“Ogni poeta vende i suoi guai migliori” ha detto una volta, molto onestamente, Alda Merini. Dico molto onestamente perché non c’è dubbio che la Merini sia una grande poetessa – a chi non la conosce consiglio la mini-antologia edita da Einaudi e curata da Maria Corti intitolata “Fiore di poesia 1951-1997” (236 pagine, 8,50 €) – ma è altrettanto vero che senza quei guai non sarebbe un personaggio così seguito e affascinante. Ho assistito a vari incontri, l’ultimo ieri sera, con lei presente dal vivo o in video e mai una volta mi è capitato che il pubblico – e lei compresa – parlasse principalmente non della sua biografia, ma delle sue poesie. Alla gente della Merini interessano i guai, la tragedia, e solo dopo – e come conseguenza di essi – le poesie. Eppure ella è una poetessa che dice tutto (anche e soprattutto della sua vita durissima) con la grande forza espressiva e cantabile dei suoi versi. Come mai allora la gente vuole la vita, gli aneddoti, i racconti? La poesia non basta? Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: “chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora”.
(Giorgio Canali, Questa è la fine, da “Rossofuoco”, Gammapop, 2002)
Forse sarebbe meglio non nutrirle le speranze, forse sarebbe meglio dare sempre ragione ai dubbi che la realtà – i fatti – ti mettono davanti. E soprattutto tenere conto dei nomi delle persone, subodorarli, giocarli alla previsione – che quando è in negativo in Italia ci si azzecca, e spesso per difetto.
Esperimento. Prendete un foglio di carta e scriveteci sopra tre nomi di giornalisti italiani che considerate di alto livello e indipendenti rispetto a testate, partiti, lobbies ecc. Vi dico i miei tre: Gianantonio Stella, Massimo Fini e Marco Travaglio. Li avete scritti? Mi raccomando devono essere indipendenti, quindi Ferrara e Santoro non valgono, perché saranno pur bravi ma indipendenti proprio no. Ora che li avete scritti osservate i nomi per qualche secondo, poi all’istante immaginateli a dirigere il primo, il secondo e il terzo telegiornale della tv di Stato. Insomma: Stella al Tg1, Fini al Tg2, Travaglio al Tg3.
Possibile? No, no, e ancora no. Certe cose in Italia sono impossibili, pura fantascienza. A meno di repentini cambi di approccio al mestiere (insomma a meno che diventino degli inconvertibili baciapile), i tre nomi che ho fatto io e probabilmente anche quelli che avete fatto voi non hanno e non avranno mai nessuna possibilità di arrivare a dirigere uno dei tre tg nazionali – nonostante voi stessi, e non solo voi, li reputiate tra i migliori giornalisti del Paese. Il perché non ve lo ripeto per l’ennesima volta, qui se ne parla spesso. Pongo invece un’altra domanda: una classe politica – di destra ma in parte anche di sinistra (e lo stiamo vedendo nell’orribile balletto di questi giorni) – che così morbosamente vuole occupare l’informazione Rai, di fondo che problema ha con l’informazione? Insomma perché tutta sta cura? Gestione delle notizie, quindi consenso, quindi propaganda (che fatta attraverso gli organi d’informazione non è dittatura, ma gli strizza pesantemente l’occhio almeno a livello culturale)? Sicuramente. Ma anche paura: perché l’impressione è che il Parlamento italiano, nella mediocrità congenita dei Rizzo e degli Schifani, nello spirito cialtrone e arraffone e quasi indistintamente gattopardesco, abbia una fifa blu dell’informazione vera, quella che dovrebbe controllarlo, fargli le pulci e togliergli il mantello per vedere cosa c’è sotto. Quella che in poche parole è alla ricerca della Verità.
E allora pronti a controllare tutto. Che tanto c’è sempre un Mimun pronto, da direttore di tg, a fare l’addetto stampa di partito. Intanto Stella, Fini, Travaglio e i nomi che avete scritto voi sul vostro foglio di carta se ne rimangono in disparte, a fare un mestiere che ormai è da segnalare al WWF.
PS: dopo qualche giorno di discussione e di fandonie tipo «Non faremo una legge punitiva» (se una legge non punisse qualcuno sarebbe inutile) sul conflitto di interessi è calato di nuovo il silenzio. Sembra che se riparlerà l'anno prossimo. Tanto c'è tempo...
Tre concerti alla Festa de l’Unità di Milano per il sottoscritto nel finesettimana.
Venerdì sera Radiodervish. Etno-pop spiritual-intimista parecchio debitore del Battiato di “Caffè de la Paix”, tre dischi all’attivo (di cui il primo “Lingua contro lingua” da ascoltare) e uno in uscita ad ottobre su Radiofandango. Ci si aspettava da parte loro il teatro canzone di “Amara terra mia”, spettacolo sull’immigrazione con l’attore Giuseppe Battiston integrato da pezzi di repertorio, inediti e due cover di Modugno (la canzone che dà il titolo a tutto e “Tu sì ‘na cosa grande”). Invece il concerto è stato prettamente antologico e piuttosto brutto: tastiere (spesso impresentabili) elargite a larghe mani, interpretazioni grossolane, clima festaiolo stile balera di Beirut con tanto di ancheggiamenti ammiccanti del cantante Nabil. Forse il Mazdapalace non era il luogo ideale per le loro tonalità e impauriti hanno tentato di “salvarsi” così. O forse dal vivo sono purtroppo proprio così. Comunque decisamente meglio su disco.
Sabato Pacifico e Avion Travel. Apre Pacifico, lo vedo per la terza volta e lo vedo bene, in crescita rispetto al primo live di febbraio (stroncato qui). La sua timidezza proverbiale di certo non lo aiuta di fronte al vasto pubblico del Mazdapalace, lui comunque fa quello che può: concentra ma non troppo i cinquanta minuti di esibizione sui brani di “Dolci frutti tropicali” (recensione, forse un po’ troppo di manica stretta, qui), butta lì qualche gag che verrebbe meglio in luoghi meno capienti, non accelera troppo i ritmi e un po’ ne risente. Ma arriva in fondo con dignità e sembra convincere il pubblico.
Di tutt’altra pasta invece il discorso sugli Avion Travel, che da un po’ di tempo a questa parte si presentano in quartetto (dopo che Mariolino Tronco e Peppe D’Argenzio sono passati all’Orchestra di Piazza Vittorio) e con il primo bassista della formazione Vittorio Remino (in sostituzione di Ferruccio Spinetti occupato dal progetto Musica Nuda con Petra Magoni). Una simile riduzione di organico induce inevitabilmente a cambiare gli arrangiamenti dei brani, che vengono proposti in una veste più asciutta dove le divagazioni jazz tipiche della formazione al completo vengono sostituite da un approccio rock elettro-acustico caratterizzato soprattutto dall’onnipresente chitarra di Mesolella (che, in gran serata, riempie i pezzi di oscurità blues e accenni western-morriconiani). Il resto lo fanno l’impagabile interpretazione teatrale di un Peppe Servillo in completo nero (l’unico sui palchi musicali per cui la parola teatrale abbia davvero un significato) e la sezione ritmica Ciaramella-Remino, tutta accelerazioni, sobbalzi e crescendo – quei crescendo di cui gli Avion sono maestri. Tanti i momenti di altissimo livello (“Canzone appassionata”, “Cosa sono le nuvole”, “Storia d’amore”) e pure qualche passaggio che va riverificato (“Sentimento”), ma c’era da aspettarselo. Peccato non ci sia stata traccia dei brani inediti appartenenti a quel prossimo disco prodotto da Paolo Conte che ormai sta diventando leggenda. Comunque imperdibili.
Domenica sera Mario Venuti. Buonissimo autore pop, sta portando in giro la sua migliore e più fortunata tournèe (sul palco sono in nove lui compreso, con tre fiati e percussionista brasileiro), che include alcuni dei brani appartenenti a quello che è fino ad oggi il suo miglior disco (recensito qui). Lo spettacolo, tra brit-pop ruffiano, funky e divagazioni latine, è coinvolgente e ritmato; qualche brano lascia il segno soprattutto grazie alla scrittura, qualche altro per una vitalità che oltre ad essere smaccatamente (ma non terribilmente) radio-friendly è anche abbastanza testosteronica – a tratti l’ex Denovo ancheggia alla Ricky Martin, ma dato il clima e il taglio delle canzoni non si fa disprezzare. Gradevole e in forma, ma nulla di più.
Dire che la magistratura è «politicizzata» (e che le sue sentenze sono «politiche») è un atto potenzialmente sovversivo, soprattutto se nel dirlo non si ha in mano uno straccio di prova e se l'accusa viene mossa da chi – per importanza di ruolo o possedimenti mediatici – ha la possibilità di rivolgersi ad un pubblico assai vasto, quasi totale. Essa infatti mette in dubbio l’imparzialità di chi applica la legge, e tenta di infondere nei cittadini un pericoloso senso di insicurezza – e quindi d’ingiustizia – nei confronti di una delle due colonne portanti dello Stato. Chi diffida fa presto a ribellarsi, sia a livello etico-morale (non riconosce più l’autorità giustiziante della magistratura) sia a livello realmente storico (vedasi la scena finale de “Il Caimano” di Moretti).
Ma rispondere ad un tale fenomeno (sociologico? Ideologico? Addirittura antropologico?) con una sentenza che vieta questo tipo di critica – come ha fatto ieri la Cassazione – è un gesto inutile e controproducente (oltre che intimidatorio e illiberale: come si comporterebbe ad esempio un cronista che, prove alla mano, dovesse denunciare una sentenza veramente politicizzata?). Inutile perché non serve dirle le cose, basta pensarle ed agire di conseguenza, e l’Italia è un Paese che sempre di più diffida della magistratura e sempre meno teme la legge – cercando piuttosto di aggirarla in ogni modo (anche quello parlamentare): ed è qui, in primis, che bisognerebbe lavorare. Controproducente perché se c’è una parte politica che in passato ha criticato la magistratura in modi a volte addirittura rocamboleschi e insensati, gli si è data oggi la possibilità di porre una critica seria e motivata.
Forse la scelta inibitoria della Cassazione è una reazione a denti digrignati ai cinque anni di sberle e intimidazioni appena passati – reazione comprensibile peraltro, ma non giustificabile. O forse, come mi ha fatto notare tempo fa un collega di discussioni, la magistratura conserva ancora qualche atteggiamento da casta, tanto che ogni anno giudiziario viene aperto ancora oggi con gli ermellini addosso, gli scettri in mano e i potenti (coi prelati) in prima fila. Difficile dire cosa ci sia realmente dietro (forse entrambe le cose in un misto di risentimento e vendetta). Certamente, anche per questo fatto, urge una seria riforma.
PS: Calciopoli. Sembra essere tutto finito, almeno per quanto riguarda la parte "grossa". Ed è finito tutto all'italiana, gattopardescamente per dirlo con la letteratura. "Il Gattopardo" l'ha citato pure Guido Rossi, lui che è il capo di tutto, in quest'intervista a Repubblica di qualche giorno fa. Oliviero Beha, in questo articolo, gli ha risposto con qualche domanda: lui, Guido Rossi, è il capo di tutto. Appunto.
E così, dopo la pausa estiva, si torna a parlare di musica. E lo si fa con… Sufjan Stevens. Ancora lui, che dopo il secondo dei cinquantuno dischi sugli stati americani (che ha promesso di registrare da qui all’eternità) uscito l’anno scorso (“Come On Feel The Illinoise!”) torna con una raccolta di outtakes e versioni alternative di quel mezzo capolavoro. “The Avalanche: Outtakes and Extras from the Illinois Album” si intitola chilometricamente l’album, e chilometrici sono anche i titoli di alcune delle ventuno tracce, tutte almeno buone e un paio bellissime. Si parte con la title-track che è puro pop immaginifico-sognante in Sufjan style, poi tre versioni di “Chicago” (una acustica che sa il fatto suo e due altre più giocose ma con il solito contagio melodico), qualche sfrigolante sterzata spaziale (“Pluto”) e poi il capolavoro. No, non è “Saul Bellow” – comunque assai graziosa (e con un titolo personalmente fantastico) – è “Pittsfield”: sei minuti e cinquantuno di maestranze pop, che prima si crogiolano nella loro malinconia e poi vanno su su esplodendo tra brilluccichii di piatti, trombe e cori angelici. Stevens non sbaglia un colpo, ma se non lo conoscete non comunque partite da qui: questi sono solo “scarti”. Con le virgolette obbligatorie, però.
PS: il mio parlar di musica qui sopra negli ultimi mesi è un po’ scostante. Sia in quanto a periodicità, sia in quanto a dischi presi in esame. Nel senso che non sempre parlo di quelli di cui vado veramente matto come mi ero ripromesso alla nascita del blog. Ad esempio ho già mancato quello dei Willard Grant Conspiracy, e non so perché ma mi sa che mancherò pure quello dei Current 93 e di Carla Bozulich (dischi non facili da ascoltare ma che vi consiglio vivissimamente). Sarà che sto diventando un geloso snob?
Luttazzi a parte, che considererei autore satirico (definizione del tutto vacante dato il poco studio di tutto ciò che è comicità e dintorni oggi in Italia), è Maurizio Milani attualmente il nostro miglior comico (con Gene Gnocchi direi: leggetevi il suo straordinario “Il mondo senza un filo di grasso” uscito per Bompiani qualche anno fa). Surreale di una surrealità urbana e malinconica, dotato poetica sempre riscontrabile in ogni battuta e proprio per questo assai feconda, Milani oltre ad essere uno dei pochi comici di area Zelig a non affidarsi a tormentoni ripetuti allo sfinimento è anche uno dei pochi a trovare una certa letterarietà in ciò che scrive. Fino ad oggi ha pubblicato sei libri (l’ultimo “L’uomo che pesava i cani” è uscito poche settimane fa per Kowalski). Io ne ho letti due: “In amore la donna vuole tribolare” (Kowalski, 186 pagine, 12 euro, 2005) e in questi giorni “La donna quando non capisce si innamora” (Kowalski, 188 pagine, 5 euro, 2003). Di seguito qualche breve stralcio dai due titoli. Avviso: non pensiate di ammazzarvi dalle risate. Milani non fa sbellicare, Milani lascia interdetti.
Architetti
Stavo lavando Caterina Zeta Jones, lei piangeva in quanto le avevo appena comunicato che era l’ultima volta. Poi doveva arrangiarsi da sola.
Lei voleva essere lavata da me ancora per cinque anni, infatti quando c’eravamo messi d’accordo per sei. Io dopo un anno ero già stufo, mi ero accordato per lavare Oliviero Toscani (a 500 mila euro).
Bill Gates me ne dava 600 mila, ma ormai ero già in parola.
Graffiti
Volevo digerire a tutti i costi davanti a uno di quelli che di notte imbrattano i muri a Milano.
Ne ho trovato uno intanto che dipingeva con la sua bomboletta, gli sono andato vicino e gli ho digerito nelle orecchie. Lui è rimasto perplesso. Gli ho detto: “Io non so se è arte o no, ma comunque costa molta fatica”.
Il graffitaro fa: “Ma lei dice ‘arte’ quella che sto facendo io o il verso del suino che ha fatto lei?”
Io: “Vedi tu, io ormai sono anziano e anche volendo non posso fidanzarmi”.
Lui si è offeso.
Cupido
Quando bevo mi fidanzo.
Sarà i ragionamenti che faccio, sarà che comincio a sudare, la donna s’innamora.
Time
Lavarsi, pesarsi, digerire con contegno.
Non resta altro tempo nella giornata.
Alcuni riescono anche a piangere.
Vergogna
Come lavoro faccio il ballerino hard sui tavoli al bar della stazione del mio paese.
Mi esibisco a torso nudo e con un paio di jeans strappati.
Alcune mattine al banco a bere il cappuccino c’è la mia professoressa di lettere delle scuole medie.
Chissà cosa pensa nel vedere un suo alunno che balla sui tavoli del bar della stazione.
Alcuni miei parenti mi dicono: “A fare quel lavoro lì non si sta qui in paese, ma si va alla stazione di Milano, Torino, Lugano, ecc., dove non ti conosce nessuno”.
Riposta: “Ma io voglio farmi compatire”:
Luogo comune
Tutte le ragazze che mi vengono insieme, dopo la prima volta che usciamo, mi lasciano.
Per forza, mi lascio fare tutto subito.
Loro pensano che sono un ragazzo facile e non mi vogliono come moroso serio.
Pari opportunità
Ieri sono andato a lavarmi in un campo.
Arrivato in auto, di fianco al campo ho tirato giù due taniche d’acqua da 20 litri e una mastella di plastica con dentro una spugna.
Sono andato in mezzo al campo e ho iniziato a lavarmi.
Tante ragazze passavano di lì e mi chiedevano il numero di telefono.
Una si è fermata e mi fa: Ti do 10.000 lire se ti fai dire PUTTANA”.
Io: “Accetto”.
Lei: “Uomo puttana”.
Mi ha dato le 10.000 lire tutte in moneta e se n’è andata.
Io ho pianto tutta la notte.
Green Peace
A me danno fastidio gli aironi.
Infatti prima ne vedevi uno ogni sei mesi nel girare in campagna in bicicletta… lui già a 500 metri di distanza sentiva il rumore dei pedali e volava via.
Da quando l’airone è venuto a sapere che lo stato lo protegge ti sfida, ti guarda, viene vicino a provocarti, cerca di farsi investire davanti a dei testimoni… in poche parole ti istiga.
L’airone sa che se gli spacchi una zampa prendi dieci anni di galera, per cui vuole mandarti nelle grane.
Vantarsi
A volte di sera in birreria conosco una ragazza e le chiedo: “Che lavoro fai?”.
Lei: “Estetista, e tu?”.
Io: “Spacco i protoni per Carlo Rubbia”.
Lei s’innamora duro.
Amante delle classifiche – ma non troppo – e in nullafacenza da vacanza, ecco la lista dei trenta migliori libri che ho letto fino ad oggi:
01. Moby Dick – Herman Melville (traduzione di Cesare Pavese)
02. Una sola moltitudine I e II – Fernando Pessoa
03. Kohèlet/Ecclesiaste (traduzione di Erri De Luca)
04. Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares – Fernando Pessoa
05. Il gatto lupesco – Edoardo Sanguineti
06. Operette morali – Giacomo Leopardi
07. Cecità – Josè Saramago
08. Poesie – Cesare Pavese
09. Ossi di seppia – Eugenio Montale
10. Scritti corsari – Pier Paolo Pasolini
11. I fiori blu – Raymond Queneau (traduzione di Italo Calvino)
12. La terra desolata – Thomas S. Eliot
13. Candido – Voltaire
14. L'anno della morte di Ricardo Reis – Josè Saramago
15. Lolita – Vladimir Nabokov
16. Le ceneri di Gramsci – Pier Paolo Pasolini
17. La vita agra – Luciano Bianciardi
18. Il vangelo secondo Gesù Cristo – Josè Saramago
19. Di questa vita menzognera – Giuseppe Montesano
20. Vita di Noè/Nòah (traduzione di Erri De Luca)
21. Una casa nel buio – Josè Luis Peixoto
22. Auto da fè – Elias Canetti
23. Superwoobinda – Aldo Nove
24. Estensione del dominio della lotta – Michel Houellebecq
25. La stiva e l'abisso – Michele Mari
26. Lo strappacuore – Boris Vian
27. I vagabondi del Dharma – Jack Kerouac
28. Euridice aveva un cane – Michele Mari
29. Il ponte della Ghisolfa – Giovanni Testori
30. Vita d'un uomo – Giuseppe Ungaretti
Interrompo il silenzio vacanziero assai fecondo di letture per proporvi, appunto, un frammento di lettura. E’ una poesia molto tenera e bella tratta dalla Postilla in versi delle “Lettere Luterane” di Pier Paolo Pasolini.
Papà, abbiamo visto l’Angelo del Diavolo
che zagajava come Innocenti Nunzio,
zagajava. «Ba, ba, bambini – fa –
svvvveglia! Che a-a-a-aspettate?
Dododovete fare sciopero! Dai!
Dodo-domani alle dodo-dodici dodo-dovete
incrociarelebraccia! Il Didi-Diavolo me l’ha ordinato
didi-di diverlo. B-basta con la tolleranza, mmmmannaggia!
B-basta con la p-permissività: voidovetepretendere
di oooooo-obbedire come i vostri ppppp-papà!»
Papà, basta con l’Edonè, vogliamo
l’Agàpe, basta con le buone, vogliamo
le cattive… La bacchetta, papà, la bacchetta,
papà per piacere, almeno un po’, la bacchetta!
(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Einaudi, 206 pagine, 10,50 €)
Dopo tutti questi giorni di silenzio dovuti a vari motivi, vorrei parlarvi di indulto, ddl sulle intercettazioni, Abu Omar, Israele-Libano e di tutta la nausea che queste vicende mi hanno dato. Ma Discanto riprende vita – per poco, perché fra poco si va in vacanza… a casa – con le sue solite annotazioni. Questa volta non solo musicali. Via:
Tempo fa parlammo qui sopra della raccolta firme per il disegno di legge ad iniziativa popolare per delottizzare la Rai portato avanti tra gli altri da Sabina Guzzanti e Marco Travaglio. Purtroppo la raccolta firme non è andata a buon fine per qualche migliaio di voti ma il Ministro Gentiloni ha promesso di confrontarsi in futuro con il comitato promotore della raccolta, inoltre il disegno di legge verrà presentato in Parlamento da Tana Zulueta dei Verdi (alla Camera) e da Franca Rame dell’Italia dei Valori (al Senato). Qui tutti i dettagli della cosa.
Un disco importante da segnalare. E’ “Tras Os Montes”, il nuovo di Stefano Giaccone, ex leader (con Lalli) dei Franti e oggi autore di almeno due lavori impedibili (questo e il precedente da solista “Tutto quello che vediamo è qualcosaltro”). La mia recensione qui. Non perdetevelo – il disco, non la mia recensione.
Ho intervistato Cesare Basile. Di lui da queste parti si parla spesso, quindi se vi va leggete e basta.
Per finire: sono pure su Deviantart. Che egocentrico.
19 Luglio '92

Il vento si dileguava in un girotondo di foglie,
l'asfalto era una lama di sole, lucido come un presagio nero
era l'ora del riposo, invero..
La città si truccava allo specchio, chi brindava alla gioventù,
chi senza saperlo era già vecchio, chi guardava alla tv
la tavola di Ginevra e del Re Artù..
Io e la mia compagna più cara lisciavamo il pelo alla storia
Giocandoci a dadi la memoria.
Io e la mia ammirevole amica, sul carro della nostalgia
Trionfale come la vita, beffarda come la vita..
Tobia il canarino giallo sopravvissuto ai nubifragi, come migliaia di disperati
celebrava il ritorno dei Re Magi
sulla terrazza assolata, tu dormi Panormo amata
Altri cercavano l'oro per nascondere la paura,
chi sapeva attendeva in silenzio il botto dell'ultima congiura
e dell'ultima ora.. ..l'ultima avventura
poi d'improvviso una nube, come un lampo di finestrino,
esplose in un rombo di tuono e furono bucce di mattino.
Noi non conosciamo l'Italia e non vogliamo più vedere
la lunga coda di paglia gli schiavi del potere.
I messaggeri dell'indignazione arrivarono quasi subito
a cavallo delle cineprese per non sporcarsi i pantaloni
invocando nomi e cognomi, cognomi e nomi.
Passò qualche cane a pisciare sui resti delle macerie,
le signore della televisione andarono in fretta dal parrucchiere
ad aggiustarsi il grugno e le rughe del sedere.
E sbocciarono fiori tristi sui prati muti della speranza,
vennero frotte di turisti a cercare la morte in vacanza.
Quel giorno scomparvero in tanti sulle ali della rivolta
Quel giorno volaron le rondini per l'ultima volta.
Io e la mia compagna più cara cercavamo nell'ombra il cammino
che conduce dove regna il silenzio, il gioco della vita e del destino.
Thom Yorke usa l’elettronica come la chitarra. Non si cura che i suoni siano più o meno al passo coi tempi, ma mette beat e sample semplicemente a disposizione delle canzoni. E’ forse questa la chiave per valutare al meglio “The Eraser”, il primo disco solista del leader dei Radiohead – inutile dirlo: uno dei gruppi più importanti ed influenti degli ultimi quindici anni – che esce a tre anni di distanza dall’ultimo non eccezionale album della band inglese.
Dopo i cartoni animati, il trip-hop o giù di lì. “Peeping Tom” è il nuovo bolo ludico musicale di Mike Patton, uno che al sottoscritto regalò con il progetto Fantomas (quello appunto dei cartoni animati) uno dei più bei concerti dell’anno appena passato. Dico bolo perché l’ex Faith No More non sa più quale “sostanza musicale” ingurgitare per poi vomitarla secondo i propri ludici canoni estetici: “Peeping Tom”, ad esempio, guarda dalle parti del trip-hop o dell’avant pop più orecchiabile e ritmato ma lo fa alla maniera ormai tipica del tuo autore, tutto schizofrenie rumorose e urlacci improvvisi. Con tutti quegli ospiti, alcuni messi lì un po’ per far nome e basta (Massive Attack, Amon Tobin) altri per far nome e anche qualcosa di buono (Bebel Gilberto nell’ottima electro-bossa “Caipirinha”), la prospettiva è allettante – e difatti è uno dei dischi più attesi dell’anno – ma il risultato non poi così speciale. “Peeping Tom” si fa ascoltare con piacere, ti regala anche qualche mezza sorpresa (anche Norah Jones dice le parolacce, e in “Sucker” ce n’è la prova) ma alla fine scorre via un po’ così, senza clamori nonostante tutto il bendiddio messo sul piatto. Che sia, come dice qualcuno, una mossa più per raccattare qualche soldo, magari da Mtv, che un tentativo di rivoluzionare la musica post-novecentesca è possibile. Ma qui non diamo giudizi genere e non siamo a Forum e, alla fine, te la vedi la musica del buon Generale a sgomitare con l’ultima scoperta nu-metal? Io no, e a dirla tutta non so nemmeno se sia ancora vivo il nu-metal.
Era da un po’ un po’ di tempo che non si vedevano da queste parti, ma oggi sono tornate. Signori e signori le annotazioni di discanto (certo che annotazioni è il nome meno accattivante che potessi trovare eh…):
E’ uscito ormai da qualche settimana il nuovo lavoro di uno dei nomi storici del cantautorato italiano di casa nostra: Claudio Lolli. Il disco si chiama “La scoperta dell’America” e pur non essendo brutto ha un grosso e prevedibile difetto: è più che mai un disco da cantautore, già vecchio ancor prima di essere uscito. Qui una mia recensione.
Qualcuno si ricorderà dei Lythium, gruppo di rock autoriale che nel 2000 si presentò a Sanremo con il brano “Noël” e l’anno dopo pubblicò un disco. In seguito ad una (letale?) tournèe di supporto a Vasco si sciolsero, e il leader della formazione Stefano Piro intraprese una carriera solista. “Notturno Rozz” è il suo esordio: nulla di eccezionale, ma se vi piacciono Piazzolla, i La Crus, Cave e il Capossela più funereo potrebbe interessarvi, a voi.
Già da alcune settimane su MusicbOOm è disponibile in download gratuito un ep live di Fabrizio Coppola, cantautore salernitano fratello del veejay Massimo con all’attivo la pubblicazione di due dischi (“La superficie delle cose”, 2003 e “Una vita nuova”, 2005). Il “dischetto” è stato registrato lo scorso maggio alla Casa139 di Milano, se non conoscete nulla del suddetto avete un'occasione di scoprirlo qui.
Il livello della tv italiana &egra