A me Aldo Nove piace. O almeno, quel poco che ho letto di lui – “Superwoobinda” e il racconto nell’antologia dei Cannibali – mi è piaciuto molto. Lui è uno che ha saputo cavare l’anima, quella più deviata e inquietante, alla provincia produttiva italiana e ai suoi personaggi. Non avevo però mai letto fino a stasera nessun suo verso, così mi son messo a cercare nella rete qua e là e ho trovato su questo sito, i seguenti versi. Buona lettura.
Io se fossi un pannolino avrei bisogno della merda di un
Bambino per esistere
Perché la merce invenduta piange
E non capirei perché un bambino nella sua vita caga
Migliaia di pannolini ma non me
Che sono un pannolino normale come gli altri
Con il mio codice a barre normale
Sulla scatola.
E se fossi uno di quei cosi con la neve e con padre Pio
Penserei di essere meglio di un soprammobile di Giò
Pomodoro perché
Tutte le merci sono uguali di fronte a Dio
E starei male a essere messo in vendita
Alla stazione Centrale di Milano
In un angolino della vetrina del tabaccaio
Tra un cazzo finto e un portasigarette di plastica con lo
Stemma del Milan
Languendo
Per giornate deriso
Perché la merce invenduta piange.
Io conosco il dolore delle pile dei sacchi della spazzatura
Nascosti dietro le scope
Nel reparto casalinghi
Del supermercato, sacchi della spazzatura
Verdi un tempo imposti per la raccolta differenziata dal
Comune e adesso
Negletti e impolverati, decaduti
Plastica più sola di un'anima a marcire
(...)
Io conosco il dolore della "gelatina per dolci
Già detta colla di pesce" sommersa
Sa bustine di lieviti Bertolini e sacchetti di zucchero in Scaglie per le guarnizioni
Lo conosco e se io fossi lei mi chiederei perché
Sono "gelatina per dolci già detta colla di pesce"
E non, ad esempio, una fulgida appetitosa scatola
Di mezzo chilo di mezze penne Barilla,
di quelle che si vendono a migliaia
nei supermercati di tutto il mondo.
Io penserei questo tutto il giorno e continuerei a piangere
Perché la merce invenduta piange
E il suo dolore è tanto simile al nostro
Biologico stare sul mercato fino a che c'è domanda
Fino a che l'articolo che siamo non deperisce
Come un diplomato di 52 anni alla ricerca del primo lavoro
Come un corridore automobilistico amputato
Come una ragazza in Giappone
Che a 25 anni nessuno l'ha sposata
Sugli scaffali della vita raggelata miscela
Leone scaduta nel reparto
Caffè o sugo di cinghiale con l'etichettta scollata
Scatole di sale dietetico schiacciata
La citazione morettiana «D’Alema, dì qualcosa di sinistra!» è invecchiata terribilmente. Mettetevi davanti ad uno specchio e, dopo queste prime settimane di legislatura del centro-sinistra, provate ad urlarla. Vi verrà da ridere: nessuno che possa dirsi minimamente intelligente riesce ad immaginare D’Alema intento anche solo a farfugliare qualcosa di sinistra. Al Massimo ormai ci credono solo gli sciocchi, i dalemiani e quelli di Forza Italia. Appunto nessuno che possa dirmi minimamente intelligente.
E allora che nome mettiamo al posto del baffetto «Mediaset è un bene degli italiani» a cui chiedere, tra lo speranzoso e il disilluso, un gesto che sia veramente e disperatamente di sinistra? Dai, fuori i nomi popolo della sinistra, sto tentando di aiutarvi. La Pollastrini? Nomi seri, mica le ministre senza portafoglio. Non ne trovate? Ok, proviamo allora con delle questioni in cui qualcuno ha fatto qualcosa di sinistra. Anche qui mica l’epidurale per tutte: questioni serie, problemi veri.
Le intercettazioni. No, qui nulla che si possa definire di sinistra. Ci sta l’ossimorico Mastella che si frega le mani pronto a metter la mordacchia a magistrati e giornalisti, e si capisce anche il perché visto che è presidente di un partito che farebbero prima ad imputare in toto. Peraltro: come si fa ad evitare che le conversazioni finiscano sui giornali senza ritegno? Aumentiamo le pene pecuniarie, ad esempio. E soprattutto: violate un po’ meno le leggi (voi che le fate), toglietevi tutti i privilegi parlamentari davanti alla Giustizia e rinsaldate leggi (tipo il falso in bilancio) che per come sono messe oggi lanciano un solo messaggio: l’Italia è una repubblica fondata sull’imbroglio. Tranquillo, te la caverai.
La guerra in Iraq. Ce ne andiamo ma «senza irritare l’amico americano», quando invece dovremmo andarcene sbattendo la porta, anche solo per lo schifo di Guantanamo, Abu Ghraib e Haditha e per un omicidio che la nostra magistratura ha definito lesivo per la politica di questo Paese – e se non bastasse, intanto rimpolpiamo in Afghanistan, abbiamo poca gente in giro. Niente neanche qui.
I CPT. Eh sì, ci sono ancora i CPT in Italia, non erano stati affidati in usufrutto a Berlusconi intanto che se ne stava al governo. Qualcuno se li ricorda ancora o dopo i due minuti di scalpore dell’inchiesta di Gatti se li sono dimenticati tutti? Il ministro Ferrero ci ha fatto una visitina qualche settimana fa, ma non s’è sentita l’unica cosa che un Paese civile dovrebbe dire: chiuderli. E alla svelta.
La tv. Va bene, ora rimaniamo sulla tv e non ci spostiamo di un centimetro. Qui, vista la recente esperienza passata qualcosa di sinistra avrebbero dovuto fare. Vediamo: di legge sul conflitto di interessi non si parla più, di legge sull’antitrust televisivo neanche, di delottizzazione della Rai ancor meno (e Biagi? E Luttazzi? E Fini? E Guzzanti? No, Santoro non lo cito, già è andato da Celentano, che vuole di più? Gli ha dato pure il microfono…). Però ieri hanno eletto l’ennesimo presidente con l’ennesima bega per le poltrone – si chiama Cappon, ma speriamo non sia un piccione – e ne hanno segato un altro – che si chiamava Perricone – perché non andava a genio a Berlusconi. Motivo? Quando era a capo della Sipra (l’agenzia pubblicitaria della tv di Stato) aveva rotto le palle al dominio di Mediaset.
A proposito di pubblicità: l’altro ieri è passato qua in Italia Murdoch, ha cenato con un po’ di politici e ha fatto due richieste. La prima: che nella prossima finanziaria non vengano finanziati più i decoder per il digitale terrestre del fratello dell’ex Presidente del Consiglio. La seconda: che possa avere anche lui un po’ di pubblicità. Avete capito bene: Rupert Murdoch, il superpresidente di Sky, quasi quattro milioni di abbonati in Italia, duecentotre milioni di dollari di fatturato, non riesce ad accedere alle risorse pubblicitarie italiane in modo significativo. Perché la pubblicità con la Gasparri se l’è presa quasi tutta una sola persona, indovinate chi. In Italia per quanto riguarda la tv non c’è mercato e non c’è concorrenza. E’ tutto congelato, fermo, imbalsamato sotto l’insegna di un duopolistico tengo famiglia. Si potrebbe ripartire da qui, da una efficace riforma delle tv e da un ministro (Gentiloni) che da deputato nella scorsa legislatura fece buone cose e che qualcosa sta già facendo, per cominciare a fare qualcosa di sinistra o almeno qualcosa di dignitoso. Ma la speranza, soprattutto per il resto, è flebile. Abbiamo votato un condominio, c’è poco da fare.
Che c’entrano Beirut, i Gulag e le orchestre? Se si è abituati a chiedersi il perché delle parole non sarà strano porsi questa domanda leggendo il titolo e la ragione sociale di questo disco d’esordio di Zach Condon, diciannovenne di Albuquerque. “Gulag Orkestar” assembla melanconie balcaniche e spruzzi cinematici alla Yann Tiersen (“Mount Wroclai”) ad un afflato nostalgico-decadentista stile Rufus Waintwright – ma anche stile Morrissey a dirla tutta. Pop da fanfara, valzer sognanti e lamentosi (capito ora il titolo?), elegie per cuori sensibili: insomma canzoni adatte ad animi romantici, alcune (tipo “Postcards from Italy”) davvero stupende. Ma ce n’è per tutti coloro che ne hanno abbastanza dei pasticci transnazionali di Bregovic o degli ultraretorici unza-unza del suo ex-amico/rivale Kusturica. Da tempo non si sentiva qualcosa di così avvincente alla voce folk balcanico. Da un americano poi… Chissà se alla fine ce lo ritroveremo tra i dieci dischi dell’anno.
Faccio un piccolo e veloce strappo alla regola della non-comunicazione della mia vita privata su questo blog per dirvi una cosa che è sì privata ma ha il suo lato politico. Oggi, per la prima volta in vita mia, sono stato licenziato. Non vi dirò da chi e come mai – perché altrimenti lo strappo diventerebbe troppo grosso – ma vi dirò, anche attraverso L’amaca odierna di Michele Serra sull’addio di Filippo Callipo, di cosa ho avuto la conferma dopo questo mio primo licenziamento: siamo un Paese di irresponsabili, di persone senza dignità, onore e coraggio, solamente pronti a infilarlo nel di dietro a chiunque ci capiti appresso, sempre. Non solo quelli che comandano ai call-center, non solo quelli di destra, non solo quelli di Chiesa, non solo quelli di sinistra. No: tutti, o poco poco meno che tutti. Siamo davvero una repubblica fondata sull’Imbroglio.
«Se fossimo un Paese normale, la notizia che il presidente degli industriali calabresi intende fuggire dalla sua terra perché la giudica in mano alla mafia sarebbe su tutte le prime pagine, e aprirebbe i telegiornali. Un paese normale riterrebbe insopportabile che un quarto del suo territorio nazionale sia co-governato dalla malavita, con tanto di riscossione dei tributi ed economia parallela. Un Paese normale avrebbe già proclamato eroi nazionali e martiri della libertà gli imprenditori ammazzati per essersi rifiutati di pagare il pizzo, e i loro nomi ci sarebbero familiari come quelli dei calciatori e dei cantanti.
Ma non siamo un Paese normale. Diamo per assodato, per scontato, per ovvio il dominio indisturbato dei clan mafiosi, il parassitismo ripugnante di migliaia di persone che vivono a scrocco taglieggiando gli onesti che lavorano, la schifosa cultura familista e omertosa che impesta il nostro povero Meridione e lo rende servo dei padrini criminali, e vassallo dei politici collusi. Bisognerebbe proprio che su qualche municipio sventolasse la bandiera mafiosa perché gli italiani si accorgessero che il Sud la sua secessione l’ha già fatta».
PS: i due massimi quotidiani italiani hanno avviato la campagna di convincimento globale sulla necessità di rimanere ancora in Afghanistan (a fare danni), di cui questo quasi inguardabile centro-sinistra al governo (perchè così brutto? ne parlerò) sembra essere il primo baluardo. Quanto sia globale la campagna, vista la pochezza dell’utenza italiana nei confronti della carta stampata, non è prevedibile. Ma resta il fatto che ci sono fortunatamente anche altri punti di vista sulla questione.
Abbiamo bisogno di una versione femminile di Tom Waits? Una con quella stessa voce roca, benedetta dal fumo, dall’alcol e dalla rogna più nera e con la stessa torbida attitudine al blues più scaracchioso e swordfishtromboneggiante ma capace anche di addentrarsi in sontuose jazz-ballad da crepacuore? Si direbbe di no, fino a quando non si incontra una come Sandy Dillon. Che nel suo “Pull The Strings”, c’è poco da girarci intorno, se le suona e se le canta pari pari all’alcolico menestrello californiano. Ma se le suona e se le canta bene. Per una volta bando alle snobistiche ricerche di originalità e/o personalità – vi basti la title-track iniziale per farvi subito confondere: ma è lei o lui? – e spazio alle canzoni, che qui di buone, se non ottime, ce n’è.
C’è una sola forma di resistenza alle nostre vite sempre più incerte, in bilico dentro una realtà tanto asettica quanto giunglesca come lo è il call-center in cui lavora Martino Bux, protagonista di “Vita precaria e amore eterno” (Mondatori Strade Blu, 217 pagine, 15 €) di Mario Desiati. E’ l’amore. Eterno, totalizzante, panico, vissuto all’interno di un’incessante catena di riferimenti e ricordi quando lei, Toni, è lontana e non si sa quando tornerà.
Una classe giornalistica sana, che volesse mantenersi tale, che volesse essere autonoma e soprattutto dare un’immagine di autonomia rispetto a qualsiasi Potere – essendo di esso non servile velina ma fiera sentinella – uno come Aldo Biscardi (che sano e autonomo ha dimostrato di non essere) lo caccerebbe dalla propria comunità alla svelta, e senza tante premure. Invece l’Aldo nazionale e il suo "Processo", degno del processo per i lecca-lecca che inflissero a Pinocchio, ce lo ritroveremo anche l’anno prossimo, non più a La 7 (dove l’hanno davvero cacciato e sostituito con un granduomo qual è Darwin Pastorin) ma a Italia 7 Gold. E di più: ce lo ritroveremo anche prima, perché lo stesso Biscardi delle telefonate a Moggi, del questo-lo-copriamo questo-lo-cazziamo di poche settimane indietro farà anche da opinionista alle puntate sui mondiali di “Diretta Stadio”, il programma calcistico della rete. Ai mondiali, poi, ci manderemo: un allenatore che se le indagini diranno non coinvolto fino al collo quantomeno d’immagine attualmente non proprio pulita, un calciatore-scommettitore e un capitano che «comunque è sempre andata così, lo sanno tutti, che ci volete fare?». Tutta gente a posto.
Intanto si continua ad indagare e presto arriveranno gli esiti delle indagini: ma non sentite anche voi nell’aria un leggero odore di restaurazione che aspetta solo una vittoria ai mondiali per diventare gas esilarante e fare pari e patta?