Uscirà dopo l’estate il nuovo disco di Giorgio Canali e i suoi Rossofuoco. Lavoro attesissimo, se è vero che l’ultimo del chitarrista dei PGR è, almeno in Italia, uno dei più bei dischi di rock usciti negli ultimi sette-otto anni. Giusto ieri sera, saputa la notizia, l’ho rimesso su. E ad aspettarmi c’era quell’esplosione di amore indignato che sta qui sotto:
Questa è una canzone d’amore
questa è una canzone d’amore
costellata di sospiri e baci teneri, tenere parole
questa è una canzone d’amore
con le rime al posto giusto:
cuore, tremore, fuoco eterno, rosso inferno
sono una scimmia col telecomando
mi viene una gran voglia di prendermi a calci
‘ché tanto è inutile cambiare canale
e questa è una canzone d’amore
news e sorrisi inquietanti
leccaculo in poltrona o sciacalli d’assalto
che se poi crepano puoi solo gioire
ma questa è solo una canzone d’amore
e i faccia a faccia tra deficienti
che parlano senza un cazzo da dire
che gli altri, per pudore, dovrebbero solo tacere
questa è una canzone d’amore
è una canzone d’amore, amore proverbiale
amore da manuale, amore, amore, amore, amore
è una canzone d’amore, amore sperimentale
amore antisociale, amore, amore, amore, amore
eroici carabinieri
mandati a spremere bottiglie nei super- mercati
meglio lì che in piazza a farsi provocare
e questa è una canzone d’amore
epidemie terrificanti
nuovi contagi e vecchi mondi da cui star lontani
e noi qui in fila a farci rivaccinare
e questa è una canzone d’amore
è una canzone d’amore, amore interinale
amore assistenziale, amore, amore, amore, amore
è una canzone d’amore, amore terminale
amore funerale, amore, amore, amore, amore
e poi, il vento divino
in confezione convenienza “prendiduepaghiuno”
e non è strano che sia sempre lo stesso a pagare
e questa è una canzone d’amore
arruolati: trovi un mestiere
e io non ho nessuna
pregiudiziale
se sono io a decidere a chi sparare
e questa è una canzone d’amore
è una canzone d’amore, amore spirituale
amore, universale, amore, amore,amore, amore
è una canzone d’amore, amore orizzontale
amore anticlericale, amore, amore,
amore, amore
…l’inno dell’Udeur!!! (link)
Qualcuno l’ha già definito noise-rock centrista.
Quello che posterò di seguito è la denuncia di censura fatta dal Mucchio Selvaggio, che si è visto negare la pubblicazione di una copertina su Silvio Berlusconi dal proprio distributore. Fermo restando che di censura si tratta (ed è grave che sia l’ultima di una lunga serie di “autocensure” degli ultimi anni: significa che il clima è pesante e non sono ammessi passi falsi), due cose mi stupiscono un po’ di questa storia.
La prima: non conosco il distributore del Mucchio (è Parrini, uno grosso nel settore) e non so quali siano i rapporti contrattuali e umani tra le due parti in causa, vista però la durezza della copertina – per qualcuno magari stupida ma di certo legittima – mi stupisce che la redazione del Mucchio non abbia in qualche modo previsto la cosa. Sarò pessimista ma mi viene da dire che siamo pur sempre in Italia, eh.
La seconda: quando per la prima volta ho visto la copertina a me ha fatto ridere, come mi fanno ridere le battute sboccate e le immagini grevi (perché tale è quell’immagine). Se però Stèfani e compagnia volevano in qualche modo fare qualcosa che fosse contro Berlusconi, hanno proprio sbagliato il bersaglio: una copertina così è un ottimo pretesto per far dire all’uomo della strada indeciso – che tante cose confonde e ancor di più banalizza – che la sinistra non fa altro che insultare Berlusconi. E' vero che una copertina non cambia le idee, però , anche se di poco, aiuta (e non contro Berlusconi). I sondaggi - per chi ci crede - dicono che il centro-sinistra è in vantaggio, ma almeno fino al 10 aprile è meglio andarci piano: sono elezioni troppo importanti, per sicurezza anche l'ultimo voto non va sprecato.
“La copertina del Mucchio Selvaggio di aprile “avrebbe” dovuto riportare un disegno di uno storico personaggio del fumetto italiano. Il "catzillo" è un fumetto underground, molto famoso negli anni Ottanta, che l'autore Gianfranco Grieco ha modificato per noi facendolo assomigliare a Berlusconi, ovviamente legato a un lungo articolo che mette in guardia sul votare “Forza Italia” alle prossime elezioni politiche.
Abbiamo usato il verbo “avrebbe” perché il distributore nazionale (Parrini) si è rifiutato di fare uscire il giornale in edicola. Non vuole correre il rischio di denuncie penali. Il giornale verrebbe comunque boicottato da molti distributori locali non di sinistra, il tipografo nicchia, la par conditio, rapporti con il potere etc etc. Insomma paura. Paura di ritorsioni legali, economiche e magari anche fisiche da parte del soggetto raffigurato nel disegno.
La redazione trova ciò un atto di censura inqualificabile. La satira è un diritto affermato dalla nostra Costituzione (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” - Art. 21). Se si va con la memoria indietro nel tempo a copertine, molto più feroci e provocanti, di giornali come il “Male”, “Frigidaire” o “Cuore” ci si rende conto di come è peggiorato il rapporto tra la stampa e il potere e di quanto la libertà di espressione sia sempre meno garantita.
La censura è sempre stata usata come strumento di repressione e negazione di valori e tematiche “scomode”.
La copertina “censurata” è scaricabile qui
Comitato di redazione del Mucchio Selvaggio”.
Potrei anche scriverla una recensione su “Il Caimano” di Nanni Moretti. Ma siccome di recensioni pre (!!) e post visione ne avrete lette già un centinaio, ve la risparmio e me la tengo per me.
Vi dico solo che a me il film è piaciuto molto. Mi è piaciuto perché dice la verità senza raccontarla appieno (chi sa, sa; chi non sa, non sa); perché fa respirare il tanfo più che dimostrarlo (ed è un putridume che rimane dentro e inquieta anche a schermo spento e per lungo ancora); perché fa ridere (Silvio Orlando), commuovere (ancora Silvio Orlando) e indignare (Nanni Moretti); perché nel finale non ipotizza ma svela il morbo che ha mandato in metastasi e frantumi quasi tutto; e perché di fondo sottende una delle verità e delle colpe più sordide di questo Paese: che nessuno o quasi un film su questo Berlusconi fino ad oggi l’ha fatto, che nessuno o quasi ha voluto trasformare la cronaca (rancida) in Storia, che non sono stati e non saranno gli ultimi Ustica, Porto Marghera, Piazza Fontana e via dicendo. Anche Berlusconi, lui il più esposto, il più famoso, ha rischiato e sta rischiando di diventare l’ennesimo mistero d’Italia. “Il Caimano” prova a fare in modo che non sia così. E lo fa benissimo. E’ il miglior Moretti, andatelo a vedere.
PS: venerdì avevo posto la questione sull'utilità del film. Rispondo: il film è utilissimo, basta che chi lo vede lo faccia ad occhi aperti. Ed io ascoltando gli immancabili pareri dei politici (anche a sinistra, quelli dello speriamo non ci si ritorca contro... la Verità) di occhi aperti ne vedo pochissimi. Mi auguro - vi auguro - che la gente sia un po' migliore.
Domattina sarò al Cinema Anteo di Milano per una delle proiezioni più dibattito del nuovo film di Nanni Moretti, “Il Caimano” (sarà presente lui stesso con Angelo Barbagallo). Siccome Moretti mi piace molto, e mi piace per tutti i motivi per cui a tanta gente non piace, attendo la visione del film con ansia, pur non avendo speranze estetiche particolari (non ho mai speranze estetiche particolari: piuttosto qualche sicurezza. Esempio: un disco di Fossati può non essere inspirato, ma difficilmente sarà brutto, perché Fossati – come dire – è capace).
Piuttosto, ora che è certo che il film è su e contro Berlusconi, mi circola in testa la solita domanda che mi accompagna ogni volta che sono di fronte ad un’opera d’arte manifestatamene contro qualcuno o qualcosa: riuscirà il film a convincere le persone pro Berlusconi a non votarlo, ammesso che queste vadano a vedere il film? Più profondamente: riuscirà il film ad avvertire dell’enorme pericolo democratico (ma anche e soprattutto morale, direi quasi etico) che stiamo correndo quella parte del popolo italiano che non vede il declino inesorabile del proprio Paese, le cui colpe non sono solo di Berlusconi e compagnia?
Io penso di no, perché una coscienza annichilita anche di fronte all’evidenza latita. Sta di fatto che questa domanda mi scatena sempre qualche dubbio sull’utilità di opere d’arte simili – utilità che può anche andare al di là dell’esito estetico dell’opera – e sono dubbi che di solito mi rimangono anche dopo l’aver fruito l’opera. Chissà che il buon Nanni questa volta mi smentisca.
PS: comunque Silvio Orlando è il migliore, anche quando faceva "Vicini di casa".
Oh caro buon vecchio Howe Gelb, per fortuna ci sei tu.
Ruini parla. E tra le tante cose che dice invita a non appoggiare con il proprio voto quei partiti le cui scelte in ambito civile (Pacs, famiglia, eutanasia) sono contrarie al cattolicesimo. I leader delle due coalizioni Romano Prodi e Silvio Berlusconi – i cui programmi affrontano quelle questioni in alcuni casi in modo opposto – applaudono entrambi all’intervento, sottolineando il fatto che le parole di Ruini non sono un’indicazione di voto. Sarà stata la poca pubblicità, o il fatto che il pubblico bergamasco è un po’ refrattario alla musica suonata (anche perché qui da noi si fatica a trovare "certi" dischi), o ancora la concomitanza con la partita dell’Atalanta (!!), sta di fatto che ieri sera a vedere Hugo Race coi suoi True Spirit all’Auditorium Piazza Libertà c’era poca gente.
Poca gente non numericamente parlando (più della metà delle poltroncine a pochi minuti dall’inizio era di fatto piena), ma poca gente perché sul palco – per dieci euro dieci – c’era Hugo Race, che chissà mai quando capiterà ancora da queste parti. Peccato, perché l’ex Bad Seed e i suoi compagni (tra cui Marta Collica e Giovanni Ferrario) hanno tirato su un signor concerto, tutto giocato su blues scabri, sempre invischiati in atmosfere tra il metropolitano e lo spiritico e dotati di una tensione palpabile, che ci ha tenuti fermi e attenti sulle poltroncine per tutta l’ora e mezza di musica suonata, sull’onda (inevitabile) di Tom Waits e Nick Cave. Soprattutto quest’ultimo, che gli è stato compagno d'avventura per molti anni, è infatti il segno più evidente della poetica scura e urbanamente selvaggia delle canzoni di Race, ma è un marchio senza compiacimenti, portato avanti con personalità e stile.
Unico difetto della serata l’indecisione del gruppo su alcune canzoni situate nella parte finale della scaletta (Ferrario al basso si è “nascosto” qualche volta di troppo), controbilanciato però dalla caratura del batterista, istintivo e spiritatissimo, e dalla presenza davvero diabolica di Michelangelo Russo ai fiati e ai sample vocali: insomma Race e compagnia promossi, Bergamo rimandata a non si sa quando.


Cristina Donà, insieme a Lalli (di cui è uscito proprio in questi giorni per il Manifesto il nuovo disco “Èlia”, ne riparleremo), è probabilmente la nostra miglior cantautrice, di certo una di quelle da cui aspettarsi il meglio per il futuro. L’ultimo lavoro “Dove sei tu”, più diretto ed elegantemente pop dei precedenti, è un disco piuttosto duraturo, che ancora oggi a tre anni di distanza dalla pubblicazione regala parecchie emozioni grazie anche ad una scrittura sobriamente poetica ma del tutto incisiva. Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.
(Pier Paolo Pasolini, da "Poesia in forma di Rosa", Garzanti, 1961-64)
Non so precisamente chi abbia vinto il confronto di ieri sera. Da non esperto in materia quale sono, potrei dire che se l’intento era quello di convincere quel trenta per cento di indecisi determinanti per l’esito del voto, ha vinto – ai punti – Prodi. Dire «va tutto bene, siamo i migliori, è la sinistra che ribalta la realtà» mentre in realtà c’è gente che in Italia che fa la fame (metodo Berlusconi) non mi pare la tattica migliore per convincere degli indecisi appartenenti probabilmente anche a quelle fasce che faticano ad arrivare alla fine del mese. Meglio, ma non di molto, dire realisticamente «l’Italia va male perché loro hanno sbagliato» e poi aggiungere in tono convincente «ma con noi andrà meglio e tornerà la felicità» (metodo Prodi) – anche se poi a crederci che andrà davvero meglio ce ne vuole, eh.
Non so precisamente chi ha vinto, dicevo. Ma so precisamente chi ha perso. Hanno perso i giornalisti. No, non Clemente Gèi che è uno zerbino. Parlo di quelli che erano lì a fare i giornalisti davvero: Marcello Sorgi (editorialista de La Stampa) e Roberto Napoletano (direttore de Il Messaggero). Che dopo la performance di ieri sera chiameremo in coppia Abbacchio & Dormitina.
Ora, io capisco che è il momento è instabile, il futuro incerto e le cordate sempre pronte a farti scodare da dove vieni e con chi andavi. Capisco anche che su uno dei due carri, al momento della vittoria, bisognerà se non salire almeno starci dietro. Però se quelle di ieri sera erano domande, non mi venite a dire che Abbacchio & Dormitina sono giornalisti.
Alcuni giorni fa parlai brevemente su questo blog di come l’informazione, soprattutto sotto elezioni, debba fare da strumento critico e di controllo della politica. Ecco, Abbacchio & Dormitina ieri sera hanno fatto l’esatto contrario: hanno dormito, hanno aperto semmai un mezzo occhio ogni tanto, ma oltre a quello niente. E’ vero che una delle regole del confronto (quella del dover rivolgere la stessa domanda ai candidati) astutamente preservava entrambi – e in particolare uno dei due – da domande troppo personali, e quindi scomode (ad esempio una domanda tipo «Come mai ha candidato nelle sue liste dei condannati per reati fiscali e mafiosi?» non poteva essere fatta, perché Prodi è al riparo anche se non del tutto dalla cosa); ma è anche vero che non si è sentita una domanda che fosse una su PACS, laicismo, riforma della giustizia, candidati impresentabili o presunti tali (neofascisti da una parte, Caruso dall’altra), leggi ad personam (perché le avete fatte? Le abolirete?), CPT (lo sapete che ci sono denunce di organizzazioni per i diritti umani che definiscono i CPT lager? Li terrete comunque in futuro? Li migliorerete?), G8 di Genova, scontri di sabato, Niger Gate, Storace Gate, rapimento di Abu Omar. Ovvero su tutte le possibili faccende legate ai diritti dei cittadini in una democrazia, siano essi italiani, stranieri, eterosessuali, omosessuali o quant’altro.
Quello dei diritti (negati o violati) insieme al problema del lavoro e del costo della vita sono state le due più grosse magagne che il Governo che sta per finire ha –
indecentemente – affrontato. Ma mentre di lavoro, conti pubblici e costo della vita si è parlato – ma con domande sempre timide, scontate, sonnacchiose (mancava ad esempio una domanda su Parmalat: è colpa anche della politica? La depenalizzazione del falso in bilancio ci è utile dopo quel crac? La abolirete?) – di diritti quasi neanche l’ombra. La domanda di Sorgi-Abbacchio sulle quote rosa è stato un esempio di come la coppia non abbia veramente controllato, ma finto. Quante donne porteranno al governo i due leader in caso di vittoria? Ma che importa! Alla gente, e alle donne soprattutto, interessa sapere perché non avete fatto le quote rosa nell’ultima legislatura e nelle passate!
Abbacchio & Dormitina ieri sera hanno fatto da spalla ai due candidati, non da manganello. E mentre loro ronfavano, anche le coscienze degli italiani velocemente aprivano le mandibole per nuovi, sonnolentissimi, sbadigli. Se vogliamo che qualcosa davvero cambi ben oltre gli orribili anni di Berlusconi che sono stati la metastasi di un sistema già moralmente corrotto, dobbiamo pretendere dal giornalismo serietà, attenzione e voglia di cercare la verità. Mica abbacchi, mica dormitine.
PS: certo è che deve essere proprio una bella botta circondarsi per cinque anni di gente che ti fa da tappezzeria o quasi ogni qualvolta arrivi in tv e poi in uno dei momenti più decisivi per il tuo futuro politico farsi fregare da… un cronometro. Berlusconi quei due minuti e trenta se li ricorderà per tutta la vita. Ieri sera gli mettevano ansia – ci possono fare una personale con tutti i fogli su cui ha disegnato quadratini, cifrette, righe ecc… – non gli facevano dire nient’altro che «ribaltamento della sinistra» e dati che nessuno già ora si ricorda – oltre, ovviamente, a qualche solenne cazzata tipo: Mediaset non si è arricchita con lui al potere oppure pochi gli immigrati in fila alle poste per il permesso. E poi sbagliare la telecamera al momento dell’appello finale e lasciarlo andare così, senza conclusione, tirando fuori uno di quei sorrisi che se avesse potuto sarebbe stata una bestemmia (il primo della serata, peraltro). Silvio, ma che ti succede? E’ il cronometro che proprio ti sembra illiberale e comunista o ormai hai capito tutto e all’orizzonte ormai vedi solamente il buio?
Eccolo il primo disco veramente esaltante del 2006. Sto parlando di “Love Travels At Illegal Speed” di Graham Coxon: un Coxon rinato in un disco di semplice rock’n’roll, ma fatto con quello spleen cazzaro e tagliente che gli ultimi intellettualissimi e lagnosissimi Blur hanno perso. Come ogni tanto capita qui su Discanto, eccovi alcune annotazioni:
è stata una mezza delusione alla fine “L’arcangelo”, il nuovo disco di Ivano Fossati. Non ne ho parlato fino ad oggi su questo blog perché ne ho parlato a lungo qui (andateci, e se vi va, leggete). La tournèe – le tournèe di Fossati sono sempre un po’ degli eventi – si svolgerà in tre parti: la prima nei prossimi mesi nei club; la seconda questa estate all’aperto e la terza d’autunno nei teatri. Aspettiamo le date e soprattutto i musicisti al seguito;
uscirà il 21 marzo, primo giorno di primavera, uno dei dischi da me più attesi per questa prima metà dell’anno. Sto parlando dell'esordio sulla lunga distanza dei Non Voglio Che Clara, intitolato “Perché per niente di più e niente di meno ti cambierei”. Sul sito di Aiuola ne trovate una gradevole anticipazione strumentale. I Non Voglio Che Clara pubblicarono due anni fa l’ep “Hotel Tivoli”: cantautorato confidenziale in bilico tra Tenco, Smith, Endrigo e Bacarach. Consigliatissimo (sta pure nella mia classifica dei 10 dischi del 2004).
sarà invece il 7 aprile la data di uscita del secondo lavoro dei Numero 6 “Dovessi mai svegliarmi”. Due anni fa un brano del primo disco “Iononsono” li catapultò addirittura dalle parti di Trl. Nel booklet del nuovo ci saranno disco interventi inediti di Marco Mancassola, Paolo Nori, Marco Missiroli, Valeria Parrella e di quel simpaticone di Gianluca Morozzi. Cliccando qui potete ascoltare il primo singolo “Verso casa”: riff di chitarra molto atmosferico e gradevoli geometrie elettroniche, quattro minuti e quarantatre di qualità;
per finire supplisco al mio silenzio sull’inguardabile Sanremo postando l’Amaca odierna di Michele Serra, che racconta benissimo quel tubante folk-singer da oratorio che è Povia:
“Le nostre adolescenze furono allietate dallo yè-yè, genere musicale leggerissimo e scemo ma molto allegro e danzerino. I juke-box facevano da contrappunto alle nuove piccole libertà dei teen-agers che limonavano sulla spiaggia. Scostumatezze semi-innocenti, libertinaggi da bagnasciuga, era l’addio di massa all’Italietta sessuofobia dei compagnucci della parrocchietta.
Non se se il neovincitore di Sanremo, Povia, riuscirà a segnare un’epoca (anche se epoca, sia per noi che per lui, è una parola grossa). Ma se mai lo facesse, propongo di battezzare il nuovo genere gné-gné, che è il contrario esatto dello yè-yè. Povia è il capofila dello gné-gné, e la sua canzone un capolavoro dello gné-gné: un lamentoso, imberbe perbenismo che invita le famiglie a restare unite, i genitori ad abbracciarsi, i tinelli a rinserrarsi in una santa alleanza coniugale. Ai miei tempi erano i genitori (poveri cristi) a vegliare inutilmente sulla fuggente moralità di noi figli, in una lotta impari con il testosterone e il rimmel. Adesso, come illustra Povia, sono i figli a rompere le balle ai genitori invitandoli a rinsaldare il talamo, con tanto di appello in eurovisione a “darsi un bacio”, perché “la famiglia è il bastione della società”. Chissà se papa Ratzinger, così severo con le derive pop della chiesa, è al corrente che una parodia della sua enciclica ha vinto il Festival. Faccia attenzione, in ogni modo, perché lo gné-gné rischia di sfondare tra i papa-boys, sfrattando il buon vecchio repertorio ciellino. Si stava meglio quando si stava peggio”.
Il post di ieri sulla scarissima democraticità delle prossime elezioni era intitolato "Laide oligarchie", al plurale. Ho usato il plurale non a caso, ma perché sono convinto che anche il centro-sinistra abbia le sue buone colpe per la schifosa legge che il centro-destra ha approvato lo scorso dicembre.
Per due o tre settimane dopo la votazione, Diesse, Margherita e compagnia hanno denunciato tutto il loro sdegno per la brutalità di una legge che annulla le scelte dei cittadini sul singolo candidato (impedendo di non votare personaggi impresentabili) e pone il Paese su un piano di facile ingovernabilità. Ma poi che hanno fatto per ovviare a questo? Niente. Si poteva fare qualcosa? Sì.
Si potevano fare le primarie per i candidati, cioè lasciare scegliere ai cittadini la graduatoria secondo cui venivano iscritti alle liste i candidati per ciascun partito della coalizione (chi prende più voti, più in alto sta nella lista).
E’ vero che in circa tre mesi sarebbe stato difficile organizzare una consultazione e che quella consultazione sarebbe stata pure parecchio costosa. Ma è anche vero che quei soldi sarebbero stati spesi bene, per un qualcosa di veramente democratico. Fare il possibile perché gli elettori non subissero la violenza di una legge elettorale oligarchica e conservatrice doveva essere il compito di un centro-sinistra davvero alternativo a Berlusconi. Invece se n’è discusso pochissimo, e nessuno ha portato avanti la proposta in modo serio e competente. Dopo il consueto periodo di schiamazzi, hanno fatto finta di niente e ne hanno approfittato. Per questo sono colpevoli.
PS: lo zio burino, quello che rutta e tocca i culi delle ragazze, quello che ad un certo punto ci siamo trovati come Ministro di Governo, è tornato alla carica. Dice di sentirsi onorato nell’essere un obiettivo di Al Qaeda. E allora fa i muscoli e si prepara alla battaglia (capaci tutti di fare i supereroi circondati dalla scorta). Dal canto loro quelli che lo hanno minacciato hanno messo sulla sua testa una taglia di dodici milioni di dollari sulla sua testa. Una sfida tra imbecilli. Vi rendete conto però quanta strada sta facendo nostro zio burino? Prima Ministro, ora ricercato a peso d’oro neanche fosse Al Capone o Provenzano. Fra un po’ lo fanno Papa (giusto per restare in tema di gente che ne capisce).
Non so se sapete là fuori cosa sta succedendo in questi giorni nelle segreterie dei partiti e cosa ci troveremo davanti nella due giorni elettorale di aprile (intendo che tipo di scheda ci si presenterà) quando andremo a votare.
In questi giorni nelle segreterie dei partiti dei due poli si stanno stilando le liste elettorali: ogni sigla costruisce la rosa di candidati che si presenteranno nelle varie circoscrizioni del Paese. Forse avrete sentito come la cosa stia avvenendo più o meno secondo le regole delle campagne acquisti calcistiche (ma, fino ad ora, senza soldi in mezzo: almeno soprabanco): io ti do questo, tu mi dai quello, spostiamo Tizio di qui, mettiamo Caio di là, e via dicendo. Ma forse non vi sarete accorti che quello che conta più di tutto nella campagna acquisti per le elezioni 2006 sia la posizione in cui il candidato viene messo. Mi spiego: quando il 9 e 10 aprile entrerete nel cabina soddisfatti di aver maturato la vostra preferenza e aprirete una della due schede elettorali vi troverete di fronte una serie di simboli ordinati per coalizioni. Ad ogni simbolo sarà abbinata una lista di nomi, ma voi dovrete votare il simbolo e non il nome del vostro preferito nella lista, perchè con la nuova legge elettorale la lista è bloccata: cioè l’ordine di accesso alle camere dei singoli candidati è direttamente proporzionale al numero di voti che la lista prende (più i premi di maggioranza che ogni lista della coalizione vincente si prenderà). I nomi sulla lista sono ordinati secondo la graduatoria di accesso e quindi voi elettori non potete fare altro che accettare quell’ordine. Chi ha deciso l’ordine? Le segreterie dei partiti, in questi giorni, nella campagna acquisti.
Con la nuova legge elettorale il cittadino votante viene di fatto ridotto a mero approvatore delle decisioni delle segreterie dei partiti e al più può decidere, ad esempio per un grosso partito molto votato in quella circoscrizione (per la Camera) o regione (per il Senato), quale sarà il limite di accesso nella graduatoria della lista. Ma siccome a votare quel grosso partito sono in tanti, l’elettore deciderà chi lasciar fuori tra la settima e l’ottava posizione. Sui sei-sette candidati prima nessuno potrà dire nulla. Insomma: noi dovremo dire solamente sì, al resto avranno pensato già loro (addirittura da quanto riporta il sito del Ministero dell’Interno non è chiaro se sulla scheda, accanto ai simboli, ci siano i nomi dei candidati. Se non ci fossero, oltre al danno di non decidere da chi farsi singolarmente rappresentare, anche la beffa di dover eleggere gente che nella cabina neanche ha il coraggio di metterci il nome).
Tutto chiaro? Facciamo un esempio che vi potrà magari apparire un po’ paradossale ma che ha comunque il suo fondo di certezza, visto che ad aprile i nomi che sto per citare si candideranno e qualcuno li voterà.
Sono un elettore di Forza Italia che vorrebbe un’Italia liberale, che aiuti e premi le aziende e bastoni i sindacati ma che sia anche libera da piduisti, corrotti, mafiosi, politici con precedenti penali legati al mondo delle aziende e della finanza e per la loro condizione socio-economica aventi diritto alla candidatura. Vivo in Lombardia, vado il 9 aprile al mio seggio e nella lista abbinata al simbolo del mio partito (Forza Italia) trovo nei primi due posti della graduatoria i seguenti signori (segue una breve sintesi dei loro curricula giudiziari): 
Berlusconi Silvio: amnistiato per bugie sulla P2, sei prescrizioni (due per corruzione di giudizi nei casi Mondatori e Squillante e quattro per falso in bilancio, provocate dalla riforma dei reati societari approvata dalla sua maggioranza), un reato depenalizzato dalla sua maggioranza (falso in bilancio All Iberian), un processo abolito con l’abolizione dell’appello approvata dalla sua maggioranza (Sme), due processi in corso in Italia (diritti Mediaset sul cinema, corruzione e concorso in falsa testimonianza di David Mills), e due in Spagna per falso in bilancio e violazione dell’antitrust nell’affare Telecinco, non avente diritto di candidatura perché concessionario di frequenze radiotelevisive (legge Scelba del 1957);
Dell’Utri Marcello: due anni definitivi per false fatture e frodi fiscali di Publitalia, patteggiamento per altri sei mesi per false fatture e falsi in bilancio, condanna in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, condanna in primo grado per tentata estorsione pluriaggravata, processo per calunnia aggravata, imputato in Spagna per l’affare Telecinco.
Questi due signori, ebbene sì, se voglio votare Forza Italia sono costretto ad eleggerli a mio rappresentante. Anche se non sono mai stati piduista, mafioso, condannato per ruberie eccetera eccetera (e anche se sono io stesso candidabile perché oltre ad un ultrapiatto diciotto pollici non posseggo niente).
Ovviamente il caso è grottesco e assurdo. Ma se, per fare un altro esempio, fossi un elettore campano dei Diesse, potrei trovarmi nella lista legata al simbolo che preferisco tale De Luca Vincenzo, indagato a Salerno per il prg e gli appalti della centrale termoelettrica probabilmente gestiti dalla camorra di cui la Procura ha già chiesto l’arresto (richiesta respinta dal Gip). E in questo caso ci sarebbe ben poco di irreale: la segreteria del partito ha deciso, a noi non resta che approvare.
Beppe Grillo da parecchi mesi sta portando avanti l’ottima campagna “Parlamento Pulito” e presto, una volta depositate le liste di tutti i partiti, pubblicherà i nomi dei candidati che puliti non sono. Ma non sarà facile coniugare liste intonse, idee e convenienza per la propria condizione di cittadino in un’unica scelta di voto. Una legge così un parlamento pulito non lo vuole e nemmeno lo lascia pulire a noi. La chiamano democrazia, la esaltano, la esportano. Ma in fondo messa così è solo un’oligarchia (laida) che cerca l’applauso.
Se c’è una cosa che manca nel programma dell’Unione è – ma pensa un po’ che strano – un progetto legislativo efficace sul sistema televisivo italiano. Dopo che a suo tempo nulla si fece per fermare il monopolio di Berlusconi con una legge sul conflitto di interessi e soprattutto con una antitrust, sembra che il centro-sinistra stia ancora una volta facendo finta di niente: lì dentro, non è ancora chiaro come (neanche Marco Travaglio e Peter Gomez riescono a spiegarlo completamente), c’è qualcuno che ci guadagna. Che siano soldi o altro, qualcuno sta facendo ancora accordi. Se non ci pensano loro, perché non sono dalla nostra parte, pensiamoci noi. Per quanto ci è possibile.
Già in “Viva Zapatero” Sabina Guzzanti e Travaglio auspicavano una riforma radicale del sistema radiotelevisivo italiano che ne impedisse ogni tentativo di lottizzazione (cosa che non ha sicuramente inventato Berlusconi, ma che Berlusconi ha del tutto fascistizzato). Oggi quell’idea è diventata una legge di iniziativa popolare sul modello di quelle già in vigore in Europa (Germania e Spagna soprattutto) che punta a «regolamentare la materia per assicurare il pluralismo, la libertà, l’obiettività, la correttezza e la imparzialità delle trasmissioni di reti pubbliche e private, sottraendo il servizio pubblico all’ingerenza dei partiti politici». Trovate tutti i dettagli su www.perunaltratv.it. Servono firme (cinquantamila) e comitati che le raccolgano: se vogliamo veramente iniziare a cambiare qualcosa in questo Paese cominciamo dall’avere una tv non controllata dalla politica ma che la politica la controlla; una televisione senza baciapile quali Mimun, Mazza, Marano, Ferrario, Del Noce e compagnia ma con professionisti che scalano i ranghi per merito; una televisione senza reti “di destra” e reti “di sinistra” ma solo con reti “di verità”. Mi raccomando.
PS: oggi, ancora su Repubblica, Giulio Ferroni ha risposto alla critica di Baricco di ieri (ecco la risposta). Baricco non sapeva che Ferroni ha recensito "Questa storia" sul numero di dicembre di Giudizio Universale. Ha preso una bella cantonata, ma rimane il fatto che la sua critica ai critici ha ragione da vendere.
Su Repubblica di oggi Alessandro Baricco si lamenta di due giudizi gratuiti che Piero Citati e Giulio Ferroni gli hanno affibbiato nei giorni scorsi, dico gratuiti perché – come spiega lo stesso scrittore, che non critica il giudizio in sé ma il metodo – sono stati infilati dai due critici in mezzo ad articoli di altro argomento e senza motivazioni al seguito (qui l'articolo completo).
Baricco ha ragione. Di stoccate buttate lì giusto per aggredire un determinato personaggio (magari popolare come lo è Baricco) e prendersi gli applausi di quella parte di pubblico che arriccia il naso di fronte a qualunque espressione artistica che esca dalla nicchia se ne possono trovare a iosa, ed alcune - soprattutto nel mondo letterario e musicale - sono davvero irritanti e inutili. Un critico, di qualsiasi forma d’arte esso si occupi, fra le tante responsabilità che ha, ha quella primaria di criticare e non sbeffeggiare a gratis. Si può sbeffeggiare, aggredire, stroncare senza attenuanti un libro o un disco, ma purché lo si faccia con dei motivi ben fondati e riscontrabili. Altrimenti il lavoro del critico diventa puro sparlare, e perde di valore.
Come giustamente fa notare lo scrittore, invece che travasare bile a piccole dosi sulle colonne di un quotidiano, gli intellettuali alla Citati e alla Ferroni (dotati come sono, e non scherzo, di una cultura letteraria fuori dal comune) dovrebbero cercare di spiegare come mai il tanto a loro sgradevole Baricco aggrada invece centinaia di migliaia di lettori. Il discorso vale anche per noi giornalisti musicali affermati o che provano a diventarlo: è vero che la passione porta a scatenare un inferno di improperi nei confronti di quel cantante che secondo noi offende la religione Musica, ma le recensioni devono essere come teoremi estrapolati dall’opera d’arte che in essa trovano le argomentazioni per la gloria o l’infamia dell’opera stessa. Se c’è una cosa che può elevare i critici dalla condizione di (acculturati?) scribacchini probabilmente può essere solo questa: mettere al servizio, o al disservizio, l’intelletto per spiegare, interpretare. E’ banale dirlo, ma forse - visti questi tempi dove tutti recensiscono, musica specialmente - è necessario ricordarlo. La bile, e le parole che da essa scaturiscono, rischiano di diventare solo aria fritta.
PS: prima che qualcuno dica che difendo Baricco perchè sono il solito fan a cui non puoi toccare l'Artista, metto le mani avanti: Baricco (di cui ho letto "Castelli di rabbia" e "Novecento) mi fa schifo.