30/06/2006, ore 15:36

La sentenza della Corte Suprema americana sull’illegalità della prigione di Guantanamo e la conseguente risposta di Bush e compagnia ad essa rilasciano la stessa amarezza e lo stesso senso di (tragica) comicità che è proprio delle più grandi prese per il culo. Se la stessa cosa fosse successa in Iran saremmo qui tutti pronti con le armi lucidate. Ma riassumiamo: una parte di uno Stato, che qui chiameremo “esecutiva” (il governo Bush), un giorno decide di rinchiudere qualche centinaio di prigionieri fatti su territori esteri di due guerre mai dichiarate e dagli insondabili motivi in una base anch’essa situata su territorio estero, classificando queste persone con il nuovo nome di “combattenti nemici” – categoria non contemplata in nessuna delle convinzioni sui diritti dell’uomo e del prigionieri, quella di Ginevra in primis – e sottoponendoli ad un tribunale appositamente creato che sostituisce la normale Corte Marziale. Tutto questo senza garantire a questi prigionieri la possibilità di adottare un avvocato per difendersi, di accedere alle prove che ne determinino la reclusione – «sei in arresto!» «Perché?» «Non te lo dico» – e, neanche a sottolinearlo, di vivere una vita dignitosa e al riparo da soprusi e violenze.
Un’altra parte di questo stesso Stato, che chiameremo “giuridica” (la Corte Suprema), ad un certo punto, diciamo non troppo velocemente, decide che i modi e i metodi di detenzione adottati a Guantanamo dalla parte “esecutiva” vanno contro la Costituzione dello Stato e contro la convenzione di Ginevra che sempre lo Stato ha firmato, e quindi sentenzia che Guantanamo va chiusa perché illegale. La parte “esecutiva”, almeno fino ad oggi, risponde a pernacchie, dicendo in poche parole che illegale o no comunque con Guantanamo si andrà avanti così, perché tanto la Corte Suprema sarà pur suprema ma fino ad un certo punto e all’opinione pubblica americana le sue sentenze interessano tanto quanto il soccer, cioè zero.
Mandata in malora le leggi, mandati in malora quindi anche i diritti, in questo Stato imputridisce anche la democrazia, la stessa che questa entità apparentemente democratica esporta a destra e a manca a suon di bombe e manovrando governi. Forse sarebbe meglio cambiare esportatore, o cambiare l’export di democrazia con un import di buonsenso. O, meglio ancora, cominciare a dire a livello globale cosa è realmente Guantanamo: il risultato di uno Stato criminale, più pericoloso dei suoi stessi nemici perché ammantato di un’aurea democratica che purtroppo però è solo molto molto teorica. Smettiamola con la Grande Democrazia America. E' solo una grande coglionata, e pure criminale.
sciarade
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categoria : politica





29/06/2006, ore 16:00

Non seguendo affatto la scena hip-hop nostrana ed estera – gli unici dischi del genere che ho in casa sono quelli di Frankie Hi Nrg e Caparezza, credo – ne so veramente poco del rifiorire dell’hip-hop italiano degli ultimi mesi e del gran battage pubblicitario fatto dalla case discografiche intorno ad esso (retorica della “vita da strada” compresa). Quindi so veramente poco anche di Fabri Fibra – per dire, non ho nemmeno sentito il suo ultimo singolo “Applausi per Fibra” perché non ascolto mai la radio. Non mi serve però di conoscere a fondo il genere ne di averne sentito gli ultimi frutti per dire che qualsiasi polemica mirata alla censura dei brani di Fabri Fibra come di chiunque altro è assurda, stupida, e anche un pochino volgare.
Costui è finito sui giornali recentemente per aver inserito nel suo ultimo disco un brano su Erika e Omar, azionando così gli sproloqui benpensanti dei più disparati personaggi (il Presidente del Tribunale Minorile di Milano, Livia Pomodoro; don Gino Rigoldi) che chiedevano al rapper un confronto sul tema e la censura del brano accusato. E, notizia di oggi, le proteste vengono pure dall’Arcigay, che chiede che Fibra non partecipi alla data del “Cornetto Free Music Festival” di domenica a Roma, perché un brano del suo disco precedente è manifestatamene omofobico. Ora, ho letto il testo del primo brano (quello su Erika e Omar) e più che un confronto – ma poi confrontarsi per cosa? Per insegnare ad un rapper in due ore massimo di colloquio che così non si fa? – sarebbe semplicemente meglio fare in modo che chiunque non possa dar fiato alla bocca per ogni amenità (notare che il brano non passa in radio, quindi Fibra non ha nemmeno strumentalizzato la vicenda) e impari invece che se non viene violata la legge ognuno può dire quello che vuole, anche cose sgradevoli, scorrette, immorali (che questa cosa non l’abbiano capita due persone che si occupano, seppur in circostante estreme, di educazione, mi fa un po’ ridere, peraltro). Circa il secondo brano – il cui testo non conosco – se è omofobico Fibra è un imbecille, ma non vuol dire che non possa fare il suo lavoro che, volenti o nolenti, è dire (magari bene, perché il brano su Omar è esteticamente orrendo) ciò che pensa. Se l’Arcigay pensa sia giusto censurarlo, non si lamenti poi quando è qualcun altro a voler censurare i – legittimissimi – cortei dell’Orgoglio Omosessuale. Prima di decidere da che parte stare, è fondamentale imparare il metodo. Quello che lascia anche all’Altro il diritto di essere tale e di esprimersi secondo il suo essere. Lezioncina da scuola primaria, è vero. Ma, come potete vedere, necessaria. E ho fatto anche la rima hip-hop.
sciarade
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27/06/2006, ore 20:45

A me Aldo Nove piace. O almeno, quel poco che ho letto di lui – “Superwoobinda” e il racconto nell’antologia dei Cannibali – mi è piaciuto molto. Lui è uno che ha saputo cavare l’anima, quella più deviata e inquietante, alla provincia produttiva italiana e ai suoi personaggi. Non avevo però mai letto fino a stasera nessun suo verso, così mi son messo a cercare nella rete qua e là e ho trovato su questo sito, i seguenti versi. Buona lettura.

Io se fossi un pannolino avrei bisogno della merda di un
Bambino per esistere
Perché la merce invenduta piange
E non capirei perché un bambino nella sua vita caga
Migliaia di pannolini ma non me
Che sono un pannolino normale come gli altri
Con il mio codice a barre normale
Sulla scatola.
E se fossi uno di quei cosi con la neve e con padre Pio
Penserei di essere meglio di un soprammobile di Giò
Pomodoro perché
Tutte le merci sono uguali di fronte a Dio
E starei male a essere messo in vendita
Alla stazione Centrale di Milano
In un angolino della vetrina del tabaccaio
Tra un cazzo finto e un portasigarette di plastica con lo
Stemma del Milan
Languendo
Per giornate deriso
Perché la merce invenduta piange.
Io conosco il dolore delle pile dei sacchi della spazzatura
Nascosti dietro le scope
Nel reparto casalinghi
Del supermercato, sacchi della spazzatura
Verdi un tempo imposti per la raccolta differenziata dal
Comune e adesso
Negletti e impolverati, decaduti
Plastica più sola di un'anima a marcire
(...)
Io conosco il dolore della "gelatina per dolci
Già detta colla di pesce" sommersa
Sa bustine di lieviti Bertolini e sacchetti di zucchero in Scaglie per le guarnizioni
Lo conosco e se io fossi lei mi chiederei perché
Sono "gelatina per dolci già detta colla di pesce"
E non, ad esempio, una fulgida appetitosa scatola
Di mezzo chilo di mezze penne Barilla,
di quelle che si vendono a migliaia
nei supermercati di tutto il mondo.
Io penserei questo tutto il giorno e continuerei a piangere
Perché la merce invenduta piange
E il suo dolore è tanto simile al nostro
Biologico stare sul mercato fino a che c'è domanda
Fino a che l'articolo che siamo non deperisce
Come un diplomato di 52 anni alla ricerca del primo lavoro
Come un corridore automobilistico amputato
Come una ragazza in Giappone
Che a 25 anni nessuno l'ha sposata
Sugli scaffali della vita raggelata miscela
Leone scaduta nel reparto
Caffè o sugo di cinghiale con l'etichettta scollata
Scatole di sale dietetico schiacciata

sciarade
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categoria : politica, letteratura





24/06/2006, ore 19:43

Lode a Giulio Casale, che ieri sera alla Festa de l’Unità di Osio Sotto (Bg), chitarra e voce, pubblico di settanta persone, a trenta metri la tombola e a cinquanta la partita su maxischermo, non si è affatto risparmiato e ha proposto uno dei live più intensi a cui il sottoscritto ha assistito fino a questo punto dell’anno. In scaletta brani dell’ultimo lavoro “In fondo al blu”, degli Estra (“Sacrale”, “Vieni”) e qualche cover ("Wishlist” dei Pearl Jam, “Halleluja” di Cohen e “Il suonatore Jones” di De Andrè”) cantati con una voce che è sempre più vibrante e matura. Bravo davvero.
Già l’ultimo disco aveva fatto presagire qualcosa di davvero buono; il concerto di ieri sera lo pone nella mia personale lista dei “cantautori italiani di cui avere speranza”. A ottobre poterà “Polli d’allevamento” di Gaber al Filodrammatici di Milano. Da come ieri sera ha interpretato e recitato “Sbarre sui denti” – il pezzo più gaberiano tra quelli dell’ultimo disco – c’è da dargli fiducia. 
sciarade
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categoria : musica





23/06/2006, ore 16:26

La citazione morettiana «D’Alema, dì qualcosa di sinistra!» è invecchiata terribilmente. Mettetevi davanti ad uno specchio e, dopo queste prime settimane di legislatura del centro-sinistra, provate ad urlarla. Vi verrà da ridere: nessuno che possa dirsi minimamente intelligente riesce ad immaginare D’Alema intento anche solo a farfugliare qualcosa di sinistra. Al Massimo ormai ci credono solo gli sciocchi, i dalemiani e quelli di Forza Italia. Appunto nessuno che possa dirmi minimamente intelligente.
E allora che nome mettiamo al posto del baffetto «Mediaset è un bene degli italiani» a cui chiedere, tra lo speranzoso e il disilluso, un gesto che sia veramente e disperatamente di sinistra? Dai, fuori i nomi popolo della sinistra, sto tentando di aiutarvi. La Pollastrini? Nomi seri, mica le ministre senza portafoglio. Non ne trovate? Ok, proviamo allora con delle questioni in cui qualcuno ha fatto qualcosa di sinistra. Anche qui mica l’epidurale per tutte: questioni serie, problemi veri.

Le intercettazioni. No, qui nulla che si possa definire di sinistra. Ci sta l’ossimorico Mastella che si frega le mani pronto a metter la mordacchia a magistrati e giornalisti, e si capisce anche il perché visto che è presidente di un partito che farebbero prima ad imputare in toto. Peraltro: come si fa ad evitare che le conversazioni finiscano sui giornali senza ritegno? Aumentiamo le pene pecuniarie, ad esempio. E soprattutto: violate un po’ meno le leggi (voi che le fate), toglietevi tutti i privilegi parlamentari davanti alla Giustizia e rinsaldate leggi (tipo il falso in bilancio) che per come sono messe oggi lanciano un solo messaggio: l’Italia è una repubblica fondata sull’imbroglio. Tranquillo, te la caverai.

La guerra in Iraq. Ce ne andiamo ma «senza irritare l’amico americano», quando invece dovremmo andarcene sbattendo la porta, anche solo per lo schifo di Guantanamo, Abu Ghraib e Haditha e per un omicidio che la nostra magistratura ha definito lesivo per la politica di questo Paese – e se non bastasse, intanto rimpolpiamo in Afghanistan, abbiamo poca gente in giro. Niente neanche qui.

I CPT. Eh sì, ci sono ancora i CPT in Italia, non erano stati affidati in usufrutto a Berlusconi intanto che se ne stava al governo. Qualcuno se li ricorda ancora o dopo i due minuti di scalpore dell’inchiesta di Gatti se li sono dimenticati tutti? Il ministro Ferrero ci ha fatto una visitina qualche settimana fa, ma non s’è sentita l’unica cosa che un Paese civile dovrebbe dire: chiuderli. E alla svelta.

La tv. Va bene, ora rimaniamo sulla tv e non ci spostiamo di un centimetro. Qui, vista la recente esperienza passata qualcosa di sinistra avrebbero dovuto fare. Vediamo: di legge sul conflitto di interessi non si parla più, di legge sull’antitrust televisivo neanche, di delottizzazione della Rai ancor meno (e Biagi? E Luttazzi? E Fini? E Guzzanti? No, Santoro non lo cito, già è andato da Celentano, che vuole di più? Gli ha dato pure il microfono…). Però ieri hanno eletto l’ennesimo presidente con l’ennesima bega per le poltrone – si chiama Cappon, ma speriamo non sia un piccione – e ne hanno segato un altro – che si chiamava Perricone – perché non andava a genio a Berlusconi. Motivo? Quando era a capo della Sipra (l’agenzia pubblicitaria della tv di Stato) aveva rotto le palle al dominio di Mediaset.

A proposito di pubblicità: l’altro ieri è passato qua in Italia Murdoch, ha cenato con un po’ di politici e ha fatto due richieste. La prima: che nella prossima finanziaria non vengano finanziati più i decoder per il digitale terrestre del fratello dell’ex Presidente del Consiglio. La seconda: che possa avere  anche lui un po’ di pubblicità. Avete capito bene: Rupert Murdoch, il superpresidente di Sky, quasi quattro milioni di abbonati in Italia, duecentotre milioni di dollari di fatturato, non riesce ad accedere alle risorse pubblicitarie italiane in modo significativo. Perché la pubblicità con la Gasparri se l’è presa quasi tutta una sola persona, indovinate chi. In Italia per quanto riguarda la tv non c’è mercato e non c’è concorrenza. E’ tutto congelato, fermo, imbalsamato sotto l’insegna di un duopolistico tengo famiglia. Si potrebbe ripartire da qui, da una efficace riforma delle tv e da un ministro (Gentiloni) che da deputato nella scorsa legislatura fece buone cose e che qualcosa sta già facendo, per cominciare a fare qualcosa di sinistra o almeno qualcosa di dignitoso. Ma la speranza, soprattutto per il resto, è flebile. Abbiamo votato un condominio, c’è poco da fare.

sciarade
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categoria : politica, televisione, satira





22/06/2006, ore 17:24

Che c’entrano Beirut, i Gulag e le orchestre? Se si è abituati a chiedersi il perché delle parole non sarà strano porsi questa domanda leggendo il titolo e la ragione sociale di questo disco d’esordio di Zach Condon, diciannovenne di Albuquerque. “Gulag Orkestar” assembla melanconie balcaniche e spruzzi cinematici alla Yann Tiersen (“Mount Wroclai”) ad un afflato nostalgico-decadentista stile Rufus Waintwright – ma anche stile Morrissey a dirla tutta. Pop da fanfara, valzer sognanti e lamentosi (capito ora il titolo?), elegie per cuori sensibili: insomma canzoni adatte ad animi romantici, alcune (tipo “Postcards from Italy”) davvero stupende. Ma ce n’è per tutti coloro che ne hanno abbastanza dei pasticci transnazionali di Bregovic o degli ultraretorici unza-unza del suo ex-amico/rivale Kusturica. Da tempo non si sentiva qualcosa di così avvincente alla voce folk balcanico. Da un americano poi… Chissà se alla fine ce lo ritroveremo tra i dieci dischi dell’anno.
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categoria : musica





20/06/2006, ore 09:04

E’ piuttosto necessario farsi due o tre domande su come arginare il voyeurismo mediatico delle intercettazioni telefoniche che finiscono anonimamente sui giornali fagocitando tutto e tutti e corrompendo a volte il procedere stesso delle inchieste. Ma ricordiamoci che non siamo davanti ad un fenomeno di chissà quale origine. Che la vita privata di un personaggio famoso, sia politico o vip, finisca sbattuta in prima pagina a mo’ di sputtanamento – pressoché indistinto tra giornali di destra e giornali di sinistra – è una cosa abbastanza normale: siamo un Paese di parrucchiere, di lingue che battono incessantemente sul tamburo, più appassionate all’ultima scopata da prima pagina che all’ultimo laido imbroglio nazionale. Della vicenda di uno squallido settantenne che qualcuno si ostina a chiamare ancora re e della sua rete di ladri in doppiopetto e sproloqui da cloaca i più in futuro si ricorderanno il nome della soubrette-che-l’ha-data – come se in una tv che è l’esatto contrario del talento e della meritocrazia fosse l’unica ad averla data – e non che in questo scandalo è rimasto coinvolto per l’ennesima volta un importante uomo politico di un importante partito politico. E’ questo il problema più grave di questa nuova vicenda, come di quelle riguardanti Fazio, Fiorani, Consorte, Riccucci, Storace, Moggi e via discorrendo. Più delle intercettazioni, più delle copule fuori o dentro la Farnesina, la questione è che ogni volta che si scoperchia un pentolone e ci si trova dentro qualcosa di sporco, illegale, criminale, di riffa o di raffa ci sta pure un colletto bianco, almeno uno, a menare i traffici. La politica italiana è eternamente incriminata, incredibilmente amorale, definitivamente marcia. E noi non ne abbiamo memoria, e nemmeno indignazione. O forse, sotto sotto, ci va semplicemente bene così.
sciarade
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categoria : politica, calcio, televisione





19/06/2006, ore 19:24

Credevo di aver votato una coalizione di partiti, invece ho votato un condominio.
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categoria : politica, satira





15/06/2006, ore 20:52

Faccio un piccolo e veloce strappo alla regola della non-comunicazione della mia vita privata su questo blog per dirvi una cosa che è sì privata ma ha il suo lato politico. Oggi, per la prima volta in vita mia, sono stato licenziato. Non vi dirò da chi e come mai – perché altrimenti lo strappo diventerebbe troppo grosso – ma vi dirò, anche attraverso L’amaca odierna di Michele Serra sull’addio di Filippo Callipo, di cosa ho avuto la conferma dopo questo mio primo licenziamento: siamo un Paese di irresponsabili, di persone senza dignità, onore e coraggio, solamente pronti a infilarlo nel di dietro a chiunque ci capiti appresso, sempre. Non solo quelli che comandano ai call-center, non solo quelli di destra, non solo quelli di Chiesa, non solo quelli di sinistra. No: tutti, o poco poco meno che tutti. Siamo davvero una repubblica fondata sull’Imbroglio.

«Se fossimo un Paese normale, la notizia che il presidente degli industriali calabresi intende fuggire dalla sua terra perché la giudica in mano alla mafia sarebbe su tutte le prime pagine, e aprirebbe i telegiornali. Un paese normale riterrebbe insopportabile che un quarto del suo territorio nazionale sia co-governato dalla malavita, con tanto di riscossione dei tributi ed economia parallela. Un Paese normale avrebbe già proclamato eroi nazionali e martiri della libertà gli imprenditori ammazzati per essersi rifiutati di pagare il pizzo, e i loro nomi ci sarebbero familiari come quelli dei calciatori e dei cantanti.
Ma non siamo un Paese normale. Diamo per assodato, per scontato, per ovvio il dominio indisturbato dei clan mafiosi, il parassitismo ripugnante di migliaia di persone che vivono a scrocco taglieggiando gli onesti che lavorano, la schifosa cultura familista e omertosa che impesta il nostro povero Meridione e lo rende servo dei padrini criminali, e vassallo dei politici collusi. Bisognerebbe proprio che su qualche municipio sventolasse la bandiera mafiosa perché gli italiani si accorgessero che il Sud la sua secessione l’ha già fatta
».

PS: i due massimi quotidiani italiani hanno avviato la campagna di convincimento globale sulla necessità di rimanere ancora in Afghanistan (a fare danni), di cui questo quasi inguardabile centro-sinistra al governo (perchè così brutto? ne parlerò) sembra essere il primo baluardo. Quanto sia globale la campagna, vista la pochezza dell’utenza italiana nei confronti della carta stampata, non è prevedibile. Ma resta il fatto che ci sono fortunatamente anche altri punti di vista sulla questione.

sciarade
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13/06/2006, ore 19:49

Dice Massimo Fini che i neri di origine africana sono persone fiere e vitali, poi finisco ad Oxford e si fottono tutto. Diventano macchine da guerra tipo Condoleeza Rice. Ho avuto all’incirca lo stesso pensiero ieri sera mentre vedevo Italia-Ghana. Se non fosse stato per il colore della pelle e per quelle quattro conoscenze di geografia che posseggo – e che riescono a farmi associare ad ogni stato il proprio continente di appartenenza – non avrei mai detto che i calciatori scesi in campo ieri sera con la maglia del Ghana erano africani. I calciatori africani, almeno fino a una decina di anni fa, mostravano in campo un temperamento del tutto diverso: avevano vitalità e correttezza; erano pieni di gioia di correre e segnare; architettavano azioni di gioco esuberanti e funamboliche che una certa ingenuità tattica non impediva di dichiarare cosa era per loro il calcio prima di tutto: un gioco vivo, emozionante e pacifico, da disputare con fatica e slancio. Insomma una passione, l’unica.
Invece gli undici ghanesi di ieri sera mi sono sembrati tali e quali ai più tipici ed annoiati calciatori europei: tignosi e narcisi dal primo all’ultimo minuto nei loro agghindi e pose da star, scialbi dopo il primo gol subito e rabbiosi fino alla violenza gratuita sul secondo (i due pestoni a Totti e Iaquinta), incapaci di una qualsiasi azione che avesse il sano e spensierato agonismo di un fiero africano alle prese con il pallone.
Che la maggior parte di questi giochi da tempo in Europa forse non è un caso. Il pallone occidentale avrà dato loro fama e successo ma a me sembra che abbia chiesto l’anima in cambio. Non l’anima di ognuno, che continuerà io spero a coltivare sogni ed emozioni, ma l’anima africana. Quello spirito libero e vitale che conservava del calcio ciò che originariamente è: un gioco da vivere intensamente, una bella storia che tutti almeno una volta abbiamo voluto vivere, un sogno che faceva sognare e gioire anche chi dal bordo del campo stava semplicemente a guardare. I calciatori del Ghana scesi in campo ieri sera sono africani solo per la geografia, ma per il resto purtroppo paiono uguali ai loro colleghi europei: calciatori disanimati, senza epicità e romanticismo, protagonisti di un gioco che anch’esso purtroppo sembra smarrire sempre di più ogni immaginario e sentimento. 
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08/06/2006, ore 13:15

Scatta domani a Milano la seconda edizione del “MI AMI // Musica Indipendente A Milano”, organizzato da Rockit. Due giorni di musica rigorosamente indie e rigorosamente italiana all’Arci Magnolia in zona Idroscalo. Veniteci, il cast non è male e potrete sentire dal vivo anche alcuni dei nomi di cui ogni tanto si parla qui, ma non solo: Numero 6, Amari, Moltheni, Bugo (ho mai parlato di Moltheni e Bugo qui? Non credo), Alessandro Grazian, Diaframma e soprattutto Ardecore, Ronin e Cesare Basile, le tre proposte più sapide di tutti e due i giorni. Di contorno: banchetti dove comprare dischi, spillette (la spilletta abbonda sulla giacca dell’indie-kid)  e stringere amicizia con i personaggi più simpatici dell’indie italiano (e un po’ di gente che ti vuole propinare anche l’ultimo dei suoi dischi quando scopre che tu… “sei del giro”). In più, novità di quest’anno, il “MI FAI”, ovvero una mini-festival del fumetto diretto da Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Ci si “vede” là.
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07/06/2006, ore 16:29

Abbiamo bisogno di una versione femminile di Tom Waits? Una con quella stessa voce roca, benedetta dal fumo, dall’alcol e dalla rogna più nera e con la stessa torbida attitudine al blues più scaracchioso e swordfishtromboneggiante ma capace anche di addentrarsi in sontuose jazz-ballad da crepacuore? Si direbbe di no, fino a quando non si incontra una come Sandy Dillon. Che nel suo “Pull The Strings”, c’è poco da girarci intorno, se le suona e se le canta pari pari all’alcolico menestrello californiano. Ma se le suona e se le canta bene. Per una volta bando alle snobistiche ricerche di originalità e/o personalità – vi basti la title-track iniziale per farvi subito confondere: ma è lei o lui? – e spazio alle canzoni, che qui di buone, se non ottime, ce n’è.
Ballate cantante a tocchi di rhodes con piglio fumosamente maledetto (“Play with ruth”, "Wedding Night") o aria lunar-fantasmatica (“Blindcore”), blues caracollanti invecchiati bene e tracannati tutti d’un fiato (“Play with ruth”, “Over my head”), rispettabili riletture di traditional (“Motherless children”). Tutti sapientemente frapposti in un gioco di atmosfere alternate vuoto/pieno sbronza/rimpianto: un disco gradevole e divertente, di cui alla fine non direste che l’autrice ha pure questa faccia qua. Viva il cuore, anche se Qualcuno gli ha rubato l’anima.
sciarade
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06/06/2006, ore 13:25

C’è una sola forma di resistenza alle nostre vite sempre più incerte, in bilico dentro una realtà tanto asettica quanto giunglesca come lo è il call-center in cui lavora Martino Bux, protagonista di “Vita precaria e amore eterno” (Mondatori Strade Blu, 217 pagine, 15 €) di Mario Desiati. E’ l’amore. Eterno, totalizzante, panico, vissuto all’interno di un’incessante catena di riferimenti e ricordi quando lei, Toni, è lontana e non si sa quando tornerà.
Si potrebbe chiudere qui, sviscerando solo un poco un titolo che tutto spiega, il resoconto di questo secondo libro di Desiati, storia quantomai contemporanea di un quasi trentenne emigrato con la famiglia da una Sicilia da fame e infame che arriva nella Capitale e si ritrova a lavorare in un call-center. Ma Martino Bux non è solo un personaggio e la storia che Desiati racconta non è solo una denuncia: “Vita precaria e amore eterno” è la parabola quasi perfetta di una realtà crudele e contraddittoria, che alimenta le persone di di-speranze e frustrazioni e le induce inevitabilmente ad odiare. «C’è in Italia questa psicosi che qualche arabo se ne vada in giro con una bella chilata di tritolo su per il culo e si faccia sbudellare in nome di Allah, Osama Bin Laden e compagnia turbante. Nessuno sospetta che lo stesso desiderio di questi arabi scoppianti sia molto vicino all’odio di Poldo e del sottoscritto. Tutti stanno attenti con gli occhi ben spalancati quando uno di questi tipi con la barba lunga mette piede dentro la metro. Ma nessuno sa che Poldo e io, senza soldi e inseguiti dai creditori, le bollette non pagate, i supermercati svaligiati, ci immoleremo contro i nostri nemici».
Martino, ragazzo qualunquista e un poco razzista, è il paradigma del moderno uomo qualunque, di colui che pronto per spiccare il volo verso il proprio sogno si accorge invece di trovarsi incatenato a terra. E allora urla, strepita, aggredisce, si aggrappa all’unica stella che gli rimane, un amore che alla fine si svelerà per ciò che inevitabilmente è: una patologia, un amore d’odio macerante e inarrestabile. La scrittura lineare e slanciata di Desiati – che risente in positivo delle passate esperienze poetiche, regalando alcune pagine memorabili per pathos (i ricordi di Toni) e commozione (la visita ai genitori) – dà al libro la forza di uno sfogo che è sfogo generazione. Una generazione che qui narra il suo disperato “ecco come stiamo”. Ma senza verità, senza certezze, senza un qualcosa di eterno che non sia un appassionato e folle sentimento.
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01/06/2006, ore 10:59

Una classe giornalistica sana, che volesse mantenersi tale, che volesse essere autonoma e soprattutto dare un’immagine di autonomia rispetto a qualsiasi Potere – essendo di esso non servile velina ma fiera sentinella – uno come Aldo Biscardi (che sano e autonomo ha dimostrato di non essere) lo caccerebbe dalla propria comunità alla svelta, e senza tante premure. Invece l’Aldo nazionale e il suo "Processo", degno del processo per i lecca-lecca che inflissero a Pinocchio, ce lo ritroveremo anche l’anno prossimo, non più a La 7 (dove l’hanno davvero cacciato e sostituito con un granduomo qual è Darwin Pastorin) ma a Italia 7 Gold. E di più: ce lo ritroveremo anche prima, perché lo stesso Biscardi delle telefonate a Moggi, del questo-lo-copriamo questo-lo-cazziamo di poche settimane indietro farà anche da opinionista alle puntate sui mondiali di “Diretta Stadio”, il programma calcistico della rete. Ai mondiali, poi, ci manderemo: un allenatore che se le indagini diranno non coinvolto fino al collo quantomeno d’immagine attualmente non proprio pulita, un calciatore-scommettitore e un capitano che «comunque è sempre andata così, lo sanno tutti, che ci volete fare?». Tutta gente a posto.
Intanto si continua ad indagare e presto arriveranno gli esiti delle indagini: ma non sentite anche voi nell’aria un leggero odore di restaurazione che aspetta solo una vittoria ai mondiali per diventare gas esilarante e fare pari e patta?

sciarade
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