Il fatto che un personaggio come Giulio Andreotti goda tutt’oggi – in quella che si autodefinisce “seconda repubblica” – della stima totale della nostra classe politica con pochissime eccezioni e di quella della maggior parte dei giornali che sorvolano meglio di un deltaplano sui suoi non proprio immacolati trascorsi, ci dice ancora una volta che uno dei problemi più grossi del nostro Paese è l’impossibilità e l’incapacità di avere Memoria. Addirittura, nel caso del senatore a vita, neanche la cronaca recente – che è semplicemente il racconto dei fatti così come sono stati (non più di tre anni fa, vedi qui) – riesce ad agire da deterrente contro l’apologia di uno dei personaggi più controversi e negativi degli ultimi sessantanni di democrazia: Andreotti è un uomo senza macchie, il suo passato viene ricordato fin quando e fin dove conviene, la sua aurea è inscalfibile, marmorea, e tutta concentrata nell’immediato presente come se Andreotti non fosse mai esistito o come se fosse esistito – così: senza passato ed esente da critica – eternamente. Alla sua morte Giulio Andreotti andrà insieme a Ustica, Vajont, Pasolini, Portella della Ginestra, piazza Fontana, Cermis eccetera eccetera in quel nefastissimo elenco di accadimenti che l’Italia non ha risolto secondo Giustizia e di cui non ha Memoria. Per lui solo cronaca, e neanche della più veritiera, solo speciali televisivi da cui nessuno ormai potrà prendere più l’iniziativa per puntare il dito. E nessun vero giudizio definitivo, nessuna condanna, nessuna vitale presa di coscienza.
Scesi dall'auto a toccare il mondo
come venuti dalle stelle
ci guardavamo attorno, senza fretta.
Colletti alzati delle giacche,
nella testa solo un richiamo,
rumore sordo di mare, un uragano.
Mi sorprendono gli occhi di tua madre,
mi trapassano, se ne vanno,
proprio mentre il ponte saltava in mille scintille...
Oggi sono vecchio e stanco,
è aprile e vento, ho più paura,
così sono venuto a chiederti, fammi questo piacere,
ti prego, questo piacere
Canta la mia canzone preferita,
ti prego, cantala,
cantala in questa mattina
appena appena impazzita,
cantala dove la mia mano potrà vedere,
cantala dove anche il mare si può riposare
Vedi, non potevo davvero,
non potevo di certo
guardare le altre luci brillare
senza provare a toccarle,
canta la mia canzone preferita,
ti prego, canta,
cantala in questa mattina
appena appena impazzita.
(Lalli, da Tempo di vento, 1998)
Non ce l’ho con Fausto Bertinotti per il sigaro, il portaocchiali, i golfini di cashmere, le frequentazioni con Cecchi Gori o la mondanità pacchiana del Billionaire. No, non ce l’ho con lui per questi motivi. Ce l’ho con Bertinotti per tutti quei motivi per cui ce l’ho con tutti coloro che si definiscono alternativi – e per questo motivo hanno successo, politico e non – ma alternativi a qualcosa non lo sono davvero.
Mi dicono varie fonti che un live dei Mogwai può essere, a livello di massa sonora, un’esperienza molto forte. Staremo a vedere: domani sera sarà a Milano per sentirli. Vorrei continuare il discorso intrapreso alcuni giorni fa sull'egemonia sociologica che Berlusconi ancora oggi, dopo la sconfitta matematica alle elezioni, conserva. Lo faccio postandovi questa riflessione di Giuseppe Genna, scritta prima del voto ma interessante anche ad urne chiuse e spogliate nel suo tentativo piuttosto riuscito, seppur breve, di analisi e (utopica?) soluzione del problema sociologico Italia, ma non solo. Il pezzo è tratto da Carmilla, ma ne ho preso lettura grazie a quei pazzi curiosi del Forum del Mucchio Selvaggio di cui faccio parte. Vi invito a leggerla, ci sono spunti, informazioni e definizioni piuttosto centrati. Con questo articolo discanto va in vacanza per qualche giorno. Se può interessare, buona pasqua.
Uniti
di Giuseppe Genna
Non so se questa dichiarazione di voto rappresenti la totalità della vasta comunità che fa Carmilla. Ancora meno sono certo che una dichiarazione di voto qui esplicitata possa mutare di qualche preferenza l'andamento delle elezioni legislative di domenica e lunedì. Ma qui sta il punto, la democrazia è esattamente questo perno centrale e minuscolo, attorno a cui ruota l'intera piattaforma sociale. Perno la cui materia è metallica: è purissima responsabilità. Con i metalli si fabbricano astronavi o coltelli. Perfino coi coltelli si taglia il pane o si uccide. E' un momento individuale e collettivo allo stesso tempo, delicatissimo - e di tale delicatezza, da scrittore e intellettuale, vorrei parlare.
Cominciando con la dichiarazione che voterò Unione e invito chiunque a farlo.
Lo spettacolo indegno a cui abbiamo assistito in questa campagna elettorale, che copriva tutto lo spettro dello schifo mediatico e morale di cui l'Italia è da almeno vent'anni la landa desolata, dal pedissequo alla rozzezza, dalla mistificazione all'ipnosi, dal linguaggio stercorario a quello vagamente patafisico, è non tanto il segno dei tempi: è il segnale dei tempi. Questa fanghiglia che è smottata catodicamente nelle abitazioni degli italiani tutti, volenti o nolenti, a cui era intermittente nel migliore dei casi un vuoto pneumatico assordante, segnala che la comunità di cui faccio parte, il popolo italiano, sta vivendo uno dei periodi più allucinanti (nel senso letterale del termine) della sua storia democratica. La comoda inversione di polarità tra vero e falso, propalata con una facilità sconcertante, il messianesimo isterico del candidato di governo, la claque pronta a rendere ultreme le affermazioni già estremistiche del loro boss, le gaffes, le contraddizioni più imbarazzanti, i miraggi allusi con faciloneria davanti ai telespettatori (poiché questo sono diventati essenzialmente gli elettori), le palinodie esplicitati su tempi brevissimi in materia di tasse scuola donne industria formazione lavoro, la confusione preterintenzionale imposta ad alte ottave: tutto ciò, tutto questo evidente rumore di un fondo divenuto primo piano, non ha schiodato minimamente gli italiani dalla loro rudimentale concezione delle elezioni, che è calcistica, derbistica, il che a tutt'oggi garantisce un'alta affluenza alle urne, nonostante il modello propagandistico e direi tutto il contesto testimonii di un'avanzata americanizzazione della campagna.
Dico in realtà una bugia: gli italiani, secondo i sondaggi, sembrano essersi minimamente schiodati, ma non è certo una consolazione. La vittoria della sottocultura, con cui un uomo si è messo solo al comando - battaglia strategicamente condotta nell'arco di un quarto di secolo - è assicurata da quella che, almeno ai miei occhi, rimane una realtà sconcertante, degna di una fuga alla Papillon da questa appendice dell'Impero: quasi la metà dei miei connazionali è ancora mesmerizzata da un fenomeno che, via via, per inserti di modifiche genetiche al cuoio capelluto, all'epidermide e chissà dove altro, è ciò che risulta più prossimo al post-human di cui si teorizzò anni fa e che nei fumetti osserviamo con godimento erompere ormai continuativamente.
Recentemente sono andato a vedere Il Caimano di Moretti. Vi risparmio un giudizio analitico sulla pellicola, che mi ha fatto schifo. Non posso però tacere il moto nevrotico che mi ha scosso quando è apparsa l'ormai celeberrima scena di Berlusconi al Parlamento europeo mentre dà del kapò al socialdemocratico tedesco Schultz: in Italia, ci hanno fatto ammirare quei due minuti sufficienti a constatare l'incarnato essangue dell'uomo prossimo al Presidente del Consiglio, un Gianfranco Fini trasfigurato dall'imbarazzo; Il Caimano invece include la quasi totalità del dibattito in aula europea, fitto di interventi indignatissimi, con Berlusconi che dà dei "turisti della democrazia" a insigni personalità straniere. Essangue come Fini, ho subìto una stretta allo stomaco, la tentazione era quella di abbandonare il cinema. La sottocultura con cui quest'uomo si è imposto al Paese colpisce financo fisicamente e, come è chiaro da quella lunghissima sequenza documentaria, aspira a risultare un prodotto d'esportazione, il made in Italy pronto per essere consumato da folle sarkosizzate, blairizzate, fortunatamente non più aznarizzate. E' l'avanguardia dell'ignoranza qualunquista, è il trionfo di quello che Wu Ming 1 ha una volta genialmente definito "microfascismo antropologico italiano". E' la sussunzione della razza in epoca OGM, essa stessa una razza OGM, uno sterminato hinterland che non considera più la cultura, la ragione e l'emozione come mezzi di partecipazione alla comprensione del politico e alla comunità in genere. Fare lo scrittore di questi tempi impone una fatica supplementare: c'è poco meno della metà del Paese che ti considera un fancazzista votato al passato, che è fatto di cose inutili e viete.
Si parte sconfitti, dunque: anche se si vince. C'è da ricolonizzare l'animo delle persone, c'è da operare per fare sentire a ogni italiano che egli ha una propria individualità in relazione a una comunità. C'è da lavorare psichicamente, sì, ma su un concetto che è estremamente materico ed è l'alienazione: quella classica, a cui Marx cerca di fornire una terapia che non sia psicofarmacologica. Questo Paese ha recentemente superato la Germania nel consumo percentuale di psicofarmaci: simili primati vòlti al negativo fioccano da anni e costituiscono l'esito più naturale (cioè, per definizione, l'innaturale stesso) di una concezione della vita subumana, che riduce il grano da simbolo a unico concreto rappresentante del desiderio, che stilizza l'esistenza con trend imposti secondo metodologie che, dal fascismo, mutuano tutto tranne che la grossolanità dell'imposizione stessa, la quale è mielosamente persuasiva e sottile prima di diventare semplicemente volgare, ed è incrementale in quanto le difese emotive e cognitive del popolo sottoposto a queste pratiche vanno scadendo in un disagio che occupa le menti e i cuori, e abbisogna di pillole per non sentirsi.
Siamo a una svolta? Questo è un augurio più che una dichiarazione di voto. Non so se, vinte eventualmente le elezioni dal cosiddetto Centrosinistra (questo gergo da anni Cinquanta che si perpetua perpetrandosi: un altro sintomo dell'anomalia in cui siamo immersi), esso sia in grado di fornire una risposta al disagio generalizzato, avvertito da metà popolazione e non percepito dall'altra metà.
Poiché l'unica cura è l'immaginario, cioè un profondo lavoro di ricostruzione del modo in cui ci rappresentiamo la realtà, serviranno lavoratori dell'immaginario. Servirà, una volta ancora, come sempre è stato, la dura fatica dei proletari dell'immaginario, nelle cui schiere mi allineo, per un lavoro che, più che alacre, per realismo dico essere disperato. Valga il fatto che nessuno dei proletari e artigiani dell'immaginario, che hanno tenuto botta in questi anni di vessazioni fantastiche e realissime, i quali anni hanno fruttato financo processi penali per opinioni liberamente espresse, sembra volere venir meno a un'opera che, vista da fuori, potrebbe sembrare ossessiva, e che invece all'interno dei confini italiani è soltanto testarda e tesa al bene comune.
Tra i dischi più attesi dell’anno in corso, almeno in ambito indie – oh come sarebbe migliore il mondo (musicale) se ogni volta non fossimo costretti a specificare categorie e sottoinsiemi come degli entomologi – il primo lavoro sulla lunga distanza dei Non Voglio Che Clara è quello che tutti si aspettavano: un bellissimo disco di canzoni. Fanno questo i quattro ragazzi veneti che due anni fa arricchirono l’Aiuola dell’indie-pop italico con quel piccolo gioiello che va sotto il nome di “Hotel Tivoli”: scrivono belle canzoni, ricche di versi da portarsi dietro per lungo tempo, rivestite di eleganze in bianco e nero come quelle canzoni Italiane (con la i maiuscola, più maiuscola che potete) che oggi Mina e la Vanoni non cantano più, che Endrigo, Bindi e Tenco più non possono scrivere (ma anche gli Smith in parte), che le orchestre sanremesi hanno del tutto disimparato a forza di bagattelle pop(ulistiche). Due concerti nel finesettimana per il sottoscritto.
Venerdì sera ero allo Zero Music Club per la mia prima esperienza con gli Ufomammut. Dico esperienza perché l’hard-stoner rock del trio ha tutte le carte in regola per essere definito tale, caratterizzato com’è da una presenza fisica del suono che insieme alle proiezioni video disegnate dal collettivo Malleus rendono il live una sequela di landscapes tellurici ed affascinanti. Più che al cuore e al cervello, gli Ufomammut mirano al torace e fanno centro: i primi minuti di show lasciano letteralmente senza fiato – le vibrazioni così potenziate, anche a causa delle esigue dimensioni del locale, danno un’improvvisa quanto straniante sensazione di soffocamento – e tutto il concerto scorre addosso segnando le orecchie e il cuore. La musica è materia e, se si vuole, anche di quella piuttosto densa. Ufomammut docet.
Sabato sera invece – per la serie «oh, come sono eclettico!» – via alle nenie dolci-amare di Pacifico, che all’Auditorium di Bergamo per “In Ascolto” porta le canzoni del suo ultimo buonissimo disco “Dolci frutti tropicali” (mia recensione qui). L’avevo già visto a febbraio il buon Gino e mi aveva lasciato un tantino perplesso (inducendomi a parlarne piuttosto male qui). Non mi ero sbagliato: le canzoni ci sono – e non sono poche, dopo soli tre dischi, quelle davvero belle – ma la voce manca quasi totalmente. Lui fa di tutto (gag divertentissime, bolle di sapone, umiltà a dosi industriali) per coprire la cosa ma alla lunga paga pegno. Peccato, da uno così – a sentirlo su disco – ti aspetteresti per il futuro chissà cosa. La serata è stata comunque divertente, soprattutto perché mi è venuta la passione delle foto e mi sono sbizzarrito (sono caritatevole, ve ne metto poche qui sotto).

"vedo la grande alleanza tra la mano sinistra e la destra
il potere è la rosa ma l'uomo è la ginestra"
Da che canzone è tratta?
Era uscito in autunno la prima parte del progetto “Neve Ridens” di Marco Parente, quella con la parola Ridens cancellata. Era un disco assai bello e sincero, ma la seconda parte, questa volta con la parola Neve cancellata, lo è ancora di più. Difficilissimo, anzi direi impossibile, che questo secondo lavoro, insieme a quello di Basile uscito a gennaio, non siano tra i miei dieci dischi italiani del 2006, e lo spero lo sia anche nei vostri. Ecco la mia recensione e, dal sito del collettivo Il Posto delle Fragole, il video del singolo primo singolo tratto dall’album.
Confesso che, provenendo io da una gioventù “tristemente” cantautorale, non avevo mai sentito prima di queste ultime settimane un album dei Flaming Lips. Ma questa mattina, al secondo ascolto, “At War With The Mystics” mi ha sedotto: via il pop, viva il pop cinematico, viva le guerre con i mistici! Da novello adepto quale sono, sarebbe stato un po’ disonesto recensirvelo qui, lascio la parola ad un collega entusiasta e ad un altro un po’ meno.
Invece voglio parlarvi io de Il rumore del fiore di carta, che con il post-rock cinematico e dai toni blues-umbratili di “Origami 62” tenta di percorrere una via (promettente) oltre i Massimo Volume, ma non solo (recensione qui).
Signori e signore, cosavoletedafratelformicolo?
Anche dopo il nuovo disco “Èlia” – che è uscito pochi giorni fa per il Manifesto dischi al solito prezzo onestissimo di dieci euro a tre anni dal precedente “All’improvviso, nella mia stanza” – continuo a pensare che il miglior lavoro composto fino ad oggi da Lalli (con o senza Pietro Salizzoni) sia “Tempo di vento”. Più lugubre, metropolitano e piovasco dei suoi posteriori, animato da uno spleen caveianamente rock che animava, scurendoli stupendamente, brani come “Mostar” e “Brigata Partigiana Alphaville” (forse il più bel pezzo italiano sulla Resistenza, insieme a “Guardali negli occhi” dei CSI), oppure come “Aria di Buenos Aires” e la traduzione in italiano di "Famous blue raincoat" di Cohen (una presenza in un certo senso ovvia, anche solo per la vocalità di Lalli), “Tempo di vento” era il disco che (ri)animava – per orizzonti sonori a approccio nella scrittura testuale – un panorama, quello della canzone d’autore al femminile, fino ad ora piuttosto deludente e povero di proposte davvero interessanti.