26/09/2006, ore 20:38

Ma davvero credete che il triangolo illegalmente spione Telecom-Polis d’Istinto-Sismi si fermi lì? Davvero pensate che sia solo una cosa a tre Tavaroli-Cipriani-Mancini e relativi scagnozzi e relativi giri di soldi (20 milioni usciti da Telecom in sei anni: e anche per Tronchetti Provera, come per Pollari ai tempi, vale la regola del complice o cretino)? A me pare che mentre si discute se bruciarle o no queste maledette intercettazioni a sbafo, mentre ci si indigna e allarma perché siamo tutti spiati, nessuno o quasi si ponga la domanda di fondo: ma chi sono i mandanti?
Un’operazione tanto estesa e trasversale (così almeno fino ad oggi appare) non la fai senza l’appoggio del Palazzo, soprattutto in Italia dove, dal calcio alla tv passando per le assunzioni pubbliche, non si muove foglia che il Palazzo non voglia.
Sveglia gente, il triangolo ha fatto il lavoro sporco, ma qualcuno l’ha ordinato, e ora si gode la gogna del triplice capro espiatorio. Arriveremo, almeno questa volta, ad una Verità certa, condivisa, non intorbidita né ritrattata? Mah. Già qualcuno dà qualche spintarella al tavolo per vedere quanta forza serva per ribaltarlo del tutto...
sciarade
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19/09/2006, ore 22:11

Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”
.

(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)

sciarade
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18/09/2006, ore 20:50

Forse sarebbe meglio non nutrirle le speranze, forse sarebbe meglio dare sempre ragione ai dubbi che la realtà – i fatti – ti mettono davanti. E soprattutto tenere conto dei nomi delle persone, subodorarli, giocarli alla previsione – che quando è in negativo in Italia ci si azzecca, e spesso per difetto.
Un nome italiano quello di Guido Rossi, un nome troppo normalmente italiano. Italiano, sia chiaro, non nel senso di discendenza etnica, né geografica, né storica, ma culturale, quasi antropologica. Mores si potrebbe dire: mores da cialtroni, mores da arraffoni e da imbambolati davanti a chi arraffa, questi sono i mores più italiani di noi italiani.
Guido Rossi diventa commissario speciale della FIGC, deve risanare il calcio torbido gradiente morale di un Paese devastato da un putridume morale onnipresente. Comincia volenteroso, nessuno o quasi gli dà veramente una mano, lascia un ct (in seguito vincente) su cui ci sarebbe molto da dire. Poi quelle sentenze esili, che a fare i poeti d’accatto potremmo definire dolci e sbilanciate (che un capro espiatorio, subito poi riabilitato in altre vesti, lava tutti e non lorda nessuno). Poi qualche dubbio anche su lui stesso, Guido Rossi, sulle sue scelte (perché, ad esempio invece di continuare a minacciare il commissariamento alla presidenza di Lega non ha commissariato e basta, duro e implacabile come dovrebbe essere chi deve picchiare sulle mani dei sudicioni che vogliono un futuro, in ogni senso, democristiano?). E infine il colpo di teatro epifanico: l’aggiunta di Telecom, sponsor del campionato di calcio e prossima ad una delle grandi del pallone (l’Inter) nonché azionista di maggioranza di una delle tv coinvolte nella giungla (da bonificare) dei diritti televisivi.
Nessun conflitto di interessi reale, è vero (Rossi non possiede ciò che dirige), ma una perdita di credibilità lampante, netta, quella sì. Eccola l’epifania di Guido Rossi l’Italiano. Troppi punti deboli ha la sua attuale posizione perché nessuno delle varie parti-sette della religione pallonara gli possa imputare, anche solo per illazione, qualcosa – d’altronde il gioco è sempre quello e alla svelta ci si abitua: se una parte è colpevole si butta in aria il tavolo e così lo diventano tutti, o nessuno. Troppa la leggerezza nel riposizionarsi ad un crocevia calcistico-finanziario che in un Paese basato sulla subalternità e la tresca è quantomeno normale, e quindi atipico.
Perché per una volta non una rivoluzione tanto necessaria quanto netta, efficace, pulita? Perché per una volta non una persona seria e credibile? Ci siamo fidati troppo di Guido Rossi, e non siamo stati mai abbastanza attenti al nome. Non contano oggi, in Italia, nell’anno 2006, le appartenenze politiche, quelle culturali, quelle sociali. Conta solo il nome. E se è un nome italiano, troppo italiano, c’è da stare attenti. E aspettarsi solo che i dubbi prima o poi diventino realtà.
sciarade
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15/07/2006, ore 15:01

Neanche comincerò a disquisire se le pene inflitte dalla CAF per lo scandalo sul calcio siano eque rispetto ai misfatti commessi. Dipende molto dai punti di vista, da cosa ci si aspetta dalla giustizia sportiva e pure da cosa dice il cuore, che magari batte per qualcuna di quelle quattro squadre coinvolte o per qualcuna delle più acerrime avversarie di esse – il calcio, si sa, ha un qualcosa di fanatico come le religioni e le grandi ideologie, lo abbiamo visto anche negli ultimi giorni. Quello che però è certo è che se questo processo doveva essere anche il primo passo per riformare a fondo l’enstablishment del pallone, questo processo ha fallito, non ha colpito i bersagli come doveva ma ne ha lasciati addirittura alcuni a suo posto o quasi, pronti in un Paese dalla memoria scarsa com’è il nostro a rioccupare e a riviolare le leggi in futuro. A questo proposito due nomi, senza star qui ad inoltrarci in calcoli matematici o ipotesi di risultato (speriamo solo sul campo) dei prossimi campionati, sono sotto gli occhi di tutti.
Uno è Franco Carraro, presidente di quella Federazione Italiana Giuoco Calcio sotto la cui ala – a volte protettiva, a volte volutamente cieca – negli ultimi anni si sono svolti i più laidi mestieri, dal doping ai passaporti falsi, dalle squadre salvate spalmando i bilanci e sorvolando false fidejussioni alla rete di controllo degli arbitri – che della FIGC ha coinvolto dirigenti, direttori di gara, designatori e dirigenti di squadre. Carraro ha preso quattro anni e sei mesi e nessuno per lui ha minimamente parlato di radiazione. Lui che già c’era nel ’76 come presidente di Lega e nel ’90 come organizzatore dei Mondiali nostrani, lui che da banchiere negli ultimi tempi ha contato i soldi per Cesare Geronzi – il banchiere di tutti – e tenuto nel cassetto per mesi i dossier da cui è nato tutto il patatrac non sarà difficile immaginarselo ancora in corsa per chissà quale carica nel mondo sportivo fra poco meno di cinque anni – non a caso, poco prima dello scoppio dello scandalo, si parlava di lui o in alternativa di Giraudo per gli Europei del 2012.
L’altro è Adriano Galliani, che fra un anno esatto si ritroverà ancora in sella al Milan (a meno di sorprese inaspettate, in serie A) forte di un potere che non è solo calcistico ma anche televisivo e politico. Potrà tranquillamente ricominciare a tessere la tela, molto probabilmente agevolato dall’assenza di quell’altra superpotenza arraffona che è stata la Juventus (che solo un exploit potrà evitarle due anni di B), e potrà anche riprendere a imbastire quell’enorme e assurdo conflitto di interessi calcistico-televisivo di cui è stato angosciosamente protagonista negli ultimi anni – sempre che non gli si dia la possibilità di farlo anche prima, magari per vie traverse, o sempre che l’attuale governo non risolva finalmente i vari conflitti d’interessi televisivo-politico-sportivi-finanziari di questa benedetta Italia.
L’aver lasciato sopravvivere calcisticamente parlando due individui come questi è la prima testimonianza del fallimento della sentenza di Ruperto come prima rivoluzione nel calcio corrotto. Le richieste del giudice accusatore Palazzi sembravano al sottoscritto piuttosto centrate, a parte già allora per il Milan. Ruperto, oltre ad aver diminuito le pene per tutti ma non in modo equo (la Fiorentina ne esce quasi come la Juventus), quella scarsa attenzione nei confronti della squadra rossonera l’ha ulteriormente aumentata. E ha lasciato la possibilità di sopravvivere anche ad altri personaggi di minor fama ma non di minor colpa (ad esempio l’arbitro De Santis). Non sono segni buoni, soprattutto perché tra appello e TAR l’aria che si respira è quella tipicamente italiana: ulteriori saldi. Tranquilli che ve la caverete, anche questa volta.  
sciarade
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20/06/2006, ore 09:04

E’ piuttosto necessario farsi due o tre domande su come arginare il voyeurismo mediatico delle intercettazioni telefoniche che finiscono anonimamente sui giornali fagocitando tutto e tutti e corrompendo a volte il procedere stesso delle inchieste. Ma ricordiamoci che non siamo davanti ad un fenomeno di chissà quale origine. Che la vita privata di un personaggio famoso, sia politico o vip, finisca sbattuta in prima pagina a mo’ di sputtanamento – pressoché indistinto tra giornali di destra e giornali di sinistra – è una cosa abbastanza normale: siamo un Paese di parrucchiere, di lingue che battono incessantemente sul tamburo, più appassionate all’ultima scopata da prima pagina che all’ultimo laido imbroglio nazionale. Della vicenda di uno squallido settantenne che qualcuno si ostina a chiamare ancora re e della sua rete di ladri in doppiopetto e sproloqui da cloaca i più in futuro si ricorderanno il nome della soubrette-che-l’ha-data – come se in una tv che è l’esatto contrario del talento e della meritocrazia fosse l’unica ad averla data – e non che in questo scandalo è rimasto coinvolto per l’ennesima volta un importante uomo politico di un importante partito politico. E’ questo il problema più grave di questa nuova vicenda, come di quelle riguardanti Fazio, Fiorani, Consorte, Riccucci, Storace, Moggi e via discorrendo. Più delle intercettazioni, più delle copule fuori o dentro la Farnesina, la questione è che ogni volta che si scoperchia un pentolone e ci si trova dentro qualcosa di sporco, illegale, criminale, di riffa o di raffa ci sta pure un colletto bianco, almeno uno, a menare i traffici. La politica italiana è eternamente incriminata, incredibilmente amorale, definitivamente marcia. E noi non ne abbiamo memoria, e nemmeno indignazione. O forse, sotto sotto, ci va semplicemente bene così.
sciarade
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13/06/2006, ore 19:49

Dice Massimo Fini che i neri di origine africana sono persone fiere e vitali, poi finisco ad Oxford e si fottono tutto. Diventano macchine da guerra tipo Condoleeza Rice. Ho avuto all’incirca lo stesso pensiero ieri sera mentre vedevo Italia-Ghana. Se non fosse stato per il colore della pelle e per quelle quattro conoscenze di geografia che posseggo – e che riescono a farmi associare ad ogni stato il proprio continente di appartenenza – non avrei mai detto che i calciatori scesi in campo ieri sera con la maglia del Ghana erano africani. I calciatori africani, almeno fino a una decina di anni fa, mostravano in campo un temperamento del tutto diverso: avevano vitalità e correttezza; erano pieni di gioia di correre e segnare; architettavano azioni di gioco esuberanti e funamboliche che una certa ingenuità tattica non impediva di dichiarare cosa era per loro il calcio prima di tutto: un gioco vivo, emozionante e pacifico, da disputare con fatica e slancio. Insomma una passione, l’unica.
Invece gli undici ghanesi di ieri sera mi sono sembrati tali e quali ai più tipici ed annoiati calciatori europei: tignosi e narcisi dal primo all’ultimo minuto nei loro agghindi e pose da star, scialbi dopo il primo gol subito e rabbiosi fino alla violenza gratuita sul secondo (i due pestoni a Totti e Iaquinta), incapaci di una qualsiasi azione che avesse il sano e spensierato agonismo di un fiero africano alle prese con il pallone.
Che la maggior parte di questi giochi da tempo in Europa forse non è un caso. Il pallone occidentale avrà dato loro fama e successo ma a me sembra che abbia chiesto l’anima in cambio. Non l’anima di ognuno, che continuerà io spero a coltivare sogni ed emozioni, ma l’anima africana. Quello spirito libero e vitale che conservava del calcio ciò che originariamente è: un gioco da vivere intensamente, una bella storia che tutti almeno una volta abbiamo voluto vivere, un sogno che faceva sognare e gioire anche chi dal bordo del campo stava semplicemente a guardare. I calciatori del Ghana scesi in campo ieri sera sono africani solo per la geografia, ma per il resto purtroppo paiono uguali ai loro colleghi europei: calciatori disanimati, senza epicità e romanticismo, protagonisti di un gioco che anch’esso purtroppo sembra smarrire sempre di più ogni immaginario e sentimento. 
sciarade
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01/06/2006, ore 10:59

Una classe giornalistica sana, che volesse mantenersi tale, che volesse essere autonoma e soprattutto dare un’immagine di autonomia rispetto a qualsiasi Potere – essendo di esso non servile velina ma fiera sentinella – uno come Aldo Biscardi (che sano e autonomo ha dimostrato di non essere) lo caccerebbe dalla propria comunità alla svelta, e senza tante premure. Invece l’Aldo nazionale e il suo "Processo", degno del processo per i lecca-lecca che inflissero a Pinocchio, ce lo ritroveremo anche l’anno prossimo, non più a La 7 (dove l’hanno davvero cacciato e sostituito con un granduomo qual è Darwin Pastorin) ma a Italia 7 Gold. E di più: ce lo ritroveremo anche prima, perché lo stesso Biscardi delle telefonate a Moggi, del questo-lo-copriamo questo-lo-cazziamo di poche settimane indietro farà anche da opinionista alle puntate sui mondiali di “Diretta Stadio”, il programma calcistico della rete. Ai mondiali, poi, ci manderemo: un allenatore che se le indagini diranno non coinvolto fino al collo quantomeno d’immagine attualmente non proprio pulita, un calciatore-scommettitore e un capitano che «comunque è sempre andata così, lo sanno tutti, che ci volete fare?». Tutta gente a posto.
Intanto si continua ad indagare e presto arriveranno gli esiti delle indagini: ma non sentite anche voi nell’aria un leggero odore di restaurazione che aspetta solo una vittoria ai mondiali per diventare gas esilarante e fare pari e patta?

sciarade
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24/05/2006, ore 20:55

Come già in molti hanno detto, viene davvero difficile pensare che l’unico colpevole dell’obbrobrio calcistico italiano sia Luciano Moggi e il suo entourage e che altri nomi importanti di quel mondo – non un Della Valle “qualunque” – siano del tutto innocenti. Ad esempio viene da chiedersi se in tutto il periodo da intercettato Moggi non abbia mai fatto una chiamata che fosse una ad Adriano Galliani presidente della Lega Calcio (i due club sono amici) oppure se davvero l’altra delle tre grandi forze del calcio italiano – l’Inter – sia del tutto linda. Sul Milan non so dirvi molto – a parte che Galliani dovrebbe dimettersi, perché era anche suo il compito di governare il gregge, e poi Lippi dovrebbe seguirlo smettendo di fare lo sbruffone – ma sull’Inter sì. Seppur in modo parecchio losco, loro alla triade compra-arbitri del calcio italiano hanno provato a reagire: leggetevi questo articolo di Giuseppe d’Avanzo da Repubblica di ieri. I nomi non sono nuovi ma la faccenda si allarga, e lo schifo pure.
sciarade
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17/05/2006, ore 12:36

Sono juventino, uno juventino disappassionato del gioco del calcio e del suo circo da almeno tre o quattro anni, dopo una primissima adolescenza passata a pensare e parlare sempre e solo di pallone. Non vi voglio dire che ad un certo punto della mia fino ad ora breve vita ho deciso di allontanarmi dal calcio perchè io avevo capito tutto. Non sarebbe vero, e se lo fosse avrei qui ed ora le mie belle responsabilità. Ma è certo che chi ha guardato negli ultimi anni al calcio con un occhio che non fosse idolatra, che non subisse il fumo oppiaceo del dio pallone che ogni domenica ha richiesto i suoi laidi sacrifici di giustizia, dignità, chiarezza e sportività, non può guardare quello che sta succedendo in questi giorni con stupore. Con ribrezzo sì, ma con stupore è più difficile. Non lo si sapeva con certezza che era tutto così come si sta scoprendo in questi giorni, ma lo si ipotizzava, in qualche modo lo si subodorava: troppe le stranezze, le coincidenze, troppi gli altri affaracci in parte diversi da quest’ultimo (doping, passaporti falsi, scommesse) ma non per i protagonisti coinvolti.
E ora che tutto si sta svelando così com’è stato – una lordura meschina, clientelare, mafiosa – ci viene da dire una sola cosa: era così come temevamo. Sì era proprio così, e come sostiene Oliviero Beha (uno di quegli onesti giornalisti sportivi, ma non solo, di cui il calcio avrebbe sempre bisogno) in questo e quest’altro articolo, non resta che sperare e tenere la testa alta perchè tutto – come fu per Tangentopoli – non venga mandato ancora una volta in malora, gettato nell’oblio e nella confusione più alienante buttando in aria il tavolo. Non è giustizialismo il nostro, di noi indignati e da tempo disillusi, è volere semplicemente giustizia. E se in quel mondo tutti sapevano (e quindi incontrovertibilmente partecipavano), quei tutti non dovranno farla franca. Ma dovranno pagare. Per una volta, almeno.
sciarade
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20/02/2006, ore 19:39

Cari resistenti e/o terroristi iraqeni,
se mai vi capiterà di essere in un periodo di magra alla voce “uomini da mandare al macello imbottiti di esplosivo” non contate su quegli italiani. Quali? Quelli che alcuni giorni fa manifestavano per le vie di Roma urlando «dieci, cento, mille Nassiriya». E’ facile declamare stronzate in un Paese tutto sommato libero, non occupato militarmente e non più sottoposto ad un regime politico dittatoriale da parecchi anni. Un po’ più difficile metterle in pratica: vi assicuro che, se mai chiedeste aiuto a questo Paese per la vostra (discutibile) causa, quei signori saranno gli ultimi a partire; e se mai partiranno, saranno i primi che dovrete rincorrere per richiamarli al dovere per cui sono partiti. Quindi pensateci prima di fare certi appelli, potrebbero non convenirvi.
Qui da noi il gesto più estremo che si fa è rubare o la fiaccola olimpica o i libri dai supermercati. Fiaccole e libri? Sì, da noi si mangia tutti i giorni, non c’è bisogno di rubare cibo. Da noi si rubano le fiaccole per contrastare le multinazionali (non mi venite a dire che non sapete che anche il petrolio che rubano a voi occupandovi il territorio serve per accendere le fiaccole olimpiche, eh) e certi tipi di libri perché costoro che li rubano ritengono che rubandoli e poi distribuendoli gratuitamente fuori dal supermercato sia un modo per educare il popolo. Dite che è un gesto borghese? Certamente, e non è mica solo il gesto ad essere borghese. Questi l’essere borghesi ce lo hanno nel sangue, e nel culo scaldato da papà.
Non crederete ancora che ci sia in giro qualcuno che voglia morire per la rivoluzione, vero? Va beh Allah, ma da noi in Italia Allah o Aqquah è sempre un po’ la stessa cosa.

Un saluto,

L.B.


Cari sportivi (tutti esclusi i calciatori),
se ritenete quella di ieri la solita domenica calciocentrica, magari potenziata dal dramma di uno del calciatore più in vista nel nostro Paese, vi sbagliate di grosso. Quella di ieri non è stata la solita domenica capace di oscurare tutti gli altri sport domenicali e con gli strascichi di polemiche che da una domenica portano all’altra anche tutti gli sport che domenicali non sono. Quella di ieri è stata una domenica rivelatrice, direi quasi epifanica, e voi avete rischiato grosso. Con il dramma del Pupone nazionale, con il brivido che ha percorso tutti i calciofili italiani nel pensare alla loro Nazionale alla conquista del suolo germanico senza il primo tra gli eroi, con l’immagine di un’onesta gamba spaccata nel bel mezzo di una “disciplina” che tutto ormai è diventato fuorché sport (circo? carrozzone? agenzia matrimoniale? manicomio?) a qualcuno dei calciofili è venuto il sospetto che il calcio sia ancora uno sport. Uno sport come quasi tutti i vostri: con allenamenti durissimi, ritiri intensi, addirittura con infortuni dolorosi che giustificano le cadute a terra. Uno sport fatto perfino da uno sportivo che dimenticata la velina e il pupino (a casa), le barzellette e gli sputi (in campo, fuori, ovunque), si ricorda per un momento che anche la sua attività è fatica e, udite udite, dolore. Fatica e dolore come le vostre di voi fondisti, di voi scalatori, di voi velisti, di voi marciatori e via dicendo.
Siete stati fortunati però, perché dopo un attimo di lucidità di massa un giornalista illuminato e contrario a questa eccessiva sportività del calcio ha posto la questione fondamentale: ma nel calcio ci si fa anche male? E allora via alla discussione sugli interventi troppo duri, sugli arbitri che non tutelano gli attaccanti, sulle ossa troppo poco resistenti. Sarà così fino a domenica prossima e i calciofili, l’unica razza che si fa chiamare con il nome di una cosa che ormai non ricorda più (il calcio), continueranno ad adorare questa enorme, invadente orgia. Se il virus di sportivazione del calcio si fosse diffuso, per voi non ci sarebbe stato più scampo. Vi immaginate a combattere per la visibilità con uno sport vero e proprio e non con una pantomima che fortunatamente prima o poi crollerà come ogni sistema che non fa altro che riciclare (sordidamente) sé stesso? Ringraziate la sorte, avete avuto un culo che neanche Galeazzi…

Un saluto,

L.B.

PS: come potete vedere sotto, questo post viene iscritto in una nuova categoria: satira. Insomma ho provato a fare satira. Al di là del fatto che oggi in Italia siamo un po' tutti satirici e un po' tutti studiosi di satira (e ognuno ha la sua definizione del genere), spero vi regali almeno un sorriso e qualche pulviscolo di riflessione.


 

sciarade
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31/01/2006, ore 21:40

In un surplus serale di egocentrismo e autoreferenzialità eccovi alcuni link, quasi tutti legati alle mie attività:

si sta parlando tanto ultimamente dei Baustelle. Ho intervistato Francesco Bianconi, gentile ed elegante, il giorno del concerto milanese di cui vi ho parlato qualche settimana fa. Eccovi il risultato;

su Cesare Basile sono state spese su questo blog già parecchie lodi. Con "Hellequin Song" ha raggiunto il suo apice. Qui c'è la mia recensione;

sport e musica insieme vogliono dire soprattutto immaginario. Ho provato a stilare la lista delle dieci più belle canzoni sportive (italiane). Prima o poi farò anche quelle straniere. Per intanto di qua;

che ne dite delle community? Io dalle pochissime esperienze che ho avuto potrei dirne malissimo: una specie di agenzia matrimoniale, un carnaio di ammiccamenti e pose da star. Korova Bar (www.korovabar.it), però, sembra essere tutt'altro: il tentativo di far nascere una community artistica, un luogo di libertà espressiva, un punto di incontro per possibili talenti. Il tutto condito da una bellissima grafica burtoniana;

per finire: che Chuck Norris sia un mito è fuori discussione. Questo blog, divertentissimo, ne spiega versetto dopo versetto la "cosmologia". 

sciarade
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22/01/2006, ore 19:52

Solo un branco di occidentali indifferenti alle culture altrui e prostrati ad un unico valore - leggasi: il profitto - poteva pensare di proibire i rituali magici ai calciatori che stanno partecipando in questi giorni in Egitto alla Coppa d'Africa . Per le popolazioni africane questi riti (diversissimi a seconda delle tribù e delle provenienze: dallo spargere sangue di animali in campo al posizionare teschi di scimmia negli spogliatori) hanno lo stesso valore che ha per noi il segno della croce prima di iniziare una gara: sono gesti apotropaici, cioè azioni di cui è creduta la capacità di scacciare le influenze malvagie e il male.
Nessuno, soprattutto in Italia, si sognerebbe di proibire in campo il segno della croce perchè, si direbbe, fa parte della nostra cultura. E' vero. Così come è vero che i riti magici fanno parte delle loro culture. Proibirli vuol dire in definitiva proibire una cultura, che come ogni cultura è sentimento, espressione, immaginario. Anima di un popolo. Ma, si sa, un campionato di calcio privato di questi aspetti, magari un po' truculenti ai nostri occhi, è un campionato di calcio molto più vendibile e simile al nostro. E dell'anima di un popolo, alla fine, chi se ne importa.
sciarade
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12/12/2005, ore 17:56

Già da alcuni giorni volevo dire qualcosa su George Best. Il "dire qualcosa" però non fa per me, e neanche lo spendere troppe parole sulla morte. Mi sono ricordato invece di questo libro di Fernando Acitelli dal titolo "La solitudine dell'ala destra" (Einaudi, 210 pagine, 7,50 €), che avevo letto alcuni anni fa per preparare uno spettacolo teatral-musicale su ciò che fu il calcio. Sono centottantacinque poesie, perlopiù brevi, dedicate ad altrettanti personaggi del football: alcune sono piuttosto belle e centrate sui soggetti a cui si riferiscono; altre mancano un po' d'ispirazione. Quella scritta su Best non è un capolavoro, ma riesce ad individuare al di là dei moralismi cuciti intorno all'uomo - non ultimo la trasformazione di Best in anti-modello per i giovani con tanto di paginone su un quotidiano inglese e titolo-testamento «Non fate la mia fine», chissà poi quanto voluto... - la caratura mitica, e rock, del calciatore.

George Best

Basetta sassone,
palleggio virile,
pirata numero undici
al pari del suo compagno Morgan.

«Se Liverpool ha Paul McCartney,
noi abbiamo George Best!» urlavano
le teen-agers sognanti un tuo bacio.

Col tuo cognome, il migliore,
chiudevi il tridente dei rossi
di Manchester.

sciarade
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