28/02/2006, ore 16:52

Reazionario. Il rock’n’roll come espressione artistica tra le più reazionarie che esistano. Conservatrice nelle forme, nei riti, nelle strategie comunicative. Qui l’assolo tirato, lì la smargiassata di batteria, là l’accelerazione con basso granitico al seguito che fa battere le mani e gridare uuh uuh (fateci caso, anche il pubblico è allo stesso modo conservatore: mai una volta che uno gridi iih iih o eeh eeh).
E’ la retorica del rock’n’roll show, la conosco abbastanza bene e sono contento di parteciparvi. Fino a quando però il protagonista dello show si impegna. Altrimenti se uno sale sul palco per fare il manichino di sé stesso, come ha fatto mister Lou Reed ieri sera a Milano, è meglio stare a casa. Già il rock è (diventato) una delle forme d’arte meno rivoluzionare che esistano, se poi chi lo fa lo fa da mestierante, senza nerbo, senza spirito, ma solo perché quella è la parte che deve fare e «tanto il pubblico applaudirà io sono pur sempre Lou Reed», allora è meglio stare davanti alla tv a vedere Anna Oxa che imita Diamanda Galas. Almeno fa ridere (e costa di meno).
Eppure la serata di ieri sera è stata proprio questo: un’ora e quarantacinque di musica, dodici pezzi eseguiti con lo spirito di uno che un po’ si annoia ma del resto non ha nient’altro da fare, e un bis (“Sweet Jane”) buttato al pubblico come il mangime ai polli. Arrivi a teatro, ti siedi (se pensate di andare al Nazionale prossimamente non prendete assolutamente i posti in balconata: sono tanto stretti che il mio seggiolino non riusciva ad arrivare in fondo incastrato com’era dalle mie gambe a loro volta strettamente schiacciate nel seggiolino davanti: ladri), si spengono le luci, si riaccendono e sembra che non sia successo nulla: un compitino pagato fior di quattrini.
Sono servite a poco le evoluzioni ritmiche di un batterista che vedresti meglio al Circo Medrano piuttosto che uno degli artisti più influenti della storia del rock – e al circo ci manderesti pure il pubblico in visibilio per cinque minuti (!!) di solo di tamburi. Sono servite a poco anche una “Rock Minuet” unico momento davvero vitale dell’esibizione insieme a “Who Am I” – in cui interviene anche l’annunciato maestro di tai-chi e si fa come da scaletta i suoi quattro volteggi: scena assai suggestiva, ci mancherebbe, ma non venite a dirmi che per noi occidentali quel signore non significa molto di più di un cinese in pigiama che si contorce. Mister Lou Reed, la rockstar, l’intellettuale di spicco della New York alternativa di inizio millennio, oggi in realtà è un venditore di paccottiglia. E non è neanche reazionariamente rock. Vende semplicemente l’unica paccottiglia che possiede: sé stesso.
sciarade
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categoria : musica





26/02/2006, ore 20:19

Lou Reed, come molti di voi forse sapranno, è in questi giorni in tour in Italia. Dopo la prima data “olimpica” a Torino (trovate qui un report della serata tutt’altro che entusiasta) e quelle a Firenze e Mantova, Reed (qui a sinistra negli inediti panni di Riccardo Cocciante) suonerà domani sera al Teatro Nazionale di Milano. Io ci sarò, e speriamo sarà un’esibizione all’altezza delle aspettative (e anche del prezzo del biglietto: trentasei euro tondi tondi, ed era la tariffata più bassa). Da certi dinosauri del rock – non privi, tra l’altro, di una certa spocchia com’è Reed – è facile aspettarsi caricature di sé stessi più che altro, ma non avendolo mai visto dal vivo era quasi un obbligo esserci. Se qualcuno sarà là, come al solito, ci si “vede”.

sciarade
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categoria : musica





24/02/2006, ore 16:50

La storia della famiglia Negromonte è la storia (attuale, ma non solo, e futura) di questo Paese. E’ la nostra storia, del nostro sogno di Bengodi.
Leader indiscussi della new economy nostrana, i Negromonte ottengono in outsourcing dallo Stato (impersonato dalla figura impalpabile, ma complice, del Presidente) Napoli e tutto il Sud Italia. Lo scopo è quello di radere al suolo tutto e costruire Eternapoli, un parco tematico che ricostruisca tutta la storia della città partenopea facendola recitare – nella vita di tutti i giorni – ai suoi abitanti.
Come in un Matrix post-Prima Repubblica e pienamente liberista, l’illusione data in pasto agli abitanti, insieme ad una promessa di ricchezza sicura per tutti, è quella di vivere la propria vita da protagonisti e decidere il proprio destino. Ma il (terribile) destino di Eternapoli e dei suoi abitanti è nelle mani dei propositi amorali della famiglia Negromonte, che piega ai propri interessi ogni cosa (affetti, religione, stato, giustizia, verità, cultura) e travolge crudelmente chiunque, senza scrupoli. E’ la giungla: solo chi serve rimane in vita, gli altri vengono eliminati fisicamente o socialmente. E alla gente non rimane che applaudire e gozzovigliare sperando di rientrare nei piani, fino a quando tutto non crollerà.
Quella che mette in scena Giuseppe Montesano attraverso il racconto del giovane Roberto (sorta di segretario di casa Negromonte) mischiando dialetto e lingua italiana, personaggi realistici al limite della citazione e figure solo in apparenza estremizzate, è una tragedia grottesca senza scampo, che trova qualche debole speranza solo nell’azione carsica di alcuni disobbedienti (tra cui la “pecora nera” della famiglia: quell’Andrea Negromonte il cui amore evangelico verrà anch’esso travolto): contro il vuoto etico di una società che ha reso il Carnevale non un’eccezione ma la regola, costoro possono opporre solo il progressivo risveglio della proprie coscienze, un ritorno all’amore e al rispetto (soluzione reale ma del tutto inerme di fronte allo sfacelo) e l’inevitabile fuga finale, di cui però è ignoto l’esito.
Di questa vita menzognera” (Feltrinelli, 189 pagine, 7 €) non è solo il racconto satirico del morbo berlusconiano, non è solo la denuncia delle colpe di una classe politica che ha ceduto tutto all’economia ed oggi di fronte ad essa si trova o complice o disarmata. E’ l’atto d’accusa nei confronti di tutta una nazione, di tutta una parte di mondo, che per soddisfare i sempre più crescenti desideri del proprio stomaco si sta giocando tutto. Anche sé stessa.
Sarà possibile ancora cambiare direzione?
sciarade
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categoria : politica, letteratura





23/02/2006, ore 13:28

Come forse avrete notato fino ad oggi ho segnalato pochi dischi usciti nel 2006. E’ quasi normale: il periodo “caldo”, quello con le uscite più determinanti per il buono o cattivo andamento dell’anno in corso, sta per arrivare.
Torno invece ancora per un attimo al 2005 per segnalarvi un disco brasiliano. Non mi pare si sia mai parlato di Brasile su discanto, nonostante adori Veloso e mi piaccia parecchio pure Jobim (ma non prendetemi come esperto, tutt’altro: conosco giusto quattro cantautori italiani in croce io). E’ la volta di farlo per “De uns tempos pra cá”, ultimo lavoro di Chico César e primo ad incontrare le mie orecchie. Non conosco infatti quello che ha fatto Cesar prima di questo ottimo disco, ma apprendo sul Mucchio dalle parole di Eddy Cilìa che quello precedente, “Respeitem meus cabelos, brancos” (che gran bel titolo), «mescolava reggae e fantasmi di tango, liturgici organi soul e chitarre blues, percussioni dirompenti e illanguidenti giochi d’archi». Quest’ultimo, sempre come fa notare Cilìa, si riduce agli ultimi due ingredienti – percussioni, soprattutto archi (e chitarre) - ed espone un repertorio di canzoni massimamente eleganti, melodrammatiche e bizzose negli arrangiamenti, ed al servizio di una voce non sconvolgente ma capace di destreggiarsi bene anche quando è alle prese con pezzi altrui (tra cui “Calìce” di Gil e Chico Barque).
Anche questo è cantautorato – un “pop da camera”, chiamiamolo così all’ingrosso, sicuramente inconsueto per il Brasile – ma un cantautorato bravo a sedurre anche al di là delle parole, grazie ad una somma forza espressiva che tante altisonanti produzioni nostra purtroppo si sognano. Insomma consigliatissimo, anche se le nenie velosiano vi fanno venire il latte alle ginocchia.
sciarade
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categoria : musica





22/02/2006, ore 20:14

Che il basso livello della politica odierna abbia paura di gente come Luttazzi e Guzzanti è un fatto a suo modo comprensibile (attenzione a non pensare che solo la destra li tema: non ricordo grandi clamori da sinistra ai tempi dei diktat bulgari). Ma arrivare al punto di temere uno come Antonio Cornacchione è una cosa triste e deprimente.
In questi giorni il cda della Rai, su iniziativa dei componenti di centro-destra, sta discutendo se fermare o no in tempo di par condicio "Che tempo che fa", anche per la presenzadi Cornacchione tra i comici del programma. Ma la comicità di Cornacchione non è satira: è comicità pura, e come quella del Bagaglino neanche delle migliori; non smaschera nulla ma sottolinea solamente, come quelle vignette che un tempo pronunciavano la gobba di Andreotti, qualcosa che già di per sé può fare ridere. Le gag di Cornacchione sono talmente palesi – e per questo altrettanto prevedibili – che non farebbero male ad una mosca. Ad una mosca no, ma al vacuità della politica italiana, e del centro-destra in particolare, evidentemente sì.
sciarade
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categoria : politica, televisione





21/02/2006, ore 12:06

Per mestiere e passione almeno una volta alla settimana mi trovo ad un concerto. I locali che frequento sono quelli della mia provincia e di alcune province vicine, e vanno dal grosso nome (Alcatraz, Rolling Stone) a quello medio (Motion) fino al localino per indie-snob o snob e basta in cui le facce sono più o meno sempre quelle (Casa139, ZeroMusicClub). Pubblici quindi sensibilmente diversi, proposte sensibilmente diverse, ma tutte accomunate da una cosa: il livello di maleducazione di chi assiste.
Il pubblico italiano, man mano che la quantità di concerti nel nostro Paese aumenta (oggi anche qui nella sottoprovincia dell’impero passano praticamente tutti), si fa più irrispettoso, strafottente. Non segue chi sta suonando, si prenda la libertà di chiacchierare sopra le canzoni, addirittura di ridere sguaiatamente disturbando sia chi suona, sia chi assiste. Sarà pure una sorta di “sindrome da sazietà” di chi in zone come queste può saturarsi di musica fino alla sfinimento, ma c’è anche una enorme dose di presenzialismo in questa gente, un presenzialismo selvaggio che porta certi personaggi (che di mestiere magari fanno anche i musicisti) a essere presenze fisse in quel determinato locale tanto quanto lo è la loro chiacchiera, ininterrotta dall’inizio alla fine delle esibizioni. Si chiacchiera, si ride, ci si fanno i fatti propri anche quando il locale dove si è fornisce sale apposite per conversare e bere qualcosa; si fa caciara anche quando chi sta cantano non fa propriamente rock’n’roll (che può essere anche solo un “gioco” per intrattenere) ma qualcosa di più “serio” e complesso (ho trovato gente fare un casino da parrucchiere anche ai concerti degli Zu: che ci vieni a fare ad un concerto degli Zu se non ti interessa?).
Sabato sera ero al Freemuzik di Brescia a sentire Cesare Basile, ma ho sentito un Basile remixato dal brusio di chi gli stava davanti. Il livello culturale di questo Paese, e quello di attenzione vera nei confronti dell’arte, si misura probabilmente anche da queste cose. Ed è un livello parecchio basso e per nulla alternativo, nonostante i pubblici dei locali che frequento amino distanziarsi dal mondo mainstream fregiandosi di quella nomea. Almeno in un concerto mainstream (Gigi D’Alessio, Renato Zero cose così) la gente segue l’esibizione e canta le canzoni. Non fa presenza, non fa salotto, non rompe i coglioni.  
sciarade
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categoria : musica, politica





20/02/2006, ore 19:39

Cari resistenti e/o terroristi iraqeni,
se mai vi capiterà di essere in un periodo di magra alla voce “uomini da mandare al macello imbottiti di esplosivo” non contate su quegli italiani. Quali? Quelli che alcuni giorni fa manifestavano per le vie di Roma urlando «dieci, cento, mille Nassiriya». E’ facile declamare stronzate in un Paese tutto sommato libero, non occupato militarmente e non più sottoposto ad un regime politico dittatoriale da parecchi anni. Un po’ più difficile metterle in pratica: vi assicuro che, se mai chiedeste aiuto a questo Paese per la vostra (discutibile) causa, quei signori saranno gli ultimi a partire; e se mai partiranno, saranno i primi che dovrete rincorrere per richiamarli al dovere per cui sono partiti. Quindi pensateci prima di fare certi appelli, potrebbero non convenirvi.
Qui da noi il gesto più estremo che si fa è rubare o la fiaccola olimpica o i libri dai supermercati. Fiaccole e libri? Sì, da noi si mangia tutti i giorni, non c’è bisogno di rubare cibo. Da noi si rubano le fiaccole per contrastare le multinazionali (non mi venite a dire che non sapete che anche il petrolio che rubano a voi occupandovi il territorio serve per accendere le fiaccole olimpiche, eh) e certi tipi di libri perché costoro che li rubano ritengono che rubandoli e poi distribuendoli gratuitamente fuori dal supermercato sia un modo per educare il popolo. Dite che è un gesto borghese? Certamente, e non è mica solo il gesto ad essere borghese. Questi l’essere borghesi ce lo hanno nel sangue, e nel culo scaldato da papà.
Non crederete ancora che ci sia in giro qualcuno che voglia morire per la rivoluzione, vero? Va beh Allah, ma da noi in Italia Allah o Aqquah è sempre un po’ la stessa cosa.

Un saluto,

L.B.


Cari sportivi (tutti esclusi i calciatori),
se ritenete quella di ieri la solita domenica calciocentrica, magari potenziata dal dramma di uno del calciatore più in vista nel nostro Paese, vi sbagliate di grosso. Quella di ieri non è stata la solita domenica capace di oscurare tutti gli altri sport domenicali e con gli strascichi di polemiche che da una domenica portano all’altra anche tutti gli sport che domenicali non sono. Quella di ieri è stata una domenica rivelatrice, direi quasi epifanica, e voi avete rischiato grosso. Con il dramma del Pupone nazionale, con il brivido che ha percorso tutti i calciofili italiani nel pensare alla loro Nazionale alla conquista del suolo germanico senza il primo tra gli eroi, con l’immagine di un’onesta gamba spaccata nel bel mezzo di una “disciplina” che tutto ormai è diventato fuorché sport (circo? carrozzone? agenzia matrimoniale? manicomio?) a qualcuno dei calciofili è venuto il sospetto che il calcio sia ancora uno sport. Uno sport come quasi tutti i vostri: con allenamenti durissimi, ritiri intensi, addirittura con infortuni dolorosi che giustificano le cadute a terra. Uno sport fatto perfino da uno sportivo che dimenticata la velina e il pupino (a casa), le barzellette e gli sputi (in campo, fuori, ovunque), si ricorda per un momento che anche la sua attività è fatica e, udite udite, dolore. Fatica e dolore come le vostre di voi fondisti, di voi scalatori, di voi velisti, di voi marciatori e via dicendo.
Siete stati fortunati però, perché dopo un attimo di lucidità di massa un giornalista illuminato e contrario a questa eccessiva sportività del calcio ha posto la questione fondamentale: ma nel calcio ci si fa anche male? E allora via alla discussione sugli interventi troppo duri, sugli arbitri che non tutelano gli attaccanti, sulle ossa troppo poco resistenti. Sarà così fino a domenica prossima e i calciofili, l’unica razza che si fa chiamare con il nome di una cosa che ormai non ricorda più (il calcio), continueranno ad adorare questa enorme, invadente orgia. Se il virus di sportivazione del calcio si fosse diffuso, per voi non ci sarebbe stato più scampo. Vi immaginate a combattere per la visibilità con uno sport vero e proprio e non con una pantomima che fortunatamente prima o poi crollerà come ogni sistema che non fa altro che riciclare (sordidamente) sé stesso? Ringraziate la sorte, avete avuto un culo che neanche Galeazzi…

Un saluto,

L.B.

PS: come potete vedere sotto, questo post viene iscritto in una nuova categoria: satira. Insomma ho provato a fare satira. Al di là del fatto che oggi in Italia siamo un po' tutti satirici e un po' tutti studiosi di satira (e ognuno ha la sua definizione del genere), spero vi regali almeno un sorriso e qualche pulviscolo di riflessione.


 

sciarade
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categoria : politica, calcio, religione, internet, televisione, satira





19/02/2006, ore 13:34

Sono assolutamente favorevole alle dimissioni del ministro Calderoli. Ho qualche dubbio che queste sarebbero avvenute, e così celermente, se non fossimo stati a pochi passi da una consultazione elettorale, ma sta di fatto che ci sono state. Sono favorevole e, per quel può valere, mi gratifica che un personaggio simile non ci rappresenti più. Ma non credo che il motivo valido delle sue dimissioni sia ciò che ha fatto. Se è vero che il nostro occidentale passato annovera tra i suoi contributi quello dell’Illuminismo, e se è vero che uno dei più grossi lasciti di esso fu l’aver separato blasfemia e reato e ammansito il potere temporale della religione (qualunque essa sia, seppur con esiti ancora oggi non del tutto compiuti), è vero anche che il ministro Calderoli, l’uomo Calderoli, nell’aver indossato quella maglietta non ha nessuna reale colpa, nessuno fino ad ora gli ha contestato alcun reato, ed ha tutto il diritto di prendersi gioco di chiunque e qualsiasi cosa (sarà quel chiunque o qualsiasi cosa semmai a chiedere conto alla Giustizia dei suoi gesti, se ne sentirà la necessità). Questo è sempre bene ricordarlo, perché in Italia, comunque sia, vige la libertà di espressione, che è fluire di pensieri senza ostacoli ed esprimere cosa si pensa senza censure anche quando il pensiero aggredisce, deride, offende.
La colpa vera di Calderoli, enorme e ben più grave di un rozzo insulto che può adirare solo chi non vede oltre la propria Verità (peraltro discutibilissima al di fuori di chi in essa crede), è di aver cavalcato l’onda, di aver approfittato del momento, di aver soffiato sul fuoco tanto quanto hanno fatto tutti quegli apparati politico-religiosi (gli Imam, le madrasse) che da alcune settimane spingono gruppi di ferventi musulmani a protestare contro vignette che non hanno visto e che sono uscite ormai sei mesi fa. Il gesto di Calderoli, seppur legittimo come cittadino privato, diventa illegittimo perché compiuto da un uomo politico (che deve avere rispetto di tutta la polis), ed è pure inutile (solo un ignorante può credere di aprire un dialogo con un idea assolutista attraverso un insulto) e profondamente pericoloso. Calderoli si merita ampiamente non solo di essere dimesso, ma proprio di cambiare mestiere: totalmente incapace di difendere gli interessi del suo popolo e quindi politico indecente, incolto da mettere i brividi (qualcuno gli spieghi cos’è l’illuminismo e cosa è una cultura che non ha attraversato una rivoluzione simile) e infine pure pessimo comico.
Quasi tutte le famiglie un po’ numerose hanno uno zio burino, quello che nella nidiata di fratelli è venuto su storto, che rutta a tavola e si mette le dita nel naso, che tocca i culi delle ragazze e fa apprezzamenti da cinghiale in calore. Ma nessuno si era mai immaginato fino a pochi anni fa di trovarselo un giorno in veste di ministro. Per fortuna con le dimissioni almeno in questo ci abbiamo guadagnato.
sciarade
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categoria : politica, religione





16/02/2006, ore 13:31

Premessa: l’autore del libro di cui vi sto per parlare (Hamilton Santià) è un amico, un collega (entrambi si prova a scrivere di musica) e un compagno di cazzate (sì, passiamo mezzore su mezzore in msn a (s)parlare di questo o quell’altro. Approposito Ham, quant’è che non “canzoniamo” più C.F. de La S…?). Quindi potete benissimo prendere quello che sto per scrivere come una marchetta bella e buona, ma se lo fate vi sbagliate: l’autore in questione non mi ha pagato per parlare bene della sua opera, io invece ho pagato lui per leggerla.

Mi era capitato raramente fino ad oggi di leggere un libro che raccontasse così bene il mio passato. Un libro che, al di là dei contesti, delle mode, dei gusti, cercasse di delineare la geografia dei sentimenti, la “filosofia di vita”, del tipico adolescente che vuole essere al di fuori dei suoi coetanei, che vuole essere in un’agognata parola “alternativo”. Lo siamo stati più o meno tutti noi che oggi scriviamo sulle webzine musicali e non, che spendiamo (e spendevamo) pure il fegato per comprarci dischi, libri, films e su di essi ci consumiamo pomeriggi, serate, discussioni, arrabbiature, persi nel nostro romanticismo quasi reazionario che ci fa credere ancora nell’arte (in che modo poi ci crediamo? Ognuno a suo modo, sennò non ci sarebbero ne’ discussioni ne’ arrabbiature…).
Graham” di Hamilton Santià racconta proprio questo nostro passato, è un frammento – dato il taglio diaristico della narrazione – del romanzo di formazione della nostra vita, in cui a dominare è la vita stessa. La vita sociale, immersa in quell’ingenua idea che tutti quelli che stanno intorno (tranne pochi) sono autentiche teste di cazzo e noi – soltanto noi, maiuscolamente illuminati – quelli giusti (dicesi anche autoreferenzialismo a go go: qualcuno, per la verità, non s’è ancora ripreso); e la vita intima, nella ricerca e poi scoperta di quei pochi che «sono come noi» – e di quell’una che «è noi» – con cui condividere tutte quante le passioni e la noia di un mondo che sembra sempre remarci contro.
Non conta tanto qui la mancanza di un tentativo di ricerca (artistica) dell’inaudito, ne’ l’assenza di una trama chiusa (l’effetto dato dalla narrazione è e vuole essere fotografico) – controbilanciati comunque da una scrittura piuttosto fresca e non priva di qualche bella zampata ironico-comica: il senso di “Graham”, se è vero come recita il retrocopertina che non vuole eleggersi a voce di una generazione (ed è vero, perché una generazione contemplerebbe anche gli altri, per noi di allora la maggioranza «omologata», che qui fanno solo da sporadici comprimari), è quello di aver acceso un lumicino (lui come altri libri simili) su un gruppo di persone tra loro distanti che oggi si incontra e si accorge di aver avuto gli stessi metodi e, spesso, gli stessi maestri.

(Il libro è acquistabile qui

sciarade
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categoria : letteratura





15/02/2006, ore 20:07

Tornando sul discorso che feci alcuni giorni fa sull’inutilità delle religioni – e che probabilmente sarà il tema del mio articolo per il prossimo numero di Dedalus, dedicato alla società liquida di baumaniana definizione – vorrei postarvi di seguito un’amaca di Michele Serra sull’argomento (l’amaca per chi non lo sapesse è la brevissima rubrica che ogni giorno l’ex direttore di Cuore tiene su la Repubblica, un breve momento satirico-riflessivo a volte avvincente, a volte meno). E’ un intervento che risale a parecchi giorni fa, ma ha una sua “universalità”, e riprende un punto di vista di cui anche io avrei voluto trattare dopo lo sfogo-riflessione sulla perdita del sacro delle tre religioni abramitiche. Siccome l’ha già fatto lui, è inutile che mi inventi parole diverse dalle sue per esprimere un concetto pressoché identico. Eccola.

Si discute ovunque, con giusta preoccupazione, come evitare di offendere le fedi altrui. E come difendere la propria. Ma negli infiniti dibattiti e nei dotti elzeviri, fatica a riconoscersi il povero senza-dio, colui che non si colloca entro alcuna chiesa, colui che nelle varie confessioni, pur rispettandone e magari ammirandone storia e cultura, vede soltanto il gran travaglio degli uomini, e non la traccia di una verità rivelata. Il senza-dio non è mai nominato, non è previsto dai vari protocolli di comportamento e di tutela, non ha stendardi dietro i quali fare crocchio o corteo e tanto meno ha simboli da bruciare. Non è nei telegiornali, non è nelle vignette, non ha ambasciata da barricare o da assaltare. È completamente sommerso e cancellato dalle varie ondate, più o meno furenti, più o meno tolleranti, di difensori e di offensori delle fedi, e nei dibattiti televisivi non gli si concede nemmeno lo strapuntino di solito riservato al caso umano, al candidato pittoresco, al matto di turno.
Indemoniati e indiati traboccano da ogni angolo del mondo, scaricandosi addosso quell'odio religioso che, illusoriamente, i moderni credevano di aver sopito grazie a quella divinità molto esitante, e troppo discreta, che è la dea Ragione. Gli atei prevedano per tempo il loro futuro da reietti, già preannunciato dalla implicita censura di Istituzioni, Autorità e Intellighenzia. Si preparino alle catacombe
”.

sciarade
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categoria : politica, religione





14/02/2006, ore 13:03

Niccolò Fabi è il classico cantautore riconoscibile, uno di quelli di cui percepisci l'odore appena senti una canzone. Ed è anche un ottimo artigiano di singoli, capace di coniugare intelligenza e fruibilità, ruffianeria e gusto. Ve le ricordate "Dica" e "Capelli" (inizio carriera e ruffianeria a larghe dosi)? E poi "Lasciarsi un giorno a Roma", la policiana "Se fossi Marco" e tre anni fa "E' non è"? Tutti brani che appartengono a quella categoria, purtroppo ristretta, di canzoni che quando le senti non ti fanno rimpiangere di aver acceso la radio.
"Costruire", il nuovo singolo nell'etere già da parecchi giorni, è un po' meno radiofonico dei precedenti ma rappresenta perfettamente, in quanto a intensità e impronta musicale, il nuovo disco di Fabi "Novo Mesto". Che è una piccola perla, piena di vibranti ballate acustiche abbellite da un ottimo lavoro negli arrangiamenti - chitarre, fisarmoniche, violini, fiati e anche banjo, che non a caso ci ricorda l'amatissimo Sufjan Steven (certo, il gap si sente) - e dalla voce di Fabi che mai come qui sembra coinvolto in ciò che canta (Oriente).
Il disco è stato registrato in Slovenia, in una sorta di comune musical-campagnola formata dallo stesso cantautore e dai suoi musicisti, e si sente: i pezzi sono suonati con partecipazione, c'è molta vita, molta unione.
Già col precedente "La cura del tempo" Fabi aveva dato precisi segnali di qualità nonostante qualche passaggio un po' troppo a vuoto. Con "Novo Mesto" quella qualità sembra essere una certezza: le canzoni sono sempre quelle - e probabilmente mai cambieranno - ma sono belle, appassionanti e per questo riescono ad avere ragione sulla riconoscibilità del loro autore. Promosso a pieni voti. 
sciarade
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12/02/2006, ore 20:06

Può fare qualcosa il cittadino qualunque per arrestare o almeno mitigare il (fallimentare) superomismo catodico di Berlusconi, l’ansia da dichiarazione di Pecoraro Scanio, i rutti xenofobi di Borghezio, l’inconsistenza morale dei Fassino, Casini, D’Alema, Fini, Maroni e compagnia? In poche parole possiamo fare qualcosa noi per evitare di essere coinvolti nell’isteria quasi collettiva che sembra aver ammorbato la classe politica italiani negli ultimi anni (e in particolare nelle ultime settimane) lasciando del tutto in disparte i tanti problemi, le soluzioni e soprattutto le idee?
Io credo di sì. Se una cosa possiamo fare è coltivare un pensiero, un pensiero sulle cose. Un pensiero sulle cose non è un’idea (un’idea si fa presto ad averla: si prende un giornale, si impara a memoria cosa dice il maggior editorialista sul fatto del giorno e si ha l’idea) e sulle cose non vuol dire su tutto (essere tuttologi è facilissimo, soprattutto in tempi di indigestione informativa: c’è una opinione intelligente e di buon senso su ogni cosa al giorno d’oggi). Coltivare ed avere un pensiero sulle cose è possedere un’interpretazione complessa della realtà, che alla realtà guarda e con essa si confronta (mutando quando è il caso); è avere un occhiale proprio, serio, strutturato, attraverso cui filtrare ciò che succede, un occhiale che sarà proprio solo se nascerà da sé stessi, dalle esperienze e letture fatte, che saranno necessariamente tantissime e sempre in crescita – perché quando si inizia a coltivare un pensiero si comprende da subito quanto esso non sia mai abbastanza complesso per affrontare il mondo: coltivare un pensiero è tutt’altro che cosa facile, immediata, non faticosa.
Io credo che solo facendosi ognuno di noi, con fatica e dedizione, piccoli filosofi della politica (cioè coloro che prima interpretano e poi risolvono i problemi della polis) si possa riuscire a migliorare anche di poco l’Italia e oltre. Credo sia questo l’unico gesto di responsabilità che possiamo fare per alzare il livello di ogni aspetto di questo nostro sistema di influenze e meccanismi che chiamiamo vivere insieme o, in modo più nobile, politica. Che è cosa profondamente diversa dal petulare dei partiti: è appunto pensiero sulle cose, pensare per fare davvero politica.

PS: come già segnalato nell’ottimo blog dell’amico Daniele, c’è qualcuno che ogni tanto cerca nella blogosfera il proprio nome e quando è il caso di intimidire qualcuno che lo ha criticato, querela. Sto parlando di Gigi Moncalvo, ex direttore de La Padania e oggi conduttore sul secondo canale del talk politico Confronti, che ha querelato Anna Setari e Nick “colpevoli” di aver criticato alcuni aspetti quantomeno singolari del programma da lui condotto (trovate qui e qui i due motivi di querela: giudicate voi se ce n’era bisogno).
Qui da discanto piena ed enorme solidarietà ai due e una piccola annotazione che in un Paese davvero democratico non andrebbe nemmeno fatta: la querela è un’arma di difesa e non di offesa o addirittura intimidazione. State attenti: di gente che vuole metter la mordacchia è piena la contrada.


sciarade
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08/02/2006, ore 20:09

Come un affamato che mangerebbe anche la spazzatura, Silvio Berlusconi sta cercando di raccattare voti in ogni minimo partitino. Oltre al quartetto Forza Italia-Udc-Lega-An la Casa delle Libertà versione elezioni duemilasei ospiterà Riformatori Liberali, Comitato No Euro, Dc, Pri, Pli e soprattutto il Movimento Idea Sociale di Pino Rauti e Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini. Questi ultimi due, per chi si fosse perso gli ultimi vent’anni di politica nera italiana, sono partiti neo-fascisti: diretta derivazione della Fiamma Tricolore il primo, costola distaccata e parecchio revisionista il secondo. Chi voterà uno qualsiasi degli altri partiti accetterà indirettamente che all’interno della Casa delle Libertà sieda un partito neo-fascista, e che esso abbia la possibilità di accedere al parlamento di uno stato che ha fatto dell’antifascismo un valore portante. Se a ciò aggiungiamo il fatto che la Casa delle Libertà è infarcita di ex piduisti e collusi con la mafia (molto di più del centro-sinistra) ecco tre buonissimi motivi per non votare Berlusconi alle prossime elezioni. Come si dice: uomo avvisato, mezzo salvato.

PS: i nomi dei due partiti neo-fascisti di cui si è parlato sopra sono in grassetto ma ad essi, come potete verificare anche voi, non corrisponde alcun link. Questo blog non dà voce, e ancor meno supporto, a indecenti nostalgie di fasci.

sciarade
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categoria : politica





05/02/2006, ore 13:45

Ora, dopo l’ennesima magagna creata dall’Islam (moderato o estremista che sia); dopo tutti i sanguinosi conflitti e le privazioni di diritti che Cristianesimo, Ebraismo ed Islamismo oggi come nel passato hanno generato; dopo le centinaia di milioni di sensi di colpa, di mancate realizzazioni di desideri, di vite troncate nello spirito la cui origine è nelle tre religioni abramitiche oggi esistenti  e nelle loro diverse interpretazioni o crismi, dovreste spiegarmi a che servono, quale senso buono hanno questi culti; quanto bene hanno realmente fatto all’umanità e quanto male; cosa ci sia di davvero lodevole in essi. Spiegatemi qual è l’utilità di queste credenze che sono venute a patti con il potere, la civiltà, l’educazione e via via nella loro storia si sono sempre più concentrate sulla creazione di un’etica – quando bastano quattro persone attorno ad un tavolo per generare un’etica – ed hanno rinunciato a tutto quello che è Altro dalla razionalità umana: l’irrazionale, il buio atavico della ragione e dello spirito, il non-senso esistenziale e la sua fine altrettanto insensata. In una parola: il Sacro. Spiegatemi a che servono religioni talmente mondane che di fronte ad uno tsunami parlano di cellule staminali, che di fronte alla malattia schiamazzano il proprio diritto insindacabile ad essere rispettate, che di fronte alla pazzia, all’omicidio, al suicidio decidono banalmente cosa è Bene e cosa è Male – come se lo potessero davvero comprendere un pazzo, un omicida, un suicida cosa è Bene o Male. Spiegatemelo perché non lo so capire, e soprattutto perché si è fatta pesante e del tutto inutile l'eredità che queste religioni – ma è giusto definirle tali? – giorno dopo giorno, da anni e per anni ancora, ci lasciano e ci lasceranno. A noi: in definitiva soli.

PS: per quanto riguarda la questione vignette, qui la si pensa come Voltaire: «Non condivido il tuo pensiero ma farò di tutto perchè tu possa esprimerlo liberamente». E poi, casomai, se ne discute.

sciarade
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categoria : politica, letteratura, religione





02/02/2006, ore 20:27

Fortunatamente la musica leggera in coppia ci ha riservato lungo la sua storia qualcosa di più di Albano e Romina o Wess e Dori Ghezzi. Mi viene in mente da subito il bellissimo duetto che Mina e Fabrizio De Andrè incisero su "La canzone di Marinella" per il di lui disco "M'innamoravo di tutto" o il dialogo carnefice-amante dell'accoppiata Nick Cave-Kylie Minogue di "Where The Wild Roses Grow". Il gioco è semplice: per fare un buon duetto ci si può basare sulla semplice diversità di timbri e toni dei due cantanti (Mina-De Andrè) o spostarsi su topos ancora più incisivi e in qualche caso immaginifici, tipo quello luce/ombra della coppia Cave-Minogue. Isobell Campbell e Mark Lanegan sull'incontro chiaroscurale dello loro due voci vi hanno costruito un gran bel disco, che schiva il kitsch nonostante l'ingente dose di archi sparsa un po' ovunque ed evita anche il caramello della vocina di lei (che è rosa come poche, ma con quel tocco di malizia fondamentale come l’insulina contro il diabete). A volte l'effetto "La Bella e la Bestia" si sente fin troppo - ed ha pure un risvolto divertente: facile immaginarsi il lugubre Mark, zazzera nera e bava alla bocca, rincorrere per lo studio di registrazione l'immacolata Isobell e tentare di impalmarla -  ma nel complesso "Ballad Of The Broken Seas" è una delle migliori uscite di questo inizio duemilasei. Dall'iniziale "Deus Ibi Est" fino alla zampata finale di "The Circus Is Leaving Town" (chitarra, organo e la voce eterna di Lanegan: un pezzo che piace a noi romantici) i brani si mantengono su un livello piuttosto alto, rilasciando tutto quello che di buono ci si aspetterebbe dall'incontro tra l'Amorino più conturbante dell'indie-pop planetario e la tradizione da brividi dell'ex Screaming Trees. Consigliato.
sciarade
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categoria : musica