“Ogni poeta vende i suoi guai migliori” ha detto una volta, molto onestamente, Alda Merini. Dico molto onestamente perché non c’è dubbio che la Merini sia una grande poetessa – a chi non la conosce consiglio la mini-antologia edita da Einaudi e curata da Maria Corti intitolata “Fiore di poesia 1951-1997” (236 pagine, 8,50 €) – ma è altrettanto vero che senza quei guai non sarebbe un personaggio così seguito e affascinante. Ho assistito a vari incontri, l’ultimo ieri sera, con lei presente dal vivo o in video e mai una volta mi è capitato che il pubblico – e lei compresa – parlasse principalmente non della sua biografia, ma delle sue poesie. Alla gente della Merini interessano i guai, la tragedia, e solo dopo – e come conseguenza di essi – le poesie. Eppure ella è una poetessa che dice tutto (anche e soprattutto della sua vita durissima) con la grande forza espressiva e cantabile dei suoi versi. Come mai allora la gente vuole la vita, gli aneddoti, i racconti? La poesia non basta? Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”.
(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)
Forse sarebbe meglio non nutrirle le speranze, forse sarebbe meglio dare sempre ragione ai dubbi che la realtà – i fatti – ti mettono davanti. E soprattutto tenere conto dei nomi delle persone, subodorarli, giocarli alla previsione – che quando è in negativo in Italia ci si azzecca, e spesso per difetto.
Esperimento. Prendete un foglio di carta e scriveteci sopra tre nomi di giornalisti italiani che considerate di alto livello e indipendenti rispetto a testate, partiti, lobbies ecc. Vi dico i miei tre: Gianantonio Stella, Massimo Fini e Marco Travaglio. Li avete scritti? Mi raccomando devono essere indipendenti, quindi Ferrara e Santoro non valgono, perché saranno pur bravi ma indipendenti proprio no. Ora che li avete scritti osservate i nomi per qualche secondo, poi all’istante immaginateli a dirigere il primo, il secondo e il terzo telegiornale della tv di Stato. Insomma: Stella al Tg1, Fini al Tg2, Travaglio al Tg3.
Possibile? No, no, e ancora no. Certe cose in Italia sono impossibili, pura fantascienza. A meno di repentini cambi di approccio al mestiere (insomma a meno che diventino degli inconvertibili baciapile), i tre nomi che ho fatto io e probabilmente anche quelli che avete fatto voi non hanno e non avranno mai nessuna possibilità di arrivare a dirigere uno dei tre tg nazionali – nonostante voi stessi, e non solo voi, li reputiate tra i migliori giornalisti del Paese. Il perché non ve lo ripeto per l’ennesima volta, qui se ne parla spesso. Pongo invece un’altra domanda: una classe politica – di destra ma in parte anche di sinistra (e lo stiamo vedendo nell’orribile balletto di questi giorni) – che così morbosamente vuole occupare l’informazione Rai, di fondo che problema ha con l’informazione? Insomma perché tutta sta cura? Gestione delle notizie, quindi consenso, quindi propaganda (che fatta attraverso gli organi d’informazione non è dittatura, ma gli strizza pesantemente l’occhio almeno a livello culturale)? Sicuramente. Ma anche paura: perché l’impressione è che il Parlamento italiano, nella mediocrità congenita dei Rizzo e degli Schifani, nello spirito cialtrone e arraffone e quasi indistintamente gattopardesco, abbia una fifa blu dell’informazione vera, quella che dovrebbe controllarlo, fargli le pulci e togliergli il mantello per vedere cosa c’è sotto. Quella che in poche parole è alla ricerca della Verità.
E allora pronti a controllare tutto. Che tanto c’è sempre un Mimun pronto, da direttore di tg, a fare l’addetto stampa di partito. Intanto Stella, Fini, Travaglio e i nomi che avete scritto voi sul vostro foglio di carta se ne rimangono in disparte, a fare un mestiere che ormai è da segnalare al WWF.
PS: dopo qualche giorno di discussione e di fandonie tipo «Non faremo una legge punitiva» (se una legge non punisse qualcuno sarebbe inutile) sul conflitto di interessi è calato di nuovo il silenzio. Sembra che se riparlerà l'anno prossimo. Tanto c'è tempo...
Tre concerti alla Festa de l’Unità di Milano per il sottoscritto nel finesettimana.
Venerdì sera Radiodervish. Etno-pop spiritual-intimista parecchio debitore del Battiato di “Caffè de la Paix”, tre dischi all’attivo (di cui il primo “Lingua contro lingua” da ascoltare) e uno in uscita ad ottobre su Radiofandango. Ci si aspettava da parte loro il teatro canzone di “Amara terra mia”, spettacolo sull’immigrazione con l’attore Giuseppe Battiston integrato da pezzi di repertorio, inediti e due cover di Modugno (la canzone che dà il titolo a tutto e “Tu sì ‘na cosa grande”). Invece il concerto è stato prettamente antologico e piuttosto brutto: tastiere (spesso impresentabili) elargite a larghe mani, interpretazioni grossolane, clima festaiolo stile balera di Beirut con tanto di ancheggiamenti ammiccanti del cantante Nabil. Forse il Mazdapalace non era il luogo ideale per le loro tonalità e impauriti hanno tentato di “salvarsi” così. O forse dal vivo sono purtroppo proprio così. Comunque decisamente meglio su disco.
Sabato Pacifico e Avion Travel. Apre Pacifico, lo vedo per la terza volta e lo vedo bene, in crescita rispetto al primo live di febbraio (stroncato qui). La sua timidezza proverbiale di certo non lo aiuta di fronte al vasto pubblico del Mazdapalace, lui comunque fa quello che può: concentra ma non troppo i cinquanta minuti di esibizione sui brani di “Dolci frutti tropicali” (recensione, forse un po’ troppo di manica stretta, qui), butta lì qualche gag che verrebbe meglio in luoghi meno capienti, non accelera troppo i ritmi e un po’ ne risente. Ma arriva in fondo con dignità e sembra convincere il pubblico.
Di tutt’altra pasta invece il discorso sugli Avion Travel, che da un po’ di tempo a questa parte si presentano in quartetto (dopo che Mariolino Tronco e Peppe D’Argenzio sono passati all’Orchestra di Piazza Vittorio) e con il primo bassista della formazione Vittorio Remino (in sostituzione di Ferruccio Spinetti occupato dal progetto Musica Nuda con Petra Magoni). Una simile riduzione di organico induce inevitabilmente a cambiare gli arrangiamenti dei brani, che vengono proposti in una veste più asciutta dove le divagazioni jazz tipiche della formazione al completo vengono sostituite da un approccio rock elettro-acustico caratterizzato soprattutto dall’onnipresente chitarra di Mesolella (che, in gran serata, riempie i pezzi di oscurità blues e accenni western-morriconiani). Il resto lo fanno l’impagabile interpretazione teatrale di un Peppe Servillo in completo nero (l’unico sui palchi musicali per cui la parola teatrale abbia davvero un significato) e la sezione ritmica Ciaramella-Remino, tutta accelerazioni, sobbalzi e crescendo – quei crescendo di cui gli Avion sono maestri. Tanti i momenti di altissimo livello (“Canzone appassionata”, “Cosa sono le nuvole”, “Storia d’amore”) e pure qualche passaggio che va riverificato (“Sentimento”), ma c’era da aspettarselo. Peccato non ci sia stata traccia dei brani inediti appartenenti a quel prossimo disco prodotto da Paolo Conte che ormai sta diventando leggenda. Comunque imperdibili.
Domenica sera Mario Venuti. Buonissimo autore pop, sta portando in giro la sua migliore e più fortunata tournèe (sul palco sono in nove lui compreso, con tre fiati e percussionista brasileiro), che include alcuni dei brani appartenenti a quello che è fino ad oggi il suo miglior disco (recensito qui). Lo spettacolo, tra brit-pop ruffiano, funky e divagazioni latine, è coinvolgente e ritmato; qualche brano lascia il segno soprattutto grazie alla scrittura, qualche altro per una vitalità che oltre ad essere smaccatamente (ma non terribilmente) radio-friendly è anche abbastanza testosteronica – a tratti l’ex Denovo ancheggia alla Ricky Martin, ma dato il clima e il taglio delle canzoni non si fa disprezzare. Gradevole e in forma, ma nulla di più.