Riprendo dal blog dell'amico Hamilton questo invito di Luca Castelli del Mucchio Selvaggio a cui anche io nei prossimi giorni prenderò parte. Fatelo anche voi, se vi va, anche al di là della sezione musica Wikipedia italiana ha bisogno e merita di crescere (ad esempio alla voce "pecore" non c'è ancora niente... hi hi).
"Dietro spinta di Eyesbomb, i lettori/collaboratori del Mucchio Selvaggio si sono scatenati per migliorare le pagine musicali di Wikipedia, la libera enciclopedia del Web. Sul forum del giornale c'è un thread dove vengono segnalati tutti i cambiamenti e le nuove pagine aperte. Conoscendo la sostanziale, travolgente e folle passione che agita i cuori di chi legge il Mucchio, posso solo ipotizzare che in poche settimane Wikipedia diventerà una vera e propria bibbia online dell'indie rock (altro che All Music! Altro che Scaruffi!). Io qui aggiungo solo due cose: a) Wikipedia non è un'enciclopedia rock. E' un'enciclopedia e basta. Quindi chiunque può aggiungervi qualcosa. Siete appassionati di cinema? Avete una laurea in ingegneria dei materiali? Seguite fedelmente le dottrine del feng shui? Sapete tutto sulle antiche civiltà mesopotamiche? Qualunque sia la vostra passione-professione-interesse, anche voi potete dare un piccolo apporto a Wikipedia. Senza impegni, senza obblighi. A volte bastano anche solo due minuti. Si legge una voce, si nota che manca qualcosa e la si aggiunge. E tutti ci guadagniamo qualcosa. b) Senza impegni e senza obblighi non vuol dire senza regole. Wikipedia non è Pitchfork o il New Yorker. Non è un sito di recensioni, ma un'enciclopedia. Prima di aggiungere o modificare qualcosa, prendetevi un minuto di tempo per leggere la sacra regola del punto di vista neutrale. Se un album musicale vi fa schifo, non potete scrivere che è una merda. E se un gruppo vi fa impazzire, non potete neanche definirla la più grande rockband del pianeta. Detto ciò, mettiamoci pure dentro un po' di sano campanilismo con tenui sfumature razziste. Con 110,100 articoli il Wikipedia italiano ha superato quello polacco, raggiungendo il quinto posto per numero di articoli. Per ovvie ragioni il Wikipedia in inglese è irraggiungibile (più di 700,000 voci!), ma mica ci vorremo far battere dai mangiapatate, dai mangiarane e dai mangiasushi, vero?"
La (lenta) lettura di questi ultimi giorni è una raccolta di poesie di Gesualdo Bufalino dal titolo "L'amaro miele" (Einaudi, 1982, 189 pagine, 10 euro). Bufalino è noto più come romanziere che poeta (necessario e scontato il consiglio di leggere la "Diceria dell'untore" se non l'avete ancora fatto); le poesie raccolte risalgono per la maggior parte a ricordi di gioventù, contrassegnata dalla guerra e da un periodo di degenza in ospedale dopo aver contratto la tisi. Pur alternando momenti importanti ad altri meno fodamentali la lettura del libretto è assai godibile. Vi propongo qui di seguito due poesie dell'autore, amato tra gli altri anche da Franco Battiato che dopo la sua morte (nel 1996 a causa di un incidente stradale) gli ha dedicato "L'imboscata".
Versi scritti sul muro
Più lontano mi sei, più Ti sento
farmiti dentro il cuore
sangue, grido, tumore,
e crescermi sul petto.
Più sei lontano e più Ti porto addosso,
fra l'abito e la carne,
contrabbando cattivo,
volpe rubata che mi mangia nel petto.
Altri versi scritti sul muro
Dunque è vano, Signore, somigliarti
nel nome, nella sorte, nella morte;
avere entro le palme due coltelli,
il costato corrotto;
pendere così freddi, così nudi,
con le vergogne battute dal vento.
Dolce Signore, perchè ci abbandoni?
A noi anche Tu devi una donna
che ci schiodi e ci lavi,
un fantaccino cieco che ci svegli,
una resurrezione.
Ieri sera ho visto la prima puntata della nuova edizione di "Parla con me", il talk-show a due di Serena Dandini con Dario Vergassola, la geniale Banda Osiris e Andrea Rivera (anche lui bravissimo ma quest'anno relegato ad andare in giro per strada a fare delle "interviste" simil-Iene alla gente sul fatto della settimana). Ho visto "Parla con me" e mi stavo addormentando, perchè in quanto a superficialità nelle interviste e sciatteria autoriale - ovviamente dietro la patina luccicosa di ospiti che culturalmente contano - la trasmissione non è stato poi così tanto da meno dei tanti sproloqui di banalità e petulanze che intasano i pomeriggi e le sere dei palinsesti Rai.
A sentirne solo la voce, Langhorne Slim lo si immagina come un uomo con pochissimi denti, tanti anni sulle spalle e ancor più serate passate in compagnia di una bottiglia di whisky. In realtà Langhorne di anni ne ha ventiquattro, di denti crediamo almeno quasi tutti buoni - sullo whisky non so dirvi, ma forse delle tre è l'unica immagine azzeccata - e si candida ad essere la miglior risposta al folk anteguerra del sempre più stiloso Banhart, differenziandosi da quest'ultimo per una totale assenza di venature mistico-freak. Si respira aria di bettole e fattorie nelle canzoni di "When The Sun's Gone Down"; canzoni che sono sgambettate acustiche senza troppe fisime - chitarra, banjo e all'occorrenza un rhodes, un'armoniche o un trombone che danza sgraziato - a volte cantate, a volte sarebbe meglio dire starnazzate, ma sempre con un ironia ballerina che insieme al resto rimanda ad un ovvio ma non penalizzante riferimento ai Violent Femmes. Segnatevi il nome di Langhorne, forse sarà uno dei pochi a sopravvivere (almeno qui da noi) quando il fenomeno già vacillante del prewar-folk tornerà sui suoi binari di quasi anonimato.
Se il sottoscritto dovesse salvare un'uscita discografica da tutto quel mare di cacaglia mainstream che stagione dopo stagione scorre tra Festivalbar e Mtv , una sola eh, ebbene il sottoscritto salverebbe... - gli indiesnob (se mai ce ne fossero tra i lettori di questo spazio) preparino le pistole e i dischi dei Liars come amuleti - Cesare Cremonini e il suo "Maggese"!!!
Ormai l'ho detto. Ecco il mio scheletro nell'armadio 2005. Non che il disco in questione in verità mi piaccia così tanto, però devo ammettere che piuttosto delle lagne di Antonacci, delle scialaquate di D'Alessio o peggio dell'indomabile belare d'autore di un Venditti qualsiasi, almeno Cremonini scrive e arrangia bene la propria musica, pur avendo l'enorme, squassante difetto di non arrivare (ancora?) a scrivere un testo che arrivi ad un quarto della sua bravura musicale (che comunque non è nulla di soprannaturale). Qualche canzone gradevole comunque in "Maggese" c'è: la title-track (ok, è un tarocco sfacciato dai Beatles però ammettete che ascoltata così, sovrappensiero, un po' di simpatia l'attira), Sardegna, Amami e Marmellata #25, l'unico pezzo che da un po' di tempo a questa parte non mi fa spegnere subito rabbiosamente la radio (quelle rarissime e disgraziate volte in cui mi viene l'idea di accenderla). Altri brani fanno un po' più paura (non parliamo delle tre composizioni per piano solo alla fine...ma Cesare perchè? Perchè???) e la mira avrebbe bisogno di una sostanziosa aggiustata, però un pochino di talento - seppur nascosto, impacchettato, lucidato e passato del peggior smalto attiraragazzine - in Cesare Cremonini ci sta.
Quanti lettori perderò ora?
Meno populista e caciarona del suo "collega" Michael Moore, Sabina Guzzanti con "Viva Zapatero!" riesce a disegnare un quadro esaustivo della degenerazione culturale e civile del nostro Paese, non adagiandosi su una didascalica invettiva anti-berlusconiana ma proponendo l'operato di Silvio Berlusconi - soprattutto per quanto riguarda lo stato di salute della libertà di espressione e informazione (dove l'Italia occupa un deprimente settantasettesimo posto, dopo la Bulgaria e prima della Mongolia) - come anti-modello propositivo per il centro-sinistra futuro e atto d'accusa per quello passato, anch'esso collaboratore colpevole del successo politico del cavaliere. Volete un piccolo ma significativo esempio di mini-fascismo clientelare in salsa tipicamente italiana? Eccolo. Concerto di Franco Battiato, venerdì scorso 16 settembre a Tirano, provincia di Sondrio, per il cinquencentenario dell'apparizione di non so bene quale tra le tante Madonna che gli tra anni '80 e il nuovo millennio hanno cambiato stili e mode del music-business mondiale. Ho un biglietto della seconda categoria, in piedi, non numerato, euro 22. Entro e scopro che la dislocazione dei posti in piedi permette di seguire il concerto quasi solo dal maxischermo (ad esclusione delle prime due o tre file, sempre che si sia alti almeno un metro e settanta). Non contento della cosa noto che vicino al mixer - e comunque rigorosamente dietro ai posti numerati seduti - c'è uno spazio abbastanza grande che può ospitare me e chi mi accompagna. Vado lì e un po' di gente nei minuti a seguire riempie quello spazio, anche questa scontenta del luogo in cui l'organizzazione aveva pensato di mettere, senza avviso, gente che ha pagato 22 euro.
Pochi minuti prima dell'inizio il capo dell'organizzazione ci invita caldamente (leggasi: con l'arroganza tipica di chi crede, onnipotente dei miei coglioni, di poterti fare un culo così) a spostarci da quella zona e accodarci nelle ultime file della zona da 22 euro e da lì seguire il concerto (su maxischermo). (Notate bene: la zona da noi occupata non era transennata in alcun modo, quindi nessuno - a meno di un intervento provvidenziale della sopracitata star planetaria - poteva sapere che lì non si poteva stare). Qualcuno se ne va; io rifiuto l'invito adducendo la motivazione di avere il diritto di seguire per presa diretta (e non su maxischermo) il concerto per cui ho pagato un biglietto da 22 euro. Il grande capo rinnova l'invito, io rinnovo il rifiuto con la stessa sacrosanta motivazione e la cosa finisce lì: io rimango al mio posto e lui se ne va. O almeno così pare: in realtà il grande capo avvicina due poliziotti e parlando loro indica me col dito. Io noto la cosa e siccome so come vanno queste cose mi preparo.
I due poliziotti mi avvicinano e uno dei due rinnova a sua volta l'invito ad spostarmi a cui ovviamente fa seguito il mio rifiuto con la solita motivazione. La cosa va avanti ancora un po', io spiego anche che sono disposto a rispettare la regola purchè la rispettino anche le persone che sono a quel concerto senza uno straccio di biglietto o pass (e fino a quel momento ne avevo viste un po' troppe) e anche chi dichiarandosi della stampa - ma senza avviso di accredito - intimava un posto nella press-area del concerto (posto che gli veniva poi gentilmente dato: anche questo avevo sentito, ed era proprio il grande capo di prima il protagonista del colloquio, l'altra una giornalista che aveva a suo parere diritto di accedere alla press-area perchè «aveva fatto tanta pubblicità alla manifestazione»: quando si dice giornalismo critico e imparziale). Sempre lo stesso poliziotto a quel punto mi chiede di mostrargli i documenti. I documenti? I miei documenti? Non ho commesso alcun reato; non ho mancato di rispetto ad alcuna regola perchè non c'erano segnalazioni o transennamenti nell'area dove secondo il grande capo io non potevo stare (su questo l'altro poliziotto mi dà ragione) e ho anche il diritto di vedere il concerto in diretta: io i documenti non te li do. Non pago di tanta ignoranza del buon senso concentrata tutta insieme in un'unica persona, al poliziotto scappa anche un «vuole che la spostiamo con la forza?» e anche un «mi consegni il suo biglietto!» (siccome sul biglietto, com'è ovvio, il mio nome non c'è da oggi sapete di chi è la colpa se anche per i concerti verranno stampati biglietti con nome e cognome del possessore come per il calcio: mia) ma poi, sarà che nel frattempo ho anche detto di essere anche io un giornalista e che di questa cosa potevo pure parlarne (e sempre il solito poliziotto: «Mi dica il suo nome! Andrò a leggere cosa scriverà!»), sarà che la comprensione dell'altro poliziotto è maggiore (e così le sue critiche alla scarsa e subdola organizzazione del concerto) io rimango lì e mi vedo tutto il concerto, spostandomi di qualche metro indietro per lasciare giustamente spazio agli addetti della Croce Rossa.
Morale della favola: un organizzazione rubasoldi e arraffona, un capo organizzazione arrogante e fascista, un poliziotto non da meno (ma da oggi mio nuovo e entusiasta lettore), una giornalista paracula, un altro poliziotto più intelligente riescono a inquinare ma non a rovinare il concerto al sottoscritto. Però quanta meschinità tutta insieme, in un solo luogo. E quanta piccola, ignobile illegalità in un evento organizzato da un Comune e da una parrocchia. Per 22 miseri euro.
Ah, per la cronaca il concerto è stato parecchio deludente: la classica esibizione-jukebox con una mitragliata di successi uno dietro l'altro cantati all'inizio bene ma poi peggio e addirittura quattro o cinque canzoni sostenute da dosi eccessive di basi (in Tra sesso e castità praticamente solo la voce era da vivo). Forse a Battiato della musica importa sempre meno, però farsi pagare i films con concerti scialbi e cd il cui senso lascia sempre più a desiderare non dovrebbe importare neanche a noi.
Ma soprattutto: poliziotto mi stai leggendo?
Mi chiamo L-u-c-a B-a-r-a-c-h-e-t-ti! E questo è ciò che ti risulta se digiti il mio nome su Google!
Faccio una piccola pubblicità (ma l'interessato non mi paga, anzi nemmeno mi conosce). Xabier Iriondo, l'ex chitarrista degli Afterhours oggi a capo di alcuni interessanti progetti discografici di sperimentazioni sonore tra impro-jazz, industrial e musica concreta - Sixminutewarmadness, A Short Apnea e l'ultimo bellissimo Uncode Duello (di cui trovate un mio parere qui) - aprirà a Milano dal 16 ottobre "Soundmetak", un negozio dove sarà possibile trovare alcuni particolari strumenti musicali difficilmente rintracciabili nei normali store di musica, come lap steel guitar anni ’30, radio transoceaniche valvolari, grammofoni portatili e materiale librario o discografico su tutto ciò che è stato fino ad oggi sperimentazione musicale. Chi è interessato sia agli aspetti teorici che esecutivi di queste rotte musicali credo troverà da "Soundmetak" pane per i suoi denti: Xabier merita un applauso, oltre che per il discorso artistico che porta avanti (questo sì interessante e davvero coraggioso), anche per questa iniziativa a suo modo utile.
PS: il blog si prende un altro tridio vacanziero causa concerti sparsi per la Lombardia. Questa sera sarò a Tirano (So) per un concerto elettrico di Franco Battiato, domani sera alla Festa de l'Unità di Milano per assistere a scelta al live di Davide Van De Sfroos o Mercanti di Liquore (propendo per i secondi) e domenica sera - evento, sperando che non piova - Giovanni Lindo Ferretti e Ambrogio Sparagna riprendono dopo l'inarrivabile "Litania" il loro percorso di riesumazione delle tradizioni popolari con "Falce e martello - falciati e martellati - requiem per una civiltà". Come sempre, anche se non ci conosciamo ci si "vede" lì.

Non so se "Porta a Porta" o "Matrix" vi abbiano spiegato che a pochi mesi dalle elezioni un cambiamento da maggioritario-matarellum a proporzionale con sbarramento al 4%, vista la geografia dei partiti dei due poli, è un atto da dittatura cilena. Se non l'hanno fatto - e io credo vivamente che non l'abbiano fatto - lo faccio io.
Il proporzionale è un metodo di assegnazione dei seggi dopo le votazioni piuttosto immediato: se un partito ha preso il 36% dei voti, gli vengono assegnati in Parlamento il 36% dei seggi. Nulla da dire, penserete giustamente voi. Lo sbarramento al 4% invece è un aggiunta al proporzionale ugualmente semplice: quei partiti che ottengono meno del 4% dei voti degli elettori non hanno diritto ad accedere alla loro percentuale di poltrone ma vengono eliminati prima dell'assegnazione dei seggi in Parlamento e spariscono anche dal conteggio della coalizione, aiutando automaticamente la coalizione avversaria. E anche qui qualcuno di voi, magari con poco spirito democratico e poco amore per il principio della rappresentanza, dirà che sì è un principio rozzo ma non certo da dittatura cilena.

Se andiamo però ad applicare questa proposta di legge all'attuale geografia dei due poli scopriamo che penalizzerebbe in modo determinante l'Unione. Facendo i conti con la penna (tabella a sinistra) nella Casa delle Libertà a rischiare sarebbe solo la Lega, ma sarebbe un rischio lieve; nell'Unione rischiano molto seriamente Verdi, Comunisti Italiani, Lista Di Pietro, Udeur, Socialisti vari e Radicali (nel caso entrassero nella coalizione) che con il proporzionale sbarrato regalerebbero le loro percentuali di voti ai partiti dell'Unione sopravvissuti allo sbarramento e soprattutto a quelli della CdL (i "voti ricontati"), e quindi i seggi (nota: la voce "premio maggioranza" indica il numero di posti ulteriormente dati a chi ha ottenuto la maggioranza per permettergli di raggiungere il 54% in Parlamento, cioè 340 seggi, così dice la proposta di legge).
Quello che sta tentando di fare questa riottosa maggioranza di governo è cambiare a proprio favore le regole del gioco mentre si sta già giocando, perchè con le regole che ci sono ora la sconfitta è piuttosto probabile.
Come se in un'ipotetica partita di calcio la squadra che sta perdendo due a zero decide all'trentacinquesimo minuto di gioco che i gol segnati da lì in poi valgono il doppio, ma solo per chi è sotto di due gol. Se siete i tifosi della squadra che sta vincendo come reagite? Protestate. Bene, allora fatelo, e svegliate anche chi sta ancora addormentato davanti a Matrix. E se siete della squadra di chi ha cambiato le regole sarete contenti di vincere così? Se la risposta è sì, accomotadevi: benvenuti in Cile.
PS: circa questo momento cileno del nostro paese potete leggere anche qui.
«Sulla bandiera italiana, al posto dello stemmone sabaudo bisognerebbe mettere la scritta ‘tengo famiglia’.»
(Leo Longanesi)
La lettura di questi giorni è "La stiva e l'abisso" di Michele Mari. Mari è uno dei migliori scrittori viventi che mi sia mai capitato di leggere; prima di questo romanzo mi sono passate tra le mani due sue splendide raccolte di racconti: "Tu, sanguinosa infanzia" (Mondadori, 136 pagine, 6.20 €, 1996) e "Euridice aveva un cane" (Einaudi, 127 pagine, 8.80 €, 1993), entrambi impreziositi da una scrittura eclettica, con il gusto per i termini arcaizzanti e dei lessici particolareggiati, capace di cogliere nei più fatti più quotidiani l'ironia terribile della vita (per capirlo basta leggersi "Tutto il dolore del mondo" dal volumetto Einaudi). "La stiva e l'abisso", che non ho ancora terminato, sembra essere il migliore dei tre, quello dove le manie linguistiche di Mari si sfogano al meglio non correndo mai il rischio di finalizzarsi a sé stesse. Per ora vi anticipo qui la prima pagina del libro, davvero bellissima:
"L'albatros che avesse sorvolato quel lembo d'oceano per ore ed ore non avrebbe scorto altro che un'immensa distesa d'acqua, e solo dopo numerose volute nel cielo, aguzzando la vista, avrebbe riconosciuto una piccola macchia. Attratto dal segno, l'avrebbe puntato dapprima in obliqua picchiata, poi più cauto con lente spirali fino a discernere, sbiadita nella foschia, una nave.
Il pesce che ne avesse visto la nera mole passare al di sopra ignorerebbe la forma, ma vivrebbe. Questo pesce invece è affiorato, e vede che quella nave è un veliero: un vascello a tre alberi. Un altro guizzo e al suo occhio non sfugge trattarsi di un vecchio galeone da guerra riattato al commercio, con gli sportelli dei cannoni sigillati di pece ed i ponti scorciati; senza farsi distrarre dalle remore e dai cirripedi che l'ondeggiare dell'acqua continuamente scopre e discopre fra le alghe lungo la linea di galleggiamento, il pesce punta deciso verso l'enorme poppa panciuta, bramoso del nome: ed è in questo istante che l'uccello lo coglie e lo strappa nell'aria, davanti a quell'insegna.
Se il pesce fu a tempo a leggere il nome, ora lo sta compitando agonizzante".
(Michele Mari, da "La stiva e l'abisso", Einaudi, 273 pagine, 9.50 €, 2001)
"Se viene la sera
compagno non avrai,
da solo farai la tua strada...
E allora la prima sarà la faina,
verrà per portarti paura.
Se non la fuggirai,
sorella ti sarà,
è lei che davvero conosce
l'ordine segreto che il fiume conduce,
per il tuo passo il sentiero sicuro.
Se viene la sera
compagno non avrai,
da solo farai la tua strada...
Sarà solo allora che da te verrà il lupo,
verrà per portarti paura.
Se non lo fuggirai
fratello ti sarà,
è lui che davvero conosce
il passo segreto che il monte ferisce,
per il tuo capo il riparo sicuro.
Seguendo la via
che va verso il lago,
tu troverai la sorgente,
ritroverai la collina dei giochi,
e là tu deponi il tuo cuore".
(Il funerale, Angelo Branduardi, da La fiera dell'est, 1976)
a Sergio Endrigo.
Il mio stretto rapporto con la musica si basa soprattutto, ma non solo, sulle parole. Amo la musica di parole, mi attrae la forma-canzone. Ma più per il come che per il cosa viene narrato. Per questo raramente amo canzoni per il loro contenuto; piuttosto nutro adorazioni totali per brani di cui non condivido una parola che sia una. Da tempo, del resto, in ciò che ascolto non cerco chissà quali risposte. Eppure ci sono, arrivano casualmente, canzoni che mi hanno fatto innamorare anche per quello che dicevano. Molte sono di Ivano Fossati e Giovanni Lindo Ferretti, e forse è una comunanza di idee. Altre stanno sparpagliate nel repertorio di vari autori. Una di queste è "Suggestionabili" di Paolo Benvegnù.
Suggestionabili
Io so la mia verità e voglio usare il cranio come un archibugio
Per sparare la mia verità che non è inchiostro nero ma sangue che grandina gioia. La mia verità è come una finestra nel vuoto inchiodata ai suoi cardini. La mia verità, linea di protezione e coerenza ai deserti che cambiano
Ma sono suggestionabile sono troppo suggestionabile
Siamo troppo suggestionabili
Infantili ed interpretabili siamo troppo suggestionabili
Ci muoviamo ma siamo immobili siamo troppo suggestionabili
Io so la mia verità. Sono passato in mezzo agli inferni alle mie pazzie, ma è la mia verità. E spero possa esploderti in faccia spaccarti la testa. La mia verità è nell’ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi. La mia verità è rinnegare i padri le madri le bocche e gli stomaci
Ma sono suggestionabile sono troppo suggestionabile
Siamo troppo suggestionabili
Infantili ed interpretabili siamo troppo suggestionabili
Ci muoviamo ma siamo immobili siamo troppo suggestionabili
Io so la mia verità e voglio andare in fondo a tutto quello che so
Io voglio assaporare ogni secondo che avrò.Perché io sono un uomo. Io sono insicuro. Io sono il padre la madre il figlio
Io sono il vertice. Io sono l’assoluto. Io sono il genio. Io sono il mio assassino. Ma sono l’unica cosa che mi rimane
Io sono l’ultima cosa che ho. Sarò la prima cosa che avrò
Se sono l’ultima cosa che mi rimane.
Sarò la prima cosa che mi rimane.
Siamo troppo suggestionabili
(Paolo Benvegnù, da Piccoli Fragilissimi Film, 2003)
Non ho mai amato molto i Sigur Ros. Diciamo che ho sempre stimato più le copertine dei loro dischi che i dischi stessi. Ma il nuovo album Takk... - in uscita il 15 settembre recitano i comunicati stampa - qualche soddisfazione, dopo due ascolti, me la dà. Forse perchè si distacca dal precedente e ipercelebrale ( ), di cui pur avendo apprezzato la scelta di privarsi di qualsiasi riferimento di significato a livello songwriting non ne ho apprezzato allo stesso modo la concretizzazione (in parole povere penso che una svolta verso l' "astrattismo" come quella dovesse essere affiancata da scelte estetiche molto più decisive e soprattutto note anche agli ascoltatori); forse anche perchè in parte mi ricorda Ágætis Byrjun, l'album più pop - parola da prendere con tante molle - del gruppo e quello in cui l'accento post-ambient dei pezzi era come sempre molto forte ma più sfaccettato. Sta di fatto che nonostante una ritrovata “rotondità” nello scrivere canzoni (Gong in questo senso quasi quasi stupisce), i Sigur Ros non hanno cambiato né le atmosfere né i colori delle loro sapienti architetture musicali. Takk... – perfetto nei ripetuti contrasti vuoto/pieno e silenzio/esplosione tipici della band – continuerà ad ammaliare i fans e schifare i detrattori: entrambi troveranno pane per i loro denti tra pianoforti minimali, con relativi carillon, e detonazioni improvvise di chitarre, con annessi cori celestiali. Io, per quanto possa valere, tributo al tutto un timido applauso, mi esalto con Hoppipolla (che mi ricorda da lontano i Mercury Rev di All is Dream ed è meno opprimente dei dieci interminabili minuti di Milanò) e continuo a preferire alle cristalline voci d'angelo di questi folletti del Nord i gracidìi umorali delle taverne piene di fumo e whisky.
PS: non sapevo, prima di averlo letto su Televideo poco fa, che Takeshi Kitano presentasse un nuovo film a Venezia (titolo: "Takeshi's"). Takeshi Kitano, capite? TAKESHI KITANO!!!
«E’ sempre stata parte della nostra pratica spirituale osservare la decomposizione dei cadaveri in tutte le sue fasi. La chiamiamo contemplazione dell’impermanenza, o meditazione sul corpo, così da capire il vero significato di ciò che Buddha chiama “il principale nemico dell’uomo”: l’illusione che tutto sia reale ed eterno, un demone che ci fa aggrappare ad ogni cosa che desideriamo e che genera la sofferenza del possesso e del successivo distacco».
(un giovane bikku, monaco buddista votato al celibato e alla rinuncia del mondo, racconta la sua esperienza nel tempio di Takua Pa, a Phuket, trasformato in una camera mortuaria in seguito allo tsunami)