Premessa: l’autore del libro di cui vi sto per parlare (Hamilton Santià) è un amico, un collega (entrambi si prova a scrivere di musica) e un compagno di cazzate (sì, passiamo mezzore su mezzore in msn a (s)parlare di questo o quell’altro. Approposito Ham, quant’è che non “canzoniamo” più C.F. de La S…?). Quindi potete benissimo prendere quello che sto per scrivere come una marchetta bella e buona, ma se lo fate vi sbagliate: l’autore in questione non mi ha pagato per parlare bene della sua opera, io invece ho pagato lui per leggerla.
Mi era capitato raramente fino ad oggi di leggere un libro che raccontasse così bene il mio passato. Un libro che, al di là dei contesti, delle mode, dei gusti, cercasse di delineare la geografia dei sentimenti, la “filosofia di vita”, del tipico adolescente che vuole essere al di fuori dei suoi coetanei, che vuole essere in un’agognata parola “alternativo”. Lo siamo stati più o meno tutti noi che oggi scriviamo sulle webzine musicali e non, che spendiamo (e spendevamo) pure il fegato per comprarci dischi, libri, films e su di essi ci consumiamo pomeriggi, serate, discussioni, arrabbiature, persi nel nostro romanticismo quasi reazionario che ci fa credere ancora nell’arte (in che modo poi ci crediamo? Ognuno a suo modo, sennò non ci sarebbero ne’ discussioni ne’ arrabbiature…).
“Graham” di Hamilton Santià racconta proprio questo nostro passato, è un frammento – dato il taglio diaristico della narrazione – del romanzo di formazione della nostra vita, in cui a dominare è la vita stessa. La vita sociale, immersa in quell’ingenua idea che tutti quelli che stanno intorno (tranne pochi) sono autentiche teste di cazzo e noi – soltanto noi, maiuscolamente illuminati – quelli giusti (dicesi anche autoreferenzialismo a go go: qualcuno, per la verità, non s’è ancora ripreso); e la vita intima, nella ricerca e poi scoperta di quei pochi che «sono come noi» – e di quell’una che «è noi» – con cui condividere tutte quante le passioni e la noia di un mondo che sembra sempre remarci contro.
Non conta tanto qui la mancanza di un tentativo di ricerca (artistica) dell’inaudito, ne’ l’assenza di una trama chiusa (l’effetto dato dalla narrazione è e vuole essere fotografico) – controbilanciati comunque da una scrittura piuttosto fresca e non priva di qualche bella zampata ironico-comica: il senso di “Graham”, se è vero come recita il retrocopertina che non vuole eleggersi a voce di una generazione (ed è vero, perché una generazione contemplerebbe anche gli altri, per noi di allora la maggioranza «omologata», che qui fanno solo da sporadici comprimari), è quello di aver acceso un lumicino (lui come altri libri simili) su un gruppo di persone tra loro distanti che oggi si incontra e si accorge di aver avuto gli stessi metodi e, spesso, gli stessi maestri.
(Il libro è acquistabile qui)
