31/10/2005, ore 15:43

L'unico vero difetto di "Manderlay", il nuovo film di Lars Von Trier, è probabilmente quello di essere la seconda parte della trilogia iniziata col capolavoro "Dogville" e di riprenderne totalmente le caratteristiche formali (divisione in capitoli, assenza quasi totale di scenografia e fotografia, addirittura la stessa canzone di chiusura: "Young americans" di David Bowie). Svanito il semi-effetto sorpresa del primo capitolo - e con una Nicole Kidman in meno, pur essendo convincente Bryce Dallas Howard - le due ore abbondanti della pellicola giocano tutta la loro efficacia sulla densità allegorica della vicenza narrata, arricchita come sempre da una regia intensa (ma mai eccessiva) e da alcune sventagliate di cinica ironia che da sole valgono la visione.
Grace questa volta si trova alle prese con una comunità dell'Alabama (Manderlay appunto) in cui ancora vige la schiavitù. Indignata per la condizione riprorevole delle persone di colore che la abitano, tenterà di stabilire la democrazia come in tutti gli altri luoghi d'America, scoprendo alla fine che saranno proprio gli schiavizzati a non volerla. Provocatorio come sempre, Von Trier sembra voler colorare il film di innumerevoli rimandi alla realtà: il riscatto (presunto) dei popoli schiavizzati da anni di imperialismo, le democrazie esportate, l'impossibilità di riscatto di un popolo (il nostro) oramai completamente schiavizzato. Quello che rimane impresso alla fine però è un'invettiva tutt'altro che ottimista: la democrazia non funziona perchè sono le persone - incapaci ad assumersi fino in fondo le proprie responsabilità - a non funzionare. Se in "Dogville" è la fine del sonno della ragione a sconfiggere (in modo irrimediabile) la superstizione e il sopruso; in "Manderlay", per dirla alla Massimo Fini, è il sogno della ragione a generare mostri. E sarà Grace alla fine a dover scappare verso Washington, il terzo e ultimo capitolo della trilogia.
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30/10/2005, ore 09:41

Scade oggi, ed effettivamente come segnalazione è un po' ritardataria, il "Premio Miglior Sito" che MusicbOOm ha organizzato in occasione del Mei 2005. Si tratta di votare mandando una e-mail uno dei siti candidati (trovate le nominations, il regolamento e l'indirizzo a scui scrivere qui): il premio è un banner gratis per un mese sui siti di MusicbOOm, Audiocoop e Meiweb. Un banner vuol dire visibilità. E l'indie italiano di visibilità ne ha sempre molto bisogno.
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28/10/2005, ore 12:57

Dario Fo, di cui teatralmente parlando negli ultimi tempi non si dice un granchè bene , ha recentemente pubblicato un bel disco in compagnia di Enzo Gragnaniello e le Nuove Nacchere Rosse, storico collettivo folk-operaio degli anni settanta. Il disco si intitola "SciàScià", soprannome di Salvatore Alfuso fondatore delle Nacchere, e contiene una manciata di brani i cui testi sono firmati per la maggior parte firmati da Fo. Tra questi vi è un gioiellino di un minuti e ventidue secondi dal titolo "La mia morosa la va alla fonte". Di seguito metto il testo (non credo sia necessario un mio tentativo di traduzione). L'acquisto dell'album è consigliato (trovate il disco in edicola, a 7,90 €) se amate il folk italiano, tammurriate e giù di lì.

La mia morosa la va alla fonte

La mia morosa la va alla fonte
con un sidero de' rame in testa
sì ma quel vento che se prùtesta
è i miei languori d'amor per lé'.

Piano piano la se balànza
a corpa a corpa se forma l'onda
se forma ronda che pare un mare
mi là dentro che voi anegàre
mi 'nego che non so nodàre
me vo 'negàndo dentro 'sto mare.

La mia morosa la va alla fonte
con un sidero de' rame in testa
e quele gorghe che se prùtesta.

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27/10/2005, ore 13:24

Le richieste dei cittadini bolognesi - e prima ancora di tante altre zone italiane - di ripulire alcune zone della città, a loro dire ormai invivibili a causa della criminalità extracomunitaria, sarebbero comprensibili solo se questi stessi cittadini fossero meno ciechi ed ipocriti. L'immigrazione e tutti i fenomeni ad essa coseguenti nel nostro Paese (criminalità compresa) non sono altro che gli effetti collaterali della globalizzazione, che qui in occidente ci permette un tenore di vita molto buono e tutta una serie di privilegi che gli immigrati solamente sognano (ed è per avverare i loro sogni che costoro vengono qui).
Rifiutare, ostacolare, maltrattare chiunque arrivi nel nostro Paese in cerca degli stessi agi di cui noi godiamo abbondantemente ogni giorno è un atto di indegna ipocrisia, sia perchè non vi è regola umana o divina che attesti un maggior diritto nostro al cibo piuttosto che un senegalese, sia perchè la benzina della nostra opulenza sfrenata è la povertà secca di tante altre persone. Se non si ha la forza morale per ribellarsi ad un meccanismo così ingiusto, è almeno d'obbligo accettarne le conseguenze e smettere di fare le anime belle indignandosi di come una ventina di marocchini affamati possano rovinarti la vita. Forse inconsapevolmente, forse travolti dalla Bengodi infinita e ipertecnologica che la globalizzazione ci ha messo davanti, noi da tempo l'abbiamo rovinata a loro. Altrimenti non sarebbero qui. Le ruspe (e dopo di esse il recupero) possono servire, perchè la legalità è necessaria. Ma prima ancora è legale prendersi le responsabilità di ciò che volenti o nolenti si ha combinato. E se l'idea non vi piace, basta lagnarsi: arruolatevi.
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25/10/2005, ore 18:37

C'è un solo genere musicale che non sopporto, di cui non avevo un disco in casa almeno fino a pochi giorni fa: l'hip-hop. Troppo lontana da me la grammatica di rima e freestyle; troppo insostenibile, quando c'è, la retorica puttanone-macchinoni-catenonealcollo dei suoi rappresentanti americani (e gli italiani non mi esaltano molto di più: che siano gli Articolo 31 pre-svolta pop-punk col loro alternativismo scontato o il moralismo borioso di Frankie Hi Nrg Mc).
E' forse per questo motivo che non riesco a farmi piacere neanche gli Amari, next big thing dell'indie di casa nostra che mischia hip-hop e belle canzonette (il titolo dell'ultimo disco, "Grand Master Mogol", spiega perfettamente l'obiettivo che si sono prefissati: Grandmaster Flash da una parte e il Giulio Rapetti battistiano dall'altra). Apprezzo molto i suoni, alcune linee melodiche davvero appiccicose, alcuni testi - e in generale la voglia di svecchiare un genere che nel nostro Paese, a mio modestissimo parere, è nato già ampolloso e improbabile. Ma rimane di base quella patina che me li fa percepire come una sorta di Gemelli Diversi più colti e preparati, privi di certo di quelle ciofeche candite che sono le canzoni dei Gemelli ma comunque inadatti ai miei gusti. E' una critica ovviamente pregiudiziale la mia, ma invincibile: il mio unico amore hip-hop credo resterà sempre e solo Uochi Toki, tanto geniale quanto totalmente iconoclasta (e in definitiva davvero poco hip-hop).
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24/10/2005, ore 20:21

Non so cosa aspettarmi da "Hellequin Song", il nuovo album di Cesare Basile in uscita a gennaio (il 13 dicono i comunicati). "Gran Calavera Elettrica", il precedente (una mia terribile recensione la trovate qui), ti dava la sensazione ascolto dopo ascolto di essere un album a suo modo perfetto, perfettamente centrato. Un album pieno di canzoni intense e viscerali; canzoni religiose cantate in modo religioso (per come intendo io la religione: disperazione e mistero di fronte alla morte, ad ogni tipo di morte) con testi che raccontano storie incastrate nella più sanguinaria carne della letteratura, nella tragedia più alta e quotidiana. Canzoni in poche parole difficilmente eguagliabili. Certo è che il nuovo singolo "Fratello gentile", col suo incedere furioso e un tantino sferragliante (alla Cave per intenderci) e un testo da brividi, sembra seguire quella splendida strada. E qualche dubbio lo toglie. Se non conoscete Basile e volete assaggiarlo, compratelo. Fidatevi.

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21/10/2005, ore 10:56

E' fuori di dubbio che Michele Santoro abbia tutto il diritto di tornare a lavorare in Rai dopo l'esclusione di tre anni fa, lo dice anche una sentenza del Tribunale del Lavoro. La situazione cambia però quando Santoro, una volta sostituito il mestiere di giornalista con quello di Parlamentare Europeo, si dimette dall'incarico per partecipare alla trasmissione di Celentano e dare il via fra qualche tempo ad un proprio programma televisivo. Perchè, cosa che in pochi hanno fatto notare, Santoro è diventato Parlamentare Europeo grazie al voto di qualche centinaia di migliaia di elettori. Gente che in lui ha creduto, come uomo prima ancora che come giornalista e politico, e che gli ha dato fiducia dopo aver preso atto del suo programma politico, designandolo a rappresentarli una volta seduto tra i banchi di Strasburgo.
Da una persona che negli ultimi tre anni ha girato l'Italia per denunciare legittimamente l'indegnità morale e le malefatte antidemocratiche dell'attuale maggioranza di governo, è lecito aspettarsi un maggiore senso civile e della democrazia.
Chi ha votato Santoro oggi si vede negata la propria rappresentanza. Le intenzioni di programma mostrate in campagna elettorale si sono dissolte con le dimissioni da Parlamentare. Non è un motivo moralmente valido quello di partecipare ad una trasmissione televisiva, ed eventualmente avviarne un'altra, per abbandonare un incarico che un ampio numero di persone ha democraticamente assegnato consegnando ad una persona la propria fiducia. Ammesso che la politica (e la democrazia) contino ancora qualcosa di più dell'andare in televisione, mi viene da chiedere a chi ha votato Santoro che cosa pensi di tutto questo. C'è lo spazio commenti per rispondere.

Intanto una buonissima notizia. Marco Travaglio e Daniele Luttazzi sono stati assolti dall'accusa di diffamazione mossa contro di loro da Berlusconi e le sue propagazioni (Fininvest, Mediaset, Tremonti, Forza Italia...: tutti insieme chiedevano 150 miliardi di lire) dopo la presentazione a Satyricon del libro "L'odore dei soldi". Non sono ancora noti i motivi della sentenza, ma se il reato non sussiste non c'è diffamazione. E dove non c'è diffamazione, di solito, c'è verità.

sciarade
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20/10/2005, ore 12:49

Sono il tuo maschio muschio

sono il tuo maschio muschio, mia corteccia:
tu sei la mia radice, bruna bruna:
ogni tua foglia è lamina di luna,
magica freccia viva è la tua treccia:

(Edoardo Sanguineti, da Il gatto lupesco, Feltrinelli, 2002)

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19/10/2005, ore 20:25

Un uomo che nel bel mezzo di una guerra continua imperterrito ad occuparsi di una sola persona, cercando in tutti i modi di salvarla e disinteressandosi totalmente di ciò che intorno a lui succede non è certamente un poeta. E' il primo pensiero che mi è saltato in testa durante la visione de "La tigre e la neve" di Benigni. La storia della letteratura - soprattutto in epoca moderna - ci ha consegnato ben pochi individui, che chiamiamo poeti, sempre e incondizionatamente gioiosi come lo è il poeta Benigni, individuo salterino e speranzoso in ogni situazione, anche quando da sopra cadono le bombe. Piuttosto la letteratura ci ha mostrato poeti che in stato di guerra sono stati sì inarrestabili detonazioni d'amore, come l'attilio De Giovanni del film, ma di un amore non solipsistico, non unilateralmente puntato verso una sola persona (una Nicoletta Braschi come sempre cadaverica, anche quando non è in coma).
Neruda con "Spiego alcune cose" denunciò le barbarie della guerra civile spagnola in urlo di amore universale e rabbioso contro la violenza del conflitto e chi lo aveva scatenato; Montale ne "La primavera hitleriana" anticipò, come sentendolo nell'aria, gli incubi della guerra mondiale e della persecuzione antisemita che sarebbero venuti di lì a poco. E altri hanno percepito, soffrendone, nellle guerre il seme di malvagità che è insito dentro l'uomo; altri hanno amaramente deriso quel Potere capace solo di seminare morte. Ma Benigni non fa nulla di tutto questo. Benigni ama la sua donna e si disappassiona di tutto il resto: non soffre (se non nei momenti in cui la sua amata sta rischiando di morire), non denuncia, non si indigna, non partecipa. E finisce per risultare una poeta-macchietta, degno solo della povertà divertente ma un po' stucchevole delle sue rime e del luogo comune secondo cui i poeti sono individui svagati, facili a smarrire o dimenticare le cose. L'amore che Attilio De Giovanni oppone all' odio della guerra non ha nessuna valenza politica, nessuna efficacia. E' solo un sentimento autoreferenziale, egoistico, nell'insieme del dramma anche inutile. Ed inutile per questo motivo (ma anche per altri più cinematografici di cui ora non voglio parlare) risulta anche il film nel complesso. Con il rischio che qualche spettatore poco avezzo a leggere libri di poesia e tentare di conoscere i poeti, associ la figura del poeta a quella del poeta Benigni: un rallegratore senza se e senza ma, un giullare senza nerbo, in definitiva un povero di spirito, un idiota.

Spiego alcune cose

Domanderete: dove sono i lillà?
E la metafisica coperta di papaveri?
E la pioggia che spesso percuoteva
le sue parole riempiendole
di pertugi e uccelli?

Tutto ciò che mi accade vi dirò.

Vivevo in un rione
di Madrid con campane,
con orologi ed alberi.

Di là si vedeva
il volto secco della Castiglia
come un oceano di cuoio.

        La mia casa era detta
la casa dei fiori, perché dappertutto
scoppiavano gerani: era
una bella casa
piena di cani e di bambini.
         Raùl, ricordi?
Ricordi, Rafael?
      Federico, ricordi
sotto terra,
ricordi la mia casa di balconi dove
la luce di Giugno soffocava fiori nella tua bocca?

         Fratello, fratello!

Tutto
era un gran vociare, un sapore di merci,
cumuli di pane palpitante,
banchi del mio rione di Argüelles con la statua
simile a un pallido calamaio tra i merluzzi:
l’olio raggiungeva i cucchiai,
un profondo pulsare
di piedi e di mani gremiva le strade,
metri, litri, essenza
acuta della vita,
    pesci affastellati,
trame di tetti dove si smarrivano
freddi raggi di sole,
delirante avorio fine delle patate,
pomodori ripetuti fino al mare.

E una mattina tutto prese fuoco,
e una mattina roghi
uscirono dal suolo
a divorare persone,
e da quel momento incendi,
spari da quel momento,
da quel momento sangue.

Banditi con aeroplani e con mori,
banditi con anelli e con duchesse,
banditi con neri frati benedicenti
venivano dal cielo ad uccidere bambini,
e per le strade il sangue dei bambini
scorreva semplice, come sangue dei bambini.

Sciacalli che lo sciacallo scaccerebbe,
pietre che il cardo secco morderebbe sputando,
vipere che le vipere odierebbero!

Di fronte a voi ho visto il sangue
di Spagna sollevarsi
per annegarvi in una sola onda
di orgoglio e di coltelli!

Generali,
traditori:
guardate la mia casa morta,
guardate la Spagna a pezzi:
ma da ogni casa morta esce metallo ardente
e non fiori,
ma da ogni squarcio della Spagna
esce la Spagna,
ma da ogni bambino morto esce un fucile con occhi,
ma da ogni delitto nascono proiettili
che scoveranno un giorno
la tana del vostro cuore.

Chiedete perché la sua poesia
non ci parla del sogno, delle foglie,
dei grandi vulcani del suo paese natio?

Venite a vedere il sangue per le strade,
venite a vedere
il sangue per le strade,
venire a vedere il sangue
per le strade!

(Pablo Neruda, traduzione di R. Paoli, da Terza residenza – Spagna nel cuore, BUR, 1947)

La primavera hitleriana

"Né quella ch'a veder lo sol si gira...."
Dante (?) a Giovanni Quirini

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l'estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l'ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch'esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s'è tramutata in un sozzo trescone d'ali schiantate,
di larve sulle golene, e l'acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.

Tutto per nulla, dunque? - e le candele
romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l'orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell'orda (ma una gemma rigò l'aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell'avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani - tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio....
                                         Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte! Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell'Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince -
col respiro di un'alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz'ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud...

(Eugenio Montale, da La bufera e altro, Mondadori)



 

sciarade
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18/10/2005, ore 20:04

Quando un'organizzazione criminale si permette di attaccare in modo così diretto e sfacciato lo Stato - com'è successo domenica scorsa a Locri per l'omicidio di Francesco Fortugno ad opera della 'ndrangheta - vuol dire che essa non ha alcun tipo di timore nei confronti del Potere. Uno Stato che è vivo e presente, che è Giustizia, Diritti e anche Potere, non permetterebbe mai un affronto così simbolicamente anti-democratico, volto ad ingrassare la sfiducia e la disperanza dei cittadini. Per questo è necessario chiedersi ancora una volta se esista in Italia una lotta comune alla Mafia e, in caso contrario, quale sia il reale confine tra Stato e Mafia, tra Potete e Criminalità.

La storia ci insegna che quando uno Stato vuole fare una cosa, la fa. Soprattutto se questa gli è di vantaggio. Superando ostacoli e remore; fregandosene se è necessario anche dei diritti umani. Le mafie in Italia sono un fenomeno ultracentenario, un dato di costume, all'estero addirittura un marchio dell'italianità degli Italiani. Ma sono state e sono tutt'oggi anche connivenza con la magistratura e coi governi, spesso anche ai più alti livelli. Se lo Stato italiano avesse voluto anche solo per una volta annientare la Mafia, lo avrebbe fatto. Ma non l'ha mai voluto fare perchè spesso era esso stesso la Mafia, oppure era grato alla Mafia di sostituire lo Stato in alcune "difficili" regioni d'Italia.

Per questo io me li immagino quei signori che hanno architettato l'omicidio - e prima ancora le minacce al presidente della Calabria Agazio Loiero e a tanti suoi collaboratori - sfregarsi le mani e ridere sguaitamente nel vedere alla tv la figura improponibile del Ministro Pisanu arrivare in Calabria e dire che «lo Stato in Calabria esiste». Quei signori sanno com'è andata fino ad ora; sanno che tranne per qualche lodevole eccezione o per qualche regolamento di conti interno la faranno franca. La scenetta di questi giorni l'hanno vista già tante volte o tante volte gliel'hanno raccontata chi prima di loro era la Mafia: un ministro da solo arriva in una terra falcidiata dalla criminalità e l'unica cosa che fa è parlare. E poi non succederà più nulla di importante. Sì, certamente si indagherà, si scoprirà qualcosa, ci sarà qualche arresto. Ma neanche questa volta partirà una strategia comune, unitaria, vigorosa per sconfiggere la criminalità organizzata. Perchè allo Stato di sconfiggere la Mafia non importa veramente, non è mai importato.

Altrimenti avremmo già visto da tempo i servizi segreti e l'esercito arrivare in Calabria, in Puglia, in Sicilia, in Sardegna ad aiutare la magistratura a fare piazza pulita di ogni ultimo mattone di ogni cosca mafiosa. Con la stessa violenza e la stessa volontà d'imposizione repressiva che negli ultimi anni abbiamo visto a Genova, a Napoli e ancor prima in tanti episodi di contestazione negli anni settanta. Quella violenza che lo Stato usa quando crede sia utile e necessario; quella violenza che alla Mafia è stata riservata raramente, e solo grazie all'operato eroico a livello di polizia e magistratura di pochi individui alla fine lasciati soli. Non c'è mai stata in questo Paese un'azione corale per annientare la Mafia che partisse dall'ultimo magistrato palermitano ed arrivasse alle più alte cariche dello Stato . Non ci sarà mai in questo Paese una coalizione che tra i primi punti del proprio programma elettorale scriverà: distruggere la Mafia. Nelle regioni mafiose ci sono persone (come Fortugno e la giunta Loiero) che desiderano un cambiamento radicale, una liberazione dalla criminalità assoluta e terroristica delle cosche. Purtroppo hanno maturato desideri che in Italia sono profondamente sbagliati. Tanti di loro finiranno una domenica pomeriggio in una pozza di sangue con un buco nel cranio.

sciarade
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17/10/2005, ore 17:47

Poche parole oggi, quelle che bastano per due veloci annotazioni. La prima è che ho intervistato i Northpole, combo veneto che propone un cantautorato rock con ascendenze tanto dagli Smith quanto da Tenco (probabilmente risentirete parlare di loro nella lista dei dieci dischi italiani di quest'anno). Per arrivare all'intervista passate di qui. La seconda è che sull'onda del successo del blog di Beppe Grillo, Daniele Luttazzi ha aperto il suo, che dalle prime battute sembra parecchio intessante. Eccolo
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15/10/2005, ore 10:15

Ok, va bene, lo prometto: domani metterò la testa a posto. Basta polemiche, basta discanti, basta travasi di bile contro il centro-sinistra. Gli occhi chiusi, un bel respiro e il voto per le primarie a Romano Prodi. Dimentichiamo le leggi non attuate quando era tempo per farlo; dimentichiamo individui opinabili quali Mastella, Petruccioli, Rutelli, Rizzo e tutti gli ex-dc; dimentichiamo Unipol, i conflitti d'interesse, le simpatie dalemiane per Mondadori e gli immobiliaristi; dimentichiamo chi vuole il ritiro che il ritiro dall'Iraq non sia immediato, chi usa la parola Zapatero come insulto. Dimentichiamo anche di stare a fare delle primarie all'italiana, calcisticamente parlando non per il titolo ma per la coppa Uefa (visto che il titolo è già assegnato). E dimentichiamo anche tutto il resto, cominciando a non tirarlo in ballo di nuovo qui, sennò sarà più difficile dimenticare. Votiamo e mandiamo giù veloce, come una medicina molto amara ma anche necessaria per non continuare la malattia, o almeno - speriamo - per attenuarla. Perchè è difficile trovare qualcosa che la malattia non abbia ancora abbruttito, o addirittura ucciso. Solo per domani dimentichiamo, votiamo e mandiamo giù tutto. Da bravi e un po' disperati orfani di sinistra quali in tanti, forse, siamo.

E voi domani che farete? 

sciarade
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14/10/2005, ore 15:43

La pubblicazione dei testi migliori dell’anno 2004 si conclude con quello che è forse il migliore dei cinque: “Le bisce d’acqua” di gianCarlo Onorato. Tratta da “Falene”, disco bello ma non entusiasmante, la canzone si inserisce in quel filone di “nuovo cantautorato” di cui si è accennato nei giorni scorsi per Benvengnù. Onorato si distingue per la forte poeticità dei suo testi, che proprio cercano le immagini. La discendenza è De Andrè-Nick Cave, da cui vengono riprese le atmosfere più intimamente scure.

Le bisce d'acqua

Io ti guardo e ascolto il tuo dolore
troppi laghi di profondità
e i lampi vedo e i cerchi sul tuo manto verde
come bisce d'acqua, come bisce d'acqua
oh madre luce oh madre luce
perchè castighi i figli tuoi?
Dal tuo stagno ti levi come vapore
e accechi accechi accechi
accechi accechi accechi
e si alza il canto grigio delle sirene
in processioni languide senza pietà
sul tuo manto dove frigge la neve
mi si attacca la lingua
come al ferro la lingua
alza il tuo vestito eterno su di me
apri la natura dei tuoi mondi ora
e acceca con la tua ferita di luce
accechi accechi accechi
accechi accechi accechi
e si alza il canto grigio delle sirene
in processioni languide senza pietà
sul tuo manto dove frigge la neve
mi si attacca la lingua
come al ferro la lingua.

(Le bisce d'acqua, da Falene, Lilium, 2004)


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13/10/2005, ore 18:35

E' vero che il Parlamento italiano è spesso maschilista. Alcuni mesi fa in tempo di referendum sulla fecondazione assistita, a qualcuno venne l'idea di ordire una rete di sordide malelingue contro Stefania Prestigiacomo, rea di aver convinto a votare tre sì e un no Gianfranco Fini anche grazie a favori che andavano al di là dei banchi del Parlamento. Ci si vendicò insomma del "tradimento" dei due ministri dando a lei (e solo a lei) della puttana, della rovina famiglie: la sua, quella di Fini e quelle degli italiani referendari (ovviamente le voci venivano soprattutto da An che, secondo discendenza, riesce ancora ogni tanto in qualche ruttata macista e provinciale).
Non penso però che il motivo principale della bocciatura di ieri all'emendamento sulle quote rosa - termine anche questo davvero maschilista - sia imputabile ai pregiudizi del Parlamento, almeno non della maggior parte. Prima di seguire un branco di frustrati che delirano circa la superiorità dell'uomo sulla donna, chi ha votato contro la modifica alla legge ha fatto il più classico dei conti "all'italiana": una candidatura al femminile su tre ruba tante poltrone oggi saldamente occupate e regala posti a gente nuova e non ancora "del giro". Quindi chi se ne fotte delle accuse di maschilismo, che tanto in Italia tutto si dimentica in fretta, e giù l'emendamento.
Il maschilismo in realtà ieri lo si è visto da un'altra parte.
E' stato il centro-destra ad abbattere la legge. Ma è partita dal centro-sinistra (Udeur, Sdi, Margherita, e poi Udc e Fi) l'idea di fare svolgere le votazioni in segreto. Ed è questo l'atto più maschilista di tutti: il non avere il coraggio di rispondere in faccia a chi in faccia aveva fatto una proposta (le donne), il nascondersi dietro una regola che pur essendo legale ha poco a che fare con la democrazia e l'uguaglianza, il complottare in branco e in branco offendere senza prendersi le proprie responsabilità personali, uno ad uno. Come quelle bestie da bar che, in branco, si esaltano delle loro presunte vittorie sessuali, della loro supremazia genitale, di queste donne che comunque, come ha detto ieri Pippo Gianni (Udc), «non ci possono scassare la minchia». 
 

sciarade
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12/10/2005, ore 20:08

Paolo Benvegnù fa parte di quel piccolo gruppo di nuovi cantautori italiani (con lui Marco Parente, Cesare Basile, Andrea Chimenti) che sta dando una seconda vita ad un genere - la tanto famigerata canzone d'autore italiana - che a metà anni novanta sembrava ormai definitivamente bollito insieme ad alcuni dei suoi maggiori rappresentanti. Pur nel solco della tradizione Benvegnù e gli altri - anche sull'esempio dei "vecchi" Conte, Fossati, Battiato - mirano ad una canzone d'autore che non sia più solo parola ma abbia anche una dignità musicale incisivamente espressiva. "Il sentimento delle cose", tratto dallo splendido "Fragili Piccolissimi Film", credo rappresenti al meglio questa tendenza per certi aspetti innovativa. Qui, com'è ovvio, ne viene riporato solo il testo, visionario e carico di passione civile come il miglior Giorgio Gaber.

Il sentimento delle cose

E vive ancora il sentimento delle cose, mentre noi amiamo controllare tutto
La vita i pensieri degli altri, la morte
E non amiamo neanche il pane che mangiamo. Noi non ringraziamo
Ma vive ancora il sentimento delle cose
Vivono gli alberi le case i sassi i nostri sogni le tv a colori, le navi senza radici. E siamo stupidi a pensare di esser soli,
senza più limiti senza più colori
Mentre noi siamo tesi a moltiplicare tutto.
Non riusciamo a considerare che le nuvole ci guardano e i mari ci controllano. Ho visto i platani parlare con le antenne e il vento caldo confermare tutto, i treni e le radici scambiano segnali in codice. E ho sentito nettamente i cani bisbigliare
Possibile che mentre dominiamo tutto, ricostruiamo tutto e distruggiamo tutto. Perdiamo la memoria e non ne sentiamo la mancanza e intanto i pesci continuano a nuotare.
Quanti libri nell’acqua per non affogare
Mentre noi siamo tesi a moltiplicare tutto.
Non riusciamo a considerare che le nuvole ci guardano e i mari ci controllano, le piante si difendono e i libri ci feriscono
perché manchiamo della necessaria dignità
Un camion mi ha parlato del silenzio. E ho visto un libro che stracciava banconote. Un servo muto che adorava una voce
Le nostre armi stanno architettando un ammutinamento generale
Ma a questo impero ne succederanno tanti sempre più crudeli
ma sempre più eccitanti. Ma forse allora i sentimenti delle cose ci chiameranno ci sveleranno tutto.
E forse ci re-insegneranno lo stupore

(Il sentimento delle cose, da Fragili Piccolissimi Film, Stout Music/Santeria, 2004) 

sciarade
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10/10/2005, ore 16:34

I Non Voglio Che Clara, da Belluno, sono stati una delle più piacevoli sorprese del 2004. Eccovi "I piani per il sabato sera".

I piani per il sabato sera

I miei piani per il sabato sera
tengono conto ormai solo di dove vai
mentre tutto precipita
i miei piani per il sabato sera
tengono conto ormai solo di dove sei
tutto il resto non conta più
i miei piani per il sabato sera
contano per lo più su un "ciao come stai?"
che ogni piano vanifica
i miei piani per il sabato sera
tengono conto ormai solo di dove sei
mentre tutto precipita
ma se tu chiedi aiuto chi verrà
quando uno soffre o chiede aiuto si va
senza se, senza ma
se sarai tu a chiedere aiuto chi verrà
quando uno soffre o chiede aiuto si va
senza se, senza ma
da te chi verrà?
i miei piani per il sabato sera
contano per lo più su un "ciao come stai?"
che ogni piano semplifica
i miei piani per il sabato sera
non cercano che un'altra possibilità
ma se tu chiedi aiuto chi verrà
quando uno soffre o chiede aiuto si va
senza se, senza ma
se sarai tu a chiedere aiuto chi verrà
quando uno soffre o chiede aiuto si va
senza se e senza ma
con te chi ci sarà?

(I piani per il sabato sera, da Hotel Tivoli", Aiuola Dischi, 2004)

sciarade
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09/10/2005, ore 16:02

Gessato nero, cappello e bastone d'appoggio - che lascia giù solo quando deve suonare la chitarra o il pianoforte - Mark Oliver Everett porta al Conservatorio Verdi di Milano uno dei migliori set visti dal sottoscritto quest'anno, se non il migliore. Una serata un tantino juke-box che però del juke-box non ha né l'ordinanza né lo sbadiglio, dove la compagnia femminile degli archi (quasi sempre presente) non gonfia l'asciuttezza country dei pezzi ma ne esalta la (super)potenza melodica; trovandosi spesso le quattro strumentiste a dialogare splendidamente con lo steel di un Chet Atkins III in gran forma o a tracciare, sole con il pianoforte, spazi di intensissimo lirismo. In grande forma è anche E, perfetto nell'interpretazione dei brani - la voce è quella: scartavetrata, intensa, dolente - così come nelle scelte di una scaletta che non tralascia nulla (melodia, deserto, fantasmi) e su cui è davvero difficile dire qualcosa di negativo. Scegliere un pezzo migliore degli altri sarebbe solo per questioni di cuore o per spirito di rappresentanza: gli Eels rilasciano dal vivo la sensazione - disarmante, ma gioiosa - di essere un progetto di songwriting pressochè perfetto e imbattibile
sciarade
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07/10/2005, ore 10:50

Difficile che almeno una canzone del Paolo Conte versione 2004 (che è poi più o meno lo stesso splendido di sempre: "Elegia" è stato disco dell'anno per me) non finisca nei cinque migliori testi italiani. Io ho scelto proprio la title-track, nuovo classico del repertorio e confessione davvero commuovente: attenzione al titolo, e alle parole.

Elegia

Avevo una passione per la musica
di ruggine
nerastra tinta a caldo di caligine
metropoli
le tentazioni andavano e venivano
cosa farò di me?

guidavo nella notte ferma immobile
friabile
venivo da una valle dove annuvola
nell'umido
sentivo sulle spalle un bel solletico
tu cosa vuoi da me?

lasciando alla mia infanzia
ogni ingenuità sensibile
l'amore è uno stregone un fuoco
isterico magnifico
carezza di una mano che semplifica
cosa sarà di me?

l'abbraccio adulto in un silenzio
scenico visibile
l'incendio è la stagione
delle tenebre bellissime
avevi fatto in aria un incantesimo
tu cosa sei per me...

(Elegia, da Elegia, Warner, 2004) 

sciarade
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06/10/2005, ore 19:18

La classifica dei cinque migliori testi di canzoni italiane del 2004 inizia nel segno di "Ce l'ho con l'amore" dei Têtes de Bois, contenuta nell'album "Pace e male" (che a sua volta è nei 10 dischi per il 2004). Le parole del brano sono dell'ex calciatore, oggi scrittore, Ezio Vendrame, e sono state riadattate in seguito da Andrea Satta, voce del gruppo romano.

Ce l'ho con l'amore

Ce l'ho con l'amore
che tanto mi fa male
dalla voliera dei sogni
sono spariti i trespoli

Ce l'ho con l'amore
che tanto mi fa male
dalla voliera dei sogni
sono spariti i trespoli

Ho murato la finestra ad est
così ora
anche nello spreco
dei miei giorni
nessuna alba
mi potrà distrarre

Non so più nulla di lei
e pensare
che una volta
era tutto per me
ma una volta
era tanto tempo fa
e anche tutto
col tempo passa

Ce l'ho con l'amore
che tanto mi fa male
dalla voliera dei sogni
sono spariti i trespoli

I funerali quasi sempre
ombre di cattive presenze
Respiro a fatica stringato
ed infelice
e non posso nemmeno
bestemmiare
un dio in cui non credo

Che indecenza
la coscienza
che si spegne
con le luci di un Natale

Perchè sfogliare margherite
per molestare un dubbio
Al porto delle illusioni
nessun attracco, nessuna
intesa, nessuna intesa

Ce l'ho con l'amore
che tanto mi fa male
dalla voliera dei sogni
sono spariti i trespoli

Ce l'ho con l'amore
che tanto mi fa male
dalla voliera dei sogni
sono spariti i trespoli

Era tutto per me
una volta era tanto tempo fa
e anche tutto
col tempo passa

Era tutto per me
ma una volta era tanto
tempo fa
e anche tutto col tempo passa

Ce l'ho con l'amore
che tanto mi fa male

(Ce l'ho con l'amore, da Pace e Male, il Manifesto Dischi, 2004)
 

sciarade
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05/10/2005, ore 17:38

Ieri il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede - l'attuale Sant'Uffizio - ha detto che «E' peccato sostenere politicamente un candidato apertamente favorevole all'aborto o ad altri atti gravi contro la vita».
Dato per scontato che tutti sappiano cosa è l'aborto cerchiamo di capire cosa sono gli «altri atti gravi contro la vita». Da subito come atto contro la vita, poichè provoca la morte, viene in mente la guerra. Poi sempre con lo stesso ragionamento la fame e le malattie a cui non si oppongono tutti gli sforzi possibili per essere debellate, e infine il mancato sostegno dell'ambiente che ogni anno provoca migliaia di vittime in stragi collettive o singoli episodi.
Ce ne sarebbero tanti altri, ma già così le risposte sono più di una e ci bastano. Ci bastano a farci comprendere che se dovessimo seguire anche solo quei cinque «atti gravi contro la vita» (aborto, guerra, fame, malattie, ambiente) non sarebbe peccato andare a votare per quello schieramento secondo la Chiesa immorale, ma sarebbe peccato mortale semplicemente andare a votare. Sia a destra che a sinistra almeno uno di quei cinque atti non viene evitato o combattuto, ma appoggiato (l'aborto e la guerra) o contrastato non con il massimo del vigore (fame, malattie, ambiente).
Razionalmente allora l'invito da fare alla CEI ed in generale alla Chiesa italiana è quello di scendere in campo e formare un partito che difenda la vita a partire dall'aborto, passando per la guerra e la fame, e finendo all'ambiente. Un partito cattolico in tutto e per tutto, senza atei-credenti e credenti poco praticanti (il cattolico Casini attende l'annullamento del suo primo matrimonio dalla Sacra Rota: ora io vorrei davvero sapere il motivo dell'annullamento, visto che Casini da quel matrimonio ha avuto due figli, oltre ad un terzo avuto fuori dal vincolo ecclesiale con una nuova compagna). Un partito che se la giochi - a livello morale, civile e politico - ad armi pari, portando avanti la legittima esigenza di una religione che sia anche religione sociale, senza concordati silenziosi e colloqui nell'ombra (quelli che Ruini intrattiene abitualmente con quasi tutti i capi-partito italiano), ma con il peso politico dato dalla quantità di voti recepiti in sede elettorale.
Sempre che sia davvero quella civile l'esigenza della Chiesa italiana. E non un più semplice tentativo di favorire una coalizione sull'altra (guarda caso quella di destra: aspettatevi una visita di Berlusconi al Papa a dicembre o gennaio), di cavalcare l'onda consapevoli della propria pochezza (di numeri: le chiese sono vuote): un volontà di favorire i propri interessi (economici, e quindi politici) senza passare come tutti dal filtro della democrazia. Ma magari ci sbagliamo, ed è una reale esigenza sociale quella di Scola, Bertone, Ruini. Sì, anche Ruini, che da sempre è favorevole alla guerra in Iraq.

sciarade
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04/10/2005, ore 20:17

Non sono pochi i dischi che in Italia non riescono ad avere la diffusione che si meritano. Potremmo dire quasi tutti quelli della sempre più magmatica scena indie nostrana, secondo alcuni addirittura simile a quella inglese degli anni sessanta ma non altrettanto fremente per quanto riguarda consensi e passaparola. Tra i tanti nomi di cui vi potrei parlare oggi vi dirò brevemente dell'esordio degli EPO, acronimo sotto cui si cela il cantautore napoletano Ciro Tuzzi e una serie di altri musicisti (tra cui Mario Conte già con 99posse e Peppe Barra), se non altro perchè il primo disco del gruppo ("Il mattino ha l'oro in bocca") ha avuto la fortuna di essere ristampato recentemente dopo che la prima stampa (del 2002) era passata quasi del tutto inosservata, complice anche lo scarso supporto della casa discografica.
La ristampa ha cambiato titolo - ora è semplicemente "EPO" - ma il contenuto no: un alt-rock autoriale che unisce alla spina dorsare delle chitarre un'elettronica essenziale e preziosa, ben completata dal canto umorale di Tuzzi - che non disdegna interpretazioni anche teatrali e momenti intensamente foschi, un Vedder napoletano e senza retorica - e da una serie di intuizioni melodiche ed esplosioni soniche azzeccate. Due le cover, che forse sono la miglior cartina al tornasole della qualità del gruppo: "Amico fragile" di De Andrè viene asciugata in un trip-hop umbratile tutto giocato tra slanci rabbiosi e sussurri al limite del silenzio; "Anna" di Battisti è un disperato falsopiano di arpeggi e allusioni psichedeliche con un finale chitarristico prevedibilmente post, ma d'impatto. Il disco si trova facilmente nei negozi molto forniti (ad esempio Fnac e Feltrinelli) ad un prezzo piuttosto onesto. Come sempre, se vi va, dategli un ascolto.
sciarade
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02/10/2005, ore 17:41

Con la lista di dischi pubblicata dopo questa introduzione nasce una nuova sezione - diciamolo: quella più feticistica - di discanto: le classifiche. La classifica che leggerete, seppur in colpevole ritardo, è relativa ai 10 migliori dischi italiani pubblicati nel 2004 (la graduatoria di quelli stranieri a suo tempo, cioè a gennaio '05, non venne fatta e non si ha voglia di recuperarla oggi). Oltre ovviamente ai 10 dischi del 2005 - classifica che si sta ancora spasmodicamente creando - verrà forse pubblicata (nei giorni prossimi o più in là) anche quella dei 5 migliori testi italiani, sempre del 2004. Buona lettura.

Dieci dischi per il 2004

1) Elegia Paolo Conte: come ripagare nove anni di attesa – in mezzo solo il musical Razzmatazz – con un disco quantomai intenso ed esistenziale. Ovviamente scritto e arrangiato in maniera perfetta.

2) Piccoli fragilissimi filmPaolo Benvegnù: se c’è una strada veramente nuova per la musica cantautorale italiana, questa passa da Paolo Benvegnù. Un esordio che non fa rimpiangere il passato (pur splendido) con gli Scisma.

3) Giorgio Canali & RossofuocoGiorgio Canali & Rossofuoco: dieci canzoni incazzate, taglienti, di un Savonarola (per nulla italiano) la cui critica lucidità fa quasi paura.

4) LitaniaGiovanni Lindo Ferretti & Ambrogio Sparagna: tra i tanti progetti paralleli di Giovanni Lindo Ferretti, quello migliore: accompagnato dall’organetto del maestro Sparagna il cantante dei P.G.R. rianima la tradizione religiosa italiana e anche gli spiriti più inariditi.

5) RoninRonin: nove cartoline dal più dolente post-rock desertico. Difficile credere sia un disco italiano, nonostante l’accoppiata Leone-Morricone alle spalle.

6) Tutto l’amore che mi mancaNada: la signora Nada Malanima, con l’aiuto di John Parish e Cesare Basile, dà voce alle sue ferite più profonde, alla sua femminilità più disperata. Una potentissima sorpresa.

7) Uncode DuelloUncode Duello: Xabier Iriondo e Paolo Cantù alle prese con l’inquietante colonna sonora dei nostri tempi.

8) Song for UlanSong for Ulan: tanto bello quanto introvabile nei negozi, un altro disco desertico a nome Pietro De Cristofaro (e ancora Basile coinvolto). Quando se ne rimpiange la brevità.

9) Pace e maleTetes de Bois : chi l’avrebbe detto che sarebbero riusciti a superare la qualità del precedente omaggio a Leo Ferrè? Eppure, eccola la pace e il male dei Tetes de Bois: claudicanti, ispirati e promettenti. E che i vecchi cantautori imparino.

10) Hotel TivoliNon Voglio Che Clara: nel sempre più modaiolo recupero di Tenco, Endrigo e compagnia un manualetto su come scrivere canzoni di cuore.

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