28/09/2006, ore 10:17

Ogni poeta vende i suoi guai migliori” ha detto una volta, molto onestamente, Alda Merini. Dico molto onestamente perché non c’è dubbio che la Merini sia una grande poetessa – a chi non la conosce consiglio la mini-antologia edita da Einaudi e curata da Maria Corti intitolata “Fiore di poesia 1951-1997” (236 pagine, 8,50 €) – ma è altrettanto vero che senza quei guai non sarebbe un personaggio così seguito e affascinante. Ho assistito a vari incontri, l’ultimo ieri sera, con lei presente dal vivo o in video e mai una volta mi è capitato che il pubblico – e lei compresa – parlasse principalmente non della sua biografia, ma delle sue poesie. Alla gente della Merini interessano i guai, la tragedia, e solo dopo – e come conseguenza di essi – le poesie. Eppure ella è una poetessa che dice tutto (anche e soprattutto della sua vita durissima) con la grande forza espressiva e cantabile dei suoi versi. Come mai allora la gente vuole la vita, gli aneddoti, i racconti? La poesia non basta?
No, forse no, la poesia non basta. Abituati dalla televisione realitystica e dai talk-show confessione ad avere (o illudersi di avere) la vera Verità reale dei personaggi che abbiamo davanti, siamo arrivati ad un punto che non sappiamo più distinguere tra realtà e fiction, sia quando lo scarto è in negativo (vedi i reality-show), sia quando lo scarto è in positivo. Cioè nella letteratura e più in generale nell’arte che è, e può anche essere, fiction, invenzione, senza perdere un grammo della sua Verità umana. A suo tempo l’illeggibile Melissa P venne processata sia – perbenisticamente – per la presunta immoralità dei suoi costumi, sia perché secondo molti quelli raccontati in “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” non sarebbero stati fatti reali, realmente accaduti. Il pubblico, non solo quello catodico che presuntuosamente additiamo come rimbecillito ma anche quello (migliore?) che assiste ad un incontro con Alda Merini, vuole la Verità, al di là della poesia e della finzione. La pretende d’impatto, pornograficamente, e poco gli importa della mente che inventa, della fantasia che domina e svela qualcosa per tutti. Dante, Ariosto, Cervantes, Pessoa oggi li processeremmo tutti, a favore dei veri guai di Alda Merini. Che poi, chissà, magari per prendersi gioco di tutti noi e della nostra ansia di farsi gli affari degli altri, se li è inventati tutti quei guai, e hai voglia allora a saperlo cos’è successo davvero, oltre la poesia, oltre il cuore.
sciarade
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26/09/2006, ore 20:38

Ma davvero credete che il triangolo illegalmente spione Telecom-Polis d’Istinto-Sismi si fermi lì? Davvero pensate che sia solo una cosa a tre Tavaroli-Cipriani-Mancini e relativi scagnozzi e relativi giri di soldi (20 milioni usciti da Telecom in sei anni: e anche per Tronchetti Provera, come per Pollari ai tempi, vale la regola del complice o cretino)? A me pare che mentre si discute se bruciarle o no queste maledette intercettazioni a sbafo, mentre ci si indigna e allarma perché siamo tutti spiati, nessuno o quasi si ponga la domanda di fondo: ma chi sono i mandanti?
Un’operazione tanto estesa e trasversale (così almeno fino ad oggi appare) non la fai senza l’appoggio del Palazzo, soprattutto in Italia dove, dal calcio alla tv passando per le assunzioni pubbliche, non si muove foglia che il Palazzo non voglia.
Sveglia gente, il triangolo ha fatto il lavoro sporco, ma qualcuno l’ha ordinato, e ora si gode la gogna del triplice capro espiatorio. Arriveremo, almeno questa volta, ad una Verità certa, condivisa, non intorbidita né ritrattata? Mah. Già qualcuno dà qualche spintarella al tavolo per vedere quanta forza serva per ribaltarlo del tutto...
sciarade
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20/09/2006, ore 21:10

Sono state rese note le candidature per le Targhe Tenco 2006 (leggete qui). E’ cambiato il metodo di votazione e, sarà quello sarà cos’altro, sembra che il Tenco stia tentando di svecchiarsi. Sembra dico, e non ne sono sicuro, perché comunque di Dinosauri del Tenco (dicesi "Dinosauro del Tenco" quel cantautore, solitamente di sinistra, che se pubblica un disco è inevitabilmente invitato e/o premiato per qualcosa) ne rimane ancora qualcuno. Nella categoria Miglior Album De Gregori (immancabile: se il pur dignitoso "Calypsos" è tra i cinque dischi d’autore più belli del 2006 io sono Paperoga) e due quasi Dinosauri: Capossela (candidatura comunque meritatissima) e Bersani (decisamente meno). Ottime invece, ed era anche ora, le candidature di Pinomarino e Baustelle – la scrittura di Francesco Bianconi è una delle più d’autore, nel senso alto e nobile del termine, che abbiamo oggi in Italia. Se fossi giurato del Tenco – ma non lo sono – voterei per loro. Altra categoria non infestata da dinosauri ma spesso parecchio reazionaria in quanto a scelte è quella del Miglior Esordio. Anche da qui però vengono segnali positivi: ci sono Simona Salis, Marco Fabi, Valentina Lupi (che ha realizzato un primo disco grintosissimo e verace) e soprattutto i Non Voglio Che Clara, di cui sentiremo parlare ancora per molto tempo. A loro il mio voto.
Speriamo che i giurati veri facciano il loro dovere – cioè che i dischi in gara li ascoltino tutti prima di votare (a ricordare le candidature e votazioni passate, qualche dubbio viene). Di un segnale d’apertura reale verso leve veramente nuove e generi davvero altri ci sarebbe proprio bisogno, al Tenco soprattutto.
sciarade
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categoria : musica





19/09/2006, ore 22:11

Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”
.

(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)

sciarade
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18/09/2006, ore 20:50

Forse sarebbe meglio non nutrirle le speranze, forse sarebbe meglio dare sempre ragione ai dubbi che la realtà – i fatti – ti mettono davanti. E soprattutto tenere conto dei nomi delle persone, subodorarli, giocarli alla previsione – che quando è in negativo in Italia ci si azzecca, e spesso per difetto.
Un nome italiano quello di Guido Rossi, un nome troppo normalmente italiano. Italiano, sia chiaro, non nel senso di discendenza etnica, né geografica, né storica, ma culturale, quasi antropologica. Mores si potrebbe dire: mores da cialtroni, mores da arraffoni e da imbambolati davanti a chi arraffa, questi sono i mores più italiani di noi italiani.
Guido Rossi diventa commissario speciale della FIGC, deve risanare il calcio torbido gradiente morale di un Paese devastato da un putridume morale onnipresente. Comincia volenteroso, nessuno o quasi gli dà veramente una mano, lascia un ct (in seguito vincente) su cui ci sarebbe molto da dire. Poi quelle sentenze esili, che a fare i poeti d’accatto potremmo definire dolci e sbilanciate (che un capro espiatorio, subito poi riabilitato in altre vesti, lava tutti e non lorda nessuno). Poi qualche dubbio anche su lui stesso, Guido Rossi, sulle sue scelte (perché, ad esempio invece di continuare a minacciare il commissariamento alla presidenza di Lega non ha commissariato e basta, duro e implacabile come dovrebbe essere chi deve picchiare sulle mani dei sudicioni che vogliono un futuro, in ogni senso, democristiano?). E infine il colpo di teatro epifanico: l’aggiunta di Telecom, sponsor del campionato di calcio e prossima ad una delle grandi del pallone (l’Inter) nonché azionista di maggioranza di una delle tv coinvolte nella giungla (da bonificare) dei diritti televisivi.
Nessun conflitto di interessi reale, è vero (Rossi non possiede ciò che dirige), ma una perdita di credibilità lampante, netta, quella sì. Eccola l’epifania di Guido Rossi l’Italiano. Troppi punti deboli ha la sua attuale posizione perché nessuno delle varie parti-sette della religione pallonara gli possa imputare, anche solo per illazione, qualcosa – d’altronde il gioco è sempre quello e alla svelta ci si abitua: se una parte è colpevole si butta in aria il tavolo e così lo diventano tutti, o nessuno. Troppa la leggerezza nel riposizionarsi ad un crocevia calcistico-finanziario che in un Paese basato sulla subalternità e la tresca è quantomeno normale, e quindi atipico.
Perché per una volta non una rivoluzione tanto necessaria quanto netta, efficace, pulita? Perché per una volta non una persona seria e credibile? Ci siamo fidati troppo di Guido Rossi, e non siamo stati mai abbastanza attenti al nome. Non contano oggi, in Italia, nell’anno 2006, le appartenenze politiche, quelle culturali, quelle sociali. Conta solo il nome. E se è un nome italiano, troppo italiano, c’è da stare attenti. E aspettarsi solo che i dubbi prima o poi diventino realtà.
sciarade
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13/09/2006, ore 09:52

Esperimento. Prendete un foglio di carta e scriveteci sopra tre nomi di giornalisti italiani che considerate di alto livello e indipendenti rispetto a testate, partiti, lobbies ecc. Vi dico i miei tre: Gianantonio Stella, Massimo Fini e Marco Travaglio. Li avete scritti? Mi raccomando devono essere indipendenti, quindi Ferrara e Santoro non valgono, perché saranno pur bravi ma indipendenti proprio no. Ora che li avete scritti osservate i nomi per qualche secondo, poi all’istante immaginateli a dirigere il primo, il secondo e il terzo telegiornale della tv di Stato. Insomma: Stella al Tg1, Fini al Tg2, Travaglio al Tg3.
Possibile? No, no, e ancora no. Certe cose in Italia sono impossibili, pura fantascienza. A meno di repentini cambi di approccio al mestiere (insomma a meno che diventino degli inconvertibili baciapile), i tre nomi che ho fatto io e probabilmente anche quelli che avete fatto voi non hanno e non avranno mai nessuna possibilità di arrivare a dirigere uno dei tre tg nazionali – nonostante voi stessi, e non solo voi, li reputiate tra i migliori giornalisti del Paese. Il perché non ve lo ripeto per l’ennesima volta, qui se ne parla spesso. Pongo invece un’altra domanda: una classe politica – di destra ma in parte anche di sinistra (e lo stiamo vedendo nell’orribile balletto di questi giorni) – che così morbosamente vuole occupare l’informazione Rai, di fondo che problema ha con l’informazione? Insomma perché tutta sta cura? Gestione delle notizie, quindi consenso, quindi propaganda (che fatta attraverso gli organi d’informazione non è dittatura, ma gli strizza pesantemente l’occhio almeno a livello culturale)? Sicuramente. Ma anche paura: perché l’impressione è che il Parlamento italiano, nella mediocrità congenita dei Rizzo e degli Schifani, nello spirito cialtrone e arraffone e quasi indistintamente gattopardesco, abbia una fifa blu dell’informazione vera, quella che dovrebbe controllarlo, fargli le pulci e togliergli il mantello per vedere cosa c’è sotto. Quella che in poche parole è alla ricerca della Verità.
E allora pronti a controllare tutto. Che tanto c’è sempre un Mimun pronto, da direttore di tg, a fare l’addetto stampa di partito. Intanto Stella, Fini, Travaglio e i nomi che avete scritto voi sul vostro foglio di carta se ne rimangono in disparte, a fare un mestiere che ormai è da segnalare al WWF.

PS: dopo qualche giorno di discussione e di fandonie tipo «Non faremo una legge punitiva» (se una legge non punisse qualcuno sarebbe inutile) sul conflitto di interessi è calato di nuovo il silenzio. Sembra che se riparlerà l'anno prossimo. Tanto c'è tempo...

sciarade
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11/09/2006, ore 15:49

Ti dimentichi per un attimo che Superman è il supereroe più buono, bravo, bello, sicuro (e quindi noioso) di tutta la popolazione dei supereroi (a suo confronto Batman non è un eroe del Bene, è una patologia; e Wolverine un filosofo nichilista) e vai al cinema a vedere “Superman Returns”. Lo dirige Bryan Singer, quello dei due primi ed ottimi X-Men, e quindi c’è da ben sperare. Ma forse non hai considerato una cosa: Gesù Cristo. No, non è che ad un certo punto mentre il nostro se la vede con Lex Luthor (un innocuo Kevin Spacey) arriva il re dei Giudei a sacrificarsi per entrambi in un pari e patta pacificatore. No, non è così ma quasi: questo Superman non è coraggioso, è cristologico.
La storia: Superman, dopo tutto quanto è successo nei precedenti episodi, se ne parte dalla Terra verso alcuni resti del pianeta Krypton rintracciati da alcuni astronomi. Torna dopo cinque anni e scopre che gli umani l’hanno quasi dimenticato, prima fra tutti l’amata Lois Lane che nel frattempo, oltre ad essersi rifatta una vita (un nuovo compagno e un figlio a carico), ha vinto un Premio Pulitzer con un articolo intitolato “Perché il mondo non ha bisogno di Superman” – una specie di Giuliano Ferrara in gonnella insomma. Salva una donna di qua, sventa una rapina di là, Superman torna velocemente nel cuore di tutti, ed insinua dubbi anche in quello di Lois Lane che piano piano si scioglierà. Intanto Lex Luthor trama di generare in mezzo all’Atlantico un nuovo continente che sommerga l’America: lo scontro è inevitabile. Non mi dilungo, anche perché la trama è piuttosto inconsistente: vince Superman alla fine, ma prima ce lo troviamo onnisciente ad ascoltare tutte le voci del mondo che chiedono il suo aiuto, poi salvato da una Lois/Maria incinta di un erede anch’esso con i superpoteri (ma il marito lo sa o no? Comunque, da buon Giuseppe qual'è, collabora anche lui alla vittoria finale), poi flagellato da Luthor e scagnozzi sul nuovo continente, poi fisiognomicamente crocefisso nello spazio (!!) dopo aver sradicato per intero dalla terra tutto il nuovo continente e infine risorto dopo provvidenziale bacio della bella - e in tutto sto casino, con tanto di terremoti vari, maremoti e palazzi che crollano, non muore nes-su-no. Grande e perfetissimo Superman.
Qualche scena è spettacolare e coinvolgente, qua e là alcune curvature ironiche spezzano un po’ la boriosissima serietà del nostro bambolo supereroe, ma le due ore e mezza di film, tra passaggi del plot poco sensati (perché Luthor non si accanisce su Superman quando ne ha la possibilità?) e momenti di stanca a cui pure l’estro visionario di Synger può fare poco, lasciano alquanto perplessi. Il regista sembra quasi più interessato alla struttura e alle citazioni evangeliche che al lato hollywodianamente divertente e divertito della sua pellicola. Ma ne uno ne l’altro aspetto alla fine risultano determinanti per la buona riuscita del tutto. E Superman fa sbadigliare, non c’è Cristo che tenga…
sciarade
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categoria : cinema





07/09/2006, ore 20:03

Praticamente la storia è questa: sabato a Molteno, provincia di Lecco, prenderà il via l’ottava edizione di “Un’avventura, le emozioni”, due giorni di mostre, dibattiti, presentazioni editoriali e concerti dedicati a Lucio Battisti (che a Molteno nacque ed è sepolto) organizzata dal comune con la direzione artistica di Francesco Paracchini, direttore de “L’isola che non c’era”. Presenti sul palco Susanna Parigi, Morgan, Veronica Marchi e i Dik Dik, oltre che alcune cover band. La vedova Battisti, Grazia Letizia Veronesi, ha citato in tribunale gli organizzatori della manifestazione perché a loro dire il festival lede l’immagine dell'insigne congiunto. Motivo: la qualità dei nomi coinvolti non è adeguata.
Non è la prima volta che dalla signora Veronesi e famiglia partono iniziative quantomeno strane, volte a tutelare, dal loro punto di vista, il patrimonio artistico di Battisti (ricordo un recente contrasto coi Delta V, risolto a sfavore di questi ultimi per i contenuti del video della loro cover di “Prendila così”). Ma questa volta siamo ben oltre l’assurdo: ammesso che siano questi i motivi della convocazione in tribunale, sarei proprio curioso di sapere su che basi il giudice formulerà un’eventuale sentenza a sfavore del festival. Chiamerà dei giornalisti musicali chiedendo numi sui quattro nomi coinvolti (se chiama Mollica e Fegiz, che della categoria sono i più famosi, diranno benissimo di tutti, ergo la Veronesi è già fregata in partenza)? Si sarà precipitato oggi seduta stante nel più vicino negozio di dischi a recuperare le opere (impresa non facile peraltro: i Dik Dik hanno anni e anni di discografia alle spalle, Parigi e Marchi di meno ma trovarne i loro dischi non è mica facile)?
Sta di fatto che a volte anche l’estetica – facciamola più semplice: i gusti – possono diventare reato. Quindi gente coalizziamoci: se hanno una qualche responsabilità, citiamo a giudizio la famiglia Battisti per quei due o tre disdicevoli cofanoni che negli ultimi Natali ci hanno inflitto. Pasdaran dei dischi originali contrari alle raccolte tanto al chilo noialtri, ma loro…
Ah, comunque la direzione del Festival ha detto che loro sabato, comunque vada, cominceranno.
sciarade
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categoria : musica





05/09/2006, ore 21:02

Tre concerti alla Festa de l’Unità di Milano per il sottoscritto nel finesettimana.
Venerdì sera Radiodervish. Etno-pop spiritual-intimista parecchio debitore del Battiato di “Caffè de la Paix”, tre dischi all’attivo (di cui il primo “Lingua contro lingua” da ascoltare) e uno in uscita ad ottobre su Radiofandango. Ci si aspettava da parte loro il teatro canzone di “Amara terra mia”, spettacolo sull’immigrazione con l’attore Giuseppe Battiston integrato da pezzi di repertorio, inediti e due cover di Modugno (la canzone che dà il titolo a tutto e “Tu sì ‘na cosa grande”). Invece il concerto è stato prettamente antologico e piuttosto brutto: tastiere (spesso impresentabili) elargite a larghe mani, interpretazioni grossolane, clima festaiolo stile balera di Beirut con tanto di ancheggiamenti ammiccanti del cantante Nabil. Forse il Mazdapalace non era il luogo ideale per le loro tonalità e impauriti hanno tentato di “salvarsi” così. O forse dal vivo sono purtroppo proprio così. Comunque decisamente meglio su disco.

Sabato Pacifico e Avion Travel. Apre Pacifico, lo vedo per la terza volta e lo vedo bene, in crescita rispetto al primo live di febbraio (stroncato qui). La sua timidezza proverbiale di certo non lo aiuta di fronte al vasto pubblico del Mazdapalace, lui comunque fa quello che può: concentra ma non troppo i cinquanta minuti di esibizione sui brani di “Dolci frutti tropicali” (recensione, forse un po’ troppo di manica stretta, qui), butta lì qualche gag che verrebbe meglio in luoghi meno capienti, non accelera troppo i ritmi e un po’ ne risente. Ma arriva in fondo con dignità e sembra convincere il pubblico.
Di tutt’altra pasta invece il discorso sugli Avion Travel, che da un po’ di tempo a questa parte si presentano in quartetto (dopo che Mariolino Tronco e Peppe D’Argenzio sono passati all’Orchestra di Piazza Vittorio) e con il primo bassista della formazione Vittorio Remino (in sostituzione di Ferruccio Spinetti occupato dal progetto Musica Nuda con Petra Magoni). Una simile riduzione di organico induce inevitabilmente a cambiare gli arrangiamenti dei brani, che vengono proposti in una veste più asciutta dove le divagazioni jazz tipiche della formazione al completo vengono sostituite da un approccio rock elettro-acustico caratterizzato soprattutto dall’onnipresente chitarra di Mesolella (che, in gran serata, riempie i pezzi di oscurità blues e accenni western-morriconiani). Il resto lo fanno l’impagabile interpretazione teatrale di un Peppe Servillo in completo nero (l’unico sui palchi musicali per cui la parola teatrale abbia davvero un significato) e la sezione ritmica Ciaramella-Remino, tutta accelerazioni, sobbalzi e crescendo – quei crescendo di cui gli Avion sono maestri. Tanti i momenti di altissimo livello (“Canzone appassionata”, “Cosa sono le nuvole”, “Storia d’amore”) e pure qualche passaggio che va riverificato (“Sentimento”), ma c’era da aspettarselo. Peccato non ci sia stata traccia dei brani inediti appartenenti a quel prossimo disco prodotto da Paolo Conte che ormai sta diventando leggenda. Comunque imperdibili.

Domenica sera Mario Venuti. Buonissimo autore pop, sta portando in giro la sua migliore e più fortunata tournèe (sul palco sono in nove lui compreso, con tre fiati e percussionista brasileiro), che include alcuni dei brani appartenenti a quello che è fino ad oggi il suo miglior disco (recensito qui). Lo spettacolo, tra brit-pop ruffiano, funky e divagazioni latine, è coinvolgente e ritmato; qualche brano lascia il segno soprattutto grazie alla scrittura, qualche altro per una vitalità che oltre ad essere smaccatamente (ma non terribilmente) radio-friendly è anche abbastanza testosteronica – a tratti l’ex Denovo ancheggia alla Ricky Martin, ma dato il clima e il taglio delle canzoni non si fa disprezzare. Gradevole e in forma, ma nulla di più.

sciarade
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