Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”.
(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)
Potrei anche scriverla una recensione su “Il Caimano” di Nanni Moretti. Ma siccome di recensioni pre (!!) e post visione ne avrete lette già un centinaio, ve la risparmio e me la tengo per me.
Vi dico solo che a me il film è piaciuto molto. Mi è piaciuto perché dice la verità senza raccontarla appieno (chi sa, sa; chi non sa, non sa); perché fa respirare il tanfo più che dimostrarlo (ed è un putridume che rimane dentro e inquieta anche a schermo spento e per lungo ancora); perché fa ridere (Silvio Orlando), commuovere (ancora Silvio Orlando) e indignare (Nanni Moretti); perché nel finale non ipotizza ma svela il morbo che ha mandato in metastasi e frantumi quasi tutto; e perché di fondo sottende una delle verità e delle colpe più sordide di questo Paese: che nessuno o quasi un film su questo Berlusconi fino ad oggi l’ha fatto, che nessuno o quasi ha voluto trasformare la cronaca (rancida) in Storia, che non sono stati e non saranno gli ultimi Ustica, Porto Marghera, Piazza Fontana e via dicendo. Anche Berlusconi, lui il più esposto, il più famoso, ha rischiato e sta rischiando di diventare l’ennesimo mistero d’Italia. “Il Caimano” prova a fare in modo che non sia così. E lo fa benissimo. E’ il miglior Moretti, andatelo a vedere.
PS: venerdì avevo posto la questione sull'utilità del film. Rispondo: il film è utilissimo, basta che chi lo vede lo faccia ad occhi aperti. Ed io ascoltando gli immancabili pareri dei politici (anche a sinistra, quelli dello speriamo non ci si ritorca contro... la Verità) di occhi aperti ne vedo pochissimi. Mi auguro - vi auguro - che la gente sia un po' migliore.
Domattina sarò al Cinema Anteo di Milano per una delle proiezioni più dibattito del nuovo film di Nanni Moretti, “Il Caimano” (sarà presente lui stesso con Angelo Barbagallo). Siccome Moretti mi piace molto, e mi piace per tutti i motivi per cui a tanta gente non piace, attendo la visione del film con ansia, pur non avendo speranze estetiche particolari (non ho mai speranze estetiche particolari: piuttosto qualche sicurezza. Esempio: un disco di Fossati può non essere inspirato, ma difficilmente sarà brutto, perché Fossati – come dire – è capace).
Piuttosto, ora che è certo che il film è su e contro Berlusconi, mi circola in testa la solita domanda che mi accompagna ogni volta che sono di fronte ad un’opera d’arte manifestatamene contro qualcuno o qualcosa: riuscirà il film a convincere le persone pro Berlusconi a non votarlo, ammesso che queste vadano a vedere il film? Più profondamente: riuscirà il film ad avvertire dell’enorme pericolo democratico (ma anche e soprattutto morale, direi quasi etico) che stiamo correndo quella parte del popolo italiano che non vede il declino inesorabile del proprio Paese, le cui colpe non sono solo di Berlusconi e compagnia?
Io penso di no, perché una coscienza annichilita anche di fronte all’evidenza latita. Sta di fatto che questa domanda mi scatena sempre qualche dubbio sull’utilità di opere d’arte simili – utilità che può anche andare al di là dell’esito estetico dell’opera – e sono dubbi che di solito mi rimangono anche dopo l’aver fruito l’opera. Chissà che il buon Nanni questa volta mi smentisca.
PS: comunque Silvio Orlando è il migliore, anche quando faceva "Vicini di casa".

Cosa sono le nuvole
Che io possa esser dannato
se non ti amo
e se così non fosse
non capirei più niente
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così
ahh ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che da gli spasimi
ahh tu non fossi mai nata
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così
il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso
perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta
ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura
l'unico e tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così
(Domentico Modugno, testo di Pier Paolo Pasolini)
"Noi non rimarremo in silenzio. Noi siamo la vostra cattiva coscienza. La Rosa Bianca non vi lascerà in pace (dal quarto volantino de La Rosa Bianca)"
Non ho ancora visto "La rosa bianca" il film di Marc Rothemund che narra la storia di alcuni giovani tedeschi che in piena seconda guerra mondiale decisero di dare vita ad un movimento di resistenza al nazifascismo chiamato appunto La rosa bianca. Lo ha visto però un amico, e qui ha scritto a riguardo una riflessione bella, importante, forte. Casualmente anche io questa sera volevo scrivere qualcosa sulla libertà, la responsabilità e le lamentele. In quell'articolo c'è in parte ciò che volevo dire io (e questo non è di certo un caso). Quindi lascio la parola. La lettura non vi chiederà più di cinque minuti.
Un uomo che nel bel mezzo di una guerra continua imperterrito ad occuparsi di una sola persona, cercando in tutti i modi di salvarla e disinteressandosi totalmente di ciò che intorno a lui succede non è certamente un poeta. E' il primo pensiero che mi è saltato in testa durante la visione de "La tigre e la neve" di Benigni. La storia della letteratura - soprattutto in epoca moderna - ci ha consegnato ben pochi individui, che chiamiamo poeti, sempre e incondizionatamente gioiosi come lo è il poeta Benigni, individuo salterino e speranzoso in ogni situazione, anche quando da sopra cadono le bombe. Piuttosto la letteratura ci ha mostrato poeti che in stato di guerra sono stati sì inarrestabili detonazioni d'amore, come l'attilio De Giovanni del film, ma di un amore non solipsistico, non unilateralmente puntato verso una sola persona (una Nicoletta Braschi come sempre cadaverica, anche quando non è in coma).
Neruda con "Spiego alcune cose" denunciò le barbarie della guerra civile spagnola in urlo di amore universale e rabbioso contro la violenza del conflitto e chi lo aveva scatenato; Montale ne "La primavera hitleriana" anticipò, come sentendolo nell'aria, gli incubi della guerra mondiale e della persecuzione antisemita che sarebbero venuti di lì a poco. E altri hanno percepito, soffrendone, nellle guerre il seme di malvagità che è insito dentro l'uomo; altri hanno amaramente deriso quel Potere capace solo di seminare morte. Ma Benigni non fa nulla di tutto questo. Benigni ama la sua donna e si disappassiona di tutto il resto: non soffre (se non nei momenti in cui la sua amata sta rischiando di morire), non denuncia, non si indigna, non partecipa. E finisce per risultare una poeta-macchietta, degno solo della povertà divertente ma un po' stucchevole delle sue rime e del luogo comune secondo cui i poeti sono individui svagati, facili a smarrire o dimenticare le cose. L'amore che Attilio De Giovanni oppone all' odio della guerra non ha nessuna valenza politica, nessuna efficacia. E' solo un sentimento autoreferenziale, egoistico, nell'insieme del dramma anche inutile. Ed inutile per questo motivo (ma anche per altri più cinematografici di cui ora non voglio parlare) risulta anche il film nel complesso. Con il rischio che qualche spettatore poco avezzo a leggere libri di poesia e tentare di conoscere i poeti, associ la figura del poeta a quella del poeta Benigni: un rallegratore senza se e senza ma, un giullare senza nerbo, in definitiva un povero di spirito, un idiota.
Spiego alcune cose
Domanderete: dove sono i lillà?
E la metafisica coperta di papaveri?
E la pioggia che spesso percuoteva
le sue parole riempiendole
di pertugi e uccelli?
Tutto ciò che mi accade vi dirò.
Vivevo in un rione
di Madrid con campane,
con orologi ed alberi.
Di là si vedeva
il volto secco della Castiglia
come un oceano di cuoio.
La mia casa era detta
la casa dei fiori, perché dappertutto
scoppiavano gerani: era
una bella casa
piena di cani e di bambini.
Raùl, ricordi?
Ricordi, Rafael?
Federico, ricordi
sotto terra,
ricordi la mia casa di balconi dove
la luce di Giugno soffocava fiori nella tua bocca?
Fratello, fratello!
Tutto
era un gran vociare, un sapore di merci,
cumuli di pane palpitante,
banchi del mio rione di Argüelles con la statua
simile a un pallido calamaio tra i merluzzi:
l’olio raggiungeva i cucchiai,
un profondo pulsare
di piedi e di mani gremiva le strade,
metri, litri, essenza
acuta della vita,
pesci affastellati,
trame di tetti dove si smarrivano
freddi raggi di sole,
delirante avorio fine delle patate,
pomodori ripetuti fino al mare.
E una mattina tutto prese fuoco,
e una mattina roghi
uscirono dal suolo
a divorare persone,
e da quel momento incendi,
spari da quel momento,
da quel momento sangue.
Banditi con aeroplani e con mori,
banditi con anelli e con duchesse,
banditi con neri frati benedicenti
venivano dal cielo ad uccidere bambini,
e per le strade il sangue dei bambini
scorreva semplice, come sangue dei bambini.
Sciacalli che lo sciacallo scaccerebbe,
pietre che il cardo secco morderebbe sputando,
vipere che le vipere odierebbero!
Di fronte a voi ho visto il sangue
di Spagna sollevarsi
per annegarvi in una sola onda
di orgoglio e di coltelli!
Generali,
traditori:
guardate la mia casa morta,
guardate la Spagna a pezzi:
ma da ogni casa morta esce metallo ardente
e non fiori,
ma da ogni squarcio della Spagna
esce la Spagna,
ma da ogni bambino morto esce un fucile con occhi,
ma da ogni delitto nascono proiettili
che scoveranno un giorno
la tana del vostro cuore.
Chiedete perché la sua poesia
non ci parla del sogno, delle foglie,
dei grandi vulcani del suo paese natio?
Venite a vedere il sangue per le strade,
venite a vedere
il sangue per le strade,
venire a vedere il sangue
per le strade!
(Pablo Neruda, traduzione di R. Paoli, da Terza residenza – Spagna nel cuore, BUR, 1947)
La primavera hitleriana
"Né quella ch'a veder lo sol si gira...."
Dante (?) a Giovanni Quirini
Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l'estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.
Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l'ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch'esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s'è tramutata in un sozzo trescone d'ali schiantate,
di larve sulle golene, e l'acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.
Tutto per nulla, dunque? - e le candele
romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l'orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell'orda (ma una gemma rigò l'aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell'avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani - tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio....
Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte! Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell'Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince -
col respiro di un'alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz'ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud...
(Eugenio Montale, da La bufera e altro, Mondadori)
Riprendo dal blog dell'amico Hamilton questo invito di Luca Castelli del Mucchio Selvaggio a cui anche io nei prossimi giorni prenderò parte. Fatelo anche voi, se vi va, anche al di là della sezione musica Wikipedia italiana ha bisogno e merita di crescere (ad esempio alla voce "pecore" non c'è ancora niente... hi hi).
"Dietro spinta di Eyesbomb, i lettori/collaboratori del Mucchio Selvaggio si sono scatenati per migliorare le pagine musicali di Wikipedia, la libera enciclopedia del Web. Sul forum del giornale c'è un thread dove vengono segnalati tutti i cambiamenti e le nuove pagine aperte. Conoscendo la sostanziale, travolgente e folle passione che agita i cuori di chi legge il Mucchio, posso solo ipotizzare che in poche settimane Wikipedia diventerà una vera e propria bibbia online dell'indie rock (altro che All Music! Altro che Scaruffi!). Io qui aggiungo solo due cose: a) Wikipedia non è un'enciclopedia rock. E' un'enciclopedia e basta. Quindi chiunque può aggiungervi qualcosa. Siete appassionati di cinema? Avete una laurea in ingegneria dei materiali? Seguite fedelmente le dottrine del feng shui? Sapete tutto sulle antiche civiltà mesopotamiche? Qualunque sia la vostra passione-professione-interesse, anche voi potete dare un piccolo apporto a Wikipedia. Senza impegni, senza obblighi. A volte bastano anche solo due minuti. Si legge una voce, si nota che manca qualcosa e la si aggiunge. E tutti ci guadagniamo qualcosa. b) Senza impegni e senza obblighi non vuol dire senza regole. Wikipedia non è Pitchfork o il New Yorker. Non è un sito di recensioni, ma un'enciclopedia. Prima di aggiungere o modificare qualcosa, prendetevi un minuto di tempo per leggere la sacra regola del punto di vista neutrale. Se un album musicale vi fa schifo, non potete scrivere che è una merda. E se un gruppo vi fa impazzire, non potete neanche definirla la più grande rockband del pianeta. Detto ciò, mettiamoci pure dentro un po' di sano campanilismo con tenui sfumature razziste. Con 110,100 articoli il Wikipedia italiano ha superato quello polacco, raggiungendo il quinto posto per numero di articoli. Per ovvie ragioni il Wikipedia in inglese è irraggiungibile (più di 700,000 voci!), ma mica ci vorremo far battere dai mangiapatate, dai mangiarane e dai mangiasushi, vero?"
Meno populista e caciarona del suo "collega" Michael Moore, Sabina Guzzanti con "Viva Zapatero!" riesce a disegnare un quadro esaustivo della degenerazione culturale e civile del nostro Paese, non adagiandosi su una didascalica invettiva anti-berlusconiana ma proponendo l'operato di Silvio Berlusconi - soprattutto per quanto riguarda lo stato di salute della libertà di espressione e informazione (dove l'Italia occupa un deprimente settantasettesimo posto, dopo la Bulgaria e prima della Mongolia) - come anti-modello propositivo per il centro-sinistra futuro e atto d'accusa per quello passato, anch'esso collaboratore colpevole del successo politico del cavaliere.
Non ho mai amato molto i Sigur Ros. Diciamo che ho sempre stimato più le copertine dei loro dischi che i dischi stessi. Ma il nuovo album Takk... - in uscita il 15 settembre recitano i comunicati stampa - qualche soddisfazione, dopo due ascolti, me la dà. Forse perchè si distacca dal precedente e ipercelebrale ( ), di cui pur avendo apprezzato la scelta di privarsi di qualsiasi riferimento di significato a livello songwriting non ne ho apprezzato allo stesso modo la concretizzazione (in parole povere penso che una svolta verso l' "astrattismo" come quella dovesse essere affiancata da scelte estetiche molto più decisive e soprattutto note anche agli ascoltatori); forse anche perchè in parte mi ricorda Ágætis Byrjun, l'album più pop - parola da prendere con tante molle - del gruppo e quello in cui l'accento post-ambient dei pezzi era come sempre molto forte ma più sfaccettato. Sta di fatto che nonostante una ritrovata “rotondità” nello scrivere canzoni (Gong in questo senso quasi quasi stupisce), i Sigur Ros non hanno cambiato né le atmosfere né i colori delle loro sapienti architetture musicali. Takk... – perfetto nei ripetuti contrasti vuoto/pieno e silenzio/esplosione tipici della band – continuerà ad ammaliare i fans e schifare i detrattori: entrambi troveranno pane per i loro denti tra pianoforti minimali, con relativi carillon, e detonazioni improvvise di chitarre, con annessi cori celestiali. Io, per quanto possa valere, tributo al tutto un timido applauso, mi esalto con Hoppipolla (che mi ricorda da lontano i Mercury Rev di All is Dream ed è meno opprimente dei dieci interminabili minuti di Milanò) e continuo a preferire alle cristalline voci d'angelo di questi folletti del Nord i gracidìi umorali delle taverne piene di fumo e whisky.
PS: non sapevo, prima di averlo letto su Televideo poco fa, che Takeshi Kitano presentasse un nuovo film a Venezia (titolo: "Takeshi's"). Takeshi Kitano, capite? TAKESHI KITANO!!!