29/09/2005, ore 15:40

Riprendo dal blog dell'amico Hamilton questo invito di Luca Castelli del Mucchio Selvaggio a cui anche io nei prossimi giorni prenderò parte. Fatelo anche voi, se vi va, anche al di là della sezione musica Wikipedia italiana ha bisogno  e merita di crescere (ad esempio alla voce "pecore" non c'è ancora niente... hi hi).

"Dietro spinta di Eyesbomb, i lettori/collaboratori del Mucchio Selvaggio si sono scatenati per migliorare le pagine musicali di Wikipedia, la libera enciclopedia del Web. Sul forum del giornale c'è un thread dove vengono segnalati tutti i cambiamenti e le nuove pagine aperte. Conoscendo la sostanziale, travolgente e folle passione che agita i cuori di chi legge il Mucchio, posso solo ipotizzare che in poche settimane Wikipedia diventerà una vera e propria bibbia online dell'indie rock (altro che All Music! Altro che Scaruffi!). Io qui aggiungo solo due cose: a) Wikipedia non è un'enciclopedia rock. E' un'enciclopedia e basta. Quindi chiunque può aggiungervi qualcosa. Siete appassionati di cinema? Avete una laurea in ingegneria dei materiali? Seguite fedelmente le dottrine del feng shui? Sapete tutto sulle antiche civiltà mesopotamiche? Qualunque sia la vostra passione-professione-interesse, anche voi potete dare un piccolo apporto a Wikipedia. Senza impegni, senza obblighi. A volte bastano anche solo due minuti. Si legge una voce, si nota che manca qualcosa e la si aggiunge. E tutti ci guadagniamo qualcosa. b) Senza impegni e senza obblighi non vuol dire senza regole. Wikipedia non è Pitchfork o il New Yorker. Non è un sito di recensioni, ma un'enciclopedia. Prima di aggiungere o modificare qualcosa, prendetevi un minuto di tempo per leggere la sacra regola del punto di vista neutrale. Se un album musicale vi fa schifo, non potete scrivere che è una merda. E se un gruppo vi fa impazzire, non potete neanche definirla la più grande rockband del pianeta. Detto ciò, mettiamoci pure dentro un po' di sano campanilismo con tenui sfumature razziste. Con 110,100 articoli il Wikipedia italiano ha superato quello polacco, raggiungendo il quinto posto per numero di articoli. Per ovvie ragioni il Wikipedia in inglese è irraggiungibile (più di 700,000 voci!), ma mica ci vorremo far battere dai mangiapatate, dai mangiarane e dai mangiasushi, vero?"

sciarade
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27/09/2005, ore 13:31

La (lenta) lettura di questi ultimi giorni è una raccolta di poesie di Gesualdo Bufalino dal titolo "L'amaro miele" (Einaudi, 1982, 189 pagine, 10 euro). Bufalino è noto più come romanziere che poeta (necessario e scontato il consiglio di leggere la "Diceria dell'untore" se non l'avete ancora fatto); le poesie raccolte risalgono per la maggior parte a ricordi di gioventù, contrassegnata dalla guerra e da un periodo di degenza in ospedale dopo aver contratto la tisi. Pur alternando momenti importanti ad altri meno fodamentali la lettura del libretto è assai godibile. Vi propongo qui di seguito due poesie dell'autore, amato tra gli altri anche da Franco Battiato che dopo la sua morte (nel 1996 a causa di un incidente stradale) gli ha dedicato "L'imboscata".


Versi scritti sul muro

Più lontano mi sei, più Ti sento
farmiti dentro il cuore
sangue, grido, tumore,
e crescermi sul petto.

Più sei lontano e più Ti porto addosso,
fra l'abito e la carne,
contrabbando cattivo,
volpe rubata che mi mangia nel petto.


Altri versi scritti sul muro

Dunque è vano, Signore, somigliarti
nel nome, nella sorte, nella morte;
avere entro le palme due coltelli,
il costato corrotto;
pendere così freddi, così nudi,
con le vergogne battute dal vento.
Dolce Signore, perchè ci abbandoni?
A noi anche Tu devi una donna
che ci schiodi e ci lavi,
un fantaccino cieco che ci svegli,
una resurrezione.

sciarade
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categoria : letteratura





26/09/2005, ore 15:38

Ieri sera ho visto la prima puntata della nuova edizione di "Parla con me", il talk-show a due di Serena Dandini con Dario Vergassola, la geniale Banda Osiris e Andrea Rivera (anche lui bravissimo ma quest'anno relegato ad andare in giro per strada a fare delle "interviste" simil-Iene alla gente sul fatto della settimana). Ho visto "Parla con me" e mi stavo addormentando, perchè in quanto a superficialità nelle interviste e sciatteria autoriale - ovviamente dietro la patina luccicosa di ospiti che culturalmente contano - la trasmissione non è stato poi così tanto da meno dei tanti sproloqui di banalità e petulanze che intasano i pomeriggi e le sere dei palinsesti Rai.
Cinque gli intervistati: lo scrittore Michael Cunnigham, Carlo Verdone, Ivan Scalfarotto (candidato indipendente alle primarie di sinistra), il pm Gherardo Colombo e Jovanotti. Tre le interviste da buttare in toto: con Cunnigham la Dandini fa un traballante esercizio di lettura delle solite, stupidissime domande scritte degli autori; Scalfarotto si cimenta nella misera spalla alle misere battute di Vergassola (e perde un bel po' della simpatia che avevo per lui: di politici che fanno i comici ne abbiamo già troppi, purtroppo); Jovanotti riesce ad inanellare una serie memorabile d iimpalpabili  sciocchezze prima di affermare che fu Tiziano Terzani, poco prima di morire, a convincerlo della bontà del nuovo singolo "Mi fido di te" (motivazione: il titolo, secondo Terzani, era perfetto, stupendo. Terzani era il nuovo John Peel, diciamolo) con enorme giuggiolare della Dandini che svela l'esistenza di un circolo di "terzanisti" all'interno della redazione del programma. Si salvano solo la chiacchierata con Verdone e quella davvero intensa, ma breve, con Colombo che ricorda la figura tragica di Giorgio Ambrosoli, ucciso da un sicario di Michele Sindona nel luglio del '79. Di contorno una Banda Osiris un po' sottotono, un Vergassola che ne azzecca una su cinque e la Dandini, presentatrice che fino ai tempi dell' "Ottavo Nano" apprezzavo molto, ma che oggi appare appesantita, sempre più scontata, cantilenante fino all'eccesso nel suo autoreferenzialsimo sinistrorso e inconsistente.
Alla serie di frottole elettorali dei giorni scorsi, tra cui quella dei PACS (approposito: li vorrò vedere Ds, Rifondazione e gli altri a discutere con Camillo Rutelli e compagnia sugli effetti devastanzi di una firma ad un contratto per le milioni di stabili e imperiture famiglie del nostro Paese), ieri Romano Prodi ha aggiunto che "La tv non è imparziale". Se la logica non mi inganna un'uscita del genere significa in altro modo che la tv, con un eventuale governo Prodi, sarà assolutamente imparziale. E voi direte: impossibile. No, a patto che per una volta la politica si stacchi dalla tv e ne ceda il subaffitto a qualcunaltro. In Spagna una delle prime cose fatte da Zapatero è stata quella di togliere la nomina governativa alla dirigenza della tv statate e di affidarla, se non sbaglio, ad una commissione di intellettuali non direttamente connessi a qualche sigla politica. Si può fare anche da noi (ammesso che di intellettuali senza tessera ce ne siano). E insieme ad una tv più vera, ci piacerebbe anche una tv più bella: senza reality indecenti, senza vallette vendute a quarti di bue (e senza Sandri Curzi che appena nominati chiamano, tra tutti i telegiornalisti esistenti in Italia, una lingua leccosa con le gambe: Diaco). Ma ci piacerebbe anche una tv veramente culturale, priva di presentatrici bollite che giocano a fare il Caffè Letterario televisivo senza avere in casa ne' i libri ne' un caffè che ritempri dagli sbadigli.    
sciarade
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25/09/2005, ore 10:35

A sentirne solo la voce, Langhorne Slim lo si immagina come un uomo con pochissimi denti, tanti anni sulle spalle e ancor più serate passate in compagnia di una bottiglia di whisky. In realtà Langhorne di anni ne ha ventiquattro, di denti crediamo almeno quasi tutti buoni - sullo whisky non so dirvi, ma forse delle tre è l'unica immagine azzeccata - e si candida ad essere la miglior risposta al folk anteguerra del sempre più stiloso Banhart, differenziandosi da quest'ultimo per una totale assenza di venature mistico-freak. Si respira aria di bettole e fattorie nelle canzoni di "When The Sun's Gone Down"; canzoni che sono sgambettate acustiche senza troppe fisime  - chitarra, banjo e all'occorrenza un rhodes, un'armoniche o un trombone che danza sgraziato - a volte cantate, a volte sarebbe meglio dire starnazzate, ma sempre con un ironia ballerina che insieme al resto rimanda ad un ovvio ma non penalizzante riferimento ai Violent Femmes. Segnatevi il nome di Langhorne, forse sarà uno dei pochi a sopravvivere (almeno qui da noi) quando il fenomeno già vacillante del prewar-folk tornerà sui suoi binari di quasi anonimato. 
sciarade
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23/09/2005, ore 16:29

Il 10 ottobre Gianni Maroccolo e Ivana Gatti pubblicheranno il primo risultato della loro collaborazione a nome IG. "Resta" sarà il titolo di un mini lp di sette tracce che riprende l'elettronica umbratile e liquida del disco (multi)solista di Maroccolo ("ACAU") affidandola, voce melodie e parole, alle intepretazioni della Gatti, brava insieme al suo compagno di avventura a riprendere quell'incrocio tra beats elettronici, lirica e lirismo già sperimentato da Franco Battiato con Alice e soprattutto con la compianta Giuni Russo. Ho incontrato Gianni e Ivana alcuni giorni fa a Milano per un'intervista di presentazione del progetto (la trovate qui), che tra le altre cose apre la strada all'anticipazione che MusicbOOm darà di "Resta" nei prossimi giorni, mettendo in streaming un pezzo dell'album (un altro già lo trovate sul portale Rockit). Se la cosa vi interessa, fateci un giro.
sciarade
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21/09/2005, ore 12:07

Se il sottoscritto dovesse salvare un'uscita discografica da tutto quel mare di cacaglia mainstream che stagione dopo stagione scorre tra Festivalbar e Mtv , una sola eh, ebbene il sottoscritto salverebbe... - gli indiesnob (se mai ce ne fossero tra i lettori di questo spazio) preparino le pistole e i dischi dei Liars come amuleti - Cesare Cremonini e il suo "Maggese"!!!
Ormai l'ho detto. Ecco il mio scheletro nell'armadio 2005. Non che il disco in questione in verità mi piaccia così tanto, però devo ammettere che piuttosto delle lagne di Antonacci, delle scialaquate di D'Alessio o peggio dell'indomabile belare d'autore di un Venditti qualsiasi, almeno Cremonini scrive e arrangia bene la propria musica, pur avendo l'enorme, squassante difetto di non arrivare (ancora?) a scrivere un testo che arrivi ad un quarto della sua bravura musicale (che comunque non è nulla di soprannaturale). Qualche canzone gradevole comunque in "Maggese" c'è: la title-track (ok, è un tarocco sfacciato dai Beatles però ammettete che ascoltata così, sovrappensiero, un po' di simpatia l'attira), Sardegna, Amami e Marmellata #25, l'unico pezzo che da un po' di tempo a questa parte non mi fa spegnere subito rabbiosamente la radio (quelle rarissime e disgraziate volte in cui mi viene l'idea di accenderla). Altri brani fanno un po' più paura (non parliamo delle tre composizioni per piano solo alla fine...ma Cesare perchè? Perchè???) e la mira avrebbe bisogno di una sostanziosa aggiustata, però un pochino di talento - seppur nascosto, impacchettato, lucidato e passato del peggior smalto attiraragazzine - in Cesare Cremonini ci sta.

Quanti lettori perderò ora? 

sciarade
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20/09/2005, ore 17:20

Meno populista e caciarona del suo "collega" Michael Moore, Sabina Guzzanti con "Viva Zapatero!" riesce a disegnare un quadro esaustivo della degenerazione culturale e civile del nostro Paese, non adagiandosi su una didascalica invettiva anti-berlusconiana ma proponendo l'operato di Silvio Berlusconi - soprattutto per quanto riguarda lo stato di salute della libertà di espressione e informazione (dove l'Italia occupa un deprimente settantasettesimo posto, dopo la Bulgaria e prima della Mongolia) - come anti-modello propositivo per il centro-sinistra futuro e atto d'accusa per quello passato, anch'esso collaboratore colpevole del successo politico del cavaliere.
La scandalosa ammissione di Luciano Violante sui favori fatti alle tre televisioni milanesi durante i governi di centro-sinistra, l’altrettanto disarmante spiegazione di Fabrizio Morri (responsabile Ds per l'informazione) sulla mancata attuazione a suo tempo di una seria legge sul conflitto d'interessi (in pratica, secondo costui, la legge non si fece perchè allora Berlusconi  era tanto messo male politicamente da fare pena all'opposizione), i silenzi imbarazzanti di personaggi ambigui quali Claudio Petruccioli (che riesce a rispondere alle domande incalzanti della Guzzanti solo con una serie infinita di respiri scaracchiosi e mezze parole) e quelli demenziali di alcuni esponenti del centro destra (tra cui Michele Bonatesta di An che invece del silenzio sceglie di parlare e conferma di essere il fascista che è sempre stato) sono solo alcuni degli esempi presenti nel film atti a dimostrare l'appassimento di un Paese che mai come ora necessita una profonda svolta morale, magari sul modello del codice etico proposto da Luis Zapatero - auspicato nel film da Marco Travaglio - e ignorato alla meglio da quasi tutta la sinistra odierna (dopo aver visto il film, se già non lo state facendo, aggiungerete parecchie virgolette accanto alla parola "sinistra" e avrete ancora più dubbi su chi vi rappresenta davvero).
Non mancano momenti esilaranti (Neri Marcorè/Gasparri e la stessa Guzzanti/Berlusconi) e altri altrettanto ridicoli per l'ignoranza totale degli intervistati - dal solito quesito "Che cos'è la satira?" scaturiscono le risposte più oscene: per Cattaneo la satira deve fare almeno un po' ridere; per l'Annunziata fa ridere solo se non se la prende con lei: e questi due dirigevano la Rai. Commuove invece la breve intervista ad Enzo Biagi, indignato per aver ricevuto la lettera di dimissioni dalla Rai con ricevuta di ritorno,e il finale in cui vengono mostrate le proteste della gente fuori dall'Auditorium di Roma all'epoca del mancato ripristino di Raiot in tv dopo l'ennesima censura (e di lì in poi altre ne sarebbero arrivate).
Hanno ben ragione i giornalisti e i comici di altri paesi intervistati dalla Guzzanti a stupirsi della totale mancanza di pluralismo del nostro sistema d'informazione e dei travisamenti sotto cui giorno dopo giorno passano cancellazioni immotivate e dirottamenti, in televisione come sui giornali - silenzio di cui il giornalismo italiano, non solo di destra, è colpevole come pochi altri; hanno buoni motivi di stupore anche coloro che in "Viva Zapatero!" noteranno come la satira all'estero sia qualcosa di reale e veramente acido. Ma troppi elettori quattro anni fa si illusero che un uomo potesse trasformare l'Italia in una nuova Bengodi: ciò che ne è stato poi lo racconta in parte "Viva Zapatero!". Speriamo che quel qualcuno finalmente si stia accorgendo che questo brutto Paese, più che Bengodi, sembra sempre di più la Repubblica delle Banane.
sciarade
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19/09/2005, ore 20:44

Volete un piccolo ma significativo esempio di mini-fascismo clientelare in salsa tipicamente italiana? Eccolo. Concerto di Franco Battiato, venerdì scorso 16 settembre a Tirano, provincia di Sondrio, per il cinquencentenario dell'apparizione di non so bene quale tra le tante Madonna che gli tra anni '80 e il nuovo millennio hanno cambiato stili e mode del music-business mondiale. Ho un biglietto della seconda categoria, in piedi, non numerato, euro 22. Entro e scopro che la dislocazione dei posti in piedi permette di seguire il concerto quasi solo dal maxischermo (ad esclusione delle prime due o tre file, sempre che si sia alti almeno un metro e settanta). Non contento della cosa noto che vicino al mixer - e comunque rigorosamente dietro ai posti numerati seduti - c'è uno spazio abbastanza grande che può ospitare me e chi mi accompagna. Vado lì e un po' di gente nei minuti a seguire riempie quello spazio, anche questa scontenta del luogo in cui l'organizzazione aveva pensato di mettere, senza avviso, gente che ha pagato 22 euro.
Pochi minuti prima dell'inizio il capo dell'organizzazione ci invita caldamente (leggasi: con l'arroganza tipica di chi crede, onnipotente dei miei coglioni, di poterti fare un culo così) a spostarci da quella zona e accodarci nelle ultime file della zona da 22 euro e da lì seguire il concerto (su maxischermo). (Notate bene: la zona da noi occupata non era transennata in alcun modo, quindi nessuno - a meno di un intervento provvidenziale della sopracitata star planetaria - poteva sapere che lì non si poteva stare). Qualcuno se ne va; io rifiuto l'invito adducendo la motivazione di avere il diritto di seguire per presa diretta (e non su maxischermo) il concerto per cui ho pagato un biglietto da 22 euro. Il grande capo rinnova l'invito, io rinnovo il rifiuto con la stessa sacrosanta motivazione e la cosa finisce lì: io rimango al mio posto e lui se ne va. O almeno così pare: in realtà il grande capo avvicina due poliziotti e parlando loro indica me col dito. Io noto la cosa e siccome so come vanno queste cose mi preparo.
I due poliziotti mi avvicinano e uno dei due rinnova a sua volta l'invito ad spostarmi a cui ovviamente fa seguito il mio rifiuto con la solita motivazione. La cosa va avanti ancora un po', io spiego anche che sono disposto a rispettare la regola purchè la rispettino anche le persone che sono a quel concerto senza uno straccio di biglietto o pass (e fino a quel momento ne avevo viste un po' troppe) e anche chi dichiarandosi della stampa - ma senza avviso di accredito - intimava un posto nella press-area del concerto (posto che gli veniva poi gentilmente dato: anche questo avevo sentito, ed era proprio il grande capo di prima il protagonista del colloquio, l'altra una giornalista che aveva a suo parere diritto di accedere alla press-area perchè «aveva fatto tanta pubblicità alla manifestazione»: quando si dice giornalismo critico e imparziale). Sempre lo stesso poliziotto a quel punto mi chiede di mostrargli i documenti. I documenti? I miei documenti? Non ho commesso alcun reato; non ho mancato di rispetto ad alcuna regola perchè non c'erano segnalazioni o transennamenti nell'area dove secondo il grande capo io non potevo stare (su questo l'altro poliziotto mi dà ragione) e ho anche il diritto di vedere il concerto in diretta: io i documenti non te li do. Non pago di tanta ignoranza del buon senso concentrata tutta insieme in un'unica persona, al poliziotto scappa anche un «vuole che la spostiamo con la forza?» e anche un «mi consegni il suo biglietto!» (siccome sul biglietto, com'è ovvio, il mio nome non c'è da oggi sapete di chi è la colpa se anche per i concerti verranno stampati biglietti con nome e cognome del possessore come per il calcio: mia) ma poi, sarà che nel frattempo ho anche detto di essere anche io un giornalista e che di questa cosa potevo pure parlarne (e sempre il solito poliziotto: «Mi dica il suo nome! Andrò a leggere cosa scriverà!»), sarà che la comprensione dell'altro poliziotto è maggiore (e così le sue critiche alla scarsa e subdola organizzazione del concerto) io rimango lì e mi vedo tutto il concerto, spostandomi di qualche metro indietro per lasciare giustamente spazio agli addetti della Croce Rossa.
Morale della favola: un organizzazione rubasoldi e arraffona, un capo organizzazione arrogante e fascista, un poliziotto non da meno (ma da oggi mio nuovo e entusiasta lettore), una giornalista paracula, un altro poliziotto più intelligente riescono a inquinare ma non a rovinare il concerto al sottoscritto. Però quanta meschinità tutta insieme, in un solo luogo. E quanta piccola, ignobile illegalità in un evento organizzato da un Comune e da una parrocchia. Per 22 miseri euro.

Ah, per la cronaca il concerto è stato parecchio deludente: la classica esibizione-jukebox con una mitragliata di successi uno dietro l'altro cantati all'inizio bene ma poi peggio e addirittura quattro o cinque canzoni sostenute da dosi eccessive di basi (in Tra sesso e castità praticamente solo la voce era da vivo). Forse a Battiato della musica importa sempre meno, però farsi pagare i films con concerti scialbi e cd il cui senso lascia sempre più a desiderare non dovrebbe importare neanche a noi.

Ma soprattutto: poliziotto mi stai leggendo?

Mi chiamo L-u-c-a B-a-r-a-c-h-e-t-ti! E questo è ciò che ti risulta se digiti il mio nome su Google!

sciarade
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16/09/2005, ore 09:08

Faccio una piccola pubblicità (ma l'interessato non mi paga, anzi nemmeno mi conosce). Xabier Iriondo, l'ex chitarrista degli Afterhours oggi a capo di alcuni interessanti progetti discografici di sperimentazioni sonore tra impro-jazz, industrial e musica concreta - Sixminutewarmadness, A Short Apnea e l'ultimo bellissimo Uncode Duello (di cui trovate un mio parere qui) - aprirà a Milano dal 16 ottobre "Soundmetak", un negozio dove sarà possibile trovare alcuni particolari strumenti musicali difficilmente rintracciabili nei normali store di musica, come lap steel guitar anni ’30, radio transoceaniche valvolari, grammofoni portatili e materiale librario o discografico su tutto ciò che è stato fino ad oggi sperimentazione musicale. Chi è interessato sia agli aspetti teorici che esecutivi di queste rotte musicali credo troverà da "Soundmetak" pane per i suoi denti: Xabier merita un applauso, oltre che per il discorso artistico che porta avanti (questo sì interessante e davvero coraggioso), anche per questa iniziativa a suo modo utile.

PS: il blog si prende un altro tridio vacanziero causa concerti sparsi per la Lombardia. Questa sera sarò a Tirano (So) per un concerto elettrico di Franco Battiato, domani sera alla Festa de l'Unità di Milano per assistere a scelta al live di Davide Van De Sfroos o Mercanti di Liquore (propendo per i secondi) e domenica sera - evento, sperando che non piova - Giovanni Lindo Ferretti e Ambrogio Sparagna riprendono dopo l'inarrivabile "Litania" il loro percorso di riesumazione delle tradizioni popolari con "Falce e martello - falciati e martellati - requiem per una civiltà". Come sempre, anche se non ci conosciamo ci si "vede" lì.

sciarade
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15/09/2005, ore 10:12

Non so se "Porta a Porta" o "Matrix" vi abbiano spiegato che a pochi mesi dalle elezioni un cambiamento da maggioritario-matarellum a proporzionale con sbarramento al 4%, vista la geografia dei partiti dei due poli, è un atto da dittatura cilena. Se non l'hanno fatto - e io credo vivamente che non l'abbiano fatto - lo faccio io.

Il proporzionale è un metodo di assegnazione dei seggi dopo le votazioni piuttosto immediato: se un partito ha preso il 36% dei voti, gli vengono assegnati in Parlamento il 36% dei seggi. Nulla da dire, penserete giustamente voi. Lo sbarramento al 4% invece è un aggiunta al proporzionale ugualmente semplice: quei partiti che ottengono meno del 4% dei voti degli elettori non hanno diritto ad accedere alla loro percentuale di poltrone ma vengono eliminati prima dell'assegnazione dei seggi in Parlamento e spariscono anche dal conteggio della coalizione, aiutando automaticamente la coalizione avversaria. E anche qui qualcuno di voi, magari con poco spirito democratico e poco amore per il principio della rappresentanza, dirà che sì è un principio rozzo ma non certo da dittatura cilena.

Se andiamo però ad applicare questa proposta di legge all'attuale geografia dei due poli scopriamo che penalizzerebbe in modo determinante l'Unione. Facendo i conti con la penna (tabella a sinistra) nella Casa delle Libertà a rischiare sarebbe solo la Lega, ma sarebbe un rischio lieve; nell'Unione rischiano molto seriamente Verdi, Comunisti Italiani, Lista Di Pietro, Udeur, Socialisti vari e Radicali (nel caso entrassero nella coalizione) che con il proporzionale sbarrato regalerebbero le loro percentuali di voti ai partiti dell'Unione sopravvissuti allo sbarramento e soprattutto a quelli della CdL (i "voti ricontati"), e quindi i seggi (nota: la voce "premio maggioranza" indica il numero di posti ulteriormente dati a chi ha ottenuto la maggioranza per permettergli di raggiungere il 54% in Parlamento, cioè 340 seggi, così dice la proposta di legge).

Quello che sta tentando di fare questa riottosa maggioranza di governo è cambiare a proprio favore le regole del gioco mentre si sta già giocando, perchè con le regole che ci sono ora la sconfitta è piuttosto probabile.

Come se in un'ipotetica partita di calcio la squadra che sta perdendo due a zero decide all'trentacinquesimo minuto di gioco che i gol segnati da lì in poi valgono il doppio, ma solo per chi è sotto di due gol. Se siete i tifosi della squadra che sta vincendo come reagite? Protestate. Bene, allora fatelo, e svegliate anche chi sta ancora addormentato davanti a Matrix. E se siete della squadra di chi ha cambiato le regole sarete contenti di vincere così? Se la risposta è sì, accomotadevi: benvenuti in Cile.

PS: circa questo momento cileno del nostro paese potete leggere anche qui.

sciarade
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14/09/2005, ore 21:11

«Sulla bandiera italiana, al posto dello stemmone sabaudo bisognerebbe mettere la scritta ‘tengo famiglia’.»
(Leo Longanesi)

sciarade
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13/09/2005, ore 16:58

Credo che ci sia gente in questo momento che, come il sottoscritto, sulla strumentalizzatissima vicenda PACS esige due spiegazione. Due spiegazioni precise, chiare.
La prima: i vari Follini, Casini, Buttiglione, Bondi, Castelli, Mastella, Osservatori Romani, nani e ballerine teo-con dovrebbero mostrarci al di là di proclami dogmatici, religiosi o assiomi la cui certezza è assai dubbia, quali sono realisticamente gli effetti negativi di un eventuale patto di convivenza tra due persone dello stesso sesso. Una democrazia degna esige spiegazioni sociologiche, psicologiche, antropologiche su una questione così importante e non presunzioni di Verità estratte pari pari dal catechismo. I PACS aumenteranno le guerre? La pedofilia? Il terrorismo? Le uccisioni in famiglia? La droga? L'alcolismo? Ci sono dati, prove, tesi scientificamente fondate che comprovano in un qualche modo che amare una persona dello stesso sesso può peggiorare la qualità e il livello di sicurezza dell'intera società? Se ci sono se lo dicano, e la smettano di sbraitare.
La seconda: esiste qualcuno in quel minestrone mal assortito che si chiama Unione che i PACS non li vuole, ma è veramente, coraggiosamente zapateriano da volere da subito il matrimonio fra omosessuali? Un Nichi Vendola? Un Bertinotti? Anche un rappresentate di serie B di una mini coalizione qualsiasi  di cui avevamo dimenticato le sorti? C'è una parte di sinistra che non è preoccupata degli intenti zapateriani di Romano Prodi, poichè zapateriani non sono, ma della parentesi aznariana della sua coalizione (perchè i PACS in Spagna li voleva Aznar: che è destra pura, che è ex-franchismo). C'è una parte di sinistra che vorrebbe sentire da uno dei suoi rappresentanti che condannare i gay come entità immorale e rovina famiglie senza portare uno straccio di prova scientifica, di sostegno alla propria tesi discriminante, è una boiata indifendibile e ridicola, soprattutto in una democrazia, anche quando a dirlo è un cardinale. Questa parte di elettori di sinistra forse un giorno si stancheranno di non trovare un partito - uno - che lasci perdere una buona volta anche i più piccoli favori ecclesiastici per difendere le idee e i diritti quantomai legittimi dei propri elettori. C'è qualcuno, oggi in Italia, che non vuole che le idee del Vaticano influiscano sulla propria vita più di quanto è possibile fare attraverso una sigla politica: quel qualcuno chiede a gran voce un rappresentante. Sempre che ci sia, da qualche parte. E non sia occupato a confessarsi. 
sciarade
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09/09/2005, ore 10:48

La lettura di questi giorni è "La stiva e l'abisso" di Michele Mari. Mari è uno dei migliori scrittori viventi che mi sia mai capitato di leggere; prima di questo romanzo mi sono passate tra le mani due sue splendide raccolte di racconti: "Tu, sanguinosa infanzia" (Mondadori, 136 pagine, 6.20 €, 1996) e "Euridice aveva un cane" (Einaudi, 127 pagine, 8.80 €, 1993), entrambi impreziositi da una scrittura eclettica, con il gusto per i termini arcaizzanti e dei lessici particolareggiati, capace di cogliere nei più fatti più quotidiani l'ironia terribile della vita (per capirlo basta leggersi "Tutto il dolore del mondo" dal volumetto Einaudi). "La stiva e l'abisso", che non ho ancora terminato, sembra essere il migliore dei tre, quello dove le manie linguistiche di Mari si sfogano al meglio non correndo mai il rischio di finalizzarsi a sé stesse. Per ora vi anticipo qui la prima pagina del libro, davvero bellissima:

"L'albatros che avesse sorvolato quel lembo d'oceano per ore ed ore non avrebbe scorto altro che un'immensa distesa d'acqua, e solo dopo numerose volute nel cielo, aguzzando la vista, avrebbe riconosciuto una piccola macchia. Attratto dal segno, l'avrebbe puntato dapprima in obliqua picchiata, poi più cauto con lente spirali fino a discernere, sbiadita nella foschia, una nave.
Il pesce che ne avesse visto la nera mole passare al di sopra ignorerebbe la forma, ma vivrebbe. Questo pesce invece è affiorato, e vede che quella nave è un veliero: un vascello a tre alberi. Un altro guizzo e al suo occhio non sfugge trattarsi di un vecchio galeone da guerra riattato al commercio, con gli sportelli dei cannoni sigillati di pece ed i ponti scorciati; senza farsi distrarre dalle remore e dai cirripedi che l'ondeggiare dell'acqua continuamente scopre e discopre fra le alghe lungo la linea di galleggiamento, il pesce punta deciso verso l'enorme poppa panciuta, bramoso del nome: ed è in questo istante che l'uccello lo coglie e lo strappa nell'aria, davanti a quell'insegna.
Se il pesce fu a tempo a leggere il nome, ora lo sta compitando agonizzante
".

(Michele Mari, da "La stiva e l'abisso", Einaudi, 273 pagine, 9.50 €, 2001)

sciarade
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08/09/2005, ore 21:19

"Se viene la sera
compagno non avrai,
da solo farai la tua strada...
E allora la prima sarà la faina,
verrà per portarti paura.
Se non la fuggirai,
sorella ti sarà,
è lei che davvero conosce
l'ordine segreto che il fiume conduce,
per il tuo passo il sentiero sicuro.
Se viene la sera
compagno non avrai,
da solo farai la tua strada...
Sarà solo allora che da te verrà il lupo,
verrà per portarti paura.
Se non lo fuggirai
fratello ti sarà,
è lui che davvero conosce
il passo segreto che il monte ferisce,
per il tuo capo il riparo sicuro.
Seguendo la via
che va verso il lago,
tu troverai la sorgente,
ritroverai la collina dei giochi,
e là tu deponi il tuo cuore
".

(Il funerale, Angelo Branduardi, da La fiera dell'est, 1976) 

a Sergio Endrigo.

sciarade
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categoria : musica





07/09/2005, ore 17:22

Il mio stretto rapporto con la musica si basa soprattutto, ma non solo, sulle parole. Amo la musica di parole, mi attrae la forma-canzone. Ma più per il come che per il cosa viene narrato. Per questo raramente amo canzoni per il loro contenuto; piuttosto nutro adorazioni totali per brani di cui non condivido una parola che sia una. Da tempo, del resto, in ciò che ascolto non cerco chissà quali risposte. Eppure ci sono, arrivano casualmente, canzoni che mi hanno fatto innamorare anche per quello che dicevano. Molte sono di Ivano Fossati e Giovanni Lindo Ferretti, e forse è una comunanza di idee. Altre stanno sparpagliate nel repertorio di vari autori. Una di queste è "Suggestionabili" di Paolo Benvegnù.

Suggestionabili

Io so la mia verità e voglio usare il cranio come un archibugio
Per sparare la mia verità che non è inchiostro nero ma sangue che grandina gioia. La mia verità è come una finestra nel vuoto inchiodata ai suoi cardini. La mia verità, linea di protezione e coerenza ai deserti che cambiano
Ma sono suggestionabile sono troppo suggestionabile
Siamo troppo suggestionabili
Infantili ed interpretabili siamo troppo suggestionabili
Ci muoviamo ma siamo immobili siamo troppo suggestionabili
Io so la mia verità. Sono passato in mezzo agli inferni alle mie pazzie, ma è la mia verità. E spero possa esploderti in faccia spaccarti la testa. La mia verità è nell’ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi. La mia verità è rinnegare i padri le madri le bocche e gli stomaci
Ma sono suggestionabile sono troppo suggestionabile
Siamo troppo suggestionabili
Infantili ed interpretabili siamo troppo suggestionabili
Ci muoviamo ma siamo immobili siamo troppo suggestionabili
Io so la mia verità e voglio andare in fondo a tutto quello che so
Io voglio assaporare ogni secondo che avrò.Perché io sono un uomo. Io sono insicuro. Io sono il padre la madre il figlio
Io sono il vertice. Io sono l’assoluto. Io sono il genio. Io sono il mio assassino. Ma sono l’unica cosa che mi rimane
Io sono l’ultima cosa che ho. Sarò la prima cosa che avrò
Se sono l’ultima cosa che mi rimane.
Sarò la prima cosa che mi rimane.
Siamo troppo suggestionabili

(Paolo Benvegnù, da Piccoli Fragilissimi Film, 2003)

sciarade
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categoria : musica, letteratura





06/09/2005, ore 16:28

La piccola ma accesa diatriba che nei giorni scorsi si è scatenata tra Piero Citati e, indirettamente, Oriana Fallaci ci insegna ancora una volta come il gap tra cultura-di-sinistra e cultura-di-destra (ammesso che possiamo considerare Citati di sinistra e chiamare «destra» l'attuale destra partitica italiana) sia, purtroppo, davvero consistente. Dico purtroppo perchè, nonostante per certi versi mi senta più vicino alla sinistra e ne frequenti culturalmente parlando i luoghi, so benissimo che un dialogo tra le due parti fatto ad armi pari non farebbe che bene al nostro Paese. Una sinistra molto meno autoreferenziale, molto meno convinta di possedere da sola la verità e la soluzione dei problemi - quindi molto meno campanilistica e molto più aperta - da un lato e una destra realmente esistente, senza scaracchi populistici e barbarie intellettuali dall'altro aiuterebbero anche solo la gente a non eternare l'assurda divisione della realtà tra cose-di-destra e cose-di-sinistra, e quindi quella - ancora più assurda ed immatura - che «se uno è dalla parte avversa alla mia allora dirà sempre cazzate». La politica (purtroppo?) è una cosa molto più seria e ragionata del tifo da stadio. Eppure ancora oggi l'uomo della strada non si immagina neanche di striscio un cantautore o un umorista di destra (un tempo uno almeno ce n'è stato: si chiamava Leo Longanesi ed era un genio. Oggi c'è rimasto Forattini...); così come di fronte all'aggressivo ma preciso attacco di Citati alla Fallaci non ci rimangono che le risposte urlanti e xenofobe dei Socci e dei Feltri. Chi ama i dibattiti tra intellettuali qui da noi rimane un po' a secco. 
sciarade
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categoria : politica





05/09/2005, ore 16:18

Qualche sconosciuto imbecille ha pensato bene l'1 settembre scorso di scassinare il furgone dei Disco Drive e rubarne tutto il contenuto: una batteria, un'altra mezza batteria, due bassi, una testata da basso, due casse da basso, due chitarre, un amplificatore da chitarra, due coni di un altro amplificatore da chitarra, una borsa di percussioni, due valigette di cavi e pedali, una sessantina di magliette con il logo del gruppo, una cinquantina di cd e pure un sacco a pelo. Insomma i loro strumenti, quelli con cui il gruppo torinese lavora per guadagnarsi da vivere e con cui avrebbe dovuto vivere in futuro. Non so chi conosca i Disco Drive tra coloro che leggono questo spazio e a chi interessi realmente la cosa. Ma per coloro a cui sta a cuore, in un comunicato stampa il gruppo spiega dettagliatamente che cosa si può fare per dare una mano (il comunicato lo trovate qui). Di aiuto ce n'è bisogno: leggendo la quantità e la qualità delle cose rubate viene davvero da mettersi le mani nei capelli e incazzarsi parecchio. Oltre alle richieste che troverete là ne aggiungo un'altra io, forse più veloce da attuare: se non lo avete già fatto compratevi il loro disco, darete dei soldi per recuperare il materiale rubato. E se invece lo avete già comprato, compratene altri e regalateli a qualcuno. Sarebbe un ottimo regalo. 
sciarade
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categoria : musica





02/09/2005, ore 12:47

Non ho mai amato molto i Sigur Ros. Diciamo che ho sempre stimato più le copertine dei loro dischi che i dischi stessi. Ma il nuovo album Takk... - in uscita il 15 settembre recitano i comunicati stampa - qualche soddisfazione, dopo due ascolti, me la dà. Forse perchè si distacca dal precedente e ipercelebrale ( ), di cui pur avendo apprezzato la scelta di privarsi di qualsiasi riferimento di significato a livello songwriting non ne ho apprezzato allo stesso modo la concretizzazione (in parole povere penso che una svolta verso l' "astrattismo" come quella dovesse essere affiancata da scelte estetiche molto più decisive e soprattutto note anche agli ascoltatori); forse anche perchè in parte mi ricorda Ágætis Byrjun, l'album più pop - parola da prendere con tante molle - del gruppo e quello in cui l'accento post-ambient dei pezzi era come sempre molto forte ma più sfaccettato. Sta di fatto che nonostante una ritrovata “rotondità” nello scrivere canzoni (Gong in questo senso quasi quasi stupisce), i Sigur Ros non hanno cambiato né le atmosfere né i colori delle loro sapienti architetture musicali. Takk... – perfetto nei ripetuti contrasti vuoto/pieno e silenzio/esplosione tipici della band – continuerà ad ammaliare i fans e schifare i detrattori: entrambi troveranno pane per i loro denti tra pianoforti minimali, con relativi carillon, e detonazioni improvvise di chitarre, con annessi cori celestiali. Io, per quanto possa valere, tributo al tutto un timido applauso, mi esalto con Hoppipolla (che mi ricorda da lontano i Mercury Rev di All is Dream ed è meno opprimente dei dieci interminabili minuti di Milanò) e continuo a preferire alle cristalline voci d'angelo di questi folletti del Nord i gracidìi umorali delle taverne piene di fumo e whisky.

PS: non sapevo, prima di averlo letto su Televideo poco fa, che Takeshi Kitano presentasse un nuovo film a Venezia (titolo: "Takeshi's"). Takeshi Kitano, capite? TAKESHI KITANO!!!

 

sciarade
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categoria : musica, cinema





01/09/2005, ore 15:39

«E’ sempre stata parte della nostra pratica spirituale osservare la decomposizione dei cadaveri in tutte le sue fasi. La chiamiamo contemplazione dell’impermanenza, o meditazione sul corpo, così da capire il vero significato di ciò che Buddha chiama “il principale nemico dell’uomo”: l’illusione che tutto sia reale ed eterno, un demone che ci fa aggrappare ad ogni cosa che desideriamo e che genera la sofferenza del possesso e del successivo distacco».

(un giovane bikku, monaco buddista votato al celibato e alla rinuncia del mondo, racconta la sua esperienza nel tempio di Takua Pa, a Phuket, trasformato in una camera mortuaria in seguito allo tsunami)

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categoria : letteratura