30/04/2006, ore 23:30

Il fatto che un personaggio come Giulio Andreotti goda tutt’oggi – in quella che si autodefinisce “seconda repubblica” – della stima totale della nostra classe politica con pochissime eccezioni e di quella della maggior parte dei giornali che sorvolano meglio di un deltaplano sui suoi non proprio immacolati trascorsi, ci dice ancora una volta che uno dei problemi più grossi del nostro Paese è l’impossibilità e l’incapacità di avere Memoria. Addirittura, nel caso del senatore a vita, neanche la cronaca recente – che è semplicemente il racconto dei fatti così come sono stati (non più di tre anni fa, vedi qui) – riesce ad agire da deterrente contro l’apologia di uno dei personaggi più controversi e negativi degli ultimi sessantanni di democrazia: Andreotti è un uomo senza macchie, il suo passato viene ricordato fin quando e fin dove conviene, la sua aurea è inscalfibile, marmorea, e tutta concentrata nell’immediato presente come se Andreotti non fosse mai esistito o come se fosse esistito – così: senza passato ed esente da critica – eternamente. Alla sua morte Giulio Andreotti andrà insieme a Ustica, Vajont, Pasolini, Portella della Ginestra, piazza Fontana, Cermis eccetera eccetera in quel nefastissimo elenco di accadimenti che l’Italia non ha risolto secondo Giustizia e di cui non ha Memoria. Per lui solo cronaca, e neanche della più veritiera, solo speciali televisivi da cui nessuno ormai potrà prendere più l’iniziativa per puntare il dito. E nessun vero giudizio definitivo, nessuna condanna, nessuna vitale presa di coscienza.
sciarade
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26/04/2006, ore 10:54

Poche parole, seppur in ritardissimo, sull’esibizione milanese dei Mogwai di giovedì scorso: che dire?
Un concerto bello, ma non bellissimo, partito a diesel e decollato veramente da metà in poi; a volte fin troppo statico a volte splendidamente estatico, ma certamente con un grosso grosso difetto: la prevedibilità. Sono architetti bravi i Mogwai, espertissimi nei contrasti vuoto/pieno e nelle deflagrazioni chitarristiche (alcune davvero stupende) ma, come dire, o li si ama o li si odia, oppure – come il sottoscritto – li si apprezza con qualche piccolo sbadiglio qua e là, perché lo stile è quello e dopo un po’ diventa più divertente tentare di indovinare (spesso beccandoci) quando accelereranno o esploderanno piuttosto che cercare di farsi trasportare dai pezzi.
Insomma bravi ma niente di più. Dal duemilasei ci si attende ancora il meglio.
sciarade
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25/04/2006, ore 20:21

Scesi dall'auto a toccare il mondo
come venuti dalle stelle
ci guardavamo attorno, senza fretta.
 
Colletti alzati delle giacche,
nella testa solo un richiamo,
rumore sordo di mare, un uragano.

Mi sorprendono gli occhi di tua madre,
mi trapassano, se ne vanno,
proprio mentre il ponte saltava in mille scintille...

Oggi sono vecchio e stanco,
è aprile e vento, ho più paura,
così sono venuto a chiederti, fammi questo piacere,
ti prego, questo piacere

Canta la mia canzone preferita,
ti prego, cantala,
cantala in questa mattina
appena appena impazzita,
cantala dove la mia mano potrà vedere,
cantala dove anche il mare si può riposare

Vedi, non potevo davvero,
non potevo di certo
guardare le altre luci brillare
senza provare a toccarle,
canta la mia canzone preferita,
ti prego, canta,
cantala in questa mattina
appena appena impazzita.

(Lalli, da Tempo di vento, 1998)

sciarade
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22/04/2006, ore 11:06

Non ce l’ho con Fausto Bertinotti per il sigaro, il portaocchiali, i golfini di cashmere, le frequentazioni con Cecchi Gori o la mondanità pacchiana del Billionaire. No, non ce l’ho con lui per questi motivi. Ce l’ho con Bertinotti per tutti quei motivi per cui ce l’ho con tutti coloro che si definiscono alternativi – e per questo motivo hanno successo, politico e non – ma alternativi a qualcosa non lo sono davvero.
L’apporto dato fino ad oggi al nuovo governo Prodi da Bertinotti leader di Rifondazione Comunista – tra tutti i leader il più presente nel merdaio salottiero di Vespa: alla faccia dell’essere contro – consiste nella probabilissima elezione di Giuliano Pisapia a Ministro della Giustizia (uno che ha scritto libri con Pecorella e in sostanza è d’accordo con la riforma della giustizia di discendenza piduista a firma Castelli) e nell’ormai certa elezione di Bertinotti stesso a presidente della Camera dopo il via libera di D’Alema e dopo che Rifondazione aveva minacciato l’appoggio esterno nel caso in cui non gli fosse stato assegnato o lo scranno più alto di Montecitorio o il Ministero degli Esteri.
Capito? L’Italia va a remengo, tu cittadino da mille euro al mese ad andar bene stai andando a remengo, e Bertinotti per cosa lotta, per cosa minaccia, per cosa manda a casa D’Alema (che, ammettiamolo, in un Paese diviso come il nostro era per la Camera una figura un po’ più spendibile agli occhi di chi si sente braccato dalla minaccia comunista)? Non per combattere il precariato, non per la redistribuzione del reddito, non per le sovvenzioni ai ceti più poveri, e neanche per il ritiro delle truppe dall’Iraq, per i Pacs o per la liberalizzazione delle droghe. No, Bertinotti si mette da subito a far casino, a dimostrare – casomai ce ne fosse ancora bisogno – che la coalizione è stabile e duratura come un ecomostro pronto da detonare semplicemente per occupare una poltrona.
Se Bertinotti è il leader alternativo della sinistra (devo anche ricordarvi il novantotto o fate da soli?), preferisco l’immobilità dei prelati in carriera, dei direttori delle poste, dei faldoni dell’Inps. Almeno parlano tanto male quanto razzolano. E non dispensano sogni che si risolvono, alla fine, in una lotta per accaparrarsi il posto migliore dove appoggiare il culo.
sciarade
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19/04/2006, ore 20:55

Mi dicono varie fonti che un live dei Mogwai può essere, a livello di massa sonora, un’esperienza molto forte. Staremo a vedere: domani sera sarà a Milano per sentirli.
Il post-rock non mi fa impazzire, e neanche i Mogwai in realtà, però diciamo che la band scozzese nella mia collezione di dischi è il classico gruppo che ascolto (quasi) sempre con piacere, qualsiasi sia il mio umore e il mio stato fisico, lasciando da parte per un attimo la mia non eccessiva simpatia verso i musicisti anemici (e relativi fans) e la musica che ad ogni costo vuole evocare quella atmosfera. Sono banalizzante? Avete ragione, ma che ci volete fare: mi piacciono i cantautori, la polvere, il deserto e la disperazione. Mica la Scozia o l’Islanda. Comunque “Mr Beast”, l’ultimo dei Mogwai, è un buon disco, urticante come e forse più di un tempo e sicuramente capace di spezzare il cuore più del precedente “Happy Song For Happy People” - “Glasgow Mega Snake” è il pezzo del disco che più attendo domani, oltre ovviamente alle varie cavalcate oniriche di “Rock Action” e compagnia.
Questo post ho l’ho scritto malissimo: starò mica diventando pallido anche io? Va beh, come sempre, ci si “vede” là. E viva il serpentone di Glasgow. 
sciarade
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15/04/2006, ore 10:42

Vorrei continuare il discorso intrapreso alcuni giorni fa sull'egemonia sociologica che Berlusconi ancora oggi, dopo la sconfitta matematica alle elezioni, conserva. Lo faccio postandovi questa riflessione di Giuseppe Genna, scritta prima del voto ma interessante anche ad urne chiuse e spogliate nel suo tentativo piuttosto riuscito, seppur breve, di analisi e (utopica?) soluzione del problema sociologico Italia, ma non solo. Il pezzo è tratto da Carmilla, ma ne ho preso lettura grazie a quei pazzi curiosi del Forum del Mucchio Selvaggio di cui faccio parte. Vi invito a leggerla, ci sono spunti, informazioni e definizioni piuttosto centrati. Con questo articolo discanto va in vacanza per qualche giorno. Se può interessare, buona pasqua.

Uniti
di Giuseppe Genna

Non so se questa dichiarazione di voto rappresenti la totalità della vasta comunità che fa Carmilla. Ancora meno sono certo che una dichiarazione di voto qui esplicitata possa mutare di qualche preferenza l'andamento delle elezioni legislative di domenica e lunedì. Ma qui sta il punto, la democrazia è esattamente questo perno centrale e minuscolo, attorno a cui ruota l'intera piattaforma sociale. Perno la cui materia è metallica: è purissima responsabilità. Con i metalli si fabbricano astronavi o coltelli. Perfino coi coltelli si taglia il pane o si uccide. E' un momento individuale e collettivo allo stesso tempo, delicatissimo - e di tale delicatezza, da scrittore e intellettuale, vorrei parlare.
Cominciando con la dichiarazione che voterò Unione e invito chiunque a farlo.

Lo spettacolo indegno a cui abbiamo assistito in questa campagna elettorale, che copriva tutto lo spettro dello schifo mediatico e morale di cui l'Italia è da almeno vent'anni la landa desolata, dal pedissequo alla rozzezza, dalla mistificazione all'ipnosi, dal linguaggio stercorario a quello vagamente patafisico, è non tanto il segno dei tempi: è il segnale dei tempi. Questa fanghiglia che è smottata catodicamente nelle abitazioni degli italiani tutti, volenti o nolenti, a cui era intermittente nel migliore dei casi un vuoto pneumatico assordante, segnala che la comunità di cui faccio parte, il popolo italiano, sta vivendo uno dei periodi più allucinanti (nel senso letterale del termine) della sua storia democratica. La comoda inversione di polarità tra vero e falso, propalata con una facilità sconcertante, il messianesimo isterico del candidato di governo, la claque pronta a rendere ultreme le affermazioni già estremistiche del loro boss, le gaffes, le contraddizioni più imbarazzanti, i miraggi allusi con faciloneria davanti ai telespettatori (poiché questo sono diventati essenzialmente gli elettori), le palinodie esplicitati su tempi brevissimi in materia di tasse scuola donne industria formazione lavoro, la confusione preterintenzionale imposta ad alte ottave: tutto ciò, tutto questo evidente rumore di un fondo divenuto primo piano, non ha schiodato minimamente gli italiani dalla loro rudimentale concezione delle elezioni, che è calcistica, derbistica, il che a tutt'oggi garantisce un'alta affluenza alle urne, nonostante il modello propagandistico e direi tutto il contesto testimonii di un'avanzata americanizzazione della campagna.
Dico in realtà una bugia: gli italiani, secondo i sondaggi, sembrano essersi minimamente schiodati, ma non è certo una consolazione. La vittoria della sottocultura, con cui un uomo si è messo solo al comando - battaglia strategicamente condotta nell'arco di un quarto di secolo - è assicurata da quella che, almeno ai miei occhi, rimane una realtà sconcertante, degna di una fuga alla Papillon da questa appendice dell'Impero: quasi la metà dei miei connazionali è ancora mesmerizzata da un fenomeno che, via via, per inserti di modifiche genetiche al cuoio capelluto, all'epidermide e chissà dove altro, è ciò che risulta più prossimo al post-human di cui si teorizzò anni fa e che nei fumetti osserviamo con godimento erompere ormai continuativamente.
Recentemente sono andato a vedere Il Caimano di Moretti. Vi risparmio un giudizio analitico sulla pellicola, che mi ha fatto schifo. Non posso però tacere il moto nevrotico che mi ha scosso quando è apparsa l'ormai celeberrima scena di Berlusconi al Parlamento europeo mentre dà del kapò al socialdemocratico tedesco Schultz: in Italia, ci hanno fatto ammirare quei due minuti sufficienti a constatare l'incarnato essangue dell'uomo prossimo al Presidente del Consiglio, un Gianfranco Fini trasfigurato dall'imbarazzo; Il Caimano invece include la quasi totalità del dibattito in aula europea, fitto di interventi indignatissimi, con Berlusconi che dà dei "turisti della democrazia" a insigni personalità straniere. Essangue come Fini, ho subìto una stretta allo stomaco, la tentazione era quella di abbandonare il cinema. La sottocultura con cui quest'uomo si è imposto al Paese colpisce financo fisicamente e, come è chiaro da quella lunghissima sequenza documentaria, aspira a risultare un prodotto d'esportazione, il made in Italy pronto per essere consumato da folle sarkosizzate, blairizzate, fortunatamente non più aznarizzate. E' l'avanguardia dell'ignoranza qualunquista, è il trionfo di quello che Wu Ming 1 ha una volta genialmente definito "microfascismo antropologico italiano". E' la sussunzione della razza in epoca OGM, essa stessa una razza OGM, uno sterminato hinterland che non considera più la cultura, la ragione e l'emozione come mezzi di partecipazione alla comprensione del politico e alla comunità in genere. Fare lo scrittore di questi tempi impone una fatica supplementare: c'è poco meno della metà del Paese che ti considera un fancazzista votato al passato, che è fatto di cose inutili e viete.
Si parte sconfitti, dunque: anche se si vince. C'è da ricolonizzare l'animo delle persone, c'è da operare per fare sentire a ogni italiano che egli ha una propria individualità in relazione a una comunità. C'è da lavorare psichicamente, sì, ma su un concetto che è estremamente materico ed è l'alienazione: quella classica, a cui Marx cerca di fornire una terapia che non sia psicofarmacologica. Questo Paese ha recentemente superato la Germania nel consumo percentuale di psicofarmaci: simili primati vòlti al negativo fioccano da anni e costituiscono l'esito più naturale (cioè, per definizione, l'innaturale stesso) di una concezione della vita subumana, che riduce il grano da simbolo a unico concreto rappresentante del desiderio, che stilizza l'esistenza con trend imposti secondo metodologie che, dal fascismo, mutuano tutto tranne che la grossolanità dell'imposizione stessa, la quale è mielosamente persuasiva e sottile prima di diventare semplicemente volgare, ed è incrementale in quanto le difese emotive e cognitive del popolo sottoposto a queste pratiche vanno scadendo in un disagio che occupa le menti e i cuori, e abbisogna di pillole per non sentirsi.
Siamo a una svolta? Questo è un augurio più che una dichiarazione di voto. Non so se, vinte eventualmente le elezioni dal cosiddetto Centrosinistra (questo gergo da anni Cinquanta che si perpetua perpetrandosi: un altro sintomo dell'anomalia in cui siamo immersi), esso sia in grado di fornire una risposta al disagio generalizzato, avvertito da metà popolazione e non percepito dall'altra metà.
Poiché l'unica cura è l'immaginario, cioè un profondo lavoro di ricostruzione del modo in cui ci rappresentiamo la realtà, serviranno lavoratori dell'immaginario. Servirà, una volta ancora, come sempre è stato, la dura fatica dei proletari dell'immaginario, nelle cui schiere mi allineo, per un lavoro che, più che alacre, per realismo dico essere disperato. Valga il fatto che nessuno dei proletari e artigiani dell'immaginario, che hanno tenuto botta in questi anni di vessazioni fantastiche e realissime, i quali anni hanno fruttato financo processi penali per opinioni liberamente espresse, sembra volere venir meno a un'opera che, vista da fuori, potrebbe sembrare ossessiva, e che invece all'interno dei confini italiani è soltanto testarda e tesa al bene comune.

sciarade
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14/04/2006, ore 16:28

Tra i dischi più attesi dell’anno in corso, almeno in ambito indie – oh come sarebbe migliore il mondo (musicale) se ogni volta non fossimo costretti a specificare categorie e sottoinsiemi come degli entomologi – il primo lavoro sulla lunga distanza dei Non Voglio Che Clara è quello che tutti si aspettavano: un bellissimo disco di canzoni. Fanno questo i quattro ragazzi veneti che due anni fa arricchirono l’Aiuola dell’indie-pop italico con quel piccolo gioiello che va sotto il nome di “Hotel Tivoli”: scrivono belle canzoni, ricche di versi da portarsi dietro per lungo tempo, rivestite di eleganze in bianco e nero come quelle canzoni Italiane (con la i maiuscola, più maiuscola che potete) che oggi Mina e la Vanoni non cantano più, che Endrigo, Bindi e Tenco  più non possono scrivere (ma anche gli Smith in parte), che le orchestre sanremesi hanno del tutto disimparato a forza di bagattelle pop(ulistiche).
Sono intensi soprattutto i Non Voglio Che Clara: scontornano attimi d’amore e di vita con melodie dolceamare e orchestrazioni malinconiche; raccontano con parole facili ma ficcanti all’insegna di un romanticismo tanto sincero e puro da risultare – oggi – quasi reazionario piccole vicende quotidiane che tutti sappiamo; e soprattutto trovano immagini così vere (“ti svestivi e poi poggiavi i piedi contro il freddo del poliestere” da “Porno”) che parlare di poesia sarebbe davvero parlare di altro – semplicemente così si scrive quando si vogliono fare canzoni pop. E in “Sottile” riescono pure a rivestire di una fragilità alla Nada la voce di Syria, lontana anni luce dalla melassa festivaliera che l’ha accompagna fino ad oggi.
Compiuta con successo la missione del primo disco lungo – anche se forse è su distanze più “istantanee” che il gruppo dà il meglio di sé – abbiamo la certezza di poter iscrivere i Non Voglio Che Clara tra quella residua schiera di nomi che stanno facendo rinascere il pop d’autore italiano. Non è poco, e non è ancora finita. Nessuno però a questo punto ci venga a parlare di Cammariere.
sciarade
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12/04/2006, ore 21:16

L’Unione ha vinto. Seppur di poco e con prospettive di scarsa governabilità, ha vinto. Ci sarebbe da esultare, se non fosse che Berlusconi – è dura ammetterlo – non ha perso. Sì, è uscito sconfitto dalla consultazione, grazie anche ad una legge elettorale furba che gli si è rivoltata contro con esiti (quasi) tragici. Ma è uscito sconfitto con ancora larghi numeri a suo carico e soprattutto conservando l’egemonia sociologica di questo Paese.
Di cosa sto parlando? Di questo: non avete l’impressione – un'impressione incombente, minacciosa – che in questa campagna elettorale, nei suoi esiti, nelle sue conseguenze, abbia fatto tutto LUI? LUI ha governato, LUI ha deciso come si sarebbe votato, LUI ha scelto i temi, i toni, i modi, facendo di queste elezioni un referendum pro o contro di LUI. E sempre LUI ad un certo punto ha addirittura scelto come avrebbero dovuto chiamarsi coloro che non l’avrebbero scelto (i «coglioni») e sempre LUI ha stabilito come avrebbero dovuto esultare coloro che, non avendolo scelto, sarebbero scesi in piazza nella prima notte post-elettorale a festeggiare per la vittoria: «Siamo coglioni! Siamo coglioni!». Ha fatto tutto LUI, ha deciso tutto LUI, e anche ora che ha perso noi siamo stati molto più attenti al lungo e gelido silenzio di LUI e poi alla di LUI dichiarazione più che alle varie uscite di Prodi.
Ha vinto l’Unione, avrà più seggi e potere. Ma chi ha vinto ancora una volta nelle anime degli italiani, nelle loro paure, nelle loro rabbie e nelle loro (poche) gioie? LUI. Provate per un momento a lasciare da parte le speranze future, i desideri di ribalta, i cosa-faranno-adesso, e guardate alla realtà, a questa Italia, alla gente che vi abita intorno a voi e a voi stessi: cosa altro c’è se non LUI, pronto a mordere i vostri dubbi di vittoriosi di sinistra, pronto a dare un nuovo sogno alle vostre delusioni malcelate di destra? Non c’è nulla, proprio nulla. C’è solo LUI. E a pensarci bene ci sembra pure inutile l’arrivo un giorno della sua morte. Perché LUI è dentro di noi, ci ha già preso, non ci mollerà più, e ci dirà ancora cosa fare per tanto tempo ancora. Forse, per sempre.
E’ vero, siamo tutti noi i suoi coglioni, quelli da dove LUI prende origine per eiaculare sé stesso. Siamo noi perché solo in questo ruolo troviamo il nostro senso. Oltre questo non c’è niente, proprio niente. Solo LUI.
sciarade
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10/04/2006, ore 17:31

Due concerti nel finesettimana per il sottoscritto.
Venerdì sera ero allo Zero Music Club per la mia prima esperienza con gli Ufomammut. Dico esperienza perché l’hard-stoner rock del trio ha tutte le carte in regola per essere definito tale, caratterizzato com’è da una presenza fisica del suono che insieme alle proiezioni video disegnate dal collettivo Malleus rendono il live una sequela di landscapes tellurici ed affascinanti. Più che al cuore e al cervello, gli Ufomammut mirano al torace e fanno centro: i primi minuti di show lasciano letteralmente senza fiato – le vibrazioni così potenziate, anche a causa delle esigue dimensioni del locale, danno un’improvvisa quanto straniante sensazione di soffocamento – e tutto il concerto scorre addosso segnando le orecchie e il cuore. La musica è materia e, se si vuole, anche di quella piuttosto densa. Ufomammut docet.
Sabato sera invece – per la serie «oh, come sono eclettico!» – via alle nenie dolci-amare di Pacifico, che all’Auditorium di Bergamo per “In Ascolto” porta le canzoni del suo ultimo buonissimo disco “Dolci frutti tropicali” (mia recensione qui). L’avevo già visto a febbraio il buon Gino e mi aveva lasciato un tantino perplesso (inducendomi a parlarne piuttosto male qui). Non mi ero sbagliato: le canzoni ci sono – e non sono poche, dopo soli tre dischi, quelle davvero belle – ma la voce manca quasi totalmente. Lui fa di tutto (gag divertentissime, bolle di sapone, umiltà a dosi industriali) per coprire la cosa ma alla lunga paga pegno. Peccato, da uno così – a sentirlo su disco – ti aspetteresti per il futuro chissà cosa. La serata è stata comunque divertente, soprattutto perché mi è venuta la passione delle foto e mi sono sbizzarrito (sono caritatevole, ve ne metto poche qui sotto).

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sciarade
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08/04/2006, ore 17:54

"vedo la grande alleanza tra la mano sinistra e la destra
il potere è la rosa ma l'uomo è la ginestra"


Da che canzone è tratta?

sciarade
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06/04/2006, ore 20:57

Era uscito in autunno la prima parte del progetto “Neve Ridens” di Marco Parente, quella con la parola Ridens cancellata. Era un disco assai bello e sincero, ma la seconda parte, questa volta con la parola Neve cancellata, lo è ancora di più. Difficilissimo, anzi direi impossibile, che questo secondo lavoro, insieme a quello di Basile uscito a gennaio, non siano tra i miei dieci dischi italiani del 2006, e lo spero lo sia anche nei vostri. Ecco la mia recensione e, dal sito del collettivo Il Posto delle Fragole, il video del singolo primo singolo tratto dall’album.

Confesso che, provenendo io da una gioventù “tristemente” cantautorale, non avevo mai sentito prima di queste ultime settimane un album dei Flaming Lips. Ma questa mattina, al secondo ascolto, “At War With The Mystics” mi ha sedotto: via il pop, viva il pop cinematico, viva le guerre con i mistici! Da novello adepto quale sono, sarebbe stato un po’ disonesto recensirvelo qui, lascio la parola ad un collega entusiasta e ad un altro un po’ meno.

Invece voglio parlarvi io de Il rumore del fiore di carta, che con il post-rock cinematico e dai toni blues-umbratili di “Origami 62” tenta di percorrere una via (promettente) oltre i Massimo Volume, ma non solo (recensione qui).

Signori e signore, cosavoletedafratelformicolo?

sciarade
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05/04/2006, ore 20:41

Non volevo parlare in questo spazio dell’omicidio di Tommaso. Ne hanno parlato tutti, ne hanno parlato in troppi. Creando una bolgia di moralismi, sete di vendette inutili e addirittura accuse politiche (!!) del tutto ovvie e superflue di fronte all'atrocità dell'azione, a cui va ovviamente contrapposto il recinto della Giustizia.
Ma è un recinto che non basta quello della Giustizia che attraverso la ragione distingue tra Bene e Male, e per questo disco ciò che sto per dire. Chi ha ucciso Tommaso ha compiuto un gesto che va al di là della Morale e della Giustizia, un gesto che se in esse trova una risposta pratica (il Male, quindi il carcere a vita) certo non trova una giustificazione reale, un orizzonte di senso, ne’ una separazione efficace da chi Morale e Giustizia vogliono razionalmente applicare: cioè gli uomini. Anche chi ha ucciso Tommaso è un uomo, anche chi è stato capace di ciò appartiene a questa specie. E ciò, se esuliamo per un momento il fatto da categorie morali ovvie, dovrebbe farci ri-flettere, cioè "flettere su noi stessi" e mandarci, in qualche modo, in crisi.
Dal canto mio, non voglio dare una soluzione a questa crisi, perché non l’ho e probabilmente non c’è. Ma voglio invitarvi, se vi pare conveniente, a rileggere il passo biblico in cui l’angelo invita Abramo a risparmiare il proprio figlio Isacco, dopo che Dio – non il Dio sommamente Buono del Nuovo Testamento, ma il Dio imperscrutabile e indifferenziato del Vecchio Testamento – gli aveva ordinato di sacrificarlo. Un sacrificio che, di fatto, è al di là dell’Amore figliale, dell’Etica, della Morale e della Giustizia come lo è stato quello di Tommaso: «Non mettere la mano addosso al fanciullo e non gli fare alcun male. Ora conosco che tu temi Iddio, perché non mi hai negato tuo figlio, il tuo unigenito».
sciarade
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04/04/2006, ore 13:53

Anche dopo il nuovo disco “Èlia” – che è uscito pochi giorni fa per il Manifesto dischi al solito prezzo onestissimo di dieci euro a tre anni dal precedente “All’improvviso, nella mia stanza” – continuo a pensare che il miglior lavoro composto fino ad oggi da Lalli (con o senza Pietro Salizzoni) sia “Tempo di vento”. Più lugubre, metropolitano e piovasco dei suoi posteriori, animato da uno spleen caveianamente rock che animava, scurendoli stupendamente, brani come “Mostar” e “Brigata Partigiana Alphaville” (forse il più bel pezzo italiano sulla Resistenza, insieme a “Guardali negli occhi” dei CSI), oppure come “Aria di Buenos Aires” e la traduzione in italiano di "Famous blue raincoat" di Cohen (una presenza in un certo senso ovvia, anche solo per la vocalità di Lalli), “Tempo di vento” era il disco che (ri)animava – per orizzonti sonori a approccio nella scrittura testuale – un panorama, quello della canzone d’autore al femminile, fino ad ora piuttosto deludente e povero di proposte davvero interessanti.
Poi Lalli ha cambiato strada e i due dischi venuti dopo (l’ultimo compreso) pur non essendo affatto brutti non hanno, almeno per il sottoscritto, la stessa forza dell’esordio. Sarà la scelta non troppo originale di votarsi a sonorità etnico-acustiche, sarà l’aver levigato i toni in favore di una canzone meno espressionista e più meditata, certo è che la sensazione di stare a sentire una canzone d’autore nobile ma un po’ troppo “già sentita” è forte, nonostante i brani da ricordare non manchino (per “Èlia” l’impasto Perturbazione-Tiromancino-Sufjan Steven di “Una lettera per me”). Consigliato? “Tempo di vento” sicuramente, il resto… nì.

sciarade
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