo ieri sera, con lei presente dal vivo o in video e mai una volta mi è capitato che il pubblico – e lei compresa – parlasse principalmente non della sua biografia, ma delle sue poesie. Alla gente della Merini interessano i guai, la tragedia, e solo dopo – e come conseguenza di essi – le poesie. Eppure ella è una poetessa che dice tutto (anche e soprattutto della sua vita durissima) con la grande forza espressiva e cantabile dei suoi versi. Come mai allora la gente vuole la vita, gli aneddoti, i racconti? La poesia non basta?
No, forse no, la poesia non basta. Abituati dalla televisione realitystica e dai talk-show confessione ad avere (o illudersi di avere) la vera Verità reale dei personaggi che abbiamo davanti, siamo arrivati ad un punto che non sappiamo più distinguere tra realtà e fiction, sia quando lo scarto è in negativo (vedi i reality-show), sia quando lo scarto è in positivo. Cioè nella letteratura e più in generale nell’arte che è, e può anche essere, fiction, invenzione, senza perdere un grammo della sua Verità umana. A suo tempo l’illeggibile Melissa P venne processata sia – perbenisticamente – per la presunta immoralità dei suoi costumi, sia perché secondo molti quelli raccontati in “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” non sarebbero stati fatti reali, realmente accaduti. Il pubblico, non solo quello catodico che presuntuosamente additiamo come rimbecillito ma anche quello (migliore?) che assiste ad un incontro con Alda Merini, vuole la Verità, al di là della poesia e della finzione. La pretende d’impatto, pornograficamente, e poco gli importa della mente che inventa, della fantasia che domina e svela qualcosa per tutti. Dante, Ariosto, Cervantes, Pessoa oggi li processeremmo tutti, a favore dei veri guai di Alda Merini. Che poi, chissà, magari per prendersi gioco di tutti noi e della nostra ansia di farsi gli affari degli altri, se li è inventati tutti quei guai, e hai voglia allora a saperlo cos’è successo davvero, oltre la poesia, oltre il cuore.
sciarade
P.link ¤ commenti (17) ¤ commenti (17)(popup)
categoria : politica, letteratura, televisione





19/09/2006, ore 22:11

Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”
.

(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)

sciarade
P.link ¤ commenti ¤ commenti (popup)
categoria : musica, politica, cinema, lettere, letteratura, calcio, religione, internet, televisione, classifiche, satira, comicità, mie iniziative





29/08/2006, ore 21:20

Luttazzi a parte, che considererei autore satirico (definizione del tutto vacante dato il poco studio di tutto ciò che è comicità e dintorni oggi in Italia), è Maurizio Milani attualmente il nostro miglior comico (con Gene Gnocchi direi: leggetevi il suo straordinario “Il mondo senza un filo di grasso” uscito per Bompiani qualche anno fa). Surreale di una surrealità urbana e malinconica, dotato poetica sempre riscontrabile in ogni battuta e proprio per questo assai feconda, Milani oltre ad essere uno dei pochi comici di area Zelig a non affidarsi a tormentoni ripetuti allo sfinimento è anche uno dei pochi a trovare una certa letterarietà in ciò che scrive. Fino ad oggi ha pubblicato sei libri (l’ultimo “L’uomo che pesava i cani” è uscito poche settimane fa per Kowalski). Io ne ho letti due: “In amore la donna vuole tribolare” (Kowalski, 186 pagine, 12 euro, 2005) e in questi giorni “La donna quando non capisce si innamora” (Kowalski, 188 pagine, 5 euro, 2003). Di seguito qualche breve stralcio dai due titoli. Avviso: non pensiate di ammazzarvi dalle risate. Milani non fa sbellicare, Milani lascia interdetti.

Architetti
Stavo lavando Caterina Zeta Jones, lei piangeva in quanto le avevo appena comunicato che era l’ultima volta. Poi doveva arrangiarsi da sola.
Lei voleva essere lavata da me ancora per cinque anni, infatti quando c’eravamo messi d’accordo per sei. Io dopo un anno ero già stufo, mi ero accordato per lavare Oliviero Toscani (a 500 mila euro).
Bill Gates me ne dava 600 mila, ma ormai ero già in parola.

Graffiti
Volevo digerire a tutti i costi davanti a uno di quelli che di notte imbrattano i muri a Milano.
Ne ho trovato uno intanto che dipingeva con la sua bomboletta, gli sono andato vicino e gli ho digerito nelle orecchie. Lui è rimasto perplesso. Gli ho detto: “Io non so se è arte o no, ma comunque costa molta fatica”.
Il graffitaro fa: “Ma lei dice ‘arte’ quella che sto facendo io o il verso del suino che ha fatto lei?”
Io: “Vedi tu, io ormai sono anziano e anche volendo non posso fidanzarmi”.
Lui si è offeso.

Cupido
Quando bevo mi fidanzo.
Sarà i ragionamenti che faccio, sarà che comincio a sudare, la donna s’innamora.

Time
Lavarsi, pesarsi, digerire con contegno.
Non resta altro tempo nella giornata.
Alcuni riescono anche a piangere.

Vergogna
Come lavoro faccio il ballerino hard sui tavoli al bar della stazione del mio paese.
Mi esibisco a torso nudo e con un paio di jeans strappati.
Alcune mattine al banco a bere il cappuccino c’è la mia professoressa di lettere delle scuole medie.
Chissà cosa pensa nel vedere un suo alunno che balla sui tavoli del bar della stazione.
Alcuni miei parenti mi dicono: “A fare quel lavoro lì non si sta qui in paese, ma si va alla stazione di Milano, Torino, Lugano, ecc., dove non ti conosce nessuno”.
Riposta: “Ma io voglio farmi compatire”:

Luogo comune
Tutte le ragazze che mi vengono insieme, dopo la prima volta che usciamo, mi lasciano.
Per forza, mi lascio fare tutto subito.
Loro pensano che sono un ragazzo facile e non mi vogliono come moroso serio.

Pari opportunità
Ieri sono andato a lavarmi in un campo.
Arrivato in auto, di fianco al campo ho tirato giù due taniche d’acqua da 20 litri e una mastella di plastica con dentro una spugna.
Sono andato in mezzo al campo e ho iniziato a lavarmi.
Tante ragazze passavano di lì e mi chiedevano il numero di telefono.
Una si è fermata e mi fa: Ti do 10.000 lire se ti fai dire PUTTANA”.
Io: “Accetto”.
Lei: “Uomo puttana”.
Mi ha dato le 10.000 lire tutte in moneta e se n’è andata.
Io ho pianto tutta la notte.

Green Peace
A me danno fastidio gli aironi.
Infatti prima ne vedevi uno ogni sei mesi nel girare in campagna in bicicletta… lui già a 500 metri di distanza sentiva il rumore dei pedali e volava via.
Da quando l’airone è venuto a sapere che lo stato lo protegge ti sfida, ti guarda, viene vicino a provocarti, cerca di farsi investire davanti a dei testimoni… in poche parole ti istiga.
L’airone sa che se gli spacchi una zampa prendi dieci anni di galera, per cui vuole mandarti nelle grane.

Vantarsi
A volte di sera in birreria conosco una ragazza e le chiedo: “Che lavoro fai?”.
Lei: “Estetista, e tu?”.
Io: “Spacco i protoni per Carlo Rubbia”.
Lei s’innamora duro.

sciarade
P.link ¤ commenti (4) ¤ commenti (4)(popup)
categoria : letteratura, televisione, satira, comicità





23/08/2006, ore 15:37

Amante delle classifiche – ma non troppo – e in nullafacenza da vacanza, ecco la lista dei trenta migliori libri che ho letto fino ad oggi:

01. Moby Dick – Herman Melville (traduzione di Cesare Pavese)
02. Una sola moltitudine I e II – Fernando Pessoa
03. Kohèlet/Ecclesiaste (traduzione di Erri De Luca)
04. Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares – Fernando Pessoa
05. Il gatto lupesco – Edoardo Sanguineti
06. Operette morali – Giacomo Leopardi
07. Cecità – Josè Saramago
08. Poesie – Cesare Pavese
09. Ossi di seppia – Eugenio Montale
10. Scritti corsari – Pier Paolo Pasolini
11. I fiori blu – Raymond Queneau (traduzione di Italo Calvino)
12. La terra desolata – Thomas S. Eliot
13. Candido – Voltaire
14. L'anno della morte di Ricardo Reis – Josè Saramago
15. Lolita – Vladimir Nabokov
16. Le ceneri di Gramsci – Pier Paolo Pasolini
17. La vita agra – Luciano Bianciardi
18. Il vangelo secondo Gesù Cristo – Josè Saramago
19. Di questa vita menzognera – Giuseppe Montesano
20. Vita di Noè/Nòah (traduzione di Erri De Luca)
21. Una casa nel buio – Josè Luis Peixoto
22. Auto da fè – Elias Canetti
23. Superwoobinda – Aldo Nove
24. Estensione del dominio della lotta – Michel Houellebecq
25. La stiva e l'abisso – Michele Mari
26. Lo strappacuore – Boris Vian
27. I vagabondi del Dharma – Jack Kerouac
28. Euridice aveva un cane – Michele Mari
29. Il ponte della Ghisolfa – Giovanni Testori
30. Vita d'un uomo – Giuseppe Ungaretti

sciarade
P.link ¤ commenti (6) ¤ commenti (6)(popup)
categoria : letteratura, classifiche





22/08/2006, ore 13:54

Interrompo il silenzio vacanziero assai fecondo di letture per proporvi, appunto, un frammento di lettura. E’ una poesia molto tenera e bella tratta dalla Postilla in versi delle “Lettere Luterane” di Pier Paolo Pasolini.

Papà, abbiamo visto l’Angelo del Diavolo
che zagajava come Innocenti Nunzio,
zagajava. «Ba, ba, bambini – fa –
svvvveglia! Che a-a-a-aspettate?

Dododovete fare sciopero! Dai!
Dodo-domani alle dodo-dodici dodo-dovete
incrociarelebraccia! Il Didi-Diavolo me l’ha ordinato
didi-di diverlo. B-basta con la tolleranza, mmmmannaggia!

B-basta con la p-permissività: voidovetepretendere
di
oooooo-obbedire come i vostri ppppp-papà!»
Papà, basta con l’Edonè, vogliamo

l’Agàpe, basta con le buone, vogliamo
le cattive… La bacchetta, papà, la bacchetta,
papà per piacere, almeno un po’, la bacchetta!

(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Einaudi,  206 pagine, 10,50 €)

sciarade
P.link ¤ commenti (2) ¤ commenti (2)(popup)
categoria : politica, letteratura





27/06/2006, ore 20:45

A me Aldo Nove piace. O almeno, quel poco che ho letto di lui – “Superwoobinda” e il racconto nell’antologia dei Cannibali – mi è piaciuto molto. Lui è uno che ha saputo cavare l’anima, quella più deviata e inquietante, alla provincia produttiva italiana e ai suoi personaggi. Non avevo però mai letto fino a stasera nessun suo verso, così mi son messo a cercare nella rete qua e là e ho trovato su questo sito, i seguenti versi. Buona lettura.

Io se fossi un pannolino avrei bisogno della merda di un
Bambino per esistere
Perché la merce invenduta piange
E non capirei perché un bambino nella sua vita caga
Migliaia di pannolini ma non me
Che sono un pannolino normale come gli altri
Con il mio codice a barre normale
Sulla scatola.
E se fossi uno di quei cosi con la neve e con padre Pio
Penserei di essere meglio di un soprammobile di Giò
Pomodoro perché
Tutte le merci sono uguali di fronte a Dio
E starei male a essere messo in vendita
Alla stazione Centrale di Milano
In un angolino della vetrina del tabaccaio
Tra un cazzo finto e un portasigarette di plastica con lo
Stemma del Milan
Languendo
Per giornate deriso
Perché la merce invenduta piange.
Io conosco il dolore delle pile dei sacchi della spazzatura
Nascosti dietro le scope
Nel reparto casalinghi
Del supermercato, sacchi della spazzatura
Verdi un tempo imposti per la raccolta differenziata dal
Comune e adesso
Negletti e impolverati, decaduti
Plastica più sola di un'anima a marcire
(...)
Io conosco il dolore della "gelatina per dolci
Già detta colla di pesce" sommersa
Sa bustine di lieviti Bertolini e sacchetti di zucchero in Scaglie per le guarnizioni
Lo conosco e se io fossi lei mi chiederei perché
Sono "gelatina per dolci già detta colla di pesce"
E non, ad esempio, una fulgida appetitosa scatola
Di mezzo chilo di mezze penne Barilla,
di quelle che si vendono a migliaia
nei supermercati di tutto il mondo.
Io penserei questo tutto il giorno e continuerei a piangere
Perché la merce invenduta piange
E il suo dolore è tanto simile al nostro
Biologico stare sul mercato fino a che c'è domanda
Fino a che l'articolo che siamo non deperisce
Come un diplomato di 52 anni alla ricerca del primo lavoro
Come un corridore automobilistico amputato
Come una ragazza in Giappone
Che a 25 anni nessuno l'ha sposata
Sugli scaffali della vita raggelata miscela
Leone scaduta nel reparto
Caffè o sugo di cinghiale con l'etichettta scollata
Scatole di sale dietetico schiacciata

sciarade
P.link ¤ commenti ¤ commenti (popup)
categoria : politica, letteratura





06/06/2006, ore 13:25

C’è una sola forma di resistenza alle nostre vite sempre più incerte, in bilico dentro una realtà tanto asettica quanto giunglesca come lo è il call-center in cui lavora Martino Bux, protagonista di “Vita precaria e amore eterno” (Mondatori Strade Blu, 217 pagine, 15 €) di Mario Desiati. E’ l’amore. Eterno, totalizzante, panico, vissuto all’interno di un’incessante catena di riferimenti e ricordi quando lei, Toni, è lontana e non si sa quando tornerà.
Si potrebbe chiudere qui, sviscerando solo un poco un titolo che tutto spiega, il resoconto di questo secondo libro di Desiati, storia quantomai contemporanea di un quasi trentenne emigrato con la famiglia da una Sicilia da fame e infame che arriva nella Capitale e si ritrova a lavorare in un call-center. Ma Martino Bux non è solo un personaggio e la storia che Desiati racconta non è solo una denuncia: “Vita precaria e amore eterno” è la parabola quasi perfetta di una realtà crudele e contraddittoria, che alimenta le persone di di-speranze e frustrazioni e le induce inevitabilmente ad odiare. «C’è in Italia questa psicosi che qualche arabo se ne vada in giro con una bella chilata di tritolo su per il culo e si faccia sbudellare in nome di Allah, Osama Bin Laden e compagnia turbante. Nessuno sospetta che lo stesso desiderio di questi arabi scoppianti sia molto vicino all’odio di Poldo e del sottoscritto. Tutti stanno attenti con gli occhi ben spalancati quando uno di questi tipi con la barba lunga mette piede dentro la metro. Ma nessuno sa che Poldo e io, senza soldi e inseguiti dai creditori, le bollette non pagate, i supermercati svaligiati, ci immoleremo contro i nostri nemici».
Martino, ragazzo qualunquista e un poco razzista, è il paradigma del moderno uomo qualunque, di colui che pronto per spiccare il volo verso il proprio sogno si accorge invece di trovarsi incatenato a terra. E allora urla, strepita, aggredisce, si aggrappa all’unica stella che gli rimane, un amore che alla fine si svelerà per ciò che inevitabilmente è: una patologia, un amore d’odio macerante e inarrestabile. La scrittura lineare e slanciata di Desiati – che risente in positivo delle passate esperienze poetiche, regalando alcune pagine memorabili per pathos (i ricordi di Toni) e commozione (la visita ai genitori) – dà al libro la forza di uno sfogo che è sfogo generazione. Una generazione che qui narra il suo disperato “ecco come stiamo”. Ma senza verità, senza certezze, senza un qualcosa di eterno che non sia un appassionato e folle sentimento.
sciarade
P.link ¤ commenti ¤ commenti (popup)
categoria : politica, letteratura





30/05/2006, ore 12:56

A più di tre mesi dal numero sul lavoro, è uscito in questi giorni il nuovo Dedalus. Tema, o per meglio dire macro-tema: l’uomo postmoderno. Ideologia, famiglia, religione, Galimberti (lungamente intervistato da me), Bauman, Vattimo le coordinate. Chi ne volesse ricevere a casa gratis una copia come prova non deve fare altro che contattarmi via e-mail.
sciarade
P.link ¤ commenti (1) ¤ commenti (1)(popup)
categoria : politica, letteratura, religione, televisione, mie iniziative





16/05/2006, ore 10:48

C’è uno scorpione sulla copertina del nuovo libro di Massimo Fini ed è fin troppo facile dire come il suo pensiero – qui riassunto a mo’ di dizionario filosofico, intrecciando spunti autobiografici, sintesi concettuali riprese dai lavori precedenti e nuove istanze – punga. “Il Ribelle”, ovvero una condizione esistenziale, sociale, in ultima soluzione politica (ma a-partitica), identificata in figure storiche (Che Guevara: «per noi che fummo anarchici e libertari nella nostra giovinezza […] il Che è un mito che non rinneghiamo») e delineata passo dopo passo, argomento dopo argomento, in reazione ad un sistema schizofrenico che non riesce a reggere ne’ la salute economica dei suoi aderenti (se non a prezzo della fame di altri) ne’ la loro felicità.
E’ un moralista Fini, un ricercatore della (perduta) dignità dell’uomo, un nichilista lucidamente innamorato della vita che da essa si prende tutto e fino in fondo. Aggredisce e accarezza, provoca («Ong. Sono più pericolose degli Omg») e analizza, forte di una razionalità che è base ma non fine del suo pensiero e di tanti anni di letture ed esperienze (impedibili i racconti disincantati ma allo stesso tempo affascinati di alcune esperienze africane). “Il Ribelle” (Marsilio, 295 pagine, 17 €) è sicuramente il suo libro più completo e organizzato – la divisione vocabolaristica gli permette di risultare maggiormente sistematico, anche se parecchio frammentario – ideale per chi non lo conosce e gratificante per chi già l’ha seguito nelle opere precedenti, dalle quali si differenzia anche per una maggiore apertura autobiografica che però non ricade mai in uno sterile autobiografismo.
Che ormai abbia detto tutto quello che doveva dire Massimo Fini? Sì, l’impressione è quella. Ma non è un’impressione sconfortante. Se c’è qualcosa che manca dopo aver terminato e completato il cammino del suo pensiero non è sicuramente uno spunto di rivolta e indignazione (di cui “Il Ribelle” è pieno e pulsante) ma una concreta possibilità di azione. E’ questa, alla fine, l’unica cosa da fare.
sciarade
P.link ¤ commenti (1) ¤ commenti (1)(popup)
categoria : politica, letteratura





15/04/2006, ore 10:42

Vorrei continuare il discorso intrapreso alcuni giorni fa sull'egemonia sociologica che Berlusconi ancora oggi, dopo la sconfitta matematica alle elezioni, conserva. Lo faccio postandovi questa riflessione di Giuseppe Genna, scritta prima del voto ma interessante anche ad urne chiuse e spogliate nel suo tentativo piuttosto riuscito, seppur breve, di analisi e (utopica?) soluzione del problema sociologico Italia, ma non solo. Il pezzo è tratto da Carmilla, ma ne ho preso lettura grazie a quei pazzi curiosi del Forum del Mucchio Selvaggio di cui faccio parte. Vi invito a leggerla, ci sono spunti, informazioni e definizioni piuttosto centrati. Con questo articolo discanto va in vacanza per qualche giorno. Se può interessare, buona pasqua.

Uniti
di Giuseppe Genna

Non so se questa dichiarazione di voto rappresenti la totalità della vasta comunità che fa Carmilla. Ancora meno sono certo che una dichiarazione di voto qui esplicitata possa mutare di qualche preferenza l'andamento delle elezioni legislative di domenica e lunedì. Ma qui sta il punto, la democrazia è esattamente questo perno centrale e minuscolo, attorno a cui ruota l'intera piattaforma sociale. Perno la cui materia è metallica: è purissima responsabilità. Con i metalli si fabbricano astronavi o coltelli. Perfino coi coltelli si taglia il pane o si uccide. E' un momento individuale e collettivo allo stesso tempo, delicatissimo - e di tale delicatezza, da scrittore e intellettuale, vorrei parlare.
Cominciando con la dichiarazione che voterò Unione e invito chiunque a farlo.

Lo spettacolo indegno a cui abbiamo assistito in questa campagna elettorale, che copriva tutto lo spettro dello schifo mediatico e morale di cui l'Italia è da almeno vent'anni la landa desolata, dal pedissequo alla rozzezza, dalla mistificazione all'ipnosi, dal linguaggio stercorario a quello vagamente patafisico, è non tanto il segno dei tempi: è il segnale dei tempi. Questa fanghiglia che è smottata catodicamente nelle abitazioni degli italiani tutti, volenti o nolenti, a cui era intermittente nel migliore dei casi un vuoto pneumatico assordante, segnala che la comunità di cui faccio parte, il popolo italiano, sta vivendo uno dei periodi più allucinanti (nel senso letterale del termine) della sua storia democratica. La comoda inversione di polarità tra vero e falso, propalata con una facilità sconcertante, il messianesimo isterico del candidato di governo, la claque pronta a rendere ultreme le affermazioni già estremistiche del loro boss, le gaffes, le contraddizioni più imbarazzanti, i miraggi allusi con faciloneria davanti ai telespettatori (poiché questo sono diventati essenzialmente gli elettori), le palinodie esplicitati su tempi brevissimi in materia di tasse scuola donne industria formazione lavoro, la confusione preterintenzionale imposta ad alte ottave: tutto ciò, tutto questo evidente rumore di un fondo divenuto primo piano, non ha schiodato minimamente gli italiani dalla loro rudimentale concezione delle elezioni, che è calcistica, derbistica, il che a tutt'oggi garantisce un'alta affluenza alle urne, nonostante il modello propagandistico e direi tutto il contesto testimonii di un'avanzata americanizzazione della campagna.
Dico in realtà una bugia: gli italiani, secondo i sondaggi, sembrano essersi minimamente schiodati, ma non è certo una consolazione. La vittoria della sottocultura, con cui un uomo si è messo solo al comando - battaglia strategicamente condotta nell'arco di un quarto di secolo - è assicurata da quella che, almeno ai miei occhi, rimane una realtà sconcertante, degna di una fuga alla Papillon da questa appendice dell'Impero: quasi la metà dei miei connazionali è ancora mesmerizzata da un fenomeno che, via via, per inserti di modifiche genetiche al cuoio capelluto, all'epidermide e chissà dove altro, è ciò che risulta più prossimo al post-human di cui si teorizzò anni fa e che nei fumetti osserviamo con godimento erompere ormai continuativamente.
Recentemente sono andato a vedere Il Caimano di Moretti. Vi risparmio un giudizio analitico sulla pellicola, che mi ha fatto schifo. Non posso però tacere il moto nevrotico che mi ha scosso quando è apparsa l'ormai celeberrima scena di Berlusconi al Parlamento europeo mentre dà del kapò al socialdemocratico tedesco Schultz: in Italia, ci hanno fatto ammirare quei due minuti sufficienti a constatare l'incarnato essangue dell'uomo prossimo al Presidente del Consiglio, un Gianfranco Fini trasfigurato dall'imbarazzo; Il Caimano invece include la quasi totalità del dibattito in aula europea, fitto di interventi indignatissimi, con Berlusconi che dà dei "turisti della democrazia" a insigni personalità straniere. Essangue come Fini, ho subìto una stretta allo stomaco, la tentazione era quella di abbandonare il cinema. La sottocultura con cui quest'uomo si è imposto al Paese colpisce financo fisicamente e, come è chiaro da quella lunghissima sequenza documentaria, aspira a risultare un prodotto d'esportazione, il made in Italy pronto per essere consumato da folle sarkosizzate, blairizzate, fortunatamente non più aznarizzate. E' l'avanguardia dell'ignoranza qualunquista, è il trionfo di quello che Wu Ming 1 ha una volta genialmente definito "microfascismo antropologico italiano". E' la sussunzione della razza in epoca OGM, essa stessa una razza OGM, uno sterminato hinterland che non considera più la cultura, la ragione e l'emozione come mezzi di partecipazione alla comprensione del politico e alla comunità in genere. Fare lo scrittore di questi tempi impone una fatica supplementare: c'è poco meno della metà del Paese che ti considera un fancazzista votato al passato, che è fatto di cose inutili e viete.
Si parte sconfitti, dunque: anche se si vince. C'è da ricolonizzare l'animo delle persone, c'è da operare per fare sentire a ogni italiano che egli ha una propria individualità in relazione a una comunità. C'è da lavorare psichicamente, sì, ma su un concetto che è estremamente materico ed è l'alienazione: quella classica, a cui Marx cerca di fornire una terapia che non sia psicofarmacologica. Questo Paese ha recentemente superato la Germania nel consumo percentuale di psicofarmaci: simili primati vòlti al negativo fioccano da anni e costituiscono l'esito più naturale (cioè, per definizione, l'innaturale stesso) di una concezione della vita subumana, che riduce il grano da simbolo a unico concreto rappresentante del desiderio, che stilizza l'esistenza con trend imposti secondo metodologie che, dal fascismo, mutuano tutto tranne che la grossolanità dell'imposizione stessa, la quale è mielosamente persuasiva e sottile prima di diventare semplicemente volgare, ed è incrementale in quanto le difese emotive e cognitive del popolo sottoposto a queste pratiche vanno scadendo in un disagio che occupa le menti e i cuori, e abbisogna di pillole per non sentirsi.
Siamo a una svolta? Questo è un augurio più che una dichiarazione di voto. Non so se, vinte eventualmente le elezioni dal cosiddetto Centrosinistra (questo gergo da anni Cinquanta che si perpetua perpetrandosi: un altro sintomo dell'anomalia in cui siamo immersi), esso sia in grado di fornire una risposta al disagio generalizzato, avvertito da metà popolazione e non percepito dall'altra metà.
Poiché l'unica cura è l'immaginario, cioè un profondo lavoro di ricostruzione del modo in cui ci rappresentiamo la realtà, serviranno lavoratori dell'immaginario. Servirà, una volta ancora, come sempre è stato, la dura fatica dei proletari dell'immaginario, nelle cui schiere mi allineo, per un lavoro che, più che alacre, per realismo dico essere disperato. Valga il fatto che nessuno dei proletari e artigiani dell'immaginario, che hanno tenuto botta in questi anni di vessazioni fantastiche e realissime, i quali anni hanno fruttato financo processi penali per opinioni liberamente espresse, sembra volere venir meno a un'opera che, vista da fuori, potrebbe sembrare ossessiva, e che invece all'interno dei confini italiani è soltanto testarda e tesa al bene comune.

sciarade
P.link ¤ commenti (1) ¤ commenti (1)(popup)
categoria : politica, letteratura, internet





16/03/2006, ore 19:44

Mi domando che madri avete avuto. 
Se ora vi vedessero al lavoro 
in un mondo a loro sconosciuto, 
presi in un giro mai compiuto 
d’esperienze così diverse dalle loro, 
che sguardo avrebbero negli occhi? 
Se fossero lì, mentre voi scrivete 
il vostro pezzo, conformisti e barocchi, 
o lo passate a redattori rotti 
a ogni compromesso, capirebbero chi siete? 

Madri vili, con nel viso il timore 
antico, quello che come un male 
deforma i lineamenti in un biancore 
che li annebbia, li allontana dal cuore, 
li chiude nel vecchio rifiuto morale. 
Madri vili, poverine, preoccupate 
che i figli conoscano la viltà 
per chiedere un posto, per essere pratici, 
per non offendere anime privilegiate, 
per difendersi da ogni pietà. 

Madri mediocri, che hanno imparato 
con umiltà di bambine, di noi, 
un unico, nudo significato, 
con anime in cui il mondo è dannato 
a non dare né dolore né gioia. 
Madri mediocri, che non hanno avuto 
per voi mai una parola d’amore, 
se non d’un amore sordidamente muto 
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto, 
impotenti ai reali richiami del cuore. 

Madri servili, abituate da secoli 
a chinare senza amore la testa, 
a trasmettere al loro feto 
l’antico, vergognoso segreto 
d’accontentarsi dei resti della festa. 
Madri servili, che vi hanno insegnato 
come il servo può essere felice 
odiando chi è, come lui, legato, 
come può essere, tradendo, beato, 
e sicuro, facendo ciò che non dice. 

Madri feroci, intente a difendere 
quel poco che, borghesi, possiedono, 
la normalità e lo stipendio, 
quasi con rabbia di chi si vendichi 
o sia stretto da un assurdo assedio. 
Madri feroci, che vi hanno detto: 
Sopravvivete! Pensate a voi! 
Non provate mai pietà o rispetto 
per nessuno, covate nel petto 
la vostra integrità di avvoltoi! 

Ecco, vili, mediocri, servi, 
feroci, le vostre povere madri! 
Che non hanno vergogna a sapervi 
– nel vostro odio – addirittura superbi, 
se non è questa che una valle di lacrime. 
È così che vi appartiene questo mondo: 
fatti fratelli nelle opposte passioni, 
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo 
a essere diversi: a rispondere 
del selvaggio dolore di esser uomini.

(Pier Paolo Pasolini, da "Poesia in forma di Rosa", Garzanti, 1961-64)

sciarade
P.link ¤ commenti (1) ¤ commenti (1)(popup)
categoria : politica, letteratura, religione, televisione





01/03/2006, ore 18:39

Su Repubblica di oggi Alessandro Baricco si lamenta di due giudizi gratuiti che Piero Citati e Giulio Ferroni gli hanno affibbiato nei giorni scorsi, dico gratuiti perché – come spiega lo stesso scrittore, che non critica il giudizio in sé ma il metodo – sono stati infilati dai due critici in mezzo ad articoli di altro argomento e senza motivazioni al seguito (qui l'articolo completo).
Baricco ha ragione. Di stoccate buttate lì giusto per aggredire un determinato personaggio (magari popolare come lo è Baricco) e prendersi gli applausi di quella parte di pubblico che arriccia il naso di fronte a qualunque espressione artistica che esca dalla nicchia se ne possono trovare a iosa, ed alcune - soprattutto nel mondo letterario e musicale - sono davvero irritanti e inutili. Un critico, di qualsiasi forma d’arte esso si occupi, fra le tante responsabilità che ha, ha quella primaria di criticare e non sbeffeggiare a gratis. Si può sbeffeggiare, aggredire, stroncare senza attenuanti un libro o un disco, ma purché lo si faccia con dei motivi ben fondati e riscontrabili. Altrimenti il lavoro del critico diventa puro sparlare, e perde di valore.
Come giustamente fa notare lo scrittore, invece che travasare bile a piccole dosi sulle colonne di un quotidiano, gli intellettuali alla Citati e alla Ferroni (dotati come sono, e non scherzo, di una cultura letteraria fuori dal comune) dovrebbero cercare di spiegare come mai il tanto a loro sgradevole Baricco aggrada invece centinaia di migliaia di lettori. Il discorso vale anche per noi giornalisti musicali affermati o che provano a diventarlo: è vero che la passione porta a scatenare un inferno di improperi nei confronti di quel cantante che secondo noi offende la religione Musica, ma le recensioni devono essere come teoremi estrapolati dall’opera d’arte che in essa trovano le argomentazioni per la gloria o l’infamia dell’opera stessa. Se c’è una cosa che può elevare i critici dalla condizione di (acculturati?) scribacchini probabilmente può essere solo questa: mettere al servizio, o al disservizio, l’intelletto per spiegare, interpretare. E’ banale dirlo, ma forse - visti questi tempi dove tutti recensiscono, musica specialmente - è necessario ricordarlo. La bile, e le parole che da essa scaturiscono, rischiano di diventare solo aria fritta.

PS: prima che qualcuno dica che difendo Baricco perchè sono il solito fan a cui non puoi toccare l'Artista, metto le mani avanti: Baricco (di cui ho letto "Castelli di rabbia" e "Novecento) mi fa schifo.

sciarade
P.link ¤ commenti (2) ¤ commenti (2)(popup)
categoria : musica, letteratura, internet





24/02/2006, ore 16:50

La storia della famiglia Negromonte è la storia (attuale, ma non solo, e futura) di questo Paese. E’ la nostra storia, del nostro sogno di Bengodi.
Leader indiscussi della new economy nostrana, i Negromonte ottengono in outsourcing dallo Stato (impersonato dalla figura impalpabile, ma complice, del Presidente) Napoli e tutto il Sud Italia. Lo scopo è quello di radere al suolo tutto e costruire Eternapoli, un parco tematico che ricostruisca tutta la storia della città partenopea facendola recitare – nella vita di tutti i giorni – ai suoi abitanti.
Come in un Matrix post-Prima Repubblica e pienamente liberista, l’illusione data in pasto agli abitanti, insieme ad una promessa di ricchezza sicura per tutti, è quella di vivere la propria vita da protagonisti e decidere il proprio destino. Ma il (terribile) destino di Eternapoli e dei suoi abitanti è nelle mani dei propositi amorali della famiglia Negromonte, che piega ai propri interessi ogni cosa (affetti, religione, stato, giustizia, verità, cultura) e travolge crudelmente chiunque, senza scrupoli. E’ la giungla: solo chi serve rimane in vita, gli altri vengono eliminati fisicamente o socialmente. E alla gente non rimane che applaudire e gozzovigliare sperando di rientrare nei piani, fino a quando tutto non crollerà.
Quella che mette in scena Giuseppe Montesano attraverso il racconto del giovane Roberto (sorta di segretario di casa Negromonte) mischiando dialetto e lingua italiana, personaggi realistici al limite della citazione e figure solo in apparenza estremizzate, è una tragedia grottesca senza scampo, che trova qualche debole speranza solo nell’azione carsica di alcuni disobbedienti (tra cui la “pecora nera” della famiglia: quell’Andrea Negromonte il cui amore evangelico verrà anch’esso travolto): contro il vuoto etico di una società che ha reso il Carnevale non un’eccezione ma la regola, costoro possono opporre solo il progressivo risveglio della proprie coscienze, un ritorno all’amore e al rispetto (soluzione reale ma del tutto inerme di fronte allo sfacelo) e l’inevitabile fuga finale, di cui però è ignoto l’esito.
Di questa vita menzognera” (Feltrinelli, 189 pagine, 7 €) non è solo il racconto satirico del morbo berlusconiano, non è solo la denuncia delle colpe di una classe politica che ha ceduto tutto all’economia ed oggi di fronte ad essa si trova o complice o disarmata. E’ l’atto d’accusa nei confronti di tutta una nazione, di tutta una parte di mondo, che per soddisfare i sempre più crescenti desideri del proprio stomaco si sta giocando tutto. Anche sé stessa.
Sarà possibile ancora cambiare direzione?
sciarade
P.link ¤ commenti (4) ¤ commenti (4)(popup)
categoria : politica, letteratura





16/02/2006, ore 13:31

Premessa: l’autore del libro di cui vi sto per parlare (Hamilton Santià) è un amico, un collega (entrambi si prova a scrivere di musica) e un compagno di cazzate (sì, passiamo mezzore su mezzore in msn a (s)parlare di questo o quell’altro. Approposito Ham, quant’è che non “canzoniamo” più C.F. de La S…?). Quindi potete benissimo prendere quello che sto per scrivere come una marchetta bella e buona, ma se lo fate vi sbagliate: l’autore in questione non mi ha pagato per parlare bene della sua opera, io invece ho pagato lui per leggerla.

Mi era capitato raramente fino ad oggi di leggere un libro che raccontasse così bene il mio passato. Un libro che, al di là dei contesti, delle mode, dei gusti, cercasse di delineare la geografia dei sentimenti, la “filosofia di vita”, del tipico adolescente che vuole essere al di fuori dei suoi coetanei, che vuole essere in un’agognata parola “alternativo”. Lo siamo stati più o meno tutti noi che oggi scriviamo sulle webzine musicali e non, che spendiamo (e spendevamo) pure il fegato per comprarci dischi, libri, films e su di essi ci consumiamo pomeriggi, serate, discussioni, arrabbiature, persi nel nostro romanticismo quasi reazionario che ci fa credere ancora nell’arte (in che modo poi ci crediamo? Ognuno a suo modo, sennò non ci sarebbero ne’ discussioni ne’ arrabbiature…).
Graham” di Hamilton Santià racconta proprio questo nostro passato, è un frammento – dato il taglio diaristico della narrazione – del romanzo di formazione della nostra vita, in cui a dominare è la vita stessa. La vita sociale, immersa in quell’ingenua idea che tutti quelli che stanno intorno (tranne pochi) sono autentiche teste di cazzo e noi – soltanto noi, maiuscolamente illuminati – quelli giusti (dicesi anche autoreferenzialismo a go go: qualcuno, per la verità, non s’è ancora ripreso); e la vita intima, nella ricerca e poi scoperta di quei pochi che «sono come noi» – e di quell’una che «è noi» – con cui condividere tutte quante le passioni e la noia di un mondo che sembra sempre remarci contro.
Non conta tanto qui la mancanza di un tentativo di ricerca (artistica) dell’inaudito, ne’ l’assenza di una trama chiusa (l’effetto dato dalla narrazione è e vuole essere fotografico) – controbilanciati comunque da una scrittura piuttosto fresca e non priva di qualche bella zampata ironico-comica: il senso di “Graham”, se è vero come recita il retrocopertina che non vuole eleggersi a voce di una generazione (ed è vero, perché una generazione contemplerebbe anche gli altri, per noi di allora la maggioranza «omologata», che qui fanno solo da sporadici comprimari), è quello di aver acceso un lumicino (lui come altri libri simili) su un gruppo di persone tra loro distanti che oggi si incontra e si accorge di aver avuto gli stessi metodi e, spesso, gli stessi maestri.

(Il libro è acquistabile qui

sciarade
P.link ¤ commenti (12) ¤ commenti (12)(popup)
categoria : letteratura





12/02/2006, ore 20:06

Può fare qualcosa il cittadino qualunque per arrestare o almeno mitigare il (fallimentare) superomismo catodico di Berlusconi, l’ansia da dichiarazione di Pecoraro Scanio, i rutti xenofobi di Borghezio, l’inconsistenza morale dei Fassino, Casini, D’Alema, Fini, Maroni e compagnia? In poche parole possiamo fare qualcosa noi per evitare di essere coinvolti nell’isteria quasi collettiva che sembra aver ammorbato la classe politica italiani negli ultimi anni (e in particolare nelle ultime settimane) lasciando del tutto in disparte i tanti problemi, le soluzioni e soprattutto le idee?
Io credo di sì. Se una cosa possiamo fare è coltivare un pensiero, un pensiero sulle cose. Un pensiero sulle cose non è un’idea (un’idea si fa presto ad averla: si prende un giornale, si impara a memoria cosa dice il maggior editorialista sul fatto del giorno e si ha l’idea) e sulle cose non vuol dire su tutto (essere tuttologi è facilissimo, soprattutto in tempi di indigestione informativa: c’è una opinione intelligente e di buon senso su ogni cosa al giorno d’oggi). Coltivare ed avere un pensiero sulle cose è possedere un’interpretazione complessa della realtà, che alla realtà guarda e con essa si confronta (mutando quando è il caso); è avere un occhiale proprio, serio, strutturato, attraverso cui filtrare ciò che succede, un occhiale che sarà proprio solo se nascerà da sé stessi, dalle esperienze e letture fatte, che saranno necessariamente tantissime e sempre in crescita – perché quando si inizia a coltivare un pensiero si comprende da subito quanto esso non sia mai abbastanza complesso per affrontare il mondo: coltivare un pensiero è tutt’altro che cosa facile, immediata, non faticosa.
Io credo che solo facendosi ognuno di noi, con fatica e dedizione, piccoli filosofi della politica (cioè coloro che prima interpretano e poi risolvono i problemi della polis) si possa riuscire a migliorare anche di poco l’Italia e oltre. Credo sia questo l’unico gesto di responsabilità che possiamo fare per alzare il livello di ogni aspetto di questo nostro sistema di influenze e meccanismi che chiamiamo vivere insieme o, in modo più nobile, politica. Che è cosa profondamente diversa dal petulare dei partiti: è appunto pensiero sulle cose, pensare per fare davvero politica.

PS: come già segnalato nell’ottimo blog dell’amico Daniele, c’è qualcuno che ogni tanto cerca nella blogosfera il proprio nome e quando è il caso di intimidire qualcuno che lo ha criticato, querela. Sto parlando di Gigi Moncalvo, ex direttore de La Padania e oggi conduttore sul secondo canale del talk politico Confronti, che ha querelato Anna Setari e Nick “colpevoli” di aver criticato alcuni aspetti quantomeno singolari del programma da lui condotto (trovate qui e qui i due motivi di querela: giudicate voi se ce n’era bisogno).
Qui da discanto piena ed enorme solidarietà ai due e una piccola annotazione che in un Paese davvero democratico non andrebbe nemmeno fatta: la querela è un’arma di difesa e non di offesa o addirittura intimidazione. State attenti: di gente che vuole metter la mordacchia è piena la contrada.


sciarade
P.link ¤ commenti (5) ¤ commenti (5)(popup)
categoria : politica, letteratura, religione, internet, televisione





05/02/2006, ore 13:45

Ora, dopo l’ennesima magagna creata dall’Islam (moderato o estremista che sia); dopo tutti i sanguinosi conflitti e le privazioni di diritti che Cristianesimo, Ebraismo ed Islamismo oggi come nel passato hanno generato; dopo le centinaia di milioni di sensi di colpa, di mancate realizzazioni di desideri, di vite troncate nello spirito la cui origine è nelle tre religioni abramitiche oggi esistenti  e nelle loro diverse interpretazioni o crismi, dovreste spiegarmi a che servono, quale senso buono hanno questi culti; quanto bene hanno realmente fatto all’umanità e quanto male; cosa ci sia di davvero lodevole in essi. Spiegatemi qual è l’utilità di queste credenze che sono venute a patti con il potere, la civiltà, l’educazione e via via nella loro storia si sono sempre più concentrate sulla creazione di un’etica – quando bastano quattro persone attorno ad un tavolo per generare un’etica – ed hanno rinunciato a tutto quello che è Altro dalla razionalità umana: l’irrazionale, il buio atavico della ragione e dello spirito, il non-senso esistenziale e la sua fine altrettanto insensata. In una parola: il Sacro. Spiegatemi a che servono religioni talmente mondane che di fronte ad uno tsunami parlano di cellule staminali, che di fronte alla malattia schiamazzano il proprio diritto insindacabile ad essere rispettate, che di fronte alla pazzia, all’omicidio, al suicidio decidono banalmente cosa è Bene e cosa è Male – come se lo potessero davvero comprendere un pazzo, un omicida, un suicida cosa è Bene o Male. Spiegatemelo perché non lo so capire, e soprattutto perché si è fatta pesante e del tutto inutile l'eredità che queste religioni – ma è giusto definirle tali? – giorno dopo giorno, da anni e per anni ancora, ci lasciano e ci lasceranno. A noi: in definitiva soli.

PS: per quanto riguarda la questione vignette, qui la si pensa come Voltaire: «Non condivido il tuo pensiero ma farò di tutto perchè tu possa esprimerlo liberamente». E poi, casomai, se ne discute.

sciarade
P.link ¤ commenti (3) ¤ commenti (3)(popup)
categoria : politica, letteratura, religione





28/01/2006, ore 19:53

La lettura di questi giorni è stata "Candido" di Voltaire. Mi mancava, non solo letterariamente, e ringrazio chi me lo ha regalato per aver suturato questa mancanza.
Non mi metterò a dissertare sull'opera: non potrei che dire, magari neanche troppo bene, cose già dette. Mi limito a segnalarvi la bontà dell'edizione Oscar Mondadori, tradotta e introdotta ottimamente, e a riportare qui sotto un passo da uno dei capitoli più belli ed intensi, il ventesimo, dove l'ottimista Candido incontra il manicheo e pessimista Martino. Ed è un frammento di discorso che, solitario, mi tengo tante volte.

«Ma voi» disse al dotto «signor Martino, che ve ne pare? Qual è l’idea vostra sul male fisico e morale?» «Signore» rispose Martino «i miei preti mi hanno incolpato d’essere sonciniano, ma nel fatto è vero che sono manicheo.» «Volete ingannarmi» disse Candido «maniche al mondo non ce n’è più.» «Ci sono io» disse Martino «non so che farci, ma non posso passarla diversamente.» «Dovete avere il diavolo in corpo» disse Candido. «S’immischia tanto nelle faccende di questo mondo, che potrebbe ben essere in corpo a me» disse Martino «come in ogni altro luogo; ma vi confesso, dando un’occhiata a questo globo, o per meglio dire a questo globulo, che ritengo che Dio l’ha abbandonato a qualche essere malefico, eccezion fatta sempre per Eldorado. Non vidi mai città che non desiderasse la rovina della città vicina, non famiglia che non volesse lo sterminio di qualche altra famiglia. Dovunque sia, i deboli esecrano i potenti davanti ai quali strisciano, mentre i potenti li trattano come greggi delle quali si vende lana e carne. Un milione d’assassini irreggimentati, scorrendo da un capo all’altro d’Europa, esercitano l’omicidio e il latrocinio disciplinatamente e per guadagnarsi il pane, perché non hanno più onesto mestiere; e nelle città apparentemente favorite dalla pace, dove le arti sono in fiore, gli uomini sono divorati da invidie, e cure, e inquietudini, maggiori dei flagelli a cui è soggetta una città assediata. I dolori segreti sono anche più crudeli delle pubbliche miserie. In una parola, tante n’ho viste e provate, che sono maniche.»
«Eppure c’è del buono» replicava Candido. «Può darsi» diceva Martino «ma io non lo conosco.»

(da Candido di Voltaire, Oscar Mondadori, traduzione di Riccardo Bacchelli)

sciarade
P.link ¤ commenti (4) ¤ commenti (4)(popup)
categoria : politica, letteratura, religione





23/01/2006, ore 20:21

Se è vero che l'arte è anche finzione, Josè Saramago è tra i migliori fingitori della letteratura odierna, e forse di sempre. Le sue narrazioni - finzioni nella realtà ("L'anno della morte di Ricardo Reis") o finzioni nella finzione (il capolavoro "Cecità") - divengono spesso esperimenti sociologici sulla carta, esempi posti davanti al lettore per istruirlo - ma senza moralismi - e metterlo di fronte alla realtà stessa che, fingengo, viene raccontata. Il "Saggio sulla lucidità", seguito del già citato capolavoro, è perfettamente in linea con quanto detto; e mai come qui si vede come la finzione, per istruire e svelare, debba innanzitutto reggere.
La storia è semplice e intrigante: gli abitanti di quella città che in "Cecità" venne colpita da un inspiegabile obnubilamento (bianco) della vista - che avrebbe sconvolto tutto: civiltà e ordine compresi - quattro anni dopo l'epidemia votano a larga maggioranza scheda bianca, delegittimando di fatto l'esistenza dei tre partiti candidati. La reazione del Potere sarà via via sempre più cruda, tanto da arrivare ad inventarsi un colpevole del misfatto (così si fa quando i colpevoli non ci sono, magari perchè non c'è reato), vittima insieme alle vittime sul campo di un sistema che improvvisamente si ritrova ad essere inutile e nudo.
Saramago analizza perfettamente i meccanismi, anche psicologici, con cui il Potere tenta di conservarsi, in un crescente impeto di vanità (ci viene in mente la "Ballata dell'amore cieco" di De Andrè). Quello che manca è l'osservazione dell'altra parte, della città che privata dal governo di ogni istituto d'ordine (dalla polizia agli spazzini) non accusa il colpo ma anzi fornisce uno splendido esempio di autodeterminazione. Manca insomma un pezzo di finzione, che stridendo con il realismo puntiglioso usato nel descrivere il Potere rende il tutto un'utopia irrealizzabile e priva di quell'afflato provocatorio che inizialmente - crediamo - gli si voleva affibiare. L'impressione è che Saramago - a cui non manca comunque il solito passo da grande narratore e la verve ironica - si sia lasciato prendere la mano nell'aggredire una parte, tralasciando di approfondire come quel popolo imbestialito dal morbo bianco di quattro anni prima abbia finalmente imparato ad ascoltare la propria coscienza.
sciarade
P.link ¤ commenti (8) ¤ commenti (8)(popup)
categoria : politica, letteratura





19/01/2006, ore 20:48

Non so quanti di voi conoscano il pensiero di Massimo Fini. Io ho avuto l'occasione di avvicinarmici e di leggere tre dei suoi libri (che vi consiglio: "Elogio alla guerra", "Il vizio oscuro dell'occidente", "Sudditi", tutti editi da Marsilio) per un'intervista che gli feci alcuni mesi fa per Dedalus (eccola). Il pensiero di Fini è tutt'altro che sistematico e specifico, insomma ha poco a che fare con i metodi dei "normali" filosofi, ma contiene spunti interessanti per un'interpretazione davvero diversa, e facilmente accessibile a tutti, del nostro tempo. Proprio ultimamente, lui un po' distante dalle tecnologia, ha deciso di aprire un sito (www.massimofini.it) per ampiare lo spettro d'azione delle sue idee e dare il via al movimento anti-modernista "Movimento Zero". Avrei potuto mettere di seguito l'intervista che gli feci insieme ad altri due colleghi, ma sarebbe stata troppo lunga e quindi, per l'utente medio "mordi e fuggi" dei blog, poco invitante. Posto invece un'intervista recente che Fini ha recentemente rilasciato (pronti a rabbrividire?) al quotidiano La Padania. La riprendo proprio dal sito che ho linkato sopra, che non riporta però l'autore del pezzo (se qualcuno sa chi è, sarà mia premura aggiungerlo). 

Massimo Fini, questa volta voliamo alto: parliamo di ideologie, o almeno di idee. O meglio: della loro triste mancanza. Quando un quotidiano comunista e colto come Il manifesto spiega che “Diego Della Valle è il nostro bomber” (ossia: mister Tod’s è la punta di lancia della sinistra) c’è da preoccuparsi...
«La mancanza di idee non è un’esclusiva nostrana. Liberalismo e marxismo sono entrambi figli della rivoluzione industriale, sono cioè vecchi di due secoli, in un periodo in cui la storia ha corso come mai prima. Pensano di essere il top della modernità: il che è anche vero solo se consideriamo la modernità assai invecchiata. Ecco: la modernità non è affatto moderna, così destra e sinistra - che sono due facce della stessa medaglia che è la rivoluzione industriale - col tempo hanno finito col confondersi l’una con l’altra. In Italia questo è assolutamente esplicito. A rileggere Il manifesto dei conservatori di Giuseppe Prezzolini si rimane di stucco».

Avevamo già accennato in passato al tema: la sinistra che fa la destra, e viceversa.
«Nel libro sono indicate le caratteristiche del conservatore e dell’uomo di sinistra: ebbene, i ruoli sono ormai ribaltati, i valori sono confusi, alcuni hanno “cambiato schieramento”. Come introduzione al Il manifesto di Prezzolini è riportato un distico di Piero Gobetti: “Un partito conservatore poteva compiere in Italia una funzione moderna indirettamente liberale in quanto facesse sentire la dignità del rispetto alla legge, [...] l'esigenza di difendere scrupolosamente la sicurezza pubblica, e l'efficacia del culto delle tradizioni per fondare nel Paese una coesione morale”. Poi Prezzolini traccia il profilo di chi è conservatore e chi di sinistra. Caratteristiche del conservatore: morale come principio fondamentale della condotta, pessimismo, libro come strumento culturale. Di sinistra sono invece l’economia come norma generale dell’esistenza, il mutare rapidamente e radicalmente, la televisione invece che il libro. Insomma, che dire: tutto è ribaltato. Oggi, tanto per capirci, l’uomo di destra ha preso il business centro dell’esistenza, in perfetta linea con Carlo Marx che considerava sovrastruttura tutto ciò che non era economia».

Dicevi che il venir meno dei criteri destra-sinistra è particolarmente evidente in Italia...
«È però una tendenza che vale per tutte le democrazie».

Infatti. Penso agli Stati Uniti: la differenza tra democratici e repubblicani è infinitesimale.
«Io, dall’Italia, non riesco sostanzialmente a coglierla. Ma intanto negli Usa esistono 35 milioni di poveri che non hanno alcuna rappresentanza politica. Il dato strutturale è: destra e sinistra sono categorie vecchie, che hanno perso col tempo la loro consistenza e qualsiasi ragion d’essere. Questo comporta una confusione di valori e disvalori che, scendendo per li rami, arriva fino alle vicende di questi giorni, alle scalate bancarie».

Non ci sono più ideologie né idee, rimangono solo gli interessi.
«L’ideologia è un sistema di valori coerenti. Quando scompare, la realtà si confonde. Di notte tutte le vacche sono nere».

Destra e sinistra sono categorie che necessitano di essere aggiornate o sono proprio da buttare?
«Sono superate anche se non sono ancora del tutto obsolete. Io faccio sempre un esempio: siamo su un treno che procede a velocità pazzesca, 800 all’ora, anche chi viaggia in prima classe su comode poltrone viene comunque sballottato, giacché una delle imprese di questo sistema è quella di far star male anche chi sta bene. Comunque: oltre a quelli di prima classe, c’è chi è in seconda, chi sugli strapuntini, chi nei corridoi, chi nei cessi, chi mezzo fuori dal finestrino e chi finisce proprio giù dalla scarpata. Dare una migliore e più equa sistemazione ai viaggiatori ha ancora una senso e a questo pensano destra e sinistra, con le loro “ricette”. Ma i problemi di fondo sono altri: dove sta andando il treno? I viaggiatori e i macchinisti hanno possibilità di determinarne la marcia, oppure il convoglio procede per conto suo, come sembra? E poi: due secoli e mezzo fa abbiamo preso il treno giusto? Destra e sinistra non solo non danno risposta a questi quesiti: si rifiutano persino di prenderli in considerazione, perché mettere in discussione il treno, ossia la modernità, significherebbe dover forse recidere le loro stesse radici. Per questa ragione non possono ovviare a un malessere profondo, che non ha niente a che vedere con certi discorsi del tipo: “Bisogna modernizzare il Paese”. No, non bisogna modernizzarlo: bisogna s-modernizzarlo».

Sono crollate le ideologie, ma sembrano mancare anche quei cervelli che possano prefigurare un futuro, o perlomeno spiegare il presente. È questa una causa o un effetto della generale “mancanza di senso”?
«È più conseguenza che causa. Indubbiamente, ed è un dato di fatto, non c’è oggi un pensiero che pensi la modernità, non c’è una filosofia che “riempia” la politica come è sempre stato, da Platone e Aristotele, fino alla prima metà del Novecento. Oggi in Occidente manca il pensiero tout court».

Manca un pensiero che spieghi la modernità, oppure che la superi?
«Più semplicemente, un pensiero che pensi la modernità».

E manca, in Italia, una qualsiasi politica culturale. Fa specie che il premier non stimoli una qualsiasi politica culturale anche solo attraverso la grande casa editrice di sua proprietà, la Mondadori.
«Qualche tentativo culturale - magari rozzo, ma ci ha provato - l’ha fatto la Lega. A sinistra si continua a marcire e marciare su quel che resta del marxismo. Ma la povertà culturale di Forza Italia è disarmante. Berlusconi cita Paolo di Tarso come filosofo greco, parla di “Romolo e Remolo” facendo ridere un bambino di sei anni, figlio di una mia amica. Questa di destra - ossia Forza Italia, ma anche An - è una classe dirigente totalmente distante dalla cultura. Guardiamo Alleanza Nazionale: ha fatto fuori tutti i suoi pochi uomini con uno di spessore, da Domenico Fisichella a Gennaro Malgeri, così come un attore pensante come Luca Barbareschi. Siamo lontanissimi da! qualunque minima elaborazione».

È curioso che questo avvenga mentre certo non mancano gli strumenti per superare la tradizionale egemonia culturale della sinistra. In questi cinque anni la Cdl ha potuto disporre di giornali e televisioni, più o meno di proprietà del premier.
«È quanto ribattevo anch’io, negli incontri durante i quali gli esponenti di quei partiti sostenevano che non avevano gli spazi necessari. “Ma come - rispondevo - Avete in mano buona parte dell’industria culturale, non potete più tirar fuori un argomento di questo genere”. Gli strumenti culturali ci sarebbero, ma non vengono per nulla utilizzati. La destra non è nemmeno stata capace di copiare quanto ha fatto il Pci, che investì sulla cultura ottenendo moltissimi vantaggi: perché magari la cosa non porta voti nell’immediato, ma serve parecchio nel lungo periodo».

Non per una questione di par condicio... Ma mi sembra che anche nello schieramento contrapposto, oggi, ci sia un grande vuoto. La sinistra avrebbe dovuto ripensare se stessa all’indomani del 1989; non mi pare che l’abbia fatto.
«Non so se ci abbiano provato - non pare nemmeno a me - ma era un’operazione difficile. Nel momento in cui la sinistra ha accettato il libero mercato, ha negato la propria natura. Infatti oggi su quasi tutte le questioni economiche le differenze tra i due schieramenti sono minime. E poiché in questo sistema l’economia è fondamentale, destra e sinistra che non si differenziano su questo punto sono sovrapponibili nell’essenziale».

È una sinistra che non ha più alcun senso?
«Già, è una sinistra che non ha più alcun senso, così come non lo ha la destra. La prima è morta con la caduta del marxismo, ma questo determina anche la fine del capitalismo, poiché l’uno sorreggeva l’altro come le arcate di un ponte. Anche il capitalismo non ha più punti d’appoggio, crolla se non altro per eccesso di slancio. Devo dire che gli americani non hanno elaborato nulla dopo l’11 settembre, non hanno rallentato, invece di frenare hanno ulteriormente accelerato senza fermarsi a riflettere: strano, perché George W. Bush è una scimmia travestita, ma qualche valido pensatore gli Usa ce l’hanno».

Quale sarebbe dovuta essere la riflessione?
«Avrebbero dovuto capire che il conseguimento della loro meta corrisponderà con la fine loro, e di tutto sistema occidentale. Le Torri gemelle erano un simbolo per eccellenza, i greci avrebbero detto che non si dovevano sfidare gli dei in quel modo... Andava recuperato il senso del limite, per esempio. Invece l’hanno perso ulteriormente. Ma in fondo è la conseguenza politica di un problema concettuale».

In che senso?
«Hanno perso il contraltare sovietico, hanno mano libera e accelerano la presa di possesso del mondo. Presto l’avranno tutto in mano. Ma il nostro sistema economico è basato sulle crescite esponenziali; nel momento in cui non sarà più capace di espandersi per raggiunti limiti fisici, crollerà fragorosamente su se stesso. Io credo che qualcuno lo sappia, tra i padroni del vapore; ma penso che siano tutti nello stato d’animo del tipo après moi le déluge (ossia: dopo di me il diluvio, frase pronunciata secondo la tradizione da Luigi XV, ndr). Se avessero cultura potrebbero dire, con Oscar Wilde: “Cosa hanno fatto i posteri per noi?”. Solo che stiamo andando a tal velocità che diventiamo posteri di noi stessi».

Secondo te, quale intellettuale italiano avrebbe potuto ben raccontare la nostra realtà? Pasolini?
«Pasolini aveva avuto molte intuizioni in questo senso. Mi viene in mente un suo discorso, quello celeberrimo delle lucciole: “Io darei l’intera Montedison per una lucciola”. Pasolini fu uno strano intellettuale: collocato a sinistra, era in sostanza un anti-modernista. Da qui, e anche dalla sua omosessualità, le sue mille difficoltà col Pci, dove pure alla fine rimase perché, come dicevo, i comunisti sono sempre stati molto attenti a far propri gli intellettuali più interessanti».

A spese della Dc...
«...che peraltro aveva operato una scelta importante, aveva infatti messo le mani sulla televisione impostandovi una politica culturale molto, molto valida. Poi la riforma ha spazzato via tutto».

Intellettuali di riferimento, una tv degna: mancano davvero, al nostro Paese.
«Teniamo però conto che l’intellettuale di riferimento, umanista, onnicomprensivo, il maître à penser, è scomparso ovunque. Pensiamo a cinquant’anni fa: in Germania c’erano Thomas Mann ed Hermann Hesse, in Francia Jean-Paul Sartre e Albert Camus, in Inghilterra Bertrand Russel, Benedetto Croce o Arturo Carlo Jemolo e poi Pasolini, che è stato l’ultimo in ordine di tempo. Questo tipo di intellettuale scompare anche perché cresce la specializzazione, ossia avviene quel che accade anche in medicina: un medico sa curare in modo meraviglioso il dito mignolo, ma non si accorge del complesso del paziente. È il dramma della cultura occidentale: con la razionalizzazione e la settorializzazione, ha perso la visione d’insieme. Cura la singola patologia, ma non il corpo malato».

Se questo è il  quadro, il futuro è poco incoraggiante.
«Direi di sì. Prima c’è stata la morte di Dio, sostituito dalle ideologie, che hanno comunque dato speranza a milioni di uomini, hanno regalato loro una carica valoriale. Poi noi abbiamo perso anche quelle; nello stesso tempo ci troviamo però di fronte un mondo islamico che è stracarico di valori, talmente da diventare spesso liberticida. Da noi, per contro, ormai non esiste più alcun valore che venga considerato meritevole del sacrificio della vita. Il nostro obiettivo profondo è quello di cambiare una Punto con una Bmw. Non si può vivere di queste cose, non si vive di solo pane».

Parli di un mondo islamico “stracarico di valori”. Tu assegni alla parola valori un significato necessariamente positivo? Te lo chiedo perché non credo che tutti i “valori” del mondo islamico siano da elogiare...
«Voglio spiegarmi bene. Credo che i valori non esistano: poiché non c’è un Assoluto cui fare riferimento, non si può fare una gerarchia tra ciò che è bene e ciò che è male. Detto questo, i valori sono le illusioni, le credenze, i sogni degli uomini, senza i quali un individuo non può vivere, né una società stare insieme. Serve sempre un quantum di illusioni condivise. È cosa per pochi vivere un’esistenza senza valori. In genere anche chi ha una posizione come la mia vive come se i valori davvero esistessero».

Per esemplificare ulteriormente: la ricchezza di valori nel mondo islamico porta ai kamikaze; la mancanza di valori in Occidente porta a Giovanni Consorte.
«L’esempio funziona. Insieme a un radicalismo del senso (che porta ad azioni liberticide), esiste anche un radicalismo del non-senso, nel quale noi siamo implicati fino in fondo».

Tu preferisci il primo.
«Certamente. Ti racconterò un episodio. Sono stato in Iran, l’ultima volta, nei giorni di Salman Rushdie; vi ho trascorso un paio di settimane, ho visto una realtà dura, da dopoguerra, con polizia ovunque, controlli, valori forti e contraddittori. Quando ho preso l’aereo per tornare, ero contento di r! ituffarmi nell’Occidente, in Italia, nel cosiddetto mondo libero. Come ho messo piede a Fiumicino, sono stato accolto dalle novità su Gigi Sabani e, come ultimo esempio di intelligenza, Gino Paoli che a sessant’anni cantava ancora: “Che cosa ne farò della mia libertà”. Mi è subito venuta voglia di tornare a Teheran. Come ho scritto: più dell’orrore, mi fa orrore il nulla».

sciarade
P.link ¤ commenti (1) ¤ commenti (1)(popup)
categoria : politica, letteratura, religione, internet, televisione





03/01/2006, ore 16:59

Stanca essere, sentire fa male, pensare distrugge.
Estranea a noi e fuori,
frana l'ora e tutto in essa frana.
Inutilmente l'anima piange.
A cosa serve? E cosa deve servire?
Abbozzo pallido e lieve
del sole invernale che ride sul mio letto…
Vago sussurro breve.

Delle piccole voci con cui il mattino si desta,
della futile promessa del giorno,
morta sul nascere, nella speranza assurda e remota
nella quale l'anima confida.

(Fernando Pessoa)

sciarade
P.link ¤ commenti ¤ commenti (popup)
categoria : letteratura





01/01/2006, ore 14:50

Dopo una serie di vicissitudini legate al rinnovo completo della grafica e all’iscrizione in tribunale delle testata, è uscito finalmente il nuovo numero di Dedalus.
Dedalus è una rivista nata circa tre anni fa dall’esigenza di proporre in questo Paese un tipo giornalismo che sembra giorno dopo giorno sempre più scomparire. Un giornalismo di approfondimento, di indagine sul pensiero e sulle dinamiche della realtà, non inficiato da parentele politiche o ideologiche. In una parola la redazione di Dedalus cerca di scrivere in modo libero, convinta che la libertà – insieme all’intelligenza – oltre che essere un valore sia anche un metodo.
Ogni numero della rivista affronta monograficamente un argomento su una lunghezza che può variare dalle venti alle sessanta pagine. Articoli d’opinione, inchieste, interviste, vignette sono le fondamenta di ogni uscita. Negli ultimi numeri abbiamo affrontato argomenti come la satira, la democrazia, le logiche di potenza (ovvero perché si fanno le guerre) e intervistato personaggi quali Daniele Luttazzi, Massimo Fini e Giorgio Rumi (potete trovare qualcosa di ciò che fino ad oggi abbiamo prodotto all’indirizzo ww.dedalus-web.net).
Il tema del nuovo numero di Dedalus – titolo di copertina “Ora et labora” con l’et cancellato in modo che la frase si legga “Ora labora” – è il lavoro, affrontato a livello esistenziale, pratico (quindi cercando di sgusciarne i problemi: dalle morti bianche al precariato) e sociologico; ed una lunga satira dal titolo “Questa italia” sui maggiori problemi che secondo noi affliggono questo Paese.
Chi fosse interessato a ricevere a casa una copia del nuovo numero di Dedalus non deve fare altro che contattarmi (
lucabarachetti@hotmail.com) segnalandomi l’indirizzo a cui spedire la rivista. Dedalus è gratuito – normalmente viene distribuito gratis nelle Università, librerie e luoghi di cultura vari di Bergamo, provincia e dintorni – e se vi piacerà potrete abbonarvi. L’abbonamento a quattro numeri di una lunghezza variante tra le venti e le sessanta pagine (il nuovo numero è di sessanta pagine e mai meno di quaranta dovrebbero essere i prossimi), spese di spedizione comprese, è di 10 euro. Insomma costa veramente poco (e difatti la redazione non ci guadagna nulla: basta fare due calcoli per intuirlo).
Per farvi capire meglio il taglio del tutto, e i presupposti da cui nasce e si sviluppa questo numero di Dedalus sul lavoro, vi riporto qui sotto l’editoriale. Buona lettura.


Chi non lavora non fa l’amore
In questo numero parliamo di lavoro. Non siamo certo noi a scoprire che il lavoro è il motore della nostra società, l’elemento basilare su cui si fonda questo Paese e in generale la sopravvivenza, soprattutto economica, di tutto l’occidente geograficamente e politicamente inteso (sia esso una nazione o un singolo individuo). Data però l’importanza e il peso anche solo temporale che l’attività lavorativa ha nelle nostre vite è impossibile non dare al lavoro una forte importanza sociale e ancora di più esistenziale.
Il lavoro oggi, strettamente collegato al mercato e al consumo, è l’elemento unificante dei vari ceti – che quasi tutti lavorano, quando ad esempio almeno fino alla Rivoluzione Francese re e regine non “lavoravano” con le stesse modalità e la stessa scansione temporale dei sudditi – ma allo stesso tempo elemento di distinzione e successo – alcuni lavori rendono famose le persone che li praticano; altri le degradano; altri ancora, i cosiddetti «ultimi» o «esclusi», non lo praticano affatto. Lungo quest’ultima via il lavoro diventa anche paradigma morale, tanto che è facile percepire quotidianamente la diffidenza della gente verso quelle persone che «non hanno voglia di lavorare» o che con la loro presenza rischiano di occupare il posto di lavoro appartenente ad altri: i «perditempo», gli immigrati che «vengono qui da noi a rubarci il lavoro» e addirittura chi, in pieno diritto costituzionale, sciopera («Chi non lavora non fa l’amore» cantavano Adriano Celentano e Claudia Mori: non è un caso che lo facessero, un tantino reazionariamente, in pieno sessantotto).
Per quanto riguarda invece gli aspetti esistenziali il lavoro, che occupa per la maggior parte delle persone cinque giorni alla settimana per sette-dieci ore al giorno su ventiquattro, può far sentire chi lo pratica «realizzato», «soddisfatto»; o al contrario, quando non c’è o quando c’è ma non piace e lo si subisce, può far sentire «insoddisfatto», «frustrato», «depresso». C’è chi dice «il lavoro è la mia vita» e chi dice «il lavoro è la mia rovina». Il lavoro insomma può rendere «felici» o «tristi», o almeno così sembra.
Fondamentale da sempre sotto l’aspetto economico, divenuto fondamentale per quanto riguarda la socialità, l’esistenza e addirittura la morale, è difficile allora negare che oggi il lavoro domini la nostra vita, ne influenzi fortemente ogni aspetto anche quando esso non è in atto – il “tempo libero” nasce inevitabilmente da un tempo “non-libero” che, guarda caso, è il lavoro. Il lavoro in poche parole ci ha invaso. O meglio: con diversi gradi di consapevolezza e volontà da esso ci siamo fatti invadere. E se la regola dei monaci benedettini era “ora et labora”, la rivoluzione industriale, le esigenze di profitto di teorie economiche diverse (marxismo e liberismo) ma basate sullo stesso primo principio (appunto il lavoro) hanno cancellato la congiunzione “et” – che in qualche modo tentava di regolare e armonizzare il tempo dello spirito con quello dell’azione – rendendo quella regola un monito di ben altra specie ed esito: “ora labora”, «ora lavora!». Se vuoi essere «qualcuno», se vuoi essere «felice», se vuoi essere «buono».
Ma è davvero così? In questo numero a riguardo vi lasciamo qualche riflessione, insieme alle analisi di alcuni importanti problemi da cui è attanagliato il mondo del lavoro. Chiedendovi se prima di risolvere problemi che generano infelicità e disagio – e che in definitiva vanno comunque risolti – valga davvero la pena sottoporsi in modo così assoluto a questa sottile ma pesantissima schiavitù.

Su questo numero troverete anche una sorta di dossier dal titolo “Questa italia”. Abbiamo provato per una volta a fare satira – satira che, lo ricordiamo, non deve necessariamente fare ridere – su quelli che secondo noi sono i problemi principali di questo Paese. Perché, scusate il sillogismo un po’ furbo, se è vero che l’Italia è fondata sul lavoro e il lavoro ha dei problemi, allora l’Italia è fondata su parecchi problemi (che purtroppo vanno anche al di là del mondo lavorativo). Questa satira l’abbiamo fatta in nome di Pier Paolo Pisolini, consapevoli di non essergli per nulla degni eredi ma vogliosi di essere, come era lui, assolutamente liberi da vincoli di partito. Buona lettura.

Luca Barachetti

sciarade
P.link ¤ commenti (1) ¤ commenti (1)(popup)
categoria : politica, letteratura, religione, internet, televisione, mie iniziative





12/12/2005, ore 17:56

Già da alcuni giorni volevo dire qualcosa su George Best. Il "dire qualcosa" però non fa per me, e neanche lo spendere troppe parole sulla morte. Mi sono ricordato invece di questo libro di Fernando Acitelli dal titolo "La solitudine dell'ala destra" (Einaudi, 210 pagine, 7,50 €), che avevo letto alcuni anni fa per preparare uno spettacolo teatral-musicale su ciò che fu il calcio. Sono centottantacinque poesie, perlopiù brevi, dedicate ad altrettanti personaggi del football: alcune sono piuttosto belle e centrate sui soggetti a cui si riferiscono; altre mancano un po' d'ispirazione. Quella scritta su Best non è un capolavoro, ma riesce ad individuare al di là dei moralismi cuciti intorno all'uomo - non ultimo la trasformazione di Best in anti-modello per i giovani con tanto di paginone su un quotidiano inglese e titolo-testamento «Non fate la mia fine», chissà poi quanto voluto... - la caratura mitica, e rock, del calciatore.

George Best

Basetta sassone,
palleggio virile,
pirata numero undici
al pari del suo compagno Morgan.

«Se Liverpool ha Paul McCartney,
noi abbiamo George Best!» urlavano
le teen-agers sognanti un tuo bacio.

Col tuo cognome, il migliore,
chiudevi il tridente dei rossi
di Manchester.

sciarade
P.link ¤ commenti ¤ commenti (popup)
categoria : letteratura, calcio





07/11/2005, ore 18:23

Oltre a scrivere belle canzoni (e bei testi) Federico Fiumani dei Diaframma scrive anche poesie. Tempo fa ne leggevo alcune scartabellando sul suo sito (www.diaframma.org). Ve ne posto una del 1997 che, pur essendo in qualche modo "tradizionale" e un po' prevedibile, descrive sinceramente la passiona vitale del musicista e forse anche quella di chi di musica scrive.

Di che marca era il rullante?
e quel piatto rosso percosso a più non posso?
E chi quel batterista
che rotto un tamburo
ne picchiava un altro
come se niente fosse?
Ah... che musica che vibre meravigliose...
Il tutto si svolgeva al chiuso o all'aperto?
Era giorno? Notte?
La musica era a tempo o no
il suono usciva bene o no.

Non era musica in fondo
era la vita
era la mia vita.

PS: qualcuno mi sa dire come mai questo blog è citato in questa lista in compagnia di due colleghi e di alcuni nomi importanti e stimati del giornalismo italiano? Insomma da ignorante informatico quale sono, che è quel sito?


 

sciarade
P.link ¤ commenti (3) ¤ commenti (3)(popup)
categoria : musica, letteratura





06/11/2005, ore 10:17

Domanda provocatoria e di questi tempi assolutamente inusuale è quella che titola il breve saggio di Antonio Gambino, tra i fondatori e collaboratore dell'Espresso fino al 1999: "Esiste davvero il terrorismo?" (Fazi Editore, 2005, 78 pagine, 7 €). Secondo Gambino sì esiste, ma non è certo un crimine ad appannaggio solamente del fondamentalismo islamico. Il termine "terrorismo" avrebbe bisogno di una ridefinizione, più razionale e super-partes: anche l'occidente, anche noi, tra colonialismi di varia natura e guerre per esportare la democrazia (con immani effetti collaterali), non siamo esenti da colpe; ed è proprio su questo aspetto che Gambino punta il dito, invitando a riconsiderare i tanti misfatti dell'occidente sparsi nel tempo e a levare quella patina di autoindulgenza che sembra giustificare ogni nostra più efferata azione. Del resto il terrorismo islamico non è un male assoluto, ha delle cause ben precise che anche l'occidente deve iniziare ad accettare come reali; e se da un lato sembra un po' semplicistica l'analisi dei motivi "umani" del fenomeno - troppo generalizzante dire che il terrorismo nasce come sfogo per le frustrazioni di centinaia di anni di soprusi, poco considerata l'importanza di una religione fortemente finalistica come l'Islam - dall'altro è perfetto, seppur nella sua brevità, il quadro storico-culturale delineato dall'autore in cui il tutto si sviluppa. "Esiste davvero il terrorismo?" è un ottimo punto di partenza per iniziare un percorso di informazione alternativa alle troppe bugie e alla propaganda dei media ufficiali, nonché un'efficace medicina all'arroganza culturale che ormai da troppo tempo ci portiamo dietro e che da alcuni anni abbiamo iniziato a pagare.
sciarade
P.link ¤ commenti (2) ¤ commenti (2)(popup)
categoria : politica, letteratura





02/11/2005, ore 09:12

Cosa sono le nuvole

Che io possa esser dannato
se non ti amo
e se così non fosse
non capirei più niente
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

ahh ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che da gli spasimi
ahh tu non fossi mai nata
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso
perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta

ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura
l'unico e tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

(Domentico Modugno, testo di Pier Paolo Pasolini)

sciarade
P.link ¤ commenti (1) ¤ commenti (1)(popup)
categoria : musica, politica, cinema, letteratura





28/10/2005, ore 12:57

Dario Fo, di cui teatralmente parlando negli ultimi tempi non si dice un granchè bene , ha recentemente pubblicato un bel disco in compagnia di Enzo Gragnaniello e le Nuove Nacchere Rosse, storico collettivo folk-operaio degli anni settanta. Il disco si intitola "SciàScià", soprannome di Salvatore Alfuso fondatore delle Nacchere, e contiene una manciata di brani i cui testi sono firmati per la maggior parte firmati da Fo. Tra questi vi è un gioiellino di un minuti e ventidue secondi dal titolo "La mia morosa la va alla fonte". Di seguito metto il testo (non credo sia necessario un mio tentativo di traduzione). L'acquisto dell'album è consigliato (trovate il disco in edicola, a 7,90 €) se amate il folk italiano, tammurriate e giù di lì.

La mia morosa la va alla fonte

La mia morosa la va alla fonte
con un sidero de' rame in testa
sì ma quel vento che se prùtesta
è i miei languori d'amor per lé'.

Piano piano la se balànza
a corpa a corpa se forma l'onda
se forma ronda che pare un mare
mi là dentro che voi anegàre
mi 'nego che non so nodàre
me vo 'negàndo dentro 'sto mare.

La mia morosa la va alla fonte
con un sidero de' rame in testa
e quele gorghe che se prùtesta.

sciarade
P.link ¤ commenti (1) ¤ commenti (1)(popup)
categoria : musica, letteratura





20/10/2005, ore 12:49

Sono il tuo maschio muschio

sono il tuo maschio muschio, mia corteccia:
tu sei la mia radice, bruna bruna:
ogni tua foglia è lamina di luna,
magica freccia viva è la tua treccia:

(Edoardo Sanguineti, da Il gatto lupesco, Feltrinelli, 2002)

sciarade
P.link ¤ commenti (2) ¤ commenti (2)(popup)
categoria : letteratura





19/10/2005, ore 20:25

Un uomo che nel bel mezzo di una guerra continua imperterrito ad occuparsi di una sola persona, cercando in tutti i modi di salvarla e disinteressandosi totalmente di ciò che intorno a lui succede non è certamente un poeta. E' il primo pensiero che mi è saltato in testa durante la visione de "La tigre e la neve" di Benigni. La storia della letteratura - soprattutto in epoca moderna - ci ha consegnato ben pochi individui, che chiamiamo poeti, sempre e incondizionatamente gioiosi come lo è il poeta Benigni, individuo salterino e speranzoso in ogni situazione, anche quando da sopra cadono le bombe. Piuttosto la letteratura ci ha mostrato poeti che in stato di guerra sono stati sì inarrestabili detonazioni d'amore, come l'attilio De Giovanni del film, ma di un amore non solipsistico, non unilateralmente puntato verso una sola persona (una Nicoletta Braschi come sempre cadaverica, anche quando non è in coma).
Neruda con "Spiego alcune cose" denunciò le barbarie della guerra civile spagnola in urlo di amore universale e rabbioso contro la violenza del conflitto e chi lo aveva scatenato; Montale ne "La primavera hitleriana" anticipò, come sentendolo nell'aria, gli incubi della guerra mondiale e della persecuzione antisemita che sarebbero venuti di lì a poco. E altri hanno percepito, soffrendone, nellle guerre il seme di malvagità che è insito dentro l'uomo; altri hanno amaramente deriso quel Potere capace solo di seminare morte. Ma Benigni non fa nulla di tutto questo. Benigni ama la sua donna e si disappassiona di tutto il resto: non soffre (se non nei momenti in cui la sua amata sta rischiando di morire), non denuncia, non si indigna, non partecipa. E finisce per risultare una poeta-macchietta, degno solo della povertà divertente ma un po' stucchevole delle sue rime e del luogo comune secondo cui i poeti sono individui svagati, facili a smarrire o dimenticare le cose. L'amore che Attilio De Giovanni oppone all' odio della guerra non ha nessuna valenza politica, nessuna efficacia. E' solo un sentimento autoreferenziale, egoistico, nell'insieme del dramma anche inutile. Ed inutile per questo motivo (ma anche per altri più cinematografici di cui ora non voglio parlare) risulta anche il film nel complesso. Con il rischio che qualche spettatore poco avezzo a leggere libri di poesia e tentare di conoscere i poeti, associ la figura del poeta a quella del poeta Benigni: un rallegratore senza se e senza ma, un giullare senza nerbo, in definitiva un povero di spirito, un idiota.

Spiego alcune cose

Domanderete: dove sono i lillà?
E la metafisica coperta di papaveri?
E la pioggia che spesso percuoteva
le sue parole riempiendole
di pertugi e uccelli?

Tutto ciò che mi accade vi dirò.

Vivevo in un rione
di Madrid con campane,
con orologi ed alberi.

Di là si vedeva
il volto secco della Castiglia
come un oceano di cuoio.

        La mia casa era detta
la casa dei fiori, perché dappertutto
scoppiavano gerani: era
una bella casa
piena di cani e di bambini.
         Raùl, ricordi?
Ricordi, Rafael?
      Federico, ricordi
sotto terra,
ricordi la mia casa di balconi dove
la luce di Giugno soffocava fiori nella tua bocca?

         Fratello, fratello!

Tutto
era un gran vociare, un sapore di merci,
cumuli di pane palpitante,
banchi del mio rione di Argüelles con la statua
simile a un pallido calamaio tra i merluzzi:
l’olio raggiungeva i cucchiai,
un profondo pulsare
di piedi e di mani gremiva le strade,
metri, litri, essenza
acuta della vita,
    pesci affastellati,
trame di tetti dove si smarrivano
freddi raggi di sole,
delirante avorio fine delle patate,
pomodori ripetuti fino al mare.

E una mattina tutto prese fuoco,
e una mattina roghi
uscirono dal suolo
a divorare persone,
e da quel momento incendi,
spari da quel momento,
da quel momento sangue.

Banditi con aeroplani e con mori,
banditi con anelli e con duchesse,
banditi con neri frati benedicenti
venivano dal cielo ad uccidere bambini,
e per le strade il sangue dei bambini
scorreva semplice, come sangue dei bambini.

Sciacalli che lo sciacallo scaccerebbe,
pietre che il cardo secco morderebbe sputando,
vipere che le vipere odierebbero!

Di fronte a voi ho visto il sangue
di Spagna sollevarsi
per annegarvi in una sola onda
di orgoglio e di coltelli!

Generali,
traditori:
guardate la mia casa morta,
guardate la Spagna a pezzi:
ma da ogni casa morta esce metallo ardente
e non fiori,
ma da ogni squarcio della Spagna
esce la Spagna,
ma da ogni bambino morto esce un fucile con occhi,
ma da ogni delitto nascono proiettili
che scoveranno un giorno
la tana del vostro cuore.

Chiedete perché la sua poesia
non ci parla del sogno, delle foglie,
dei grandi vulcani del suo paese natio?

Venite a vedere il sangue per le strade,
venite a vedere
il sangue per le strade,
venire a vedere il sangue
per le strade!

(Pablo Neruda, traduzione di R. Paoli, da Terza residenza – Spagna nel cuore, BUR, 1947)

La primavera hitleriana

"Né quella ch'a veder lo sol si gira...."
Dante (?) a Giovanni Quirini

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l'estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l'ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch'esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s'è tramutata in un sozzo trescone d'ali schiantate,
di larve sulle golene, e l'acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.

Tutto per nulla, dunque? - e le candele
romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l'orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell'orda (ma una gemma rigò l'aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell'avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani - tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio....
                                         Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte! Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell'Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince -
col respiro di un'alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz'ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud...

(Eugenio Montale, da La bufera e altro, Mondadori)



 

sciarade
P.link ¤ commenti ¤ commenti (popup)
categoria : politica, cinema, letteratura





29/09/2005, ore 15:40

Riprendo dal blog dell'amico Hamilton questo invito di Luca Castelli del Mucchio Selvaggio a cui anche io nei prossimi giorni prenderò parte. Fatelo anche voi, se vi va, anche al di là della sezione musica Wikipedia italiana ha bisogno  e merita di crescere (ad esempio alla voce "pecore" non c'è ancora niente... hi hi).

"Dietro spinta di Eyesbomb, i lettori/collaboratori del Mucchio Selvaggio si sono scatenati per migliorare le pagine musicali di Wikipedia, la libera enciclopedia del Web. Sul forum del giornale c'è un thread dove vengono segnalati tutti i cambiamenti e le nuove pagine aperte. Conoscendo la sostanziale, travolgente e folle passione che agita i cuori di chi legge il Mucchio, posso solo ipotizzare che in poche settimane Wikipedia diventerà una vera e propria bibbia online dell'indie rock (altro che All Music! Altro che Scaruffi!). Io qui aggiungo solo due cose: a) Wikipedia non è un'enciclopedia rock. E' un'enciclopedia e basta. Quindi chiunque può aggiungervi qualcosa. Siete appassionati di cinema? Avete una laurea in ingegneria dei materiali? Seguite fedelmente le dottrine del feng shui? Sapete tutto sulle antiche civiltà mesopotamiche? Qualunque sia la vostra passione-professione-interesse, anche voi potete dare un piccolo apporto a Wikipedia. Senza impegni, senza obblighi. A volte bastano anche solo due minuti. Si legge una voce, si nota che manca qualcosa e la si aggiunge. E tutti ci guadagniamo qualcosa. b) Senza impegni e senza obblighi non vuol dire senza regole. Wikipedia non è Pitchfork o il New Yorker. Non è un sito di recensioni, ma un'enciclopedia. Prima di aggiungere o modificare qualcosa, prendetevi un minuto di tempo per leggere la sacra regola del punto di vista neutrale. Se un album musicale vi fa schifo, non potete scrivere che è una merda. E se un gruppo vi fa impazzire, non potete neanche definirla la più grande rockband del pianeta. Detto ciò, mettiamoci pure dentro un po' di sano campanilismo con tenui sfumature razziste. Con 110,100 articoli il Wikipedia italiano ha superato quello polacco, raggiungendo il quinto posto per numero di articoli. Per ovvie ragioni il Wikipedia in inglese è irraggiungibile (più di 700,000 voci!), ma mica ci vorremo far battere dai mangiapatate, dai mangiarane e dai mangiasushi, vero?"

sciarade
P.link ¤ commenti (2) ¤ commenti (2)(popup)
categoria : musica, politica, cinema, letteratura, televisione, mie iniziative





27/09/2005, ore 13:31

La (lenta) lettura di questi ultimi giorni è una raccolta di poesie di Gesualdo Bufalino dal titolo "L'amaro miele" (Einaudi, 1982, 189 pagine, 10 euro). Bufalino è noto più come romanziere che poeta (necessario e scontato il consiglio di leggere la "Diceria dell'untore" se non l'avete ancora fatto); le poesie raccolte risalgono per la maggior parte a ricordi di gioventù, contrassegnata dalla guerra e da un periodo di degenza in ospedale dopo aver contratto la tisi. Pur alternando momenti importanti ad altri meno fodamentali la lettura del libretto è assai godibile. Vi propongo qui di seguito due poesie dell'autore, amato tra gli altri anche da Franco Battiato che dopo la sua morte (nel 1996 a causa di un incidente stradale) gli ha dedicato "L'imboscata".


Versi scritti sul muro

Più lontano mi sei, più Ti sento
farmiti dentro il cuore
sangue, grido, tumore,
e crescermi sul petto.

Più sei lontano e più Ti porto addosso,
fra l'abito e la carne,
contrabbando cattivo,
volpe rubata che mi mangia nel petto.


Altri versi scritti sul muro

Dunque è vano, Signore, somigliarti
nel nome, nella sorte, nella morte;
avere entro le palme due coltelli,
il costato corrotto;
pendere così freddi, così nudi,
con le vergogne battute dal vento.
Dolce Signore, perchè ci abbandoni?
A noi anche Tu devi una donna
che ci schiodi e ci lavi,
un fantaccino cieco che ci svegli,
una resurrezione.

sciarade
P.link ¤ commenti (3) ¤ commenti (3)(popup)
categoria : letteratura