19/09/2006, ore 22:11

Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”
.

(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)

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31/07/2006, ore 14:54

Dopo tutti questi giorni di silenzio dovuti a vari motivi, vorrei parlarvi di indulto, ddl sulle intercettazioni, Abu Omar, Israele-Libano e di tutta la nausea che queste vicende mi hanno dato. Ma Discanto riprende vita – per poco, perché fra poco si va in vacanza… a casa – con le sue solite annotazioni. Questa volta non solo musicali. Via:

Tempo fa parlammo qui sopra della raccolta firme per il disegno di legge ad iniziativa popolare per delottizzare la Rai portato avanti tra gli altri da Sabina Guzzanti e Marco Travaglio. Purtroppo la raccolta firme non è andata a buon fine per qualche migliaio di voti ma il Ministro Gentiloni ha promesso di confrontarsi in futuro con il comitato promotore della raccolta, inoltre il disegno di legge verrà presentato in Parlamento da Tana Zulueta dei Verdi (alla Camera) e da Franca Rame dell’Italia dei Valori (al Senato). Qui tutti i dettagli della cosa.

Un disco importante da segnalare. E’ “Tras Os Montes”, il nuovo di Stefano Giaccone, ex leader (con Lalli) dei Franti e oggi autore di almeno due lavori impedibili (questo e il precedente da solista “Tutto quello che vediamo è qualcosaltro”). La mia recensione qui. Non perdetevelo – il disco, non la mia recensione.

Ho intervistato Cesare Basile. Di lui da queste parti si parla spesso, quindi se vi va leggete e basta.

Per finire: sono pure su Deviantart. Che egocentrico.

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05/07/2006, ore 21:00

Era da un po’ un po’ di tempo che non si vedevano da queste parti, ma oggi sono tornate. Signori e signori le annotazioni di discanto (certo che annotazioni è il nome meno accattivante che potessi trovare eh…):

E’ uscito ormai da qualche settimana il nuovo lavoro di uno dei nomi storici del cantautorato italiano di casa nostra: Claudio Lolli. Il disco si chiama “La scoperta dell’America” e pur non essendo brutto ha un grosso e prevedibile difetto: è più che mai un disco da cantautore, già vecchio ancor prima di essere uscito. Qui una mia recensione.

Qualcuno si ricorderà dei Lythium, gruppo di rock autoriale che nel 2000 si presentò a Sanremo con il brano “Noël” e l’anno dopo pubblicò un disco. In seguito ad una (letale?) tournèe di supporto a Vasco si sciolsero, e il leader della formazione Stefano Piro intraprese una carriera solista. “Notturno Rozz” è il suo esordio: nulla di eccezionale, ma se vi piacciono Piazzolla, i La Crus, Cave e il Capossela più funereo potrebbe interessarvi, a voi.

Già da alcune settimane su MusicbOOm è disponibile in download gratuito un ep live di Fabrizio Coppola, cantautore salernitano fratello del veejay Massimo con all’attivo la pubblicazione di due dischi (“La superficie delle cose”, 2003 e “Una vita nuova”, 2005). Il “dischetto” è stato registrato lo scorso maggio alla Casa139 di Milano, se non conoscete nulla del suddetto avete un'occasione di scoprirlo qui.

Il livello della tv italiana è bassissimo, ma è anche vero che qui non abbiamo i geni che hanno in Giappone, guardate.

Per finire, il sottoscritto e un suo caro amico musicista stanno cercando nel bergamasco un batterista per un progetto il cui volantino di presentazione è il seguente:
Cerchiamo batterista di buona esperienza e con voglia di sperimentare nuove possibilità percussive (con oggetti di uso comune) per gruppo blues anteguerra voce recitante-chitarra-batteria. Influenze: Robert Johnson, Madrigali Magri, Black Heart Procession, Howe Gelb, Bachi da Pietra. No perditempo, sì musicisti motivati e curiosi. Per informazioni e contatti
lucabarachetti@hotmail.com”.
Per intanto vi dico questo, poi magari in futuro ne riparleremo. Sta di fatto che è una cosa tanto seria quanto difficile da realizzare. Chi è interessato non esiti a contattarmi, mi raccomando.

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04/05/2006, ore 20:47

In quanto elettore di sinistra molto scettico, e in quanto elettore di sinistra che vorrebbe una legge sul conflitto d’interessi e sull’antitrust che renda veramente pluralista e democratico il mondo televisivo non solo privato – come del resto dovrebbe già essere seconda varie sentenze degli ultimi vent’anni – un’arricciatina di naso di fronte alla candidatura di Massimo D’Alema a Presidente della Repubblica me la do. Così, giusto per tenere sempre vivo e vegeto il beneficio del dubbio.
Non tanto perché D’Alema nel 1985 ha ricevuto venti milioni di finanziamenti illeciti per il PCI (in lire: rispetto ad altri poca cosa, e come sempre prescritta), e neanche perché è stato l’attore principale dell’inciucio salva-Berlusconi come di uno dei conflitti più laidi dal dopoguerra in poi (quella alla Serbia a fianco degli Stati Uniti: non a caso si dice che in questi giorni la CIA spinga, eccome se spinga). Mi arriccio il naso perché, anche se non lo dicono apertamente, tanti in Forza Italia ne appoggiano la candidatura. E se lo fanno loro, i dipendenti del partito-azienda, non è che poi quando magari a qualcuno dall’altra parte viene in mente davvero di «dimagrirle» queste benedette tv poi lui… vero che no?

A parte gli scherzi – che scherzi alla fine non sono – io due candidati ce li ho. Uno è l’ex Giudice e Presidente Costituzionale Gustavo Zagrebelsky; l’altra – partigiana, donna, a capo dell’inchiesta P2, e “nonostante” questo democristiana – è Tina Anselmi. Su questo blog stanno sostenendo la sua elezione che al momento appare alquanto impossibile (anche perchè la diretta interessata nelle ultime ore pare aver gentilmente declinato l'invito) ma non si sa mai, basta firmare e provarci. 

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15/04/2006, ore 10:42

Vorrei continuare il discorso intrapreso alcuni giorni fa sull'egemonia sociologica che Berlusconi ancora oggi, dopo la sconfitta matematica alle elezioni, conserva. Lo faccio postandovi questa riflessione di Giuseppe Genna, scritta prima del voto ma interessante anche ad urne chiuse e spogliate nel suo tentativo piuttosto riuscito, seppur breve, di analisi e (utopica?) soluzione del problema sociologico Italia, ma non solo. Il pezzo è tratto da Carmilla, ma ne ho preso lettura grazie a quei pazzi curiosi del Forum del Mucchio Selvaggio di cui faccio parte. Vi invito a leggerla, ci sono spunti, informazioni e definizioni piuttosto centrati. Con questo articolo discanto va in vacanza per qualche giorno. Se può interessare, buona pasqua.

Uniti
di Giuseppe Genna

Non so se questa dichiarazione di voto rappresenti la totalità della vasta comunità che fa Carmilla. Ancora meno sono certo che una dichiarazione di voto qui esplicitata possa mutare di qualche preferenza l'andamento delle elezioni legislative di domenica e lunedì. Ma qui sta il punto, la democrazia è esattamente questo perno centrale e minuscolo, attorno a cui ruota l'intera piattaforma sociale. Perno la cui materia è metallica: è purissima responsabilità. Con i metalli si fabbricano astronavi o coltelli. Perfino coi coltelli si taglia il pane o si uccide. E' un momento individuale e collettivo allo stesso tempo, delicatissimo - e di tale delicatezza, da scrittore e intellettuale, vorrei parlare.
Cominciando con la dichiarazione che voterò Unione e invito chiunque a farlo.

Lo spettacolo indegno a cui abbiamo assistito in questa campagna elettorale, che copriva tutto lo spettro dello schifo mediatico e morale di cui l'Italia è da almeno vent'anni la landa desolata, dal pedissequo alla rozzezza, dalla mistificazione all'ipnosi, dal linguaggio stercorario a quello vagamente patafisico, è non tanto il segno dei tempi: è il segnale dei tempi. Questa fanghiglia che è smottata catodicamente nelle abitazioni degli italiani tutti, volenti o nolenti, a cui era intermittente nel migliore dei casi un vuoto pneumatico assordante, segnala che la comunità di cui faccio parte, il popolo italiano, sta vivendo uno dei periodi più allucinanti (nel senso letterale del termine) della sua storia democratica. La comoda inversione di polarità tra vero e falso, propalata con una facilità sconcertante, il messianesimo isterico del candidato di governo, la claque pronta a rendere ultreme le affermazioni già estremistiche del loro boss, le gaffes, le contraddizioni più imbarazzanti, i miraggi allusi con faciloneria davanti ai telespettatori (poiché questo sono diventati essenzialmente gli elettori), le palinodie esplicitati su tempi brevissimi in materia di tasse scuola donne industria formazione lavoro, la confusione preterintenzionale imposta ad alte ottave: tutto ciò, tutto questo evidente rumore di un fondo divenuto primo piano, non ha schiodato minimamente gli italiani dalla loro rudimentale concezione delle elezioni, che è calcistica, derbistica, il che a tutt'oggi garantisce un'alta affluenza alle urne, nonostante il modello propagandistico e direi tutto il contesto testimonii di un'avanzata americanizzazione della campagna.
Dico in realtà una bugia: gli italiani, secondo i sondaggi, sembrano essersi minimamente schiodati, ma non è certo una consolazione. La vittoria della sottocultura, con cui un uomo si è messo solo al comando - battaglia strategicamente condotta nell'arco di un quarto di secolo - è assicurata da quella che, almeno ai miei occhi, rimane una realtà sconcertante, degna di una fuga alla Papillon da questa appendice dell'Impero: quasi la metà dei miei connazionali è ancora mesmerizzata da un fenomeno che, via via, per inserti di modifiche genetiche al cuoio capelluto, all'epidermide e chissà dove altro, è ciò che risulta più prossimo al post-human di cui si teorizzò anni fa e che nei fumetti osserviamo con godimento erompere ormai continuativamente.
Recentemente sono andato a vedere Il Caimano di Moretti. Vi risparmio un giudizio analitico sulla pellicola, che mi ha fatto schifo. Non posso però tacere il moto nevrotico che mi ha scosso quando è apparsa l'ormai celeberrima scena di Berlusconi al Parlamento europeo mentre dà del kapò al socialdemocratico tedesco Schultz: in Italia, ci hanno fatto ammirare quei due minuti sufficienti a constatare l'incarnato essangue dell'uomo prossimo al Presidente del Consiglio, un Gianfranco Fini trasfigurato dall'imbarazzo; Il Caimano invece include la quasi totalità del dibattito in aula europea, fitto di interventi indignatissimi, con Berlusconi che dà dei "turisti della democrazia" a insigni personalità straniere. Essangue come Fini, ho subìto una stretta allo stomaco, la tentazione era quella di abbandonare il cinema. La sottocultura con cui quest'uomo si è imposto al Paese colpisce financo fisicamente e, come è chiaro da quella lunghissima sequenza documentaria, aspira a risultare un prodotto d'esportazione, il made in Italy pronto per essere consumato da folle sarkosizzate, blairizzate, fortunatamente non più aznarizzate. E' l'avanguardia dell'ignoranza qualunquista, è il trionfo di quello che Wu Ming 1 ha una volta genialmente definito "microfascismo antropologico italiano". E' la sussunzione della razza in epoca OGM, essa stessa una razza OGM, uno sterminato hinterland che non considera più la cultura, la ragione e l'emozione come mezzi di partecipazione alla comprensione del politico e alla comunità in genere. Fare lo scrittore di questi tempi impone una fatica supplementare: c'è poco meno della metà del Paese che ti considera un fancazzista votato al passato, che è fatto di cose inutili e viete.
Si parte sconfitti, dunque: anche se si vince. C'è da ricolonizzare l'animo delle persone, c'è da operare per fare sentire a ogni italiano che egli ha una propria individualità in relazione a una comunità. C'è da lavorare psichicamente, sì, ma su un concetto che è estremamente materico ed è l'alienazione: quella classica, a cui Marx cerca di fornire una terapia che non sia psicofarmacologica. Questo Paese ha recentemente superato la Germania nel consumo percentuale di psicofarmaci: simili primati vòlti al negativo fioccano da anni e costituiscono l'esito più naturale (cioè, per definizione, l'innaturale stesso) di una concezione della vita subumana, che riduce il grano da simbolo a unico concreto rappresentante del desiderio, che stilizza l'esistenza con trend imposti secondo metodologie che, dal fascismo, mutuano tutto tranne che la grossolanità dell'imposizione stessa, la quale è mielosamente persuasiva e sottile prima di diventare semplicemente volgare, ed è incrementale in quanto le difese emotive e cognitive del popolo sottoposto a queste pratiche vanno scadendo in un disagio che occupa le menti e i cuori, e abbisogna di pillole per non sentirsi.
Siamo a una svolta? Questo è un augurio più che una dichiarazione di voto. Non so se, vinte eventualmente le elezioni dal cosiddetto Centrosinistra (questo gergo da anni Cinquanta che si perpetua perpetrandosi: un altro sintomo dell'anomalia in cui siamo immersi), esso sia in grado di fornire una risposta al disagio generalizzato, avvertito da metà popolazione e non percepito dall'altra metà.
Poiché l'unica cura è l'immaginario, cioè un profondo lavoro di ricostruzione del modo in cui ci rappresentiamo la realtà, serviranno lavoratori dell'immaginario. Servirà, una volta ancora, come sempre è stato, la dura fatica dei proletari dell'immaginario, nelle cui schiere mi allineo, per un lavoro che, più che alacre, per realismo dico essere disperato. Valga il fatto che nessuno dei proletari e artigiani dell'immaginario, che hanno tenuto botta in questi anni di vessazioni fantastiche e realissime, i quali anni hanno fruttato financo processi penali per opinioni liberamente espresse, sembra volere venir meno a un'opera che, vista da fuori, potrebbe sembrare ossessiva, e che invece all'interno dei confini italiani è soltanto testarda e tesa al bene comune.

sciarade
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30/03/2006, ore 13:51

Manca poco alla due giorni elettorale e a questo punto anche i più disinteressati e indecisi un’idea devono farsela. Cosa c’è di meglio allora che trovare in rete un test come questo capace di pochi minuti di servire all’utente su un piatto d’argento la sua idea, senza lo sforzo di doversi informare a fondo e con quesiti semplici semplici – e risposte ancor più banali – su temi che più o meno tutti hanno sentito almeno una volta in cinque anni di governo?
I siti come quello che vi ho linkato sopra, o come altri più o meno “seri” e indipendenti che si possono incontrare in queste ultime settimane in rete, sono un fenomeno preoccupante. Perché il rispondere «favorevole» o «poco favorevole» ad un quesito che cela dietro due righe di domanda questioni assai più complesse è di fatto il metodo in cui oggi gli italiani affrontano la politica: un metodo che è tutto basato sui temi.
Scelti dalla politica a scadenze temporali – fateci caso: i poli mitragliano dichiarazioni su una questione per due settimane, poi spazio ad un’altra e di quella prima non si ricorda più nessuno – e divisi manicheisticamente tra chi è pro e chi è contro (come se questioni complesse come le grandi opere potessero essere risolte in una specie di semplicistica battaglia tra Bene e Male), i temi sono il “discrimine assegnatario” del voto di una larga parte dei cittadini di questo Paese: sei favorevole alla fecondazione? Allora sei di sinistra (ma in realtà ci sono, o meglio c’erano, laici convinti anche in Forza Italia); sei contro la separazione delle carriere giudiziarie? Allora sei di destra (ma in realtà la prima bozza della legge Castelli venne scritta da Boato dei Verdi nell’ultima Bicamerale).
Tema dopo tema, oggi il cittadino italiano viene educato dalla politica a prendere una posizione chiara senza che essa venga sostenuta dalle idee. Ma una politica senza idee, senza progetti, è un’entità senza cervello, tutta votata a quel «sano realismo» che sano non è, perché tenta solo di risolvere l’immediato presente senza prendere atto delle conseguenze future.
Anche da questo (in)sano realismo infatti sono sorti i problemi dell’Italia, e sempre su di esso continueranno a persistere. Bisogna cambiare si dice, ma i grandi cambiamenti necessitano di utopie. Che non sono desideri irrealizzabili, ma pensieri lanciati verso l'oltre, capaci di trascendere il presente per andare a sognare qualcosa di davvero migliore. La risoluzione di una questione, la presa di posizione su un tema per tanto importante che sia, possono al massimo solo trovare un miglioramento nel domani, che però diverrà presto oggi, e non avrà mai quello slancio salvifico dei pensieri che già vedono il futuro.
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27/03/2006, ore 22:40

Quello che posterò di seguito è la denuncia di censura fatta dal Mucchio Selvaggio, che si è visto negare la pubblicazione di una copertina su Silvio Berlusconi dal proprio distributore. Fermo restando che di censura si tratta (ed è grave che sia l’ultima di una lunga serie di “autocensure” degli ultimi anni: significa che il clima è pesante e non sono ammessi passi falsi), due cose mi stupiscono un po’ di questa storia.
La prima: non conosco il distributore del Mucchio (è Parrini, uno grosso nel settore) e non so quali siano i rapporti contrattuali e umani tra le due parti in causa, vista  però la durezza della copertina – per qualcuno magari stupida ma di certo legittima – mi stupisce che la redazione del Mucchio non abbia in qualche modo previsto la cosa. Sarò pessimista ma mi viene da dire che siamo pur sempre in Italia, eh.
La seconda: quando per la prima volta ho visto la copertina a me ha fatto ridere, come mi fanno ridere le battute sboccate e le immagini grevi (perché tale è quell’immagine). Se però Stèfani e compagnia volevano in qualche modo fare qualcosa che fosse contro Berlusconi, hanno proprio sbagliato il bersaglio: una copertina così è un ottimo pretesto per far dire all’uomo della strada indeciso – che tante cose confonde e ancor di più banalizza – che la sinistra non fa altro che insultare Berlusconi. E' vero che una copertina non cambia le idee, però , anche se di poco, aiuta (e non contro Berlusconi). I sondaggi - per chi ci crede - dicono che il centro-sinistra è in vantaggio, ma almeno fino al 10 aprile è meglio andarci piano: sono elezioni troppo importanti, per sicurezza anche l'ultimo voto non va sprecato.

La copertina del Mucchio Selvaggio di aprile “avrebbe” dovuto riportare un disegno di uno storico personaggio del fumetto italiano. Il "catzillo" è un fumetto underground, molto famoso negli anni Ottanta, che l'autore Gianfranco Grieco ha modificato per noi facendolo assomigliare a Berlusconi, ovviamente legato a un lungo articolo che mette in guardia sul votare “Forza Italia” alle prossime elezioni politiche.
Abbiamo usato il verbo “avrebbe” perché il distributore nazionale (Parrini) si è rifiutato di fare uscire il giornale in edicola. Non vuole correre il rischio di denuncie penali. Il giornale verrebbe comunque boicottato da molti distributori locali non di sinistra, il tipografo nicchia, la par conditio, rapporti con il potere etc etc. Insomma paura. Paura di ritorsioni legali, economiche e magari anche fisiche da parte del soggetto raffigurato nel disegno.

La redazione trova ciò un atto di censura inqualificabile. La satira è un diritto affermato dalla nostra Costituzione (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” - Art. 21). Se si va con la memoria indietro nel tempo a copertine, molto più feroci e provocanti, di giornali come il “Male”, “Frigidaire” o “Cuore” ci si rende conto di come è peggiorato il rapporto tra la stampa e il potere e di quanto la libertà di espressione sia sempre meno garantita.
La censura è sempre stata usata come strumento di repressione e negazione di valori e tematiche “scomode”.

La copertina “censurata” è scaricabile qui
 
Comitato di redazione del Mucchio Selvaggio
”.

sciarade
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05/03/2006, ore 20:46

Non so se sapete là fuori cosa sta succedendo in questi giorni nelle segreterie dei partiti e cosa ci troveremo davanti nella due giorni elettorale di aprile (intendo che tipo di scheda ci si presenterà) quando andremo a votare.

In questi giorni nelle segreterie dei partiti dei due poli si stanno stilando le liste elettorali: ogni sigla costruisce la rosa di candidati che si presenteranno nelle varie circoscrizioni del Paese. Forse avrete sentito come la cosa stia avvenendo più o meno secondo le regole delle campagne acquisti calcistiche (ma, fino ad ora, senza soldi in mezzo: almeno soprabanco): io ti do questo, tu mi dai quello, spostiamo Tizio di qui, mettiamo Caio di là, e via dicendo. Ma forse non vi sarete accorti che quello che conta più di tutto nella campagna acquisti per le elezioni 2006 sia la posizione in cui il candidato viene messo. Mi spiego: quando il 9 e 10 aprile entrerete nel cabina soddisfatti di aver maturato la vostra preferenza e aprirete una della due schede elettorali vi troverete di fronte una serie di simboli ordinati per coalizioni. Ad ogni simbolo sarà abbinata una lista di nomi, ma voi dovrete votare il simbolo e non il nome del vostro preferito nella lista, perchè con la nuova legge elettorale la lista è bloccata: cioè l’ordine di accesso alle camere dei singoli candidati è direttamente proporzionale al numero di voti che la lista prende (più i premi di maggioranza che ogni lista della coalizione vincente si prenderà). I nomi sulla lista sono ordinati secondo la graduatoria di accesso e quindi voi elettori non potete fare altro che accettare quell’ordine. Chi ha deciso l’ordine? Le segreterie dei partiti, in questi giorni, nella campagna acquisti.

Con la nuova legge elettorale il cittadino votante viene di fatto ridotto a mero approvatore delle decisioni delle segreterie dei partiti e al più può decidere, ad esempio per un grosso partito molto votato in quella circoscrizione (per la Camera) o regione (per il Senato), quale sarà il limite di accesso nella graduatoria della lista. Ma siccome a votare quel grosso partito sono in tanti, l’elettore deciderà chi lasciar fuori tra la settima e l’ottava posizione. Sui sei-sette candidati prima nessuno potrà dire nulla. Insomma: noi dovremo dire solamente sì, al resto avranno pensato già loro (addirittura da quanto riporta il sito del Ministero dell’Interno non è chiaro se sulla scheda, accanto ai simboli, ci siano i nomi dei candidati. Se non ci fossero, oltre al danno di non decidere da chi farsi singolarmente rappresentare, anche la beffa di dover eleggere gente che nella cabina neanche ha il coraggio di metterci il nome).

Tutto chiaro? Facciamo un esempio che vi potrà magari apparire un po’ paradossale ma che ha comunque il suo fondo di certezza, visto che ad aprile i nomi che sto per citare si candideranno e qualcuno li voterà.
Sono un elettore di Forza Italia che vorrebbe un’Italia liberale, che aiuti e premi le aziende e bastoni i sindacati ma che sia anche libera da piduisti, corrotti, mafiosi, politici con precedenti penali legati al mondo delle aziende e della finanza e per la loro condizione socio-economica aventi diritto alla candidatura. Vivo in Lombardia, vado il 9 aprile al mio seggio e nella lista abbinata al simbolo del mio partito (Forza Italia) trovo nei primi due posti della graduatoria i seguenti signori (segue una breve sintesi dei loro curricula giudiziari):

Berlusconi Silvio: amnistiato per bugie sulla P2, sei prescrizioni (due per corruzione di giudizi nei casi Mondatori e Squillante e quattro per falso in bilancio, provocate dalla riforma dei reati societari approvata dalla sua maggioranza), un reato depenalizzato dalla sua maggioranza (falso in bilancio All Iberian), un processo abolito con l’abolizione dell’appello approvata dalla sua maggioranza (Sme), due processi in corso in Italia (diritti Mediaset sul cinema, corruzione e concorso in falsa testimonianza di David Mills), e due in Spagna per falso in bilancio e violazione dell’antitrust nell’affare Telecinco, non avente diritto di candidatura perché concessionario di frequenze radiotelevisive (legge Scelba del 1957);

Dell’Utri Marcello: due anni definitivi per false fatture e frodi fiscali di Publitalia, patteggiamento per altri sei mesi per false fatture e falsi in bilancio, condanna in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, condanna in primo grado per tentata estorsione pluriaggravata, processo per calunnia aggravata, imputato in Spagna per l’affare Telecinco.
Questi due signori, ebbene sì, se voglio votare Forza Italia sono costretto ad eleggerli a mio rappresentante. Anche se non sono mai stati piduista, mafioso, condannato per ruberie eccetera eccetera (e anche se sono io stesso candidabile perché oltre ad un ultrapiatto diciotto pollici non posseggo niente). 
Ovviamente il caso è grottesco e assurdo. Ma se, per fare un altro esempio, fossi un elettore campano dei Diesse, potrei trovarmi nella lista legata al simbolo che preferisco tale De Luca Vincenzo, indagato a Salerno per il prg e gli appalti della centrale termoelettrica probabilmente gestiti dalla camorra di cui la Procura ha già chiesto l’arresto (richiesta respinta dal Gip). E in questo caso ci sarebbe ben poco di irreale: la segreteria del partito ha deciso, a noi non resta che approvare.

Beppe Grillo da parecchi mesi sta portando avanti l’ottima campagna “Parlamento Pulito” e presto, una volta depositate le liste di tutti i partiti, pubblicherà i nomi dei candidati che puliti non sono. Ma non sarà facile coniugare liste intonse, idee e convenienza per la propria condizione di cittadino in un’unica scelta di voto. Una legge così un parlamento pulito non lo vuole e nemmeno lo lascia pulire a noi. La chiamano democrazia, la esaltano, la esportano. Ma in fondo messa così è solo un’oligarchia (laida) che cerca l’applauso.

sciarade
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02/03/2006, ore 13:12

Se c’è una cosa che manca nel programma dell’Unione è – ma pensa un po’ che strano – un progetto legislativo efficace sul sistema televisivo italiano. Dopo che a suo tempo nulla si fece per fermare il monopolio di Berlusconi con una legge sul conflitto di interessi e soprattutto con una antitrust, sembra che il centro-sinistra stia ancora una volta facendo finta di niente: lì dentro, non è ancora chiaro come (neanche Marco Travaglio e Peter Gomez riescono a spiegarlo completamente), c’è qualcuno che ci guadagna. Che siano soldi o altro, qualcuno sta facendo ancora accordi. Se non ci pensano loro, perché non sono dalla nostra parte, pensiamoci noi. Per quanto ci è possibile.
Già in “Viva ZapateroSabina Guzzanti e Travaglio auspicavano una riforma radicale del sistema radiotelevisivo italiano che ne impedisse ogni tentativo di lottizzazione (cosa che non ha sicuramente inventato Berlusconi, ma che Berlusconi ha del tutto fascistizzato). Oggi quell’idea è diventata una legge di iniziativa popolare sul modello di quelle già in vigore in Europa (Germania e Spagna soprattutto) che punta a «regolamentare la materia per assicurare il pluralismo, la libertà, l’obiettività, la correttezza e la imparzialità delle trasmissioni di reti pubbliche e private, sottraendo il servizio pubblico all’ingerenza dei partiti politici». Trovate tutti i dettagli su
www.perunaltratv.it
. Servono firme (cinquantamila) e comitati che le raccolgano: se vogliamo veramente iniziare a cambiare qualcosa in questo Paese cominciamo dall’avere una tv non controllata dalla politica ma che la politica la controlla; una televisione senza baciapile quali Mimun, Mazza, Marano, Ferrario, Del Noce e compagnia ma con professionisti che scalano i ranghi per merito; una televisione senza reti “di destra” e reti “di sinistra” ma solo con reti “di verità”. Mi raccomando.

PS: oggi, ancora su Repubblica, Giulio Ferroni ha risposto alla critica di Baricco di ieri (ecco la risposta). Baricco non sapeva che Ferroni ha recensito "Questa storia" sul numero di dicembre di Giudizio Universale. Ha preso una bella cantonata, ma rimane il fatto che la sua critica ai critici ha ragione da vendere.


 

sciarade
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01/03/2006, ore 18:39

Su Repubblica di oggi Alessandro Baricco si lamenta di due giudizi gratuiti che Piero Citati e Giulio Ferroni gli hanno affibbiato nei giorni scorsi, dico gratuiti perché – come spiega lo stesso scrittore, che non critica il giudizio in sé ma il metodo – sono stati infilati dai due critici in mezzo ad articoli di altro argomento e senza motivazioni al seguito (qui l'articolo completo).
Baricco ha ragione. Di stoccate buttate lì giusto per aggredire un determinato personaggio (magari popolare come lo è Baricco) e prendersi gli applausi di quella parte di pubblico che arriccia il naso di fronte a qualunque espressione artistica che esca dalla nicchia se ne possono trovare a iosa, ed alcune - soprattutto nel mondo letterario e musicale - sono davvero irritanti e inutili. Un critico, di qualsiasi forma d’arte esso si occupi, fra le tante responsabilità che ha, ha quella primaria di criticare e non sbeffeggiare a gratis. Si può sbeffeggiare, aggredire, stroncare senza attenuanti un libro o un disco, ma purché lo si faccia con dei motivi ben fondati e riscontrabili. Altrimenti il lavoro del critico diventa puro sparlare, e perde di valore.
Come giustamente fa notare lo scrittore, invece che travasare bile a piccole dosi sulle colonne di un quotidiano, gli intellettuali alla Citati e alla Ferroni (dotati come sono, e non scherzo, di una cultura letteraria fuori dal comune) dovrebbero cercare di spiegare come mai il tanto a loro sgradevole Baricco aggrada invece centinaia di migliaia di lettori. Il discorso vale anche per noi giornalisti musicali affermati o che provano a diventarlo: è vero che la passione porta a scatenare un inferno di improperi nei confronti di quel cantante che secondo noi offende la religione Musica, ma le recensioni devono essere come teoremi estrapolati dall’opera d’arte che in essa trovano le argomentazioni per la gloria o l’infamia dell’opera stessa. Se c’è una cosa che può elevare i critici dalla condizione di (acculturati?) scribacchini probabilmente può essere solo questa: mettere al servizio, o al disservizio, l’intelletto per spiegare, interpretare. E’ banale dirlo, ma forse - visti questi tempi dove tutti recensiscono, musica specialmente - è necessario ricordarlo. La bile, e le parole che da essa scaturiscono, rischiano di diventare solo aria fritta.

PS: prima che qualcuno dica che difendo Baricco perchè sono il solito fan a cui non puoi toccare l'Artista, metto le mani avanti: Baricco (di cui ho letto "Castelli di rabbia" e "Novecento) mi fa schifo.

sciarade
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20/02/2006, ore 19:39

Cari resistenti e/o terroristi iraqeni,
se mai vi capiterà di essere in un periodo di magra alla voce “uomini da mandare al macello imbottiti di esplosivo” non contate su quegli italiani. Quali? Quelli che alcuni giorni fa manifestavano per le vie di Roma urlando «dieci, cento, mille Nassiriya». E’ facile declamare stronzate in un Paese tutto sommato libero, non occupato militarmente e non più sottoposto ad un regime politico dittatoriale da parecchi anni. Un po’ più difficile metterle in pratica: vi assicuro che, se mai chiedeste aiuto a questo Paese per la vostra (discutibile) causa, quei signori saranno gli ultimi a partire; e se mai partiranno, saranno i primi che dovrete rincorrere per richiamarli al dovere per cui sono partiti. Quindi pensateci prima di fare certi appelli, potrebbero non convenirvi.
Qui da noi il gesto più estremo che si fa è rubare o la fiaccola olimpica o i libri dai supermercati. Fiaccole e libri? Sì, da noi si mangia tutti i giorni, non c’è bisogno di rubare cibo. Da noi si rubano le fiaccole per contrastare le multinazionali (non mi venite a dire che non sapete che anche il petrolio che rubano a voi occupandovi il territorio serve per accendere le fiaccole olimpiche, eh) e certi tipi di libri perché costoro che li rubano ritengono che rubandoli e poi distribuendoli gratuitamente fuori dal supermercato sia un modo per educare il popolo. Dite che è un gesto borghese? Certamente, e non è mica solo il gesto ad essere borghese. Questi l’essere borghesi ce lo hanno nel sangue, e nel culo scaldato da papà.
Non crederete ancora che ci sia in giro qualcuno che voglia morire per la rivoluzione, vero? Va beh Allah, ma da noi in Italia Allah o Aqquah è sempre un po’ la stessa cosa.

Un saluto,

L.B.


Cari sportivi (tutti esclusi i calciatori),
se ritenete quella di ieri la solita domenica calciocentrica, magari potenziata dal dramma di uno del calciatore più in vista nel nostro Paese, vi sbagliate di grosso. Quella di ieri non è stata la solita domenica capace di oscurare tutti gli altri sport domenicali e con gli strascichi di polemiche che da una domenica portano all’altra anche tutti gli sport che domenicali non sono. Quella di ieri è stata una domenica rivelatrice, direi quasi epifanica, e voi avete rischiato grosso. Con il dramma del Pupone nazionale, con il brivido che ha percorso tutti i calciofili italiani nel pensare alla loro Nazionale alla conquista del suolo germanico senza il primo tra gli eroi, con l’immagine di un’onesta gamba spaccata nel bel mezzo di una “disciplina” che tutto ormai è diventato fuorché sport (circo? carrozzone? agenzia matrimoniale? manicomio?) a qualcuno dei calciofili è venuto il sospetto che il calcio sia ancora uno sport. Uno sport come quasi tutti i vostri: con allenamenti durissimi, ritiri intensi, addirittura con infortuni dolorosi che giustificano le cadute a terra. Uno sport fatto perfino da uno sportivo che dimenticata la velina e il pupino (a casa), le barzellette e gli sputi (in campo, fuori, ovunque), si ricorda per un momento che anche la sua attività è fatica e, udite udite, dolore. Fatica e dolore come le vostre di voi fondisti, di voi scalatori, di voi velisti, di voi marciatori e via dicendo.
Siete stati fortunati però, perché dopo un attimo di lucidità di massa un giornalista illuminato e contrario a questa eccessiva sportività del calcio ha posto la questione fondamentale: ma nel calcio ci si fa anche male? E allora via alla discussione sugli interventi troppo duri, sugli arbitri che non tutelano gli attaccanti, sulle ossa troppo poco resistenti. Sarà così fino a domenica prossima e i calciofili, l’unica razza che si fa chiamare con il nome di una cosa che ormai non ricorda più (il calcio), continueranno ad adorare questa enorme, invadente orgia. Se il virus di sportivazione del calcio si fosse diffuso, per voi non ci sarebbe stato più scampo. Vi immaginate a combattere per la visibilità con uno sport vero e proprio e non con una pantomima che fortunatamente prima o poi crollerà come ogni sistema che non fa altro che riciclare (sordidamente) sé stesso? Ringraziate la sorte, avete avuto un culo che neanche Galeazzi…

Un saluto,

L.B.

PS: come potete vedere sotto, questo post viene iscritto in una nuova categoria: satira. Insomma ho provato a fare satira. Al di là del fatto che oggi in Italia siamo un po' tutti satirici e un po' tutti studiosi di satira (e ognuno ha la sua definizione del genere), spero vi regali almeno un sorriso e qualche pulviscolo di riflessione.


 

sciarade
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12/02/2006, ore 20:06

Può fare qualcosa il cittadino qualunque per arrestare o almeno mitigare il (fallimentare) superomismo catodico di Berlusconi, l’ansia da dichiarazione di Pecoraro Scanio, i rutti xenofobi di Borghezio, l’inconsistenza morale dei Fassino, Casini, D’Alema, Fini, Maroni e compagnia? In poche parole possiamo fare qualcosa noi per evitare di essere coinvolti nell’isteria quasi collettiva che sembra aver ammorbato la classe politica italiani negli ultimi anni (e in particolare nelle ultime settimane) lasciando del tutto in disparte i tanti problemi, le soluzioni e soprattutto le idee?
Io credo di sì. Se una cosa possiamo fare è coltivare un pensiero, un pensiero sulle cose. Un pensiero sulle cose non è un’idea (un’idea si fa presto ad averla: si prende un giornale, si impara a memoria cosa dice il maggior editorialista sul fatto del giorno e si ha l’idea) e sulle cose non vuol dire su tutto (essere tuttologi è facilissimo, soprattutto in tempi di indigestione informativa: c’è una opinione intelligente e di buon senso su ogni cosa al giorno d’oggi). Coltivare ed avere un pensiero sulle cose è possedere un’interpretazione complessa della realtà, che alla realtà guarda e con essa si confronta (mutando quando è il caso); è avere un occhiale proprio, serio, strutturato, attraverso cui filtrare ciò che succede, un occhiale che sarà proprio solo se nascerà da sé stessi, dalle esperienze e letture fatte, che saranno necessariamente tantissime e sempre in crescita – perché quando si inizia a coltivare un pensiero si comprende da subito quanto esso non sia mai abbastanza complesso per affrontare il mondo: coltivare un pensiero è tutt’altro che cosa facile, immediata, non faticosa.
Io credo che solo facendosi ognuno di noi, con fatica e dedizione, piccoli filosofi della politica (cioè coloro che prima interpretano e poi risolvono i problemi della polis) si possa riuscire a migliorare anche di poco l’Italia e oltre. Credo sia questo l’unico gesto di responsabilità che possiamo fare per alzare il livello di ogni aspetto di questo nostro sistema di influenze e meccanismi che chiamiamo vivere insieme o, in modo più nobile, politica. Che è cosa profondamente diversa dal petulare dei partiti: è appunto pensiero sulle cose, pensare per fare davvero politica.

PS: come già segnalato nell’ottimo blog dell’amico Daniele, c’è qualcuno che ogni tanto cerca nella blogosfera il proprio nome e quando è il caso di intimidire qualcuno che lo ha criticato, querela. Sto parlando di Gigi Moncalvo, ex direttore de La Padania e oggi conduttore sul secondo canale del talk politico Confronti, che ha querelato Anna Setari e Nick “colpevoli” di aver criticato alcuni aspetti quantomeno singolari del programma da lui condotto (trovate qui e qui i due motivi di querela: giudicate voi se ce n’era bisogno).
Qui da discanto piena ed enorme solidarietà ai due e una piccola annotazione che in un Paese davvero democratico non andrebbe nemmeno fatta: la querela è un’arma di difesa e non di offesa o addirittura intimidazione. State attenti: di gente che vuole metter la mordacchia è piena la contrada.


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31/01/2006, ore 21:40

In un surplus serale di egocentrismo e autoreferenzialità eccovi alcuni link, quasi tutti legati alle mie attività:

si sta parlando tanto ultimamente dei Baustelle. Ho intervistato Francesco Bianconi, gentile ed elegante, il giorno del concerto milanese di cui vi ho parlato qualche settimana fa. Eccovi il risultato;

su Cesare Basile sono state spese su questo blog già parecchie lodi. Con "Hellequin Song" ha raggiunto il suo apice. Qui c'è la mia recensione;

sport e musica insieme vogliono dire soprattutto immaginario. Ho provato a stilare la lista delle dieci più belle canzoni sportive (italiane). Prima o poi farò anche quelle straniere. Per intanto di qua;

che ne dite delle community? Io dalle pochissime esperienze che ho avuto potrei dirne malissimo: una specie di agenzia matrimoniale, un carnaio di ammiccamenti e pose da star. Korova Bar (www.korovabar.it), però, sembra essere tutt'altro: il tentativo di far nascere una community artistica, un luogo di libertà espressiva, un punto di incontro per possibili talenti. Il tutto condito da una bellissima grafica burtoniana;

per finire: che Chuck Norris sia un mito è fuori discussione. Questo blog, divertentissimo, ne spiega versetto dopo versetto la "cosmologia". 

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19/01/2006, ore 20:48

Non so quanti di voi conoscano il pensiero di Massimo Fini. Io ho avuto l'occasione di avvicinarmici e di leggere tre dei suoi libri (che vi consiglio: "Elogio alla guerra", "Il vizio oscuro dell'occidente", "Sudditi", tutti editi da Marsilio) per un'intervista che gli feci alcuni mesi fa per Dedalus (eccola). Il pensiero di Fini è tutt'altro che sistematico e specifico, insomma ha poco a che fare con i metodi dei "normali" filosofi, ma contiene spunti interessanti per un'interpretazione davvero diversa, e facilmente accessibile a tutti, del nostro tempo. Proprio ultimamente, lui un po' distante dalle tecnologia, ha deciso di aprire un sito (www.massimofini.it) per ampiare lo spettro d'azione delle sue idee e dare il via al movimento anti-modernista "Movimento Zero". Avrei potuto mettere di seguito l'intervista che gli feci insieme ad altri due colleghi, ma sarebbe stata troppo lunga e quindi, per l'utente medio "mordi e fuggi" dei blog, poco invitante. Posto invece un'intervista recente che Fini ha recentemente rilasciato (pronti a rabbrividire?) al quotidiano La Padania. La riprendo proprio dal sito che ho linkato sopra, che non riporta però l'autore del pezzo (se qualcuno sa chi è, sarà mia premura aggiungerlo). 

Massimo Fini, questa volta voliamo alto: parliamo di ideologie, o almeno di idee. O meglio: della loro triste mancanza. Quando un quotidiano comunista e colto come Il manifesto spiega che “Diego Della Valle è il nostro bomber” (ossia: mister Tod’s è la punta di lancia della sinistra) c’è da preoccuparsi...
«La mancanza di idee non è un’esclusiva nostrana. Liberalismo e marxismo sono entrambi figli della rivoluzione industriale, sono cioè vecchi di due secoli, in un periodo in cui la storia ha corso come mai prima. Pensano di essere il top della modernità: il che è anche vero solo se consideriamo la modernità assai invecchiata. Ecco: la modernità non è affatto moderna, così destra e sinistra - che sono due facce della stessa medaglia che è la rivoluzione industriale - col tempo hanno finito col confondersi l’una con l’altra. In Italia questo è assolutamente esplicito. A rileggere Il manifesto dei conservatori di Giuseppe Prezzolini si rimane di stucco».

Avevamo già accennato in passato al tema: la sinistra che fa la destra, e viceversa.
«Nel libro sono indicate le caratteristiche del conservatore e dell’uomo di sinistra: ebbene, i ruoli sono ormai ribaltati, i valori sono confusi, alcuni hanno “cambiato schieramento”. Come introduzione al Il manifesto di Prezzolini è riportato un distico di Piero Gobetti: “Un partito conservatore poteva compiere in Italia una funzione moderna indirettamente liberale in quanto facesse sentire la dignità del rispetto alla legge, [...] l'esigenza di difendere scrupolosamente la sicurezza pubblica, e l'efficacia del culto delle tradizioni per fondare nel Paese una coesione morale”. Poi Prezzolini traccia il profilo di chi è conservatore e chi di sinistra. Caratteristiche del conservatore: morale come principio fondamentale della condotta, pessimismo, libro come strumento culturale. Di sinistra sono invece l’economia come norma generale dell’esistenza, il mutare rapidamente e radicalmente, la televisione invece che il libro. Insomma, che dire: tutto è ribaltato. Oggi, tanto per capirci, l’uomo di destra ha preso il business centro dell’esistenza, in perfetta linea con Carlo Marx che considerava sovrastruttura tutto ciò che non era economia».

Dicevi che il venir meno dei criteri destra-sinistra è particolarmente evidente in Italia...
«È però una tendenza che vale per tutte le democrazie».

Infatti. Penso agli Stati Uniti: la differenza tra democratici e repubblicani è infinitesimale.
«Io, dall’Italia, non riesco sostanzialmente a coglierla. Ma intanto negli Usa esistono 35 milioni di poveri che non hanno alcuna rappresentanza politica. Il dato strutturale è: destra e sinistra sono categorie vecchie, che hanno perso col tempo la loro consistenza e qualsiasi ragion d’essere. Questo comporta una confusione di valori e disvalori che, scendendo per li rami, arriva fino alle vicende di questi giorni, alle scalate bancarie».

Non ci sono più ideologie né idee, rimangono solo gli interessi.
«L’ideologia è un sistema di valori coerenti. Quando scompare, la realtà si confonde. Di notte tutte le vacche sono nere».

Destra e sinistra sono categorie che necessitano di essere aggiornate o sono proprio da buttare?
«Sono superate anche se non sono ancora del tutto obsolete. Io faccio sempre un esempio: siamo su un treno che procede a velocità pazzesca, 800 all’ora, anche chi viaggia in prima classe su comode poltrone viene comunque sballottato, giacché una delle imprese di questo sistema è quella di far star male anche chi sta bene. Comunque: oltre a quelli di prima classe, c’è chi è in seconda, chi sugli strapuntini, chi nei corridoi, chi nei cessi, chi mezzo fuori dal finestrino e chi finisce proprio giù dalla scarpata. Dare una migliore e più equa sistemazione ai viaggiatori ha ancora una senso e a questo pensano destra e sinistra, con le loro “ricette”. Ma i problemi di fondo sono altri: dove sta andando il treno? I viaggiatori e i macchinisti hanno possibilità di determinarne la marcia, oppure il convoglio procede per conto suo, come sembra? E poi: due secoli e mezzo fa abbiamo preso il treno giusto? Destra e sinistra non solo non danno risposta a questi quesiti: si rifiutano persino di prenderli in considerazione, perché mettere in discussione il treno, ossia la modernità, significherebbe dover forse recidere le loro stesse radici. Per questa ragione non possono ovviare a un malessere profondo, che non ha niente a che vedere con certi discorsi del tipo: “Bisogna modernizzare il Paese”. No, non bisogna modernizzarlo: bisogna s-modernizzarlo».

Sono crollate le ideologie, ma sembrano mancare anche quei cervelli che possano prefigurare un futuro, o perlomeno spiegare il presente. È questa una causa o un effetto della generale “mancanza di senso”?
«È più conseguenza che causa. Indubbiamente, ed è un dato di fatto, non c’è oggi un pensiero che pensi la modernità, non c’è una filosofia che “riempia” la politica come è sempre stato, da Platone e Aristotele, fino alla prima metà del Novecento. Oggi in Occidente manca il pensiero tout court».

Manca un pensiero che spieghi la modernità, oppure che la superi?
«Più semplicemente, un pensiero che pensi la modernità».

E manca, in Italia, una qualsiasi politica culturale. Fa specie che il premier non stimoli una qualsiasi politica culturale anche solo attraverso la grande casa editrice di sua proprietà, la Mondadori.
«Qualche tentativo culturale - magari rozzo, ma ci ha provato - l’ha fatto la Lega. A sinistra si continua a marcire e marciare su quel che resta del marxismo. Ma la povertà culturale di Forza Italia è disarmante. Berlusconi cita Paolo di Tarso come filosofo greco, parla di “Romolo e Remolo” facendo ridere un bambino di sei anni, figlio di una mia amica. Questa di destra - ossia Forza Italia, ma anche An - è una classe dirigente totalmente distante dalla cultura. Guardiamo Alleanza Nazionale: ha fatto fuori tutti i suoi pochi uomini con uno di spessore, da Domenico Fisichella a Gennaro Malgeri, così come un attore pensante come Luca Barbareschi. Siamo lontanissimi da! qualunque minima elaborazione».

È curioso che questo avvenga mentre certo non mancano gli strumenti per superare la tradizionale egemonia culturale della sinistra. In questi cinque anni la Cdl ha potuto disporre di giornali e televisioni, più o meno di proprietà del premier.
«È quanto ribattevo anch’io, negli incontri durante i quali gli esponenti di quei partiti sostenevano che non avevano gli spazi necessari. “Ma come - rispondevo - Avete in mano buona parte dell’industria culturale, non potete più tirar fuori un argomento di questo genere”. Gli strumenti culturali ci sarebbero, ma non vengono per nulla utilizzati. La destra non è nemmeno stata capace di copiare quanto ha fatto il Pci, che investì sulla cultura ottenendo moltissimi vantaggi: perché magari la cosa non porta voti nell’immediato, ma serve parecchio nel lungo periodo».

Non per una questione di par condicio... Ma mi sembra che anche nello schieramento contrapposto, oggi, ci sia un grande vuoto. La sinistra avrebbe dovuto ripensare se stessa all’indomani del 1989; non mi pare che l’abbia fatto.
«Non so se ci abbiano provato - non pare nemmeno a me - ma era un’operazione difficile. Nel momento in cui la sinistra ha accettato il libero mercato, ha negato la propria natura. Infatti oggi su quasi tutte le questioni economiche le differenze tra i due schieramenti sono minime. E poiché in questo sistema l’economia è fondamentale, destra e sinistra che non si differenziano su questo punto sono sovrapponibili nell’essenziale».

È una sinistra che non ha più alcun senso?
«Già, è una sinistra che non ha più alcun senso, così come non lo ha la destra. La prima è morta con la caduta del marxismo, ma questo determina anche la fine del capitalismo, poiché l’uno sorreggeva l’altro come le arcate di un ponte. Anche il capitalismo non ha più punti d’appoggio, crolla se non altro per eccesso di slancio. Devo dire che gli americani non hanno elaborato nulla dopo l’11 settembre, non hanno rallentato, invece di frenare hanno ulteriormente accelerato senza fermarsi a riflettere: strano, perché George W. Bush è una scimmia travestita, ma qualche valido pensatore gli Usa ce l’hanno».

Quale sarebbe dovuta essere la riflessione?
«Avrebbero dovuto capire che il conseguimento della loro meta corrisponderà con la fine loro, e di tutto sistema occidentale. Le Torri gemelle erano un simbolo per eccellenza, i greci avrebbero detto che non si dovevano sfidare gli dei in quel modo... Andava recuperato il senso del limite, per esempio. Invece l’hanno perso ulteriormente. Ma in fondo è la conseguenza politica di un problema concettuale».

In che senso?
«Hanno perso il contraltare sovietico, hanno mano libera e accelerano la presa di possesso del mondo. Presto l’avranno tutto in mano. Ma il nostro sistema economico è basato sulle crescite esponenziali; nel momento in cui non sarà più capace di espandersi per raggiunti limiti fisici, crollerà fragorosamente su se stesso. Io credo che qualcuno lo sappia, tra i padroni del vapore; ma penso che siano tutti nello stato d’animo del tipo après moi le déluge (ossia: dopo di me il diluvio, frase pronunciata secondo la tradizione da Luigi XV, ndr). Se avessero cultura potrebbero dire, con Oscar Wilde: “Cosa hanno fatto i posteri per noi?”. Solo che stiamo andando a tal velocità che diventiamo posteri di noi stessi».

Secondo te, quale intellettuale italiano avrebbe potuto ben raccontare la nostra realtà? Pasolini?
«Pasolini aveva avuto molte intuizioni in questo senso. Mi viene in mente un suo discorso, quello celeberrimo delle lucciole: “Io darei l’intera Montedison per una lucciola”. Pasolini fu uno strano intellettuale: collocato a sinistra, era in sostanza un anti-modernista. Da qui, e anche dalla sua omosessualità, le sue mille difficoltà col Pci, dove pure alla fine rimase perché, come dicevo, i comunisti sono sempre stati molto attenti a far propri gli intellettuali più interessanti».

A spese della Dc...
«...che peraltro aveva operato una scelta importante, aveva infatti messo le mani sulla televisione impostandovi una politica culturale molto, molto valida. Poi la riforma ha spazzato via tutto».

Intellettuali di riferimento, una tv degna: mancano davvero, al nostro Paese.
«Teniamo però conto che l’intellettuale di riferimento, umanista, onnicomprensivo, il maître à penser, è scomparso ovunque. Pensiamo a cinquant’anni fa: in Germania c’erano Thomas Mann ed Hermann Hesse, in Francia Jean-Paul Sartre e Albert Camus, in Inghilterra Bertrand Russel, Benedetto Croce o Arturo Carlo Jemolo e poi Pasolini, che è stato l’ultimo in ordine di tempo. Questo tipo di intellettuale scompare anche perché cresce la specializzazione, ossia avviene quel che accade anche in medicina: un medico sa curare in modo meraviglioso il dito mignolo, ma non si accorge del complesso del paziente. È il dramma della cultura occidentale: con la razionalizzazione e la settorializzazione, ha perso la visione d’insieme. Cura la singola patologia, ma non il corpo malato».

Se questo è il  quadro, il futuro è poco incoraggiante.
«Direi di sì. Prima c’è stata la morte di Dio, sostituito dalle ideologie, che hanno comunque dato speranza a milioni di uomini, hanno regalato loro una carica valoriale. Poi noi abbiamo perso anche quelle; nello stesso tempo ci troviamo però di fronte un mondo islamico che è stracarico di valori, talmente da diventare spesso liberticida. Da noi, per contro, ormai non esiste più alcun valore che venga considerato meritevole del sacrificio della vita. Il nostro obiettivo profondo è quello di cambiare una Punto con una Bmw. Non si può vivere di queste cose, non si vive di solo pane».

Parli di un mondo islamico “stracarico di valori”. Tu assegni alla parola valori un significato necessariamente positivo? Te lo chiedo perché non credo che tutti i “valori” del mondo islamico siano da elogiare...
«Voglio spiegarmi bene. Credo che i valori non esistano: poiché non c’è un Assoluto cui fare riferimento, non si può fare una gerarchia tra ciò che è bene e ciò che è male. Detto questo, i valori sono le illusioni, le credenze, i sogni degli uomini, senza i quali un individuo non può vivere, né una società stare insieme. Serve sempre un quantum di illusioni condivise. È cosa per pochi vivere un’esistenza senza valori. In genere anche chi ha una posizione come la mia vive come se i valori davvero esistessero».

Per esemplificare ulteriormente: la ricchezza di valori nel mondo islamico porta ai kamikaze; la mancanza di valori in Occidente porta a Giovanni Consorte.
«L’esempio funziona. Insieme a un radicalismo del senso (che porta ad azioni liberticide), esiste anche un radicalismo del non-senso, nel quale noi siamo implicati fino in fondo».

Tu preferisci il primo.
«Certamente. Ti racconterò un episodio. Sono stato in Iran, l’ultima volta, nei giorni di Salman Rushdie; vi ho trascorso un paio di settimane, ho visto una realtà dura, da dopoguerra, con polizia ovunque, controlli, valori forti e contraddittori. Quando ho preso l’aereo per tornare, ero contento di r! ituffarmi nell’Occidente, in Italia, nel cosiddetto mondo libero. Come ho messo piede a Fiumicino, sono stato accolto dalle novità su Gigi Sabani e, come ultimo esempio di intelligenza, Gino Paoli che a sessant’anni cantava ancora: “Che cosa ne farò della mia libertà”. Mi è subito venuta voglia di tornare a Teheran. Come ho scritto: più dell’orrore, mi fa orrore il nulla».

sciarade
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01/01/2006, ore 14:50

Dopo una serie di vicissitudini legate al rinnovo completo della grafica e all’iscrizione in tribunale delle testata, è uscito finalmente il nuovo numero di Dedalus.
Dedalus è una rivista nata circa tre anni fa dall’esigenza di proporre in questo Paese un tipo giornalismo che sembra giorno dopo giorno sempre più scomparire. Un giornalismo di approfondimento, di indagine sul pensiero e sulle dinamiche della realtà, non inficiato da parentele politiche o ideologiche. In una parola la redazione di Dedalus cerca di scrivere in modo libero, convinta che la libertà – insieme all’intelligenza – oltre che essere un valore sia anche un metodo.
Ogni numero della rivista affronta monograficamente un argomento su una lunghezza che può variare dalle venti alle sessanta pagine. Articoli d’opinione, inchieste, interviste, vignette sono le fondamenta di ogni uscita. Negli ultimi numeri abbiamo affrontato argomenti come la satira, la democrazia, le logiche di potenza (ovvero perché si fanno le guerre) e intervistato personaggi quali Daniele Luttazzi, Massimo Fini e Giorgio Rumi (potete trovare qualcosa di ciò che fino ad oggi abbiamo prodotto all’indirizzo ww.dedalus-web.net).
Il tema del nuovo numero di Dedalus – titolo di copertina “Ora et labora” con l’et cancellato in modo che la frase si legga “Ora labora” – è il lavoro, affrontato a livello esistenziale, pratico (quindi cercando di sgusciarne i problemi: dalle morti bianche al precariato) e sociologico; ed una lunga satira dal titolo “Questa italia” sui maggiori problemi che secondo noi affliggono questo Paese.
Chi fosse interessato a ricevere a casa una copia del nuovo numero di Dedalus non deve fare altro che contattarmi (
lucabarachetti@hotmail.com) segnalandomi l’indirizzo a cui spedire la rivista. Dedalus è gratuito – normalmente viene distribuito gratis nelle Università, librerie e luoghi di cultura vari di Bergamo, provincia e dintorni – e se vi piacerà potrete abbonarvi. L’abbonamento a quattro numeri di una lunghezza variante tra le venti e le sessanta pagine (il nuovo numero è di sessanta pagine e mai meno di quaranta dovrebbero essere i prossimi), spese di spedizione comprese, è di 10 euro. Insomma costa veramente poco (e difatti la redazione non ci guadagna nulla: basta fare due calcoli per intuirlo).
Per farvi capire meglio il taglio del tutto, e i presupposti da cui nasce e si sviluppa questo numero di Dedalus sul lavoro, vi riporto qui sotto l’editoriale. Buona lettura.


Chi non lavora non fa l’amore
In questo numero parliamo di lavoro. Non siamo certo noi a scoprire che il lavoro è il motore della nostra società, l’elemento basilare su cui si fonda questo Paese e in generale la sopravvivenza, soprattutto economica, di tutto l’occidente geograficamente e politicamente inteso (sia esso una nazione o un singolo individuo). Data però l’importanza e il peso anche solo temporale che l’attività lavorativa ha nelle nostre vite è impossibile non dare al lavoro una forte importanza sociale e ancora di più esistenziale.
Il lavoro oggi, strettamente collegato al mercato e al consumo, è l’elemento unificante dei vari ceti – che quasi tutti lavorano, quando ad esempio almeno fino alla Rivoluzione Francese re e regine non “lavoravano” con le stesse modalità e la stessa scansione temporale dei sudditi – ma allo stesso tempo elemento di distinzione e successo – alcuni lavori rendono famose le persone che li praticano; altri le degradano; altri ancora, i cosiddetti «ultimi» o «esclusi», non lo praticano affatto. Lungo quest’ultima via il lavoro diventa anche paradigma morale, tanto che è facile percepire quotidianamente la diffidenza della gente verso quelle persone che «non hanno voglia di lavorare» o che con la loro presenza rischiano di occupare il posto di lavoro appartenente ad altri: i «perditempo», gli immigrati che «vengono qui da noi a rubarci il lavoro» e addirittura chi, in pieno diritto costituzionale, sciopera («Chi non lavora non fa l’amore» cantavano Adriano Celentano e Claudia Mori: non è un caso che lo facessero, un tantino reazionariamente, in pieno sessantotto).
Per quanto riguarda invece gli aspetti esistenziali il lavoro, che occupa per la maggior parte delle persone cinque giorni alla settimana per sette-dieci ore al giorno su ventiquattro, può far sentire chi lo pratica «realizzato», «soddisfatto»; o al contrario, quando non c’è o quando c’è ma non piace e lo si subisce, può far sentire «insoddisfatto», «frustrato», «depresso». C’è chi dice «il lavoro è la mia vita» e chi dice «il lavoro è la mia rovina». Il lavoro insomma può rendere «felici» o «tristi», o almeno così sembra.
Fondamentale da sempre sotto l’aspetto economico, divenuto fondamentale per quanto riguarda la socialità, l’esistenza e addirittura la morale, è difficile allora negare che oggi il lavoro domini la nostra vita, ne influenzi fortemente ogni aspetto anche quando esso non è in atto – il “tempo libero” nasce inevitabilmente da un tempo “non-libero” che, guarda caso, è il lavoro. Il lavoro in poche parole ci ha invaso. O meglio: con diversi gradi di consapevolezza e volontà da esso ci siamo fatti invadere. E se la regola dei monaci benedettini era “ora et labora”, la rivoluzione industriale, le esigenze di profitto di teorie economiche diverse (marxismo e liberismo) ma basate sullo stesso primo principio (appunto il lavoro) hanno cancellato la congiunzione “et” – che in qualche modo tentava di regolare e armonizzare il tempo dello spirito con quello dell’azione – rendendo quella regola un monito di ben altra specie ed esito: “ora labora”, «ora lavora!». Se vuoi essere «qualcuno», se vuoi essere «felice», se vuoi essere «buono».
Ma è davvero così? In questo numero a riguardo vi lasciamo qualche riflessione, insieme alle analisi di alcuni importanti problemi da cui è attanagliato il mondo del lavoro. Chiedendovi se prima di risolvere problemi che generano infelicità e disagio – e che in definitiva vanno comunque risolti – valga davvero la pena sottoporsi in modo così assoluto a questa sottile ma pesantissima schiavitù.

Su questo numero troverete anche una sorta di dossier dal titolo “Questa italia”. Abbiamo provato per una volta a fare satira – satira che, lo ricordiamo, non deve necessariamente fare ridere – su quelli che secondo noi sono i problemi principali di questo Paese. Perché, scusate il sillogismo un po’ furbo, se è vero che l’Italia è fondata sul lavoro e il lavoro ha dei problemi, allora l’Italia è fondata su parecchi problemi (che purtroppo vanno anche al di là del mondo lavorativo). Questa satira l’abbiamo fatta in nome di Pier Paolo Pisolini, consapevoli di non essergli per nulla degni eredi ma vogliosi di essere, come era lui, assolutamente liberi da vincoli di partito. Buona lettura.

Luca Barachetti

sciarade
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22/12/2005, ore 21:42

Il 24 dicembre, giorno ultimo per presentare le proprie preferenze agli Italian Blog Music Awards di Luca Castelli, si avvicina, e io oggi spedisco (e rendo pubbliche) le mie votazioni.
Prima di tutto però un riepilogo: gli IBMA sono un concorso rivolto a tutti i possessori di un blog per eleggere i migliori dischi italiani e i migliori blog dell'anno che sta per terminare. Chiunque possiede un blog può inviare una meil a
ilpozzodicabal@yahoo.it indicando i suoi cinque dischi italiani e i tre blog preferiti del 2005. Il 25 dicembre verranno resi noti i vincitori. Se volete saperne di più cliccate lì sopra e tutto sarà svelato per il meglio. Mi raccomando, partecipate. L'iniziativa è bella e utile per capire gli umori musicali e blogghettari di questo nuovo e "magico" mondo.
Ora, ecco le mie preferenze.

I cinque dischi italiani (in ordine alfabetico):
Ballate per piccole iene - Afterhours
La malavita - Baustelle
Neve ridens - Marco Parente
Tornare nella terra - Bachi Da Pietra
Valende - Jennifer Gentle

I tre blog (anche questi in ordine alfabetico):
Alex Chilton
Daniele Luttazzi
Transit


 

sciarade
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09/12/2005, ore 12:39

Pur non amando molto il mondo dei blog - o meglio: un certa parte del mondo dei blog che si fa troppo i fatti propri - questa iniziativa proposta da Luca Castelli, bravo giornalista de Il Mucchio Selvaggio e superinformato esperto di tutto quanto fa web e tecnologia (il suo blog è interessante e puntuale, visitatelo), è davvero molto bella. Si tratta degli Italian Blog Music Award, una sorta di oscar della musica italiana (e dei blog) in cui la giuria sono i bloggers. Non ho ancora scelto chi votare - dovete sapere che in casa Barachetti la classifica dei dieci dischi dell'anno, italiani e non, è un discorso ancora tutto aperto e fremente, almeno finchè non me ne chiederanno conto "dall'alto". Però intanto vi metto qui di seguito il regolamento del concorso (e nei prossimi giorni vi dirò le mie scelte). Partecipate, eh.

"Qualche giorno fa sono incappato in The Top 40 Bands in America Today, una classifica delle migliori band del 2005 secondo i blogger americani. Oggi è la volta della risposta britannica: The UK's Hottest 47 Acts (sulla quale non mi trovo affatto d'accordo: e i Gorillaz? gli Elbow? gli Editors?).
America, Inghilterra, Inghilterra, America. Ok, è un dato di fatto, la musica migliore arriva da lì. Ma perchè non provare a fare una classifica del genere tutta italiana?

Da qui, l'idea di bandire i primi Italian Blog Music Awards.

L'idea è abbastanza semplice.
Chi ha un blog e vuole partecipare deve scrivere all'indirizzo ilpozzodicabal@yahoo.it una mail di questo tipo:

Oggetto: Italian Blog Music Awards
Nome e indirizzo del suo blog
I titoli dei cinque dischi ITALIANI del 2005 preferiti
(non necessariamente in ordine di preferenza)
I nomi (e possibilmente gli indirizzi) dei tre blog ITALIANI preferiti
(anche qui, non è necessario l'ordine di preferenza)
Ciao Luca, sei un grande!
(questa è facoltativa)


La partecipazione è aperta a chiunque abbia un blog, anche se si occupa di cucina, giardinaggio o metodi di tortura medievali. Essendo gli Italian Blog Music Awards ancora più liberi di RockPolitik, si può segnalare qualsiasi album di qualsiasi artista appartenente a qualsiasi genere: se vi è piaciuto l'unplugged di Giorgia potete scriverlo, non dovete per forza mettere gli Offlaga Disco Pax (con il massimo rispetto socialista tascabile per gli Offlaga Disco Pax, ovviamente).

Il voto è segreto. Non rivelerò le preferenze di nessun votante, neanche se sottoposto alle torture medievali di cui sopra.

Unica regola: tra i blog preferiti non si può segnalare il proprio (scelta necessaria, vista l'ormai proverbiale autoreferenzialità dei blogger).
Non posso controllare l'identità di tutti, ma sarebbe anche carino che i musicisti-blogger non votassero i propri album. E se avete più di un blog, la vostra onestà tutta italiana dovrebbe portarvi a votare solo una volta.

In omaggio alla flessibilità che ci circonda e che prima o poi ci seppellirà, ho deciso anche di apportare un cambiamento epocale alla formula di qualsiasi premio: saranno accettati i cambiamenti di voto. Se avete già votato e passeggiando per la FNAC scoprite che quest'anno è uscito il nuovo album dei Litfiba e volete disperatamente inserirlo nella vostra cinquina, potete farlo. Basta che mi mandiate un'altra mail, segnalando il cambiamento.

La scadenza per il voto è inderogabilmente fissata per la mezzanotte di sabato 24 dicembre 2005. La mattina del 25, in contemporanea con l'avvento di Gesù Bambino, pubblicherò i risultati. I migliori album, i migliori blog e l'elenco dei blog partecipanti.

Naturalmente si tratta di un esperimento. Magari non voterà nessuno e tutto l'ambaradan si rivelerà un fiasco colossale. In quel caso, pazienza.
Se invece si raggiungerà una buona partecipazione, ho intenzione di rompere le palle a un po' di blog musicali stranieri e di segnalare loro la classifica. Le Top Qualcosa hanno sempre molto successo online: si potrebbe iniziare a far circolare il nome di qualche artista italiano nella blogosfera.

Insomma, l'idea non mi sembra malvagia. Se vi piace spargete la voce, scrivetelo sui muri, ditelo agli amici blogger. In fondo per partecipare bastano due minuti e come disse qualcuno che qui a Torino molti ricordano: più siamo, più vinciamo."

sciarade
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30/10/2005, ore 09:41

Scade oggi, ed effettivamente come segnalazione è un po' ritardataria, il "Premio Miglior Sito" che MusicbOOm ha organizzato in occasione del Mei 2005. Si tratta di votare mandando una e-mail uno dei siti candidati (trovate le nominations, il regolamento e l'indirizzo a scui scrivere qui): il premio è un banner gratis per un mese sui siti di MusicbOOm, Audiocoop e Meiweb. Un banner vuol dire visibilità. E l'indie italiano di visibilità ne ha sempre molto bisogno.
sciarade
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