31/08/2005, ore 16:56

Prima o poi qualcuno lo doveva fare. Liberare uno dei più grandi e poetici repertori della nostra tradizione popolare - gli stornelli - da anni di retorica centro-provincialista (televisiva ma anche cinematografica) che ne avevano compromesso il valore. Ci hanno pensato gli Zu, con Geoff Farina dei collassati Karate - che ormai sta fisso in Italia per la gioia dei nostri timpani - il bluesman Gianpaolo Felici (perfetto alla voce), il vibrafono di Valerio Borgianelli e la fisarmonica di Luca Venitucci. Ardecore, nome del supergruppo e del disco che ne è venuto fuori, ritrova in dieci stornelli originali tutto il sangue del popolo, quello più verace e accasciato dai drammi quotidiani, scovandone la stessa maledizione di un Cave di Trastevere o di uno Waits a Termini con gli animi scartavetrati di dolore: storie di barcaroli, avanzi di galera, serenate d'amore i cui impianti melodici germinalmente blues e tex-mex vengono riportati in tutto il loro più amaro trionfo (Fiore de gioventù di Petrolini, L'eco der core dal repertorio di Villa); drammi la cui crudeltà insindacabile ci viene sbattuta in faccia dai lamenti della fisarmonica e dai borborigmi del sax.
Un disco consigliato a tutti, ma in particolare a chi sono sempre stati antipatici gli stornellatori e i loro drammi purtroppo impiastricciati di demagogia. Dimenticavo: è un'uscita dei dischi de il Manifesto. Cioè prezzo onesto di otto euro e booklet come sempre in solido cartonato con grafica molto curata e note. 
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30/08/2005, ore 20:26

Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi -
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che è ricordo e stagione -
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d'agosto,
le olive dei tuo sguardo
addolciscono il mare,
e tu vivi rivivi
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.

(Cesare Pavese, da "La terra e la morte", Einaudi)

sciarade
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29/08/2005, ore 20:23

E' morto Matteo Salvatore, da Carpino, uno degli ultimi cantori pugliesi, una tradizione musicale bellissima e maledetta come lui. Volevo salutarlo con le parole che Teresa De Sio gli ha dedicato dopo la sua morte.

Per Matteo Salvatore 

Matteo è stato un vero uomo del Sud. Della vita ha conosciuto la durezza e la dolcezza, l’aspro e il passionale, e queste cose le ha sempre trasformate in musica. Quando ho incontrato Matteo per la prima volta (circa due anni fa) per me era già una leggenda, conoscevo a memoria le sue canzoni, le cantavo, sapevo della sua vita difficile e turbolenta. Pensavo che avrei trovato un uomo “domato”. Invece lui era una tigre. Inchiodato dall’indigenza, già molto malato, dimenticato da molti. Abitava in un monolocale a pian terreno in una sgangherata via di Foggia. Una tigre sulla sedia a rotelle. Matteo non voleva mollare. Quando gli parlai di “Craj”, lui disse: “Se facciamo questa cosa io campo un altro anno.” Ostinato nella vita è riuscito a camparne altri due. Mi sembrò che in lui ci fosse una vena di follia, ma non di quella follia che è elusiva della realtà, anzi, Matteo emanava un’intera “versione del mondo”, poeticamente compatta, diversa e niente affatto subalterna. La povertà dell’infanzia, il lavoro, la vita dei braccianti, gli amori, le donne. Le donne, che hanno avuto parte importante, grave, nella sua vita, gioco sulla sua anima, peso nelle sue canzoni. Non so se Matteo sapesse di essere un “grande”. Forse aveva accolto questo suo destino eccentrico di cantastorie maledetto, come un pescatore che si rassegna alla mareggiata. Se avesse avuto più fortuna sarebbe stato ricco come Modugno (che peraltro come lui stesso mi ha raccontato, lo amava molto e con cui lavorò). Se fosse stato un ragazzo degli anni settanta sarebbe stato una sorta di Syd Vicious. Se il mondo della cultura e della musica del nostro paese fosse meno volubile, ingrato, disattento e mercenario, Matteo oggi sarebbe celebrato da molte più persone. Io lo saluto, alzando a lui il mio brindisi (come gli sarebbe piaciuto). Continuerò a cantare le sue canzoni, perchè sono belle e perché so che le cose che hanno radici così forti, col tempo, non possono che fiorire di più.

Teresa De Sio

Per chi non conoscesse Matteo Salvatore, il mio collega Ilario Galati ha scritto su di lui un bel pezzo qui.

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25/08/2005, ore 17:14

Weekend musicale per il sottoscritto. Fra poco andrò alla Festa di Radio Onda d'Urto a sentire gli Afterhours aperti da Giorgio Canali coi Rossofuoco, visti entrambi tante volte ma sempre molto piacevoli. Domani invece partirò alla volta di Piateda (So), per assistere alle ultime tre giornate del Rock And Rodhes 2005. Piuttosto succulento il cartellone: oltre ad una buona manciata di band totalmente emergenti segnalo Transgender e Disco Drive il 26, Marta Sui Tubi e Sikitikis il 27 e Quintorigo il 28. Se volete venire a fare un giro ci si "vede" là.
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24/08/2005, ore 18:40

Il prossimo numero di Dedalus sarà dedicato al tema del lavoro, nelle suoi più difformi aspetti (economici, esistenziali, culturali). Tra un'intervista a Savino Pezzotta, una (mia) inchiesta sulle morti da lavoro, una sul mondo dei ricercatori e tanto altro, la redazione ha deciso di dedicare un ampio spazio per un'analisi dei problemi del nostro Paese. Non la solita tiritera sugli enormi svarioni berlusconiani - su cui ormai solo chi è in malafede può far finta di niente - ma un profilo delle pecche del sistema italia, dei difetti che attanagliano le parti sociali, i ceti, le strutture e che, secondo noi, hanno portato ad una situazione economico-sociale anno dopo anno ormai quasi insostenibile, e a cui la disgrazia berlusconiana ha solo dato il colpo definitivo così come il futuro governo di centro-sinistra non saprà porre realmente rimedio. In quest'analisi mi sono occupato di dipendenti statali e leggi, o meglio del rapporto tra cultura - fascista - dipendenti statali e leggi. Ecco cosa ne è venuto fuori. Il pezzo è in parte ancora provvisorio, quindi mai come in questo caso i commenti e le critiche sono assai graditi.

Leggi fasciste

C’era una volta il regime fascista. In quanto dittatura si basava su una struttura tipicamente piramidale: il duce al di sopra di tutto e tutti e poi una rapida discesa di gerarchi, responsabili di istituzioni varie, capi di polizia e dell’esercito. Quindi poliziotti, soldati, magistrati, insegnanti, medici degli ospedali pubblici e professori universitari. Insomma lo stato fascista. Perché lo Stato, oggi come allora, non è formato solo dai politici, ma anche da tutti coloro che direttamente lavorano per lo esso. E dalle loro idee.
Ad un certo punto lo stato fascista venne decapitato dallo Resistenza e dagli Alleati – non ci interessa qui sapere chi ebbe maggiori meriti: quello che è certo e che furono quelle due entità ad abbatterlo. Sicuramente con il regime caddero il duce e i gerarchi. Poi, dopo duce e gerarchi, il referendum e l’attuale Costituzione sostituirono le leggi del regime: così venne la democrazia. Festa.
E gli altri? I poliziotti, i magistrati, gli insegnanti, i medici, i professori universitari? E le altre leggi, come ad esempio il Codice Penale? Degli altri non si è mai parlato molto. A scuola ci hanno dato della faccenda una versione, come dire, magica. O forse noi di fronte a tanta magia, per poca voglia di approfondire la questione, abbiamo spalancato la bocca e declamato il nostro più convincente oooooh! di stupore: il giorno prima l’Italia era fascista, il giorno dopo l’Italia è diventata democratica. Vera magia. Festa.
Certo il fascismo ha avuto un declino, ha perso consensi, ma non è caduto di morte naturale. Hanno dovuto decapitarlo – e c’è stato bisogno anche di un armistizio – e se hanno dovuto decapitarlo vuol dire che qualche fascista ancora c’era. Non si sa di preciso quanti tra la popolazione ma quelli che per lavoravano per lo Stato fascista, fascisti lo erano. Potremmo razionalmente escludere forse i medici, ma i magistrati, che applicavano le leggi fasciste, erano fascisti; i poliziotti, che manganellavano secondo le leggi fasciste, erano fascisti; gli insegnanti, che spiegavano agli alunni l’impurità della razza ebrea, erano fascisti; i professori universitari, che su quel pregiudizio di impurità scrivevano libri, erano fascisti. Visto che di esilii non ce ne furono, quale fu il destino di tutta questa gente?
A scuola, come già detto, su questo cambiamento non ci hanno detto molto. Perché il cambiamento non ci fu. Non ci fu nessun processo di rinnovo dell’apparato fascista dopo la caduta del regime. Ci sarà stato qualche licenziamento qua e là, qualche perdita di cariche. Ma nessuna rivoluzione capillare e programmatica, se non quella attuata dalla scelta della democrazia dopo il Referendum e dall’avvento della nuovo Costituzione.
Ma uno Stato non è fatto solo dalle alte cariche. E’ fatto anche dai suoi dipendenti e dalle loro idee. In poche parole un dipendente dello stato fascista, caduto il regime, continuava a lavorare al posto di prima e ad essere stipendiato dallo stato, questa volta, democratico. Gli squadristi vennero inglobati nella nuova polizia e nel nuovo esercito – sì, proprio quelli di cui oggi diciamo che “son tutti fascisti” – gli insegnanti continuarono ad insegnare, certamente senza poter delirare sulle differenze tra italiani ed ebrei ma con la stessa mentalità – le stesse idee – di prima. E così per tutti coloro che fino a quel momento avevano lavorato per il regime, e poi per quelli che li avrebbero sostituiti – dopo essere stati sottoposti da fascisti ad una selezione e ricevendo i loro insegnamenti (sempre fascisti) – e poi quelli dopo, e dopo ancora: così fino ad oggi, per 60 anni, il fascismo è un germe che ancora non è stato culturalmente debellato.
Non vogliamo dire che tutti i lavoratori statali siano fascisti, ma che la presunta rivoluzione democratica in atto dal 1946 in poi non ha fatto tutto il possibile per estirpare ogni possibile radice fascista dal proprio apparato e che oggi non c’è di che stupirsi se in certe situazioni abbiamo la sensazione di aver subito un atteggiamento «fascista». Del resto anche il Codice Civile è rimasto quello della dittatura e nessuno ha mai pensato di riscriverlo in toto dopo la Costituente. Ancora oggi se qualche legge del Codice va contro la Costituzione, e se si hanno ovviamente i soldi per fare ricorso, solo la Corte Costituzionale può modificarla. Se la legge però rimane nella maglie democratiche ma pur sempre interpretabili della Costituzione, allora si può venire condannati. Da una legge che è ancora inesorabilmente fascista.      

sciarade
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23/08/2005, ore 16:18

«In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all’immigrazione incontrollata e si diventa tutti meticci». Il Presidente del Senato Marcello Pera (qui a sinistra ritratto durante il servizio militare) ignora parecchie cose. O almeno finge di farlo. La questione dell’essere meticcio è tragicamente semplice: tutti siamo meticci. Anche Pera (o meglio PapaPera). Ooooooh. Dal momento che vive in Italia anche PapaPera ha la fortissima possibilità di essere il risultato di un incrocio piuttosto vario di provenienze e culture. L’identità di PapaPera è mezzosangue, cioè meticcia, ibrida. La stragrande maggioranza degli abitanti del nostro paese (e non solo nel nostro) non può non dirsi meticcia. I siciliani talvolta hanno una carnagione più scura. Nel nordest capita di vedere capelli dal colore straordinariamente biondo o lineamenti mitteleuropei. Meticci sono i nostri cognomi, i nomi dei nostri paesi, delle montagne, dei fiumi, dei cibi, delle bevande. Ricominciare a fare discorsi sull’essere o no meticci è voler meschinamente negare la nostra storia di Italiani, di popolo continuamente ibridato da altre popolazioni, nonché quella dell’uomo in generale. Una storia fatta di immigrazioni enormi, continue, che vanno al di là delle cause contingenti di queste ultime – cause peraltro non secondarie la fame e l’essere cacciati di casa. Tutte facilmente comprensibili parlando con un qualsiasi geografo o insegnante di geografia. A meno di trattare la questione delle etnie a colpi di machete – riducendola cioè alla banale differenza di colore – dire che «si diventa tutti meticci» è come non aver detto niente, perché meticci lo siamo già e lo saremo sempre di più sino alla fine dei nostri giorni. Ma quando a dirlo è una persona che detiene il potere viene subito in mente che il contrario di meticcio è puro. E chi parlò di razza pura purtroppo fece troppi danni.
sciarade
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22/08/2005, ore 20:50

Non amo le celebrazioni delle persone morte, però mi sembra giusto ricordare senza troppi miasmi Robert "Bob" Moog, morto l'altra notte per un cancro al cervello dopo settantuno anni di vita. Come qualcuno di voi avrà intuito anche dalla foto, Robert Moog è stato l'inventore del fortunatissimo sintetizzatore; quella tastiera con sopra tanti pulsantini e manopoline tonde capace di emettere un suono inconfondibilmente analogico e caldo. Tutti i musicisti - non solo gli amanti del prog, non solo gli amanti dell'elettronica, non solo i Kraftwerk - gli devono molto. Ed è romanticamente bello pensare che al di là delle bugie e dei clamori inutili del music-business (business a cui neanche Moog poi si sottrasse) ci sia stato un tempo il gesto fisico e intellettuale di un artigiano - Moog arrivò a brevettare la sua creazione dopo dieci anni di prove e ricerche - a creare uno strumento a suo modo magico, capace di tirare fuori dal silenzio i suoni più inaspettati, infiniti: appunto, magici. Per questo il sintetizzatore Moog è sempre stato un po' come il cilindro del Prestigiatore. E a vederlo suonare ancora oggi, nonostante i tanti concerti visti e di conseguenza la tanta disillusione accumulata, si rimane lì sempre così, ammaliati, con la bocca un po' aperta.
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21/08/2005, ore 17:36

Degli inserti del sabato rivolti alle donne (Io Donna e D la Repubblica delle Donne) dei due principali quotidiani nazionali (Il Corriere della Sera e Repubblica) ci sono ben poche cose da salvare. Si dice che pubblicazioni come queste siano fatte con gli scarti, cioè con tutti quei pezzi che non finiscono sulle testate primarie. A guardare la qualità di certi numeri sembrerebbe di sì: poche rubriche sono davvero degne di lettura, sicuramente illeggibili quelle dedicate a libri e dischi. L'ultima pagina dell'inserto di Repubblica è riservata al filosofo Umberto Galimberti, che ogni settimana risponde alla più interessante delle lettere che riceve. Galimberti ha il dono assai pregevole di saper unire alle sue vaste conoscenze una rara capacità di sapersi spiegare senza troppi vaneggiamenti, ma con un realismo efficace e - contro tutti i più approssimativi detrattori dell'utilità della filosofia - utile. Il tema affrontato questa settimana è di stretta attualità (il relativismo) e il dialogo tra il mittente della lettera e Galimberti dimostra come conoscere un po' di storia (della filosofia) aiuta a sfatare alcuni reclamizzati luoghi comuni. Vi riporto l'intero articolo (e complimenti all’operaio Enrico Vincenzi che si destreggia nelle evoluzioni della filosofia molto meglio di me che ho fatto il liceo).
 

E il cristianesimo inventò l'individuo
"Il relativismo dilagante non ha fatto altro che mettere in risalto l'io e le sue voglie" Joseph Ratzinger

Il richiamo a un io ipertrofico e narcisista fatto dal teologo Ratzinger è più che condivisibile, anche se il nuovo Papa dovrebbe sapere che molta della storiografia filosofica oggi è concorde nel dire che l'io debordante dell'uomo contemporaneo non è altro che la "secolarizzazione" della cosiddetta "metafisica della soggettività" del pensiero cristiano, inaugurata dal "dottore" della Chiesa (e non a caso oggetto di profondi studi da parte di Benedetto XVI) Agostino d'Ippona.
Quando Agostino scrive che desidera comprendere se stesso non più a partire dal mondo (come il pensiero classico) ma bensì da se stesso e attraverso se stesso (se ipsum per se ipse videre) e qui scoprire quel grande profundum interiore come il più grande miracolo e il più grande mistero, tanto che: “In interiore homine habitat veritas” pone le basi per quel vedere il mondo come “oggetto” e se stesso come “soggetto” che comporta la fuoriuscita dall’uomo dell’ordine naturale. L’uomo si estranea dal tutto degli esseri dati per natura per diventare importante in un mondo del tutto particolare ovvero a immagine e somiglianza di Dio.
La perdita del mondo insomma comporta con l’affievolirsi della “fede” una sopravvalutazione del soggetto; addirittura il mondo stesso comincia a essere costituito a partire dalla coscienza che noi ne abbiamo e dal rapporto che noi abbiamo con esso.
Con la “secolarizzazione” (l’affievolirsi della fede, appunto) e il “disincanto”, la volontà dell’uomo si pone a “dominatore” del mondo naturale ridotto a mera “oggettività”.
Come dire dal Regno di Dio al regno dell’Io; un io che però si scoprirà inevitabilmente un Dio mancato (Sartre). Da qui lo smarrimento, la sensazione di vuoto, la ricerca del senso del soggetto post-moderno (cioè di noi!).
A questo proposito allora possono essere utili i richiami di alcuni filosofi italiani come Umberto Galimberti e Salvatore Natoli al pensiero classico, al concetto di “misura” (métron) per esempio, e alla visione più modesta e realistica di quel “prometeo impazzito” malato di onnipotenza, che è diventato l’uomo contemporaneo, a cui sembra non interessi molto neanche il progressivo avvelenamento della biosfera su cui vive, anche se probabilmente egli non riuscirà a distruggere la natura, al massimo potrà distruggere solo sé stesso.
Ecco; in quest’era nichilista dove però le religioni positive in Occidente sono destinate a un inevitabile declino (Severino) recuperare l’insegnamento dei classici può essere una fonte di arricchimento per chi non vuole più essere a immagine e somiglianza non di un Dio, ma di una società sempre più invasiva vittima dell’eccesso e asservita all’economia politica, alla tecnica, ai suoi pseudo-valori.
Gradirei molto un suo commento, professore. Io faccio l’operaio e mi intendo di filosofia fin dalla mia adolescenza e l’ho sempre intesa come aiuto esistenziale . Un po’ come scrive Prezzolini: “L’avventura della ‘cultura’ è anche un’avventura contro il male naturale e la inimicizia della vita”.

Enrico Vincenzi, Mirandola (Mo)

E’ proprio il caso di dire che chi è causa del suo mal pianga se stesso. E in effetti il primato del soggetto, di cui Joseph Ratzinger lamenta la deriva, è un’ideazione cristiana. I greci non privilegiavano la soggettività individuale, ma l’ordine del Tutto (cosmo), dalle cui leggi occorreva ricavare le leggi della città (polis) a cui l’individuo era subordinato come parte del Tutto.
Il cristianesimo, con Agostino in particolare come lei giustamente ricorda, rispetto all’ordine del tutto e all’ordine della città privilegia la soggettività dell’individuo, a cui riconosce un’ “anima” come principio della sua individualità e della sua destinazione ultraterrena, per effetto della quale l’esistenza del cristiano, pur svolgendosi in questo mondo, dovrà essere separata dal mondo e il senso della sua vita privatizzato.
E questo perché, dice Agostino, “Amare mundum non est cognoscere Deum”. Si consuma così la separazione tra individuo e società. All’individuo il compito di conseguire la propria salvezza ultraterrena, e alla società e a chi governa il compito di ridurre gli ostacoli che si frappongono a questa realizzazione.
Morale e politica, unificate nel pensiero greco, divaricano nel pensiero cristiano, perché la destinazione dell’individuo non ha più parentela con la destinazione della società. Questa è la ragione per cui J.J. Rousseau scrive che: “Il cristiano non è un buon cittadino”. Lo può essere di fatto, ma non a partire dalla sua visione del mondo. Quando nell’età moderna assistiamo all’affievolirsi  della speranza ultraterrena, la storia si fa terrena, non per integrare l’individuo nella società come nella Grecia antica, ma per costruire una società a misura d’individuo.
Il cristianesimo non è passato invano e la morte di Dio non ha lasciato solo orfani, ma anche eredi. Eredi di quella soggettività che il cristianesimo ha instaurato e che il processo di secolarizzazione ha trasformato da ultraterrena a terrena, col trionfo dell’individualismo e, come dice Joseph Ratzinger, del relativismo, come sempre accade quando l’individuo non è più concepito come parte del Tutto, ma sopra il Tutto, come prevede il cristianesimo e la sua speranza ultraterrena, o isolato nel Tutto, come oggi accade in assenza di questa speranza.

Umberto Galimberti

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20/08/2005, ore 12:26

Lo scandalo Unipol-Diesse non è frutto del solito cianciare estivo tipicamente italiano. Che le Coop Rosse abbiano avuto il loro corrispettivo politico un tempo nel PCI e oggi nei Democratici di Sinistra è un fatto noto da sempre, e solamente gli sprovveduti pensano che Silvio Berlusconi e compagnia siano gli unici coinvolti in un conflitto di interessi. Non è così, non è mai stato così. E sprovveduti sono anche coloro che immaginano il mondo cooperativo come una sequela di supermercati e organizzazione con finalità sociali: Unipol è un’agenzia di assicurazione finanziariamente molto potente, tanto che ha lanciato un’Opa sulla BNL – non sul Credito di Caronno Pertusella – con il motivo, parole di Giovanni Consorte numero uno della compagnia, di «dotare il mondo cooperativo di uno strumento bancario». Se ci pensate la motivazione data è una frase di puro clientelismo: solitamente in Europa le banche assegnano crediti secondo criteri scientifici, non politici. Da noi serve uno strumento bancario: se sei una medio-grossa azienda senza agganci politici nessuna banca darà a te lo stesso credito di un’azienda che ha lo strumento bancario. Che piaccia o no Unipol fa capitalismo - all'italiana - come tutte le altre aziende. Che piaccia o no una volta al governo il centro-sinistra sarà coinvolto in un conflitto di interessi.

La persona che ama riflettere a questo punto qualche domanda se la fa: ma se i Diesse sono “virtualmente” immischiati in un conflitto di interessi allora votare Berlusconi e Prodi è uguale? No, non è uguale. Nonostante sia altamente deprecabile, immorale e schifosa la situazione in cui la coalizione di sinitra si trova, e il conflitto di interessi reale una volta che essa sarà al governo, la differenza sta nel livello di danno che i due conflitti porteranno al Paese: enorme a livello economico per entrambi; non eguale a livello culturale, dove il centro-sinistra – per ora – non ha le potenzialità per raggiungere il livello di controllo dei media (e quindi, all’ingrosso, delle teste) che ancora oggi ha Silvio Berlusconi e tutti quelli che gli ruotano attorno. Ma è un confronto alla meno peggio, è una scelta del meno peggio. Soprattutto dinanzi al barbaro congelamento portato ad ogni livello  dagli anni di berlusconismo che abbiamo votato e subito.
Non aspettatevi grandi cambiamenti da un eventuale cambio di potere: qualcosa cambierà di certo, ma solo perché è stato grande lo sfacelo degli ultimi quattro o cinque anni, solo perchè è davvero difficile cadere più in basso di così. Non aspettatevi la nascita della meritocrazia in Italia, non aspettatevi insomma di iniziare a vincere o a perdere secondo meriti da quando ci sarà Prodi al Palazzo, non aspettatevi nemmeno una seria legge sul conflitto di interessi: non verrà fatta, non venne fatta già quando era necessaria. Ed il perché ormai è chiaro. Montanelli diceva di votare Dc turandosi il naso. Siamo arrivati al punto di votare a sinistra turandoci il naso. Ma turiamocelo bene: la puzza è davvero tanta.

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19/08/2005, ore 17:30

Nell'ultima sfornata di dischi italiani arrivati qui a casa mia vi voglio segnalare "Camere da riordinare", "esordio" dei Lo.Mo prodotto da quel geniaccio di Hugo Race (ex Bad Seed, oggi True Spirit, Sepiatone, Merola Matrix). Ho scritto la parola esordio tra virgolette perchè i Lo.Mo non sono altro che i tre quinti dei disciolti Bartok, uno dei più apprezzati gruppi indie italiani degli anni scorsi fautori di un post-rock molto scuro, stratificato e ambientale. A nome Lo.Mo però gli ex-Bartok (più due nuovi elementi, tra cui un pianoforte piuttosto fondamentale) fanno tutt'altro: blues urbani e pianistici, scuri come un tempo ma debitori di Tenco e soprattutto Nick Cave. Influenze che a volte pesano un po' ma sottolineano una vena parecchio ispirata di canzoni solenni, dure e impietosamente riflessive. Andate sul loro e assagiate qualcosa, se vi piace comprate. Comprate e non scaricate: la Desvelos - l'etichetta sarda che li pubblica - è una delle più feconde in Italia e il disco non dovrebbe costarvi più di quindici euro.
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17/08/2005, ore 13:59

E' un affresco vivo - collettivo e privato - e soprattutto inesorabile il secondo libro di Josè Luis Peixoto dal titolo Una casa nel buio (laNuovaFrontiera, 2004, 16,50 €). Narrato in prima persona da uno dei sette protagonisti della vicenda - uno scrittore in cui è possibile rintracciare lo stesso autore - "Una casa nel buio" vive tutta la sua terribile inesorabilità nello stile reiterato ed ellittico di Peixoto, che procede nella narrazione a forza di brevi frasi semplici e dirette, nuclei immaginifici che ritornano capitolo dopo capitolo mutando solo nelle circostanze: una scrittura che prova, riuscendoci, a portare a termine il difficile compito di ritrarre tutti i più minimi mutamenti della materia narrata. In un ambiente privo di connotazione geografica e con pochi accenni temporali - una connotazione tutta letteraria che accentua ancora di più l'inevitabilità del procedere dei fatti - sette persone condividono la sofferenza di un'insensata invasione di barbari che parlano una lingua di sole vocali e distruggono tutto ciò che è bellezza, civiltà, affetto. Dovranno riuscire a sopravvivere al non-senso di cui loro stessi sono stati complici cercando il più possibile di sfuggire alla morte interiore data da quelle giornate furibonde: il risultato è uno squarcio lucido sul declino della nostra civiltà; un'apocalisse allegorica senza speranza e senza futuro sull'individualismo indolente degli individui che la abitano, sulla mancanza di amore che permette l'invasione dell'odio più barbaro; un atto di accusa - dopo la "Cecità" di Josè Saramago - al sonno dell'etica dei nostri tempi. Peixoto riflette sulla felicità, sull'amore e sulla scrittura, lasciando spazio a fulminei momenti lirici alternati a impietose descrizioni sanguinarie, e riprende nel suo j'accuse ricco di pietà l'insegnamento adorniano così come l' amara disillusione di Fernando Pessoa. Completa il volume una mini-raccolta di dodici poesie dello stesso autore collegate al romanzo, una (prescindibile) introduzione di Luis Sepúlveda e una esauriente postfazione di Vincenzo Russo che potrebbe aiutare i meno esperti a comprendere i meccanismi e i significati di un'allegoria tanto densa quanto feconda.

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16/08/2005, ore 23:33

Forse un mattino in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

(Eugenio Montale, da Ossi di seppia, Mondadori)

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15/08/2005, ore 14:01

il mio libro sei tu, mio vecchio amore:
ti ho letto le tue vertebre, la pelle
dei tuoi polsi: ho tradotto anche il fragore
dei tuoi sbadigli: dentro le tue ascelle

ho inciso il mio minidiario: il calore
del tuo ombelico è un tuo glossario: nelle
xilografie delle tue rughe è il cuore
dei tuoi troppi alfabeti: alle mammelle

dei tuoi brevi capitoli ho affidato,
mia bibbia, le mie dediche patetiche:
questo solo sonetto, io l'ho copiato

dalla tua gola, adesso: e ho decifrato
la tua vagina, le tue arterie ermetiche,
gli indici tuoi, e il tuo fiele, e il tuo fiato:

(Edoardo Sanguineti, da Il gatto Lupesco, Feltrinelli)

sciarade
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14/08/2005, ore 12:28

Alla Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia indulgenza plenaria per tutti coloro che parteciperanno «attentamente e devotamente» ad una delle tante funzioni celebrate e presenteranno all'atto dell'iscrizione quindici prove d'acquisto di scatolette "Carne Montana".

Per i fedeli non presenti a Colonia è prevista l'indulgenza parziale se pregheranno con «animo contrito» durante i giorni delle celebrazioni. E' inoltre previsto uno sconto di pena per tutti i possessori del digitale terrestre.

Tra gli sponsor della manifestazione, la Volkswagen e la Bayer. Intervistato da Repubblica, il capo-organizzatore della GMG 2005 ha specificato che gli sponsor non contribuiranno economicamente alle spese ma metteranno a disposizione dei partecipanti beni in natura da loro prodotti. Motori da traino e ddt per tutti!

Sempre l'organizzatore ha inoltre specificato che la lista degli sponsor è stata fatta favorendo le realtà locali, che però non hanno lasciato ampia possibilità di scelta all'organizzazione a causa della scarsa partecipazione agli appalti pubblicitari. Che sfortuna: McDonalds, Wal-Mart e Sodex.ho sono americane, e pure già molto impegnate!

Nella conferenza stampa di ieri, Benedetto XVI, alla domanda di un giornalista su quanti ragazzi e ragazze si sarebbe atteso alla Giornata Mondiale della Gioventù, ha riposto: «Ragazzi e RAGAZZE? Vorrebbe dire che ci sono anche donne? DONNE?».

Benedetto XVI durante il soggiorno a Colonia sarà accompagnato come al solito da tutto il gotha del cristianesimo mondiale: il cardinale Angelo Sodano (amico di Pinochet), il cardinale Camillo Ruini (primo sostenitore del Ministro della Sanità Francesco Storace) e il neo-eletto cardinale Eric Priebke. Nei prossimi giorni anche la maggior parte dei cardinali statunitensi raggiungerà Colonia. Con relativa scorta di bambini al seguito.

Intervistato da una tivù armena, Osama bin Laden ha smentito l'intenzione di colpire la Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia con un attentato. Chiara la motivazione: «Troppo facile».

Aumento dei regimi di produzione di tutte le industrie di preservativi tedesche in vista della Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia. Durante l'edizione svoltasi a Roma nel 2000, l'acquisto di preservativi dai distributori della capitale aumentò del 30%.

Li avete visti i Papa Boys? Ecco un buonissimo motivo per astenersi dal referendum sulla procreazione assistita. Più aumenta il numero di bambini nati, più aumenta la percentuale di Papa Boys. Sarebbe potuto nascervi un figlio PAPA BOYS! Brrrr...

Ampia la delegazione di cantanti che allieteranno ragazzi e ragazze durante l'ultima serata della Giornata Mondiale della Gioventù. Tra gli altri, Giuseppe Povia, Linda, i Modà, Marco Masini e Danilo Fatur (nella foto a sinistra). Ospiti stranieri i Village People, che con una selezione delle migliori voci corali dei Papa Boys darà vita giovedì prossimo allo spettacolo «Papa Boys & Village People».

Nonostante i continui tentativi anche sotto falsi nomi, l'organizzazione della Giornata Mondiale della Gioventù 2005 ha rifiutato l'iscrizione del Relativismo.

Per omaggiare la presenza di Papa Benedetto XVI il governo tedesco ha deciso che durante i giorni di svolgimento della Giornata Mondiale della Gioventù Friedriche Nietzsche, Carl Marx e Arthur Schopenauer non saranno più cittadini tedeschi.

Nella serie di gadget che verranno consegnati ai partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù 2005 anche una piccola boccetta del nuovo profumo "Giordano Bruno n°5". Secondo indiscrezioni, la fragranza del nuovo prodotto è decisamente vicina all'odore di una costina bruciata.

Arriverà martedì, con la delegazione dell'Emilia Romagna, il Papa Boy più vecchio di tutti: Giovanni Lindo Ferretti.

(grazie ad A.B. per la collaborazione)

sciarade
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categoria : politica





13/08/2005, ore 13:53

Tra le proposte di successione al posto di senatore a vita lasciato libero nei mesi scorsi dalla morte di Mario Luzi - oltre a quella abbastanza ridicola di Oriana Fallaci portata avanti da Libero e compagnia e quella sicuramente più motivata di Fernanda Pivano a nome della Fandango di Domenico Procacci - mi vorrei unire, per quanto conti, all'appello fatto da tutta la redazione de Il Mucchio Selvaggio al presidente Ciampi per assegnare ad Enzo Biagi e Giorgio Bocca un posto da senatore. Per chiunque, come me, voglia sostenere l'iniziativa da settembre sarà possibile scaricare dal sito della rivista un modulo di raccolta firme da spedire poi in redazione. Comunque chi è interessato all'iniziativa troverà prossimamente altre informazioni qui. Intanto, ecco il testo dell'appello:

"Lo scorso mese di giugno 2005, Lei, Presidente di tutti gli italiani, è tornato a preoccuparsi di quegli italiani chiamati ad essere un po’ più attenti, più vigili, più coraggiosi, più “con la schiena dritta”, che sono, o dovrebbero essere, i giornalisti. Una professione della quale giustamente Ella si preoccupa, sapendone le molteplici e crescenti difficoltà e cogliendone, altrettanto esattamente, come una stanchezza, una rassegnazione che impedisce di svolgere una funzione fondamentale per la democrazia, paragonata da qualcuno a quella di una candela che, mentre arde per illuminare gli altri, si consuma.
Questo giornale che a Lei, Presidente, oggi si rivolge, è una testata piccola, atipica, indipendente, con pochi mezzi e una perenne difficoltà a difendere la propria aspirazione ad informare. Un giornale che, partito come periodico musicale, ha saputo resistere tre decenni reinventandosi ed aprendosi all’analisi politica, sociale, culturale in senso lato. Un giornale che stenta a vivere, quasi privo com’è di pubblicità e di risorse. Un giornale che, spesso, è costretto ad autofinanziarsi. Ma che da quasi 30 anni non molla, con un enorme (e forse pernicioso) entusiasmo per questo mestiere maledetto e bellissimo.
La stessa fiducia noi oggi riponiamo nella Sua sensibilità personale ed istituzionale. Per questo ci rivolgiamo al Presidente della Repubblica, senza formule altisonanti come nostro costume, ma con la più grande, serena, leale semplicità affinchè sappia accogliere la richiesta di concessione della carica di Senatore a vita ad Enzo Biagi e Giorgio Bocca, due fra i più meritevoli esponenti della nostra professione, per qualità professionali, spirito di indipendenza, per la loro appassionata  e inesausta testimonianza etica e civile e, non ultimo, per il loro contributo a quella Guerra di Liberazione dal nazifascismo che ha avuto, valido e importante protagonista, anche lo stesso Presidente della Repubblica. 
La nostra richiesta, che spontaneamente ma con convinzione inoltriamo a lei, Presidente, non è solo per il Paese, perché sappia riconoscere il dovuto a due storici e narratori, due giornalisti che hanno consacrato la loro vita a comprendere e a raccontare e un Paese troppo spesso così difficile da spiegare, e da amare; questa nostra richiesta è anche per noi, forse soprattutto per noi. Noi giornalisti, in tutti i sensi “del Mucchio”; perché abbiamo bisogno di credere che ancora il coraggio, l’indipendenza, la maestria di questo mestiere che è qualcosa più d’un mestiere, possano trovare nel Paese e nelle Istituzioni il ruolo e il riconoscimento che meritano.
Vedere Giorgio Bocca ed Enzo Biagi Senatori a vita darà anche a noi, semplici cronisti di ogni giorno, la forza di credere che ancora questa arte resiste, non è stata spazzata da via da troppi colleghi che non hanno saputo cogliere il Suo alto invito: “Tenete sempre la schiena dritta”
."

Il Mucchio Selvaggio

sciarade
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categoria : politica





12/08/2005, ore 15:20

Non contento di aver dato alle stampe (a nome Ronin)  uno dei più bei dischi italiani dell'anno scorso, il buon Bruno Dorella ha pensato bene metterne in piedi anche quest'anno uno che, per dirla in gergo calcistico, se la giocasse per il titolo. Ma non ha fatto tutto da solo e ha chiamato con sé Giambeppe Succi (già nei compianti Madrigali Magri) e i due nel gennaio scorso se ne sono andati nella sacrestia della chiesa di Sant'Ippolito a Nizza Monferrato, in un ambiente di sabbia, pietra, bronzo, con tecniche di registrazione ispirate agli albori della tecnologia, qualche chitarra, la voce e una batteria "monca" (solo timpano, rullante e piatto). Hanno dato vita ai Bachi da Pietra e alla loro prima incisione "Tornare Nella Terra" (di cui cerco di parlare più profondamente qui): blues arcaici, dal suono vivido, fecondo, con testi (scritti e detti da Succi) che sono nudi, sconquassanti, perfetti. Come questo:

tornerai mai a brillarmi stella
per misericordia di un corpo in vita
Risalirai mai a dirmi di non aver paura
soffierai mai qualche cosa di vero
Sciogliendomi dal peso
si stare senza suono

(di stare senza suolo)

perchè dire
può essere solo come
tornare nella terra.

Un album estremo, anche se non può sembrare più nei contenuti che nella forma, e brulicante di vita, disperanza, fantasia. Un album zeppo di immagini, sensazioni, aggressioni, ferite. Un album che bestemmia, che non fa per niente bene, ma illumina. Illumina come poche, pochissime cose sanno fare.

sciarade
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categoria : musica





11/08/2005, ore 14:26

Non avevo ancora letto la tanto chiacchierata antologia "Gioventù Cannibale" (Einaudi, 202 pagine, 8,50 €): nei giorni scorsi l'ho fatto e lo scorrere delle pagine ha allontanato da me tutti i pregiudizi su una serie di scrittori di cui probabilmente si è (s)parlato troppo e riflettuto troppo poco (a livello giornalistico intendo, perchè tanta parte della critica ha già promosso Nove e compagni a materia di studio universitario). La mia confidenza con tutto ciò che è horror, splatter e pulp è davvero molto scarsa; eppure tra i dieci racconti dell'antologia - a loro modo intensi - si nascondo dei piccoli gioielli di lucidità sociale e tragicità del quotidiano, che, a quasi dieci anni dalla fortunata pubblicazione e diluito il botto dell'inizio, rimangono ancora impressi per la loro forza descrittiva e l'agilità immaginifica di certi passaggi.

Non sono i "soliti" Ammaniti o Nove a stupire - anche se quest'ultimo si segnala per la genialità linguistica del suo "Il mondo dell'amore" - quanto i più "sconociuti" al grande pubblico Alda Teodorani, Stefano Massaron e Paolo Caredda. La prima in "E Roma piange" è abilissima nello svuotare di ogni senso gli scempi mortali di un serial-killer di barboni sullo sfondo di una Stazione Termini diseredata di tutto se non dei suoi sanguigni tramonti; il secondo ne "Il rumore" racconta attraverso le parole dei suoi "aguzzini sociali" la lenta corsa verso il suicidio di Debora La Palla, undicenne obesa e offesa dai suoi coetanei che si rifugia nel sogno mortale di un "uomo che vola" che la porti via; il terzo in "Giorno di paga in via Ferretto" racconta le vicende serial-chirurgiche di un rovinatore di volti televisivi (e sogni quantomai opportunisti): tutte storie che nel loro estremismo non compiaciuto svelano malattie e meccanismi perversi del nostro vivere (a)sociale, riuscendo tra giochi di parole, ironia sadica e citazionismi a risultare durante la lettura anche molto divertenti.

sciarade
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categoria : letteratura





10/08/2005, ore 23:33

Sono tornato da Lisbona altamente soddisfatto di esserci stato, con appresso tanti dischi nuovi, tanto pensiero macinato e da macinare, e tanta tantissima libera respirazione lontano dal nostro Paese. Perchè  fortunatamente allontanandosi si trovano ancora luoghi dove agosto non sembra "il mese più freddo dell'anno" - per dirla coi Perturbazione - dove agosto non è il mese più volgare, caciarone e disinibito (di quella disinibizione che è solo superficialità e lassismo) di tutti i mesi dell'anno, in questo pollaio politico-sociale che ci ostiniamo a chiamare Italia.

L'agosto italiano di quest'anno vuol dire soprattutto la pelosa e pericolosa questione della scalata ad RCS ed il modo ributtante in cui destra e sinistra stanno portando avanti i fatti. Se è vero come è vero che il dibattito politico italiano è sempre più simile ad uno scontro tra tifoserie che ad un dialogo tra idee diverse, la domanda è una sola: voi con chi state? Con gli smargiassi a camicia (bianca) rigorosamente sbottonata della nuova finanza immobiliarista? Coi Romy e i Giampi e i Ricucci e i Briatore del nuovo fascismo billionario, incapaci di sopportare la satira più innoqua  e quindi ancor meno chi, su un giornale, non la pensi come loro (l'ex dentista romano ha tentato di imbrigliare, via Briatore-Ventura, una sua imitazione del pur debole Max Tortora destinata al prossimo "Quelli Che il Calcio", vedremo come finirà)? Oppure con i petulanti giornalisti  che tra un accordo d'affare e l'altro (giustamente) messi in prima pagina ci infilano anche un sms d'amore della nuova lady-Finanza (vedasi Anna Falchi malamente sputtanata da Repubblica nella pubblicazione delle intercettazioni: quando si dice giornalismo-di-sinistra...)? O infine con l'ampissimo reparto di marchettari e marchettare che popolano yacht e parties da un parte e posizioni ambigue - ormai un tantino laide - dall'altra (vedasi rapporto D'Alema-immobiliaristi)?

Ve lo dico io con chi state: state dalla parte di quelli che desiderano e ghignano. Desiderano di essere sempre di più dei piccoli Briatore - e più briatorizzati del vostro collega o amico - e ghignano malcelandosi l'invidia per lo sputtanamento pubblico di una che, secondo voi, ce l'ha fatta. E' questo il nostro agosto: siamo noi, gente comune; e sono loro, cioè ancora noi elevati all'ennesima potenza, nei nostri continui sogni da Bengodi; nel nostro individualismo impietoso, menefreghista; nell'inarrestabile annebbiamento delle nostre coscienze. Per capirlo basta osservarvi (e osservarmi): come lavoratori, come turisti, come fruitori dello schifo che volete leggere sui giornali e guardare in tv. E' un mese freddo, freddissimo agosto. Così freddo che se gelasse definitivamente - definitivamente sparendo - sarebbe meglio. Molto ma molto meglio.

sciarade
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categoria : politica





01/08/2005, ore 22:30

Mercoledì partirò per Lisbona, starò là una settimana e visiterò un luogo dove si incontrano per me artisti fondamentali (Pessoa, Saramago, Fossati). In questo tempo di assenza il blog rimarrà chiuso.

Lusitania

È terra
compagni, è terra
terra secca da guardare
buona per camminarci sui ginocchi
e per pregare.

E vedo gente e c'è lavoro
e non sono giardini, è terra
occhi che hanno visto terra
e terra d'oro
e sono nasi, bocche, piedi trascinati
fra tovaglie di pizzo
capelli sempre spettinati.

Sono salite, ponti e discese
e barche e ponti ancora
è terra dimenticata
da pagine intere
che ancora adesso non ci guarda
non ci parla e non ci fa sapere.

Bella Signora Nostra che ci appari e scompari
vedi come poco sappiamo di te.

Loro hanno facce di muta cera
così com'è normale immaginare
chi vede sempre da sempre ultimo la sera
e se ha già visto non è neanche stanco
di guardare.

E vedo gente e c'è lavoro
e c'è sempre vento in strada
ad aspettare noi che siamo qui a vedere
e a camminare e nel nostro viaggiare
e volere ricordare e toccare e camminare
in questa smania
dimentichiamo posizioni, rotte e nomi
e siamo piccoli, stupiti viaggiatori soli
e tutto questo vento intorno invece...È Lusitania.

E siamo piccoli, mediocri viaggiatori soli
e tutto questo vento intorno invece...
È Lusitania.

Bella Signora Nostra che ci appari e scompari
vedi come poco sappiamo di te.

(Ivano Fossati, da Discanto, 1990)

sciarade
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categoria : musica