Lou Reed, come molti di voi forse sapranno, è in questi giorni in tour in Italia. Dopo la prima data “olimpica” a Torino (trovate qui un report della serata tutt’altro che entusiasta) e quelle a Firenze e Mantova, Reed (qui a sinistra negli inediti panni di Riccardo Cocciante) suonerà domani sera al Teatro Nazionale di Milano. Io ci sarò, e speriamo sarà un’esibizione all’altezza delle aspettative (e anche del prezzo del biglietto: trentasei euro tondi tondi, ed era la tariffata più bassa). Da certi dinosauri del rock – non privi, tra l’altro, di una certa spocchia com’è Reed – è facile aspettarsi caricature di sé stessi più che altro, ma non avendolo mai visto dal vivo era quasi un obbligo esserci. Se qualcuno sarà là, come al solito, ci si “vede”.
La storia della famiglia Negromonte è la storia (attuale, ma non solo, e futura) di questo Paese. E’ la nostra storia, del nostro sogno di Bengodi.
Come forse avrete notato fino ad oggi ho segnalato pochi dischi usciti nel 2006. E’ quasi normale: il periodo “caldo”, quello con le uscite più determinanti per il buono o cattivo andamento dell’anno in corso, sta per arrivare.
Che il basso livello della politica odierna abbia paura di gente come Luttazzi e Guzzanti è un fatto a suo modo comprensibile (attenzione a non pensare che solo la destra li tema: non ricordo grandi clamori da sinistra ai tempi dei diktat bulgari). Ma arrivare al punto di temere uno come Antonio Cornacchione è una cosa triste e deprimente. Cari resistenti e/o terroristi iraqeni,
se mai vi capiterà di essere in un periodo di magra alla voce “uomini da mandare al macello imbottiti di esplosivo” non contate su quegli italiani. Quali? Quelli che alcuni giorni fa manifestavano per le vie di Roma urlando «dieci, cento, mille Nassiriya». E’ facile declamare stronzate in un Paese tutto sommato libero, non occupato militarmente e non più sottoposto ad un regime politico dittatoriale da parecchi anni. Un po’ più difficile metterle in pratica: vi assicuro che, se mai chiedeste aiuto a questo Paese per la vostra (discutibile) causa, quei signori saranno gli ultimi a partire; e se mai partiranno, saranno i primi che dovrete rincorrere per richiamarli al dovere per cui sono partiti. Quindi pensateci prima di fare certi appelli, potrebbero non convenirvi.
Qui da noi il gesto più estremo che si fa è rubare o la fiaccola olimpica o i libri dai supermercati. Fiaccole e libri? Sì, da noi si mangia tutti i giorni, non c’è bisogno di rubare cibo. Da noi si rubano le fiaccole per contrastare le multinazionali (non mi venite a dire che non sapete che anche il petrolio che rubano a voi occupandovi il territorio serve per accendere le fiaccole olimpiche, eh) e certi tipi di libri perché costoro che li rubano ritengono che rubandoli e poi distribuendoli gratuitamente fuori dal supermercato sia un modo per educare il popolo. Dite che è un gesto borghese? Certamente, e non è mica solo il gesto ad essere borghese. Questi l’essere borghesi ce lo hanno nel sangue, e nel culo scaldato da papà.
Non crederete ancora che ci sia in giro qualcuno che voglia morire per la rivoluzione, vero? Va beh Allah, ma da noi in Italia Allah o Aqquah è sempre un po’ la stessa cosa.
Un saluto,
L.B.
Cari sportivi (tutti esclusi i calciatori),
se ritenete quella di ieri la solita domenica calciocentrica, magari potenziata dal dramma di uno del calciatore più in vista nel nostro Paese, vi sbagliate di grosso. Quella di ieri non è stata la solita domenica capace di oscurare tutti gli altri sport domenicali e con gli strascichi di polemiche che da una domenica portano all’altra anche tutti gli sport che domenicali non sono. Quella di ieri è stata una domenica rivelatrice, direi quasi epifanica, e voi avete rischiato grosso. Con il dramma del Pupone nazionale, con il brivido che ha percorso tutti i calciofili italiani nel pensare alla loro Nazionale alla conquista del suolo germanico senza il primo tra gli eroi, con l’immagine di un’onesta gamba spaccata nel bel mezzo di una “disciplina” che tutto ormai è diventato fuorché sport (circo? carrozzone? agenzia matrimoniale? manicomio?) a qualcuno dei calciofili è venuto il sospetto che il calcio sia ancora uno sport. Uno sport come quasi tutti i vostri: con allenamenti durissimi, ritiri intensi, addirittura con infortuni dolorosi che giustificano le cadute a terra. Uno sport fatto perfino da uno sportivo che dimenticata la velina e il pupino (a casa), le barzellette e gli sputi (in campo, fuori, ovunque), si ricorda per un momento che anche la sua attività è fatica e, udite udite, dolore. Fatica e dolore come le vostre di voi fondisti, di voi scalatori, di voi velisti, di voi marciatori e via dicendo.
Siete stati fortunati però, perché dopo un attimo di lucidità di massa un giornalista illuminato e contrario a questa eccessiva sportività del calcio ha posto la questione fondamentale: ma nel calcio ci si fa anche male? E allora via alla discussione sugli interventi troppo duri, sugli arbitri che non tutelano gli attaccanti, sulle ossa troppo poco resistenti. Sarà così fino a domenica prossima e i calciofili, l’unica razza che si fa chiamare con il nome di una cosa che ormai non ricorda più (il calcio), continueranno ad adorare questa enorme, invadente orgia. Se il virus di sportivazione del calcio si fosse diffuso, per voi non ci sarebbe stato più scampo. Vi immaginate a combattere per la visibilità con uno sport vero e proprio e non con una pantomima che fortunatamente prima o poi crollerà come ogni sistema che non fa altro che riciclare (sordidamente) sé stesso? Ringraziate la sorte, avete avuto un culo che neanche Galeazzi…
Un saluto,
L.B.
PS: come potete vedere sotto, questo post viene iscritto in una nuova categoria: satira. Insomma ho provato a fare satira. Al di là del fatto che oggi in Italia siamo un po' tutti satirici e un po' tutti studiosi di satira (e ognuno ha la sua definizione del genere), spero vi regali almeno un sorriso e qualche pulviscolo di riflessione.
Sono assolutamente favorevole alle dimissioni del ministro Calderoli. Ho qualche dubbio che queste sarebbero avvenute, e così celermente, se non fossimo stati a pochi passi da una consultazione elettorale, ma sta di fatto che ci sono state. Sono favorevole e, per quel può valere, mi gratifica che un personaggio simile non ci rappresenti più. Ma non credo che il motivo valido delle sue dimissioni sia ciò che ha fatto. Se è vero che il nostro occidentale passato annovera tra i suoi contributi quello dell’Illuminismo, e se è vero che uno dei più grossi lasciti di esso fu l’aver separato blasfemia e reato e ammansito il potere temporale della religione (qualunque essa sia, seppur con esiti ancora oggi non del tutto compiuti), è vero anche che il ministro Calderoli, l’uomo Calderoli, nell’aver indossato quella maglietta non ha nessuna reale colpa, nessuno fino ad ora gli ha contestato alcun reato, ed ha tutto il diritto di prendersi gioco di chiunque e qualsiasi cosa (sarà quel chiunque o qualsiasi cosa semmai a chiedere conto alla Giustizia dei suoi gesti, se ne sentirà la necessità). Questo è sempre bene ricordarlo, perché in Italia, comunque sia, vige la libertà di espressione, che è fluire di pensieri senza ostacoli ed esprimere cosa si pensa senza censure anche quando il pensiero aggredisce, deride, offende. Premessa: l’autore del libro di cui vi sto per parlare (Hamilton Santià) è un amico, un collega (entrambi si prova a scrivere di musica) e un compagno di cazzate (sì, passiamo mezzore su mezzore in msn a (s)parlare di questo o quell’altro. Approposito Ham, quant’è che non “canzoniamo” più C.F. de La S…?). Quindi potete benissimo prendere quello che sto per scrivere come una marchetta bella e buona, ma se lo fate vi sbagliate: l’autore in questione non mi ha pagato per parlare bene della sua opera, io invece ho pagato lui per leggerla.
Mi era capitato raramente fino ad oggi di leggere un libro che raccontasse così bene il mio passato. Un libro che, al di là dei contesti, delle mode, dei gusti, cercasse di delineare la geografia dei sentimenti, la “filosofia di vita”, del tipico adolescente che vuole essere al di fuori dei suoi coetanei, che vuole essere in un’agognata parola “alternativo”. Lo siamo stati più o meno tutti noi che oggi scriviamo sulle webzine musicali e non, che spendiamo (e spendevamo) pure il fegato per comprarci dischi, libri, films e su di essi ci consumiamo pomeriggi, serate, discussioni, arrabbiature, persi nel nostro romanticismo quasi reazionario che ci fa credere ancora nell’arte (in che modo poi ci crediamo? Ognuno a suo modo, sennò non ci sarebbero ne’ discussioni ne’ arrabbiature…).
“Graham” di Hamilton Santià racconta proprio questo nostro passato, è un frammento – dato il taglio diaristico della narrazione – del romanzo di formazione della nostra vita, in cui a dominare è la vita stessa. La vita sociale, immersa in quell’ingenua idea che tutti quelli che stanno intorno (tranne pochi) sono autentiche teste di cazzo e noi – soltanto noi, maiuscolamente illuminati – quelli giusti (dicesi anche autoreferenzialismo a go go: qualcuno, per la verità, non s’è ancora ripreso); e la vita intima, nella ricerca e poi scoperta di quei pochi che «sono come noi» – e di quell’una che «è noi» – con cui condividere tutte quante le passioni e la noia di un mondo che sembra sempre remarci contro.
Non conta tanto qui la mancanza di un tentativo di ricerca (artistica) dell’inaudito, ne’ l’assenza di una trama chiusa (l’effetto dato dalla narrazione è e vuole essere fotografico) – controbilanciati comunque da una scrittura piuttosto fresca e non priva di qualche bella zampata ironico-comica: il senso di “Graham”, se è vero come recita il retrocopertina che non vuole eleggersi a voce di una generazione (ed è vero, perché una generazione contemplerebbe anche gli altri, per noi di allora la maggioranza «omologata», che qui fanno solo da sporadici comprimari), è quello di aver acceso un lumicino (lui come altri libri simili) su un gruppo di persone tra loro distanti che oggi si incontra e si accorge di aver avuto gli stessi metodi e, spesso, gli stessi maestri.
(Il libro è acquistabile qui)
Tornando sul discorso che feci alcuni giorni fa sull’inutilità delle religioni – e che probabilmente sarà il tema del mio articolo per il prossimo numero di Dedalus, dedicato alla società liquida di baumaniana definizione – vorrei postarvi di seguito un’amaca di Michele Serra sull’argomento (l’amaca per chi non lo sapesse è la brevissima rubrica che ogni giorno l’ex direttore di Cuore tiene su la Repubblica, un breve momento satirico-riflessivo a volte avvincente, a volte meno). E’ un intervento che risale a parecchi giorni fa, ma ha una sua “universalità”, e riprende un punto di vista di cui anche io avrei voluto trattare dopo lo sfogo-riflessione sulla perdita del sacro delle tre religioni abramitiche. Siccome l’ha già fatto lui, è inutile che mi inventi parole diverse dalle sue per esprimere un concetto pressoché identico. Eccola.
“Si discute ovunque, con giusta preoccupazione, come evitare di offendere le fedi altrui. E come difendere la propria. Ma negli infiniti dibattiti e nei dotti elzeviri, fatica a riconoscersi il povero senza-dio, colui che non si colloca entro alcuna chiesa, colui che nelle varie confessioni, pur rispettandone e magari ammirandone storia e cultura, vede soltanto il gran travaglio degli uomini, e non la traccia di una verità rivelata. Il senza-dio non è mai nominato, non è previsto dai vari protocolli di comportamento e di tutela, non ha stendardi dietro i quali fare crocchio o corteo e tanto meno ha simboli da bruciare. Non è nei telegiornali, non è nelle vignette, non ha ambasciata da barricare o da assaltare. È completamente sommerso e cancellato dalle varie ondate, più o meno furenti, più o meno tolleranti, di difensori e di offensori delle fedi, e nei dibattiti televisivi non gli si concede nemmeno lo strapuntino di solito riservato al caso umano, al candidato pittoresco, al matto di turno.
Indemoniati e indiati traboccano da ogni angolo del mondo, scaricandosi addosso quell'odio religioso che, illusoriamente, i moderni credevano di aver sopito grazie a quella divinità molto esitante, e troppo discreta, che è la dea Ragione. Gli atei prevedano per tempo il loro futuro da reietti, già preannunciato dalla implicita censura di Istituzioni, Autorità e Intellighenzia. Si preparino alle catacombe”.
Niccolò Fabi è il classico cantautore riconoscibile, uno di quelli di cui percepisci l'odore appena senti una canzone. Ed è anche un ottimo artigiano di singoli, capace di coniugare intelligenza e fruibilità, ruffianeria e gusto. Ve le ricordate "Dica" e "Capelli" (inizio carriera e ruffianeria a larghe dosi)? E poi "Lasciarsi un giorno a Roma", la policiana "Se fossi Marco" e tre anni fa "E' non è"? Tutti brani che appartengono a quella categoria, purtroppo ristretta, di canzoni che quando le senti non ti fanno rimpiangere di aver acceso la radio. Può fare qualcosa il cittadino qualunque per arrestare o almeno mitigare il (fallimentare) superomismo catodico di Berlusconi, l’ansia da dichiarazione di Pecoraro Scanio, i rutti xenofobi di Borghezio, l’inconsistenza morale dei Fassino, Casini, D’Alema, Fini, Maroni e compagnia? In poche parole possiamo fare qualcosa noi per evitare di essere coinvolti nell’isteria quasi collettiva che sembra aver ammorbato la classe politica italiani negli ultimi anni (e in particolare nelle ultime settimane) lasciando del tutto in disparte i tanti problemi, le soluzioni e soprattutto le idee?
Io credo di sì. Se una cosa possiamo fare è coltivare un pensiero, un pensiero sulle cose. Un pensiero sulle cose non è un’idea (un’idea si fa presto ad averla: si prende un giornale, si impara a memoria cosa dice il maggior editorialista sul fatto del giorno e si ha l’idea) e sulle cose non vuol dire su tutto (essere tuttologi è facilissimo, soprattutto in tempi di indigestione informativa: c’è una opinione intelligente e di buon senso su ogni cosa al giorno d’oggi). Coltivare ed avere un pensiero sulle cose è possedere un’interpretazione complessa della realtà, che alla realtà guarda e con essa si confronta (mutando quando è il caso); è avere un occhiale proprio, serio, strutturato, attraverso cui filtrare ciò che succede, un occhiale che sarà proprio solo se nascerà da sé stessi, dalle esperienze e letture fatte, che saranno necessariamente tantissime e sempre in crescita – perché quando si inizia a coltivare un pensiero si comprende da subito quanto esso non sia mai abbastanza complesso per affrontare il mondo: coltivare un pensiero è tutt’altro che cosa facile, immediata, non faticosa.
Io credo che solo facendosi ognuno di noi, con fatica e dedizione, piccoli filosofi della politica (cioè coloro che prima interpretano e poi risolvono i problemi della polis) si possa riuscire a migliorare anche di poco l’Italia e oltre. Credo sia questo l’unico gesto di responsabilità che possiamo fare per alzare il livello di ogni aspetto di questo nostro sistema di influenze e meccanismi che chiamiamo vivere insieme o, in modo più nobile, politica. Che è cosa profondamente diversa dal petulare dei partiti: è appunto pensiero sulle cose, pensare per fare davvero politica.
PS: come già segnalato nell’ottimo blog dell’amico Daniele, c’è qualcuno che ogni tanto cerca nella blogosfera il proprio nome e quando è il caso di intimidire qualcuno che lo ha criticato, querela. Sto parlando di Gigi Moncalvo, ex direttore de La Padania e oggi conduttore sul secondo canale del talk politico Confronti, che ha querelato Anna Setari e Nick “colpevoli” di aver criticato alcuni aspetti quantomeno singolari del programma da lui condotto (trovate qui e qui i due motivi di querela: giudicate voi se ce n’era bisogno).
Qui da discanto piena ed enorme solidarietà ai due e una piccola annotazione che in un Paese davvero democratico non andrebbe nemmeno fatta: la querela è un’arma di difesa e non di offesa o addirittura intimidazione. State attenti: di gente che vuole metter la mordacchia è piena la contrada.
Come un affamato che mangerebbe anche la spazzatura, Silvio Berlusconi sta cercando di raccattare voti in ogni minimo partitino. Oltre al quartetto Forza Italia-Udc-Lega-An la Casa delle Libertà versione elezioni duemilasei ospiterà Riformatori Liberali, Comitato No Euro, Dc, Pri, Pli e soprattutto il Movimento Idea Sociale di Pino Rauti e Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini. Questi ultimi due, per chi si fosse perso gli ultimi vent’anni di politica nera italiana, sono partiti neo-fascisti: diretta derivazione della Fiamma Tricolore il primo, costola distaccata e parecchio revisionista il secondo. Chi voterà uno qualsiasi degli altri partiti accetterà indirettamente che all’interno della Casa delle Libertà sieda un partito neo-fascista, e che esso abbia la possibilità di accedere al parlamento di uno stato che ha fatto dell’antifascismo un valore portante. Se a ciò aggiungiamo il fatto che la Casa delle Libertà è infarcita di ex piduisti e collusi con la mafia (molto di più del centro-sinistra) ecco tre buonissimi motivi per non votare Berlusconi alle prossime elezioni. Come si dice: uomo avvisato, mezzo salvato.
PS: i nomi dei due partiti neo-fascisti di cui si è parlato sopra sono in grassetto ma ad essi, come potete verificare anche voi, non corrisponde alcun link. Questo blog non dà voce, e ancor meno supporto, a indecenti nostalgie di fasci.
Ora, dopo l’ennesima magagna creata dall’Islam (moderato o estremista che sia); dopo tutti i sanguinosi conflitti e le privazioni di diritti che Cristianesimo, Ebraismo ed Islamismo oggi come nel passato hanno generato; dopo le centinaia di milioni di sensi di colpa, di mancate realizzazioni di desideri, di vite troncate nello spirito la cui origine è nelle tre religioni abramitiche oggi esistenti e nelle loro diverse interpretazioni o crismi, dovreste spiegarmi a che servono, quale senso buono hanno questi culti; quanto bene hanno realmente fatto all’umanità e quanto male; cosa ci sia di davvero lodevole in essi. Spiegatemi qual è l’utilità di queste credenze che sono venute a patti con il potere, la civiltà, l’educazione e via via nella loro storia si sono sempre più concentrate sulla creazione di un’etica – quando bastano quattro persone attorno ad un tavolo per generare un’etica – ed hanno rinunciato a tutto quello che è Altro dalla razionalità umana: l’irrazionale, il buio atavico della ragione e dello spirito, il non-senso esistenziale e la sua fine altrettanto insensata. In una parola: il Sacro. Spiegatemi a che servono religioni talmente mondane che di fronte ad uno tsunami parlano di cellule staminali, che di fronte alla malattia schiamazzano il proprio diritto insindacabile ad essere rispettate, che di fronte alla pazzia, all’omicidio, al suicidio decidono banalmente cosa è Bene e cosa è Male – come se lo potessero davvero comprendere un pazzo, un omicida, un suicida cosa è Bene o Male. Spiegatemelo perché non lo so capire, e soprattutto perché si è fatta pesante e del tutto inutile l'eredità che queste religioni – ma è giusto definirle tali? – giorno dopo giorno, da anni e per anni ancora, ci lasciano e ci lasceranno. A noi: in definitiva soli.
PS: per quanto riguarda la questione vignette, qui la si pensa come Voltaire: «Non condivido il tuo pensiero ma farò di tutto perchè tu possa esprimerlo liberamente». E poi, casomai, se ne discute.
Fortunatamente la musica leggera in coppia ci ha riservato lungo la sua storia qualcosa di più di Albano e Romina o Wess e Dori Ghezzi. Mi viene in mente da subito il bellissimo duetto che Mina e Fabrizio De Andrè incisero su "La canzone di Marinella" per il di lui disco "M'innamoravo di tutto" o il dialogo carnefice-amante dell'accoppiata Nick Cave-Kylie Minogue di "Where The Wild Roses Grow". Il gioco è semplice: per fare un buon duetto ci si può basare sulla semplice diversità di timbri e toni dei due cantanti (Mina-De Andrè) o spostarsi su topos ancora più incisivi e in qualche caso immaginifici, tipo quello luce/ombra della coppia Cave-Minogue. Isobell Campbell e Mark Lanegan sull'incontro chiaroscurale dello loro due voci vi hanno costruito un gran bel disco, che schiva il kitsch nonostante l'ingente dose di archi sparsa un po' ovunque ed evita anche il caramello della vocina di lei (che è rosa come poche, ma con quel tocco di malizia fondamentale come l’insulina contro il diabete). A volte l'effetto "La Bella e la Bestia" si sente fin troppo - ed ha pure un risvolto divertente: facile immaginarsi il lugubre Mark, zazzera nera e bava alla bocca, rincorrere per lo studio di registrazione l'immacolata Isobell e tentare di impalmarla - ma nel complesso "Ballad Of The Broken Seas" è una delle migliori uscite di questo inizio duemilasei. Dall'iniziale "Deus Ibi Est" fino alla zampata finale di "The Circus Is Leaving Town" (chitarra, organo e la voce eterna di Lanegan: un pezzo che piace a noi romantici) i brani si mantengono su un livello piuttosto alto, rilasciando tutto quello che di buono ci si aspetterebbe dall'incontro tra l'Amorino più conturbante dell'indie-pop planetario e la tradizione da brividi dell'ex Screaming Trees. Consigliato.