In un surplus serale di egocentrismo e autoreferenzialità eccovi alcuni link, quasi tutti legati alle mie attività:
si sta parlando tanto ultimamente dei Baustelle. Ho intervistato Francesco Bianconi, gentile ed elegante, il giorno del concerto milanese di cui vi ho parlato qualche settimana fa. Eccovi il risultato;
su Cesare Basile sono state spese su questo blog già parecchie lodi. Con "Hellequin Song" ha raggiunto il suo apice. Qui c'è la mia recensione;
sport e musica insieme vogliono dire soprattutto immaginario. Ho provato a stilare la lista delle dieci più belle canzoni sportive (italiane). Prima o poi farò anche quelle straniere. Per intanto di qua;
che ne dite delle community? Io dalle pochissime esperienze che ho avuto potrei dirne malissimo: una specie di agenzia matrimoniale, un carnaio di ammiccamenti e pose da star. Korova Bar (www.korovabar.it), però, sembra essere tutt'altro: il tentativo di far nascere una community artistica, un luogo di libertà espressiva, un punto di incontro per possibili talenti. Il tutto condito da una bellissima grafica burtoniana;
per finire: che Chuck Norris sia un mito è fuori discussione. Questo blog, divertentissimo, ne spiega versetto dopo versetto la "cosmologia".
La lettura di questi giorni è stata "Candido" di Voltaire. Mi mancava, non solo letterariamente, e ringrazio chi me lo ha regalato per aver suturato questa mancanza.
Non mi metterò a dissertare sull'opera: non potrei che dire, magari neanche troppo bene, cose già dette. Mi limito a segnalarvi la bontà dell'edizione Oscar Mondadori, tradotta e introdotta ottimamente, e a riportare qui sotto un passo da uno dei capitoli più belli ed intensi, il ventesimo, dove l'ottimista Candido incontra il manicheo e pessimista Martino. Ed è un frammento di discorso che, solitario, mi tengo tante volte.
“«Ma voi» disse al dotto «signor Martino, che ve ne pare? Qual è l’idea vostra sul male fisico e morale?» «Signore» rispose Martino «i miei preti mi hanno incolpato d’essere sonciniano, ma nel fatto è vero che sono manicheo.» «Volete ingannarmi» disse Candido «maniche al mondo non ce n’è più.» «Ci sono io» disse Martino «non so che farci, ma non posso passarla diversamente.» «Dovete avere il diavolo in corpo» disse Candido. «S’immischia tanto nelle faccende di questo mondo, che potrebbe ben essere in corpo a me» disse Martino «come in ogni altro luogo; ma vi confesso, dando un’occhiata a questo globo, o per meglio dire a questo globulo, che ritengo che Dio l’ha abbandonato a qualche essere malefico, eccezion fatta sempre per Eldorado. Non vidi mai città che non desiderasse la rovina della città vicina, non famiglia che non volesse lo sterminio di qualche altra famiglia. Dovunque sia, i deboli esecrano i potenti davanti ai quali strisciano, mentre i potenti li trattano come greggi delle quali si vende lana e carne. Un milione d’assassini irreggimentati, scorrendo da un capo all’altro d’Europa, esercitano l’omicidio e il latrocinio disciplinatamente e per guadagnarsi il pane, perché non hanno più onesto mestiere; e nelle città apparentemente favorite dalla pace, dove le arti sono in fiore, gli uomini sono divorati da invidie, e cure, e inquietudini, maggiori dei flagelli a cui è soggetta una città assediata. I dolori segreti sono anche più crudeli delle pubbliche miserie. In una parola, tante n’ho viste e provate, che sono maniche.»
«Eppure c’è del buono» replicava Candido. «Può darsi» diceva Martino «ma io non lo conosco.»”
(da Candido di Voltaire, Oscar Mondadori, traduzione di Riccardo Bacchelli)
Prendi un Mariposa, quello che sta alla voce e che scrive i testi strani (Alessandro Fiori), un bravo chitarrista (Massimo Fantoni, che comunque vuol dire qualità), un altro bravo bassista (Gionni Dell'Orto), e un batterista da cantiere (l'ex Baustelle Samuele Bucelli), mischi il tutto e ti vengon fuori gli Amore. Che sono proprio un bel gruppettino. Cosa fanno gli Amore? Fanno la musica pop, quella dei Bealtes e degli XTC, ma più stralunata e acidula. E sono demenziali e comunisti (che il loro disco non te lo fanno pagare ma lo trovi gratuito), e pure rockstar (Un tianu interu) e cantastorie di quelle storie che non sono mica facili da cantare (come quella de Le dighe dell'Enel, storia di un cervo che salva i souvenir delle edicole delle stazioni ma vorrebbe andare a visitare le dighe dell'Enel). Insomma fanno un sacco di cose e le fanno tutte bene e si vede che si divertono. Prima o poi faranno anche un disco, ma intanto andate sul sito scaricatevi il demo che si chiama "I tendaggi del primo semestre" e leggetevi anche i sapidi raccontini presenti. Mi raccomando datemi ascolto, non vi voglio fregare: non sono mica Vanna Marchi e voi non siete gli imbecilli che la chiamavano. Vero?
Se è vero che l'arte è anche finzione, Josè Saramago è tra i migliori fingitori della letteratura odierna, e forse di sempre. Le sue narrazioni - finzioni nella realtà ("L'anno della morte di Ricardo Reis") o finzioni nella finzione (il capolavoro "Cecità") - divengono spesso esperimenti sociologici sulla carta, esempi posti davanti al lettore per istruirlo - ma senza moralismi - e metterlo di fronte alla realtà stessa che, fingengo, viene raccontata. Il "Saggio sulla lucidità", seguito del già citato capolavoro, è perfettamente in linea con quanto detto; e mai come qui si vede come la finzione, per istruire e svelare, debba innanzitutto reggere.
Non so quanti di voi conoscano il pensiero di Massimo Fini. Io ho avuto l'occasione di avvicinarmici e di leggere tre dei suoi libri (che vi consiglio: "Elogio alla guerra", "Il vizio oscuro dell'occidente", "Sudditi", tutti editi da Marsilio) per un'intervista che gli feci alcuni mesi fa per Dedalus (eccola). Il pensiero di Fini è tutt'altro che sistematico e specifico, insomma ha poco a che fare con i metodi dei "normali" filosofi, ma contiene spunti interessanti per un'interpretazione davvero diversa, e facilmente accessibile a tutti, del nostro tempo. Proprio ultimamente, lui un po' distante dalle tecnologia, ha deciso di aprire un sito (www.massimofini.it) per ampiare lo spettro d'azione delle sue idee e dare il via al movimento anti-modernista "Movimento Zero". Avrei potuto mettere di seguito l'intervista che gli feci insieme ad altri due colleghi, ma sarebbe stata troppo lunga e quindi, per l'utente medio "mordi e fuggi" dei blog, poco invitante. Posto invece un'intervista recente che Fini ha recentemente rilasciato (pronti a rabbrividire?) al quotidiano La Padania. La riprendo proprio dal sito che ho linkato sopra, che non riporta però l'autore del pezzo (se qualcuno sa chi è, sarà mia premura aggiungerlo).
Massimo Fini, questa volta voliamo alto: parliamo di ideologie, o almeno di idee. O meglio: della loro triste mancanza. Quando un quotidiano comunista e colto come Il manifesto spiega che “Diego Della Valle è il nostro bomber” (ossia: mister Tod’s è la punta di lancia della sinistra) c’è da preoccuparsi...
«La mancanza di idee non è un’esclusiva nostrana. Liberalismo e marxismo sono entrambi figli della rivoluzione industriale, sono cioè vecchi di due secoli, in un periodo in cui la storia ha corso come mai prima. Pensano di essere il top della modernità: il che è anche vero solo se consideriamo la modernità assai invecchiata. Ecco: la modernità non è affatto moderna, così destra e sinistra - che sono due facce della stessa medaglia che è la rivoluzione industriale - col tempo hanno finito col confondersi l’una con l’altra. In Italia questo è assolutamente esplicito. A rileggere Il manifesto dei conservatori di Giuseppe Prezzolini si rimane di stucco».
Avevamo già accennato in passato al tema: la sinistra che fa la destra, e viceversa.
«Nel libro sono indicate le caratteristiche del conservatore e dell’uomo di sinistra: ebbene, i ruoli sono ormai ribaltati, i valori sono confusi, alcuni hanno “cambiato schieramento”. Come introduzione al Il manifesto di Prezzolini è riportato un distico di Piero Gobetti: “Un partito conservatore poteva compiere in Italia una funzione moderna indirettamente liberale in quanto facesse sentire la dignità del rispetto alla legge, [...] l'esigenza di difendere scrupolosamente la sicurezza pubblica, e l'efficacia del culto delle tradizioni per fondare nel Paese una coesione morale”. Poi Prezzolini traccia il profilo di chi è conservatore e chi di sinistra. Caratteristiche del conservatore: morale come principio fondamentale della condotta, pessimismo, libro come strumento culturale. Di sinistra sono invece l’economia come norma generale dell’esistenza, il mutare rapidamente e radicalmente, la televisione invece che il libro. Insomma, che dire: tutto è ribaltato. Oggi, tanto per capirci, l’uomo di destra ha preso il business centro dell’esistenza, in perfetta linea con Carlo Marx che considerava sovrastruttura tutto ciò che non era economia».
Dicevi che il venir meno dei criteri destra-sinistra è particolarmente evidente in Italia...
«È però una tendenza che vale per tutte le democrazie».
Infatti. Penso agli Stati Uniti: la differenza tra democratici e repubblicani è infinitesimale.
«Io, dall’Italia, non riesco sostanzialmente a coglierla. Ma intanto negli Usa esistono 35 milioni di poveri che non hanno alcuna rappresentanza politica. Il dato strutturale è: destra e sinistra sono categorie vecchie, che hanno perso col tempo la loro consistenza e qualsiasi ragion d’essere. Questo comporta una confusione di valori e disvalori che, scendendo per li rami, arriva fino alle vicende di questi giorni, alle scalate bancarie».
Non ci sono più ideologie né idee, rimangono solo gli interessi.
«L’ideologia è un sistema di valori coerenti. Quando scompare, la realtà si confonde. Di notte tutte le vacche sono nere».
Destra e sinistra sono categorie che necessitano di essere aggiornate o sono proprio da buttare?
«Sono superate anche se non sono ancora del tutto obsolete. Io faccio sempre un esempio: siamo su un treno che procede a velocità pazzesca, 800 all’ora, anche chi viaggia in prima classe su comode poltrone viene comunque sballottato, giacché una delle imprese di questo sistema è quella di far star male anche chi sta bene. Comunque: oltre a quelli di prima classe, c’è chi è in seconda, chi sugli strapuntini, chi nei corridoi, chi nei cessi, chi mezzo fuori dal finestrino e chi finisce proprio giù dalla scarpata. Dare una migliore e più equa sistemazione ai viaggiatori ha ancora una senso e a questo pensano destra e sinistra, con le loro “ricette”. Ma i problemi di fondo sono altri: dove sta andando il treno? I viaggiatori e i macchinisti hanno possibilità di determinarne la marcia, oppure il convoglio procede per conto suo, come sembra? E poi: due secoli e mezzo fa abbiamo preso il treno giusto? Destra e sinistra non solo non danno risposta a questi quesiti: si rifiutano persino di prenderli in considerazione, perché mettere in discussione il treno, ossia la modernità, significherebbe dover forse recidere le loro stesse radici. Per questa ragione non possono ovviare a un malessere profondo, che non ha niente a che vedere con certi discorsi del tipo: “Bisogna modernizzare il Paese”. No, non bisogna modernizzarlo: bisogna s-modernizzarlo».
Sono crollate le ideologie, ma sembrano mancare anche quei cervelli che possano prefigurare un futuro, o perlomeno spiegare il presente. È questa una causa o un effetto della generale “mancanza di senso”?
«È più conseguenza che causa. Indubbiamente, ed è un dato di fatto, non c’è oggi un pensiero che pensi la modernità, non c’è una filosofia che “riempia” la politica come è sempre stato, da Platone e Aristotele, fino alla prima metà del Novecento. Oggi in Occidente manca il pensiero tout court».
Manca un pensiero che spieghi la modernità, oppure che la superi?
«Più semplicemente, un pensiero che pensi la modernità».
E manca, in Italia, una qualsiasi politica culturale. Fa specie che il premier non stimoli una qualsiasi politica culturale anche solo attraverso la grande casa editrice di sua proprietà, la Mondadori.
«Qualche tentativo culturale - magari rozzo, ma ci ha provato - l’ha fatto la Lega. A sinistra si continua a marcire e marciare su quel che resta del marxismo. Ma la povertà culturale di Forza Italia è disarmante. Berlusconi cita Paolo di Tarso come filosofo greco, parla di “Romolo e Remolo” facendo ridere un bambino di sei anni, figlio di una mia amica. Questa di destra - ossia Forza Italia, ma anche An - è una classe dirigente totalmente distante dalla cultura. Guardiamo Alleanza Nazionale: ha fatto fuori tutti i suoi pochi uomini con uno di spessore, da Domenico Fisichella a Gennaro Malgeri, così come un attore pensante come Luca Barbareschi. Siamo lontanissimi da! qualunque minima elaborazione».
È curioso che questo avvenga mentre certo non mancano gli strumenti per superare la tradizionale egemonia culturale della sinistra. In questi cinque anni la Cdl ha potuto disporre di giornali e televisioni, più o meno di proprietà del premier.
«È quanto ribattevo anch’io, negli incontri durante i quali gli esponenti di quei partiti sostenevano che non avevano gli spazi necessari. “Ma come - rispondevo - Avete in mano buona parte dell’industria culturale, non potete più tirar fuori un argomento di questo genere”. Gli strumenti culturali ci sarebbero, ma non vengono per nulla utilizzati. La destra non è nemmeno stata capace di copiare quanto ha fatto il Pci, che investì sulla cultura ottenendo moltissimi vantaggi: perché magari la cosa non porta voti nell’immediato, ma serve parecchio nel lungo periodo».
Non per una questione di par condicio... Ma mi sembra che anche nello schieramento contrapposto, oggi, ci sia un grande vuoto. La sinistra avrebbe dovuto ripensare se stessa all’indomani del 1989; non mi pare che l’abbia fatto.
«Non so se ci abbiano provato - non pare nemmeno a me - ma era un’operazione difficile. Nel momento in cui la sinistra ha accettato il libero mercato, ha negato la propria natura. Infatti oggi su quasi tutte le questioni economiche le differenze tra i due schieramenti sono minime. E poiché in questo sistema l’economia è fondamentale, destra e sinistra che non si differenziano su questo punto sono sovrapponibili nell’essenziale».
È una sinistra che non ha più alcun senso?
«Già, è una sinistra che non ha più alcun senso, così come non lo ha la destra. La prima è morta con la caduta del marxismo, ma questo determina anche la fine del capitalismo, poiché l’uno sorreggeva l’altro come le arcate di un ponte. Anche il capitalismo non ha più punti d’appoggio, crolla se non altro per eccesso di slancio. Devo dire che gli americani non hanno elaborato nulla dopo l’11 settembre, non hanno rallentato, invece di frenare hanno ulteriormente accelerato senza fermarsi a riflettere: strano, perché George W. Bush è una scimmia travestita, ma qualche valido pensatore gli Usa ce l’hanno».
Quale sarebbe dovuta essere la riflessione?
«Avrebbero dovuto capire che il conseguimento della loro meta corrisponderà con la fine loro, e di tutto sistema occidentale. Le Torri gemelle erano un simbolo per eccellenza, i greci avrebbero detto che non si dovevano sfidare gli dei in quel modo... Andava recuperato il senso del limite, per esempio. Invece l’hanno perso ulteriormente. Ma in fondo è la conseguenza politica di un problema concettuale».
In che senso?
«Hanno perso il contraltare sovietico, hanno mano libera e accelerano la presa di possesso del mondo. Presto l’avranno tutto in mano. Ma il nostro sistema economico è basato sulle crescite esponenziali; nel momento in cui non sarà più capace di espandersi per raggiunti limiti fisici, crollerà fragorosamente su se stesso. Io credo che qualcuno lo sappia, tra i padroni del vapore; ma penso che siano tutti nello stato d’animo del tipo après moi le déluge (ossia: dopo di me il diluvio, frase pronunciata secondo la tradizione da Luigi XV, ndr). Se avessero cultura potrebbero dire, con Oscar Wilde: “Cosa hanno fatto i posteri per noi?”. Solo che stiamo andando a tal velocità che diventiamo posteri di noi stessi».
Secondo te, quale intellettuale italiano avrebbe potuto ben raccontare la nostra realtà? Pasolini?
«Pasolini aveva avuto molte intuizioni in questo senso. Mi viene in mente un suo discorso, quello celeberrimo delle lucciole: “Io darei l’intera Montedison per una lucciola”. Pasolini fu uno strano intellettuale: collocato a sinistra, era in sostanza un anti-modernista. Da qui, e anche dalla sua omosessualità, le sue mille difficoltà col Pci, dove pure alla fine rimase perché, come dicevo, i comunisti sono sempre stati molto attenti a far propri gli intellettuali più interessanti».
A spese della Dc...
«...che peraltro aveva operato una scelta importante, aveva infatti messo le mani sulla televisione impostandovi una politica culturale molto, molto valida. Poi la riforma ha spazzato via tutto».
Intellettuali di riferimento, una tv degna: mancano davvero, al nostro Paese.
«Teniamo però conto che l’intellettuale di riferimento, umanista, onnicomprensivo, il maître à penser, è scomparso ovunque. Pensiamo a cinquant’anni fa: in Germania c’erano Thomas Mann ed Hermann Hesse, in Francia Jean-Paul Sartre e Albert Camus, in Inghilterra Bertrand Russel, Benedetto Croce o Arturo Carlo Jemolo e poi Pasolini, che è stato l’ultimo in ordine di tempo. Questo tipo di intellettuale scompare anche perché cresce la specializzazione, ossia avviene quel che accade anche in medicina: un medico sa curare in modo meraviglioso il dito mignolo, ma non si accorge del complesso del paziente. È il dramma della cultura occidentale: con la razionalizzazione e la settorializzazione, ha perso la visione d’insieme. Cura la singola patologia, ma non il corpo malato».
Se questo è il quadro, il futuro è poco incoraggiante.
«Direi di sì. Prima c’è stata la morte di Dio, sostituito dalle ideologie, che hanno comunque dato speranza a milioni di uomini, hanno regalato loro una carica valoriale. Poi noi abbiamo perso anche quelle; nello stesso tempo ci troviamo però di fronte un mondo islamico che è stracarico di valori, talmente da diventare spesso liberticida. Da noi, per contro, ormai non esiste più alcun valore che venga considerato meritevole del sacrificio della vita. Il nostro obiettivo profondo è quello di cambiare una Punto con una Bmw. Non si può vivere di queste cose, non si vive di solo pane».
Parli di un mondo islamico “stracarico di valori”. Tu assegni alla parola valori un significato necessariamente positivo? Te lo chiedo perché non credo che tutti i “valori” del mondo islamico siano da elogiare...
«Voglio spiegarmi bene. Credo che i valori non esistano: poiché non c’è un Assoluto cui fare riferimento, non si può fare una gerarchia tra ciò che è bene e ciò che è male. Detto questo, i valori sono le illusioni, le credenze, i sogni degli uomini, senza i quali un individuo non può vivere, né una società stare insieme. Serve sempre un quantum di illusioni condivise. È cosa per pochi vivere un’esistenza senza valori. In genere anche chi ha una posizione come la mia vive come se i valori davvero esistessero».
Per esemplificare ulteriormente: la ricchezza di valori nel mondo islamico porta ai kamikaze; la mancanza di valori in Occidente porta a Giovanni Consorte.
«L’esempio funziona. Insieme a un radicalismo del senso (che porta ad azioni liberticide), esiste anche un radicalismo del non-senso, nel quale noi siamo implicati fino in fondo».
Tu preferisci il primo.
«Certamente. Ti racconterò un episodio. Sono stato in Iran, l’ultima volta, nei giorni di Salman Rushdie; vi ho trascorso un paio di settimane, ho visto una realtà dura, da dopoguerra, con polizia ovunque, controlli, valori forti e contraddittori. Quando ho preso l’aereo per tornare, ero contento di r! ituffarmi nell’Occidente, in Italia, nel cosiddetto mondo libero. Come ho messo piede a Fiumicino, sono stato accolto dalle novità su Gigi Sabani e, come ultimo esempio di intelligenza, Gino Paoli che a sessant’anni cantava ancora: “Che cosa ne farò della mia libertà”. Mi è subito venuta voglia di tornare a Teheran. Come ho scritto: più dell’orrore, mi fa orrore il nulla».
Anche i bravi a volte sbagliano. Beppe Grillo a fare controinformazione non c'è dubbio che sia uno bravo. Questa volta però gli è andata male. Leggete qui: due cantonate, e neppure tanto piccole, in un solo post.
Primo: togliere all'editoria i finanziamenti statali vorrebbe dire lasciare vivi solo quei giornali che il mercato supporta e strozzare tutti gli altri. Grillo il giornale preferisce pagarlo (di più) in edicola e non con le tasse; io invece preferisco continuare a pagarlo novanta centesimi/un euro e con l'attuale dose di pubblicità (che comunque non è poca); e credo che con me siano d'accordo quei (pochi) italiani che ancora oggi leggono con frequenza un quotidiano. E' vero che il panorama editoriale italiano, parecchio subalterno alla politica, è piuttosto sconfortante; ma è anche vero che un panorama ridotto ai soli Corriere, Repubblica e giornali di casa Berlusconi lo sarebbe ancora di più. Infine il discorso «io il giornale non lo leggo quindi non lo voglio pagare con le mie tasse» è un po' come dire «io ho trent'anni e nessun figlio e la scuola materna non mi serve, quindi non la voglio pagare con le mie tasse». Su dai.
Secondo: da un comico ci si aspetta delle battute un po' più saporite di quella su "Il Campanile Nuovo" e "il Mucchio Selvaggio". Probabilmente i post del blog di Grillo non sono tutti di sua mano data la frequenza delle pubblicazioni, però dovrebbe controllarli prima della pubblicazione (e nel caso controllarsi): ironizzare in modo così sfacciatamente populistico sul nome dei giornali è stupido e inutile, e non gli dà neanche grande credito come comico. Non conosco "Il Campanile Nuovo"; conosco invece piuttosto bene "il Mucchio Selvaggio" (che, per chi non lo sapesse, è il titolo di un film - non pornografico - di Sam Peckinpah) e se c'è un giornale che oggi merita i finanziamenti statali è quello. Approposito: il Mucchio ultimamente, nonostante i finanziamenti, non se la passa troppo bene. Fatevi un giro sul sito (www.ilmucchio.it) per capire di che tratta e se vi piace andate in edicola e compratevene una copia: costa cinque euro, ma vi assicuro che sono ben spesi. Non c'è rivista oggi in Italia che tenti di coniugare in modo così appassionato, e per quanto possibile lucido, critica musicale, divulgazione culturale (cinema, libri, teatro e danza) e informazione (leggetevi sul sito l'inchista sulla P2) come il Mucchio. E se dovesse finire una cosa così a suo modo unica, o anche solo cambiare rotta, sarebbe davvero una grossa perdita.
PS: dopo un periodo di inattività di alcuni mesi, da oggi si è riattivato sciarade. Non so quale sarà la frequenza delle pubblicazioni future. Ma, per quanto possa essere importante, vi assicuro che ci sarà.
Non male il 2005 anche per quanto riguarda i dischi provenienti da fuori i nostri confini. Il trionfatore, per tutti i romantici, è stato Antony; seguito dai redivivi Eels (loro il miglior concerto dell'anno, tra quelli visti dal sottoscritto) e da Sufjan Stevens, uno da cui è lecito aspettarsi magie anche per il futuro. Pure qui qualche difficoltà nel compilare le posizioni dalla cinque alla dieci (dispiace in particolare aver lasciato fuori "Superwolf" di Bonnie “Prince” Billy & Matt Sweney, presenti però nelle dieci canzoni preferite) e in fondo i dischi di cui mi scorderò presto e i migliori tre concerti dell'anno. Per quest'anno le classifiche sono state proclamate. Buona lettura.

1) I'm a bird now – Antony & the Johnson: una voce che parte dal cielo e va dritta al cuore, una manciata di canzoni semplici ma intensissime che raccontano la vita difficile di Antony. Non era mai stato così bello ascoltare torch-songs. Disarmante.

2) Blinking lights and other revelation – Eels: zoppicava un po’ Mark Oliver Everett prima di quest’anno, che lo ha visto trionfare con una doppia raccolta di (splendide) rivelazioni. Che dire: il ritorno di uno dei maggiori esponenti della meglio gioventù pop americana, camionate di canzoni seducenti e dolorose.

3) Come on feel the Illinoise – Sufjan Stevens: il secondo dei cinquantuno dischi che Stevens ha deciso di dedicare agli Stati d’America è un concentrato di inventiva pop allo stato puro. Brani che hanno la potenza immaginifica dei grandi romanzi, senza cali di tensione, scritti con la perizia che ci si aspetterebbe da un cinquantenne.

4) Eyelid of moon – Urdog: giocoso e spiritato, questo disco degli Urdog è una piacevolissima fantasmagoria acida che viaggia dalle parti dei Can. C’è ovviamente molto vintage e una discreta dose di passatismo, ma le cavalcate del trio americano pulsano d’inquietudine e amore per la musica.

5) Black Sheep Boy – Okkervil River: se c’è un gruppo che nel 2005 ci ha stupito per l’alta qualità del proprio songwriting, questi sono gli Okkervil River. Canzoni da loser fino all’osso, ma tanto tanto beatiful.

6) The Great Destroyer – Low: il distruttore riesce a distruggere tutto, tranne una certezza: i Low, anche in questa mezza svolta rispetto al passato, sono uno dei più grandi gruppi degli ultimi dieci anni. Ogni loro disco è un appuntamento impedibile. Anche questo.

7) When the sun's gone down – Langhorne Slim: il cantastorie sghembo Langhorne e il suo mondo di paglia e camicie a quadretti. Ascoltatelo: anche gli asini hanno un cuore. Soprattutto se hanno frequentato a lungo i Violent Femmes.

8) School of the flower – Six Organs of Admittance: basta la title-track, tredici minuti di (in)quieta trance acustica, per comprendere quanto sia penetrante e intenso lo psych-folk di questo sciamanico gruppo americano. Chitarre reiterate e organi destabilizzanti diventano perfetti raga d’oltreoceano. Suggestivo.

9) Lookaftering – Vashti Bunyan: del revival folk degli ultimi due o tre anni ecco una delle proposte più credibili (e non solo perché, allora, lei c’era). Le canzoni della signora Bunyan palpitano fiabescamente di vita, senza le pose e le atmosfere un po’ artificiose di tante produzioni del genere. Bentornata (e ora speriamo non si faccia attendere altri trentacinque anni).

10) Drinking Songs – Matt Elliot: le canzoni da bevuta di Matt Elliot sono l’ideale compagnia per le sbronze più scure; quelle che non fanno dimenticare ma al contrario accendono i fantasmi che ognuno di noi si porta dentro. E i fantasmi qui suonano, cantano. E solcano l’anima.
Dieci Canzoni Estere
1) Man is the baby – Antony and the Johnson
2) Lavender – Oneida
3) Chicago – Sufjan Steven
4) My home is the sea – Bonnie “Prince” Billy & Matt Sweney
5) Silver rider – Low
6) Trouble with dreams – Eels
7) Gratitude – Bjork & Will Oldham
8) For real – Okkervil River
9) Neighborhood #2 (Laika) – Arcade Fire
10) Missing – Beck
Tre Dischi Stranieri Da Dimenticare

1) The future embrace – Billy Corgan: questo ragazzo non si ripiglia più. C’è poco da fare. Non siamo ai livelli catastrofici degli Zwan, però manca anche qui l’ispirazione. Rimane il mestiere e un po’ di immancabile nostalgia dei tempi che furono.

2) Waiting For The Siren's Call – New Order: se tutte le canzoni di questo album graffiassero come il singolo "Krafty", saremmo qui a urlare al capolavoro. Non è così: purtroppo si dormicchia mica male. Guardate pure quanto è brutta la copertina: forse doveva essere destino.

3) X & Y – Coldplay: Chris Martin filosofo dei nostri tempi come Bono? I segnali ci sono. Dio ce ne scampi. E ci eviti anche rimpasti senza nerbo come questo. Vero che i singoli sono azzeccati, ma l’album nel complesso annoia parecchio. E purtroppo siamo solo al terzo.
Tre concerti
1) Eels – Conservatorio Verdi di Milano, 08/10/2005
2) Fantomas – Parco Sant'Agostino di Bergamo, 28/06/2005
3) Paolo Conte – Teatro Smeraldo di Milano, 20/02/2005
Se è vero che «la Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte», quella Befana non è Stefania Prestigiacomo. Primo perchè la Prestigiacomo non ha le scarpe tutte rotte; secondo perchè credete veramente che la Prestigiacomo sia così intelligente da riuscire a guidare una scopa, in volo, al buio? Su, non scherziamo.Anno soddisfacente per quanto riguarda l’Italia il 2005. La sorpresa Bachi da Pietra, l’exploit degli Afterhours, la consacrazione di Baustelle e Marco Parente (quest'ultima purtroppo passata fin troppo in sordina). Ecco la mia classifica (compresa di dieci canzoni preferite), compilata facilmente per le prime posizioni e con discreta difficoltà quando è stata la volta di scegliere chi escludere. In fondo troverete anche i dischi che più mi hanno deluso. Buona lettura.

1) Tornare nella terra – Bachi Da Pietra: la chitarra e le parole vere di Gianbeppe Succi, la batteria di Bruno Dorella al servizio di blues pretecnologici che, come mai è successo, spiegano la di-speranza. Capolavoro.

2) Ballate per piccole iene – Afterhours: il disco più compiuto e maturo degli Afterhours. L’ennessima riprova, se ce n’era ancora bisogno, che Manuel Agnelli è uno dei migliori songwriter italiani. Canzoni scure, carnali, rabbiose. In una parola: perfette.

3) La malavita – Baustelle: la formula per ottenere il miglior pop italiano di classe la custodiscono i Baustelle. Disco sfarzoso senza essere pedante, pieno di canzoni seducenti. E le parole di Francesco Bianconi hanno la lucidità, l’inventiva e l’immaginario che è proprio della grande poesia.

4) Neve ridens – Marco Parente: la prima parte del progetto “Neve ridens” è un disco curioso, a suo modo sperimentale e ricercato, reso complesso da una fitta rete di rimandi tra una canzone e l’altra. Marco Parente è una certezza già oggi, ma dà grandi speranze anche per il futuro.

5) Valende – Jennifer Gentle: acido, clownesco, totalmente anti-italiano. Due marziani da fiaba prestati all’Italia per mostrarci qual è il rock che, psichedelicamente, vale(nde).

6) Socialismo Tascabile – Offlaga Disco Pax: si è detto tantissimo sul trio emiliano. E tutte quelle lodi non sono state certamente sprecate. Aggiungo solo una cosa: i pochi inediti finora sentiti lasciano intendere che non è finita qui.
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7) Ardecore – Ardecore: gli stornelli romani privati di quella patina retorica che li stava rendendo, almeno al sottoscritto, sempre più insopportabili. Idea necessaria e portata a termine benissimo: pure murder-ballads trasteverine.

8) Il coraggio dei piuma – Valentina Dorme: la formula Valentina Dorme si conferma in quest’album, acquistando compattezza e rotondità. Le confessioni di Mario Pigozzo Favero vestite al meglio. Valentina dorme ancora una volta sogni inquieti e poetici.
9) Northpole – Northpole: l’esordio dei Northpole vuol dire “Luca Marc” e un’altra manciata di canzoni davvero promettenti. Morrissey e Tenco s’incontrano. Ma che personalità.

10) Amargura – Elena Ledda: se c’è un disco di world italiana (definizione contradditoria e imprecisa) che ci piace ricordare quest’anno è quello della sarda Elena Ledda. Una cantatrice di lamentazioni che meriterebbe più fortuna e e più spazio.
Dieci Canzoni Italiane
1) I Provinciali – Baustelle
2) La sottile linea bianca – Afterhours
3) Luca Marc (La canzone del Piave) – Northpole
4) Wake Up – Marco Parente
5) Stella – Bachi da Pietra
6) Cinnamon – Offlaga Disco Pax
7) Forza Musica – Mariposa
8) Bellezza – Marlene Kuntz
9) Money for dope – Daniele Luttazzi
10) Dobermann – Valentina Dorme
Tre Dischi Italiani Da Dimenticare

1) Canzoni allo specchio – Perturbazione: dopo “In circolo” ci aspettava, se non un passo avanti, almeno una conferma. Invece gli ultimi Perturbazione sembrano aver smarrito l’ispirazione. Si ripetono e a volte sono anche un tantino imbarazzanti (“Se mi scrivi” è degna di Max Pezzali).

2) Non al denaro non all'amore né al cielo – Morgan: un disco furbo, privo di quelle esigenze che lo avevano generato. E soprattutto inutile: l’originale è (ovviamente) più bello.

3) Disincanto – Ginevra Di Marco: stesso discorso valido per i Perturbazione. Anche qui poco estro. Mancano le canzoni e la voce, sempre bellissima, non può fare miracoli.
Stanca essere, sentire fa male, pensare distrugge.
Estranea a noi e fuori,
frana l'ora e tutto in essa frana.
Inutilmente l'anima piange.
A cosa serve? E cosa deve servire?
Abbozzo pallido e lieve
del sole invernale che ride sul mio letto…
Vago sussurro breve.
Delle piccole voci con cui il mattino si desta,
della futile promessa del giorno,
morta sul nascere, nella speranza assurda e remota
nella quale l'anima confida.
(Fernando Pessoa)
Dopo una serie di vicissitudini legate al rinnovo completo della grafica e all’iscrizione in tribunale delle testata, è uscito finalmente il nuovo numero di Dedalus.
Dedalus è una rivista nata circa tre anni fa dall’esigenza di proporre in questo Paese un tipo giornalismo che sembra giorno dopo giorno sempre più scomparire. Un giornalismo di approfondimento, di indagine sul pensiero e sulle dinamiche della realtà, non inficiato da parentele politiche o ideologiche. In una parola la redazione di Dedalus cerca di scrivere in modo libero, convinta che la libertà – insieme all’intelligenza – oltre che essere un valore sia anche un metodo.
Ogni numero della rivista affronta monograficamente un argomento su una lunghezza che può variare dalle venti alle sessanta pagine. Articoli d’opinione, inchieste, interviste, vignette sono le fondamenta di ogni uscita. Negli ultimi numeri abbiamo affrontato argomenti come la satira, la democrazia, le logiche di potenza (ovvero perché si fanno le guerre) e intervistato personaggi quali Daniele Luttazzi, Massimo Fini e Giorgio Rumi (potete trovare qualcosa di ciò che fino ad oggi abbiamo prodotto all’indirizzo ww.dedalus-web.net).
Il tema del nuovo numero di Dedalus – titolo di copertina “Ora et labora” con l’et cancellato in modo che la frase si legga “Ora labora” – è il lavoro, affrontato a livello esistenziale, pratico (quindi cercando di sgusciarne i problemi: dalle morti bianche al precariato) e sociologico; ed una lunga satira dal titolo “Questa italia” sui maggiori problemi che secondo noi affliggono questo Paese.
Chi fosse interessato a ricevere a casa una copia del nuovo numero di Dedalus non deve fare altro che contattarmi (lucabarachetti@hotmail.com) segnalandomi l’indirizzo a cui spedire la rivista. Dedalus è gratuito – normalmente viene distribuito gratis nelle Università, librerie e luoghi di cultura vari di Bergamo, provincia e dintorni – e se vi piacerà potrete abbonarvi. L’abbonamento a quattro numeri di una lunghezza variante tra le venti e le sessanta pagine (il nuovo numero è di sessanta pagine e mai meno di quaranta dovrebbero essere i prossimi), spese di spedizione comprese, è di 10 euro. Insomma costa veramente poco (e difatti la redazione non ci guadagna nulla: basta fare due calcoli per intuirlo).
Per farvi capire meglio il taglio del tutto, e i presupposti da cui nasce e si sviluppa questo numero di Dedalus sul lavoro, vi riporto qui sotto l’editoriale. Buona lettura.
Chi non lavora non fa l’amore
In questo numero parliamo di lavoro. Non siamo certo noi a scoprire che il lavoro è il motore della nostra società, l’elemento basilare su cui si fonda questo Paese e in generale la sopravvivenza, soprattutto economica, di tutto l’occidente geograficamente e politicamente inteso (sia esso una nazione o un singolo individuo). Data però l’importanza e il peso anche solo temporale che l’attività lavorativa ha nelle nostre vite è impossibile non dare al lavoro una forte importanza sociale e ancora di più esistenziale.
Il lavoro oggi, strettamente collegato al mercato e al consumo, è l’elemento unificante dei vari ceti – che quasi tutti lavorano, quando ad esempio almeno fino alla Rivoluzione Francese re e regine non “lavoravano” con le stesse modalità e la stessa scansione temporale dei sudditi – ma allo stesso tempo elemento di distinzione e successo – alcuni lavori rendono famose le persone che li praticano; altri le degradano; altri ancora, i cosiddetti «ultimi» o «esclusi», non lo praticano affatto. Lungo quest’ultima via il lavoro diventa anche paradigma morale, tanto che è facile percepire quotidianamente la diffidenza della gente verso quelle persone che «non hanno voglia di lavorare» o che con la loro presenza rischiano di occupare il posto di lavoro appartenente ad altri: i «perditempo», gli immigrati che «vengono qui da noi a rubarci il lavoro» e addirittura chi, in pieno diritto costituzionale, sciopera («Chi non lavora non fa l’amore» cantavano Adriano Celentano e Claudia Mori: non è un caso che lo facessero, un tantino reazionariamente, in pieno sessantotto).
Per quanto riguarda invece gli aspetti esistenziali il lavoro, che occupa per la maggior parte delle persone cinque giorni alla settimana per sette-dieci ore al giorno su ventiquattro, può far sentire chi lo pratica «realizzato», «soddisfatto»; o al contrario, quando non c’è o quando c’è ma non piace e lo si subisce, può far sentire «insoddisfatto», «frustrato», «depresso». C’è chi dice «il lavoro è la mia vita» e chi dice «il lavoro è la mia rovina». Il lavoro insomma può rendere «felici» o «tristi», o almeno così sembra.
Fondamentale da sempre sotto l’aspetto economico, divenuto fondamentale per quanto riguarda la socialità, l’esistenza e addirittura la morale, è difficile allora negare che oggi il lavoro domini la nostra vita, ne influenzi fortemente ogni aspetto anche quando esso non è in atto – il “tempo libero” nasce inevitabilmente da un tempo “non-libero” che, guarda caso, è il lavoro. Il lavoro in poche parole ci ha invaso. O meglio: con diversi gradi di consapevolezza e volontà da esso ci siamo fatti invadere. E se la regola dei monaci benedettini era “ora et labora”, la rivoluzione industriale, le esigenze di profitto di teorie economiche diverse (marxismo e liberismo) ma basate sullo stesso primo principio (appunto il lavoro) hanno cancellato la congiunzione “et” – che in qualche modo tentava di regolare e armonizzare il tempo dello spirito con quello dell’azione – rendendo quella regola un monito di ben altra specie ed esito: “ora labora”, «ora lavora!». Se vuoi essere «qualcuno», se vuoi essere «felice», se vuoi essere «buono».
Ma è davvero così? In questo numero a riguardo vi lasciamo qualche riflessione, insieme alle analisi di alcuni importanti problemi da cui è attanagliato il mondo del lavoro. Chiedendovi se prima di risolvere problemi che generano infelicità e disagio – e che in definitiva vanno comunque risolti – valga davvero la pena sottoporsi in modo così assoluto a questa sottile ma pesantissima schiavitù.
Su questo numero troverete anche una sorta di dossier dal titolo “Questa italia”. Abbiamo provato per una volta a fare satira – satira che, lo ricordiamo, non deve necessariamente fare ridere – su quelli che secondo noi sono i problemi principali di questo Paese. Perché, scusate il sillogismo un po’ furbo, se è vero che l’Italia è fondata sul lavoro e il lavoro ha dei problemi, allora l’Italia è fondata su parecchi problemi (che purtroppo vanno anche al di là del mondo lavorativo). Questa satira l’abbiamo fatta in nome di Pier Paolo Pisolini, consapevoli di non essergli per nulla degni eredi ma vogliosi di essere, come era lui, assolutamente liberi da vincoli di partito. Buona lettura.
Luca Barachetti